"L’origine del termine Ebrei e i misteriosi Kabiri" di Federico Bellini

(The Fall of the Giants di Perino del Vaga, 1531-1533)

  
La prima apparizione del termine “Ebreo” risale agli archivi egizi, dove vennero menzionati dei non meglio precisati Khabiri, un popolo nomade del territorio ad ovest del Giordano, una regione alla quale, sempre questi documenti, si riferiscono con il termine R-t-n-u. La parola semitica “Ever”, da cui deriva il termine, significa “Colui che attraversa” o “Colui che passa”, e ripensando al viaggio che dovettero affrontare quei primi popoli per raggiungere la loro nuova “Terra Promessa”, non si può che ammettere che tale termine fosse tra i più appropriati.
Il termine greco originariamente fu preso in prestito dall’aramaico Y'hūdāi, corrispondente in ebraico a Yehudi (singolare) o Yehudim (plurale), inizialmente per designare un membro della Tribù di Giuda e l’altro il popolo del Regno di Giuda. Dalla commistione di questi termini derivano anche "Yahūd"/"Yahūdī" in arabo, "Jude" in tedesco, "Judeu" in portoghese, "Juif" in francese, "Jøde" in danese e norvegese, "Judío" in spagnolo, "Jood" in olandese, così come anche le derivazioni della parola "Ebreo" sono in uso, oltre all’italiano, anche in persiano, Ebri/Ebrāni, in russo, Еврей, Yevrey), mentre la parola Yiddish, nasce da una diversa pronuncia del termine tedesco (Jüdisch).
La stessa Bibbia rivela che l’eroe eponimo degli Ebrei fu Eber, personaggio biblico post-diluviano, che insieme ai suoi figli abitava in Mesopotamia. Pronipote attraverso Sem di Noè (come similmente si diceva anche di Melchisedec, seppure quest’ultimo non fosse considerato ebreo), figlio di Sela e padre di Peleg, si dice che visse 464 anni, essendo nato secondo la tradizione biblica 1721 anni dopo la Creazione, ed essendo morto 2185 anni dopo la Genesi.
Tornando però un passo indietro, al termine con cui gli Egizi per la prima volta li denominarono Khabiri, facciamo delle scoperte e ulteriori considerazioni interessanti. Infatti, nella mitologia greca, i Cabeiri o Cabiri / kəbaɪraɪ / (Greco antico: Κάβειροι / Kábeiroi[1]), anch'essi traslitterati Kabiri / kəbɪəri, furono un gruppo di enigmatiche divinità ctonie. Venerati in un culto misterioso, strettamente associato a quello di Efesto, incentrato sulle isole dell’Egeo settentrionale di Lemnos, e forse su Samotracia, si riscontra nelle loro lontane ed oscure origini, degli elementi sicuramente pre-greci, se non provenienti dal popolo Ittita, Tracio, Etrusco e Frigio.
Ai Cabiri fu data poi una genealogia mitica come figli di Efesto e Cabeiro, probabilmente per inserirli nel tardivo pantheon delle divinità greche. Il nome, come accadde anche per il Monte Olimpo in Grecia, richiama anche il Monte Kabeiros, nella regione di Berekyntia in Asia Minore, strettamente associata alla Dèa Madre Frigia. Assonanze del termine, le riscontriamo anche nell’ebraico Khaver (amico, socio), o legato a sacerdoti persiani, Chaverim, collegandoli ai Dioskouri, o i fabbri sacerdotali, come del resto dei fabbri erano Efesto e i suoi aiutanti. Se il Fabbro era il Demiurgo, e i Khabiri i suoi aiutanti, nella visione gnostica più tardiva, potrebbero essere identificati con gli Arconti?[2]
Seppure il loro culto fosse misterioso e del quale sono sopravvissute poche tracce, sappiamo che avevano comunque delle somiglianze con altre razze favolose, come le Telchine di Rodi, i Ciclopi, i Korybantes, i Kuretes e i Dattili, questi ultimi erano figli di Rea, tutti dei bravissimi fabbri. Similmente somigliano anche ai Daitya, i figli di Diti e del saggio Kaśyapa, una razza di giganti che combattè contro i Deva, divinità e loro fratellastri. Anche i Dattili erano associati alla Dèa Madre e ad un altro Monte, sempre della Frigia, sacro alla divinità, il Monte Ida. Esichio di Alessandra scrisse che questi Cabeiri dovevano somigliare ai Karkinoi, dei “granchi”, ("Καβούρια", kavouria), concependoli come degli esseri anfibi (di nuovo richiamando le Telchine di Rodi), con delle pinze invece delle mani, e che usavano nella lavorazione (o trasmutazione) dei metalli.
A questo punto del nostro misteriosissimo viaggio, viene spontaneo chiedersi cosa colleghi questi Khabiri con gli Ebrei? Ebbene, queste divinità, a quanto sembra, furono venerate dai primi israeliti, dato che il padre di Abramo, Terach (o Tarah[3]), li adorava con il nome di Teraphim; erano, pertanto, gli Dèi che il padre di Abramo venerava prima della conversione del figlio al nuovo Dio. I Terafim o Teraphim, presenti solo in forma plurale, seppure non si conosca l’origine dell’etimologia, sarebbe il termine che tendeva ad indicare un “plurale di magnitudine”, specifico alla grandiosità e il carattere sacro. Sicuramente venerati sotto forma di oggetti o idoli, in riferimento anche al pantheon degli Dèi semitici dell’epoca nomade dei primi Ebrei, sicuramente avevano forma di statue o statuine, oggetti simbolici, o di vere e proprie divinità primitive ed arcaiche, venerate in ambito privato, intimo, misterico, e successivamente anche in un contesto familiare. 
E per gli Ebrei dovettero sembrare così ostici da sostituirli in ambito divino, che alla fine decisero di trasformarli in qualcosa di diverso, dal momento che le similitudini tra Teraphim, Seraphim, Khabiri e Cherubim, è talmente evidente, così come lo sarà Kabarim che diventerà infine Elohim[4], in sostanza, nomi diversi per definire le stesse Entità. Del resto, un tempo, tutte le divinità connesse con il Fuoco, sia divine, infernali che vulcaniche, erano chiamate Kabiriane, così come in Persia, erano detti Kabeiros, “potenti per mezzo del fuoco”, anche i Gabiri o i Parsi, mentre Kebeira o Kabarim, in Caldea, significava “Misura dei Cieli”, poiché derivava da Kob, “Misura”, e Urim, “Cieli”, identificandoli come Grandi Uomini, Giganti, Titani o gli Uomini Celesti.

«Gli Elohim sono le entità che, alla separazione del Sole da Luna e Terra, rimasero unite al Sole; fanno parte della gerarchia che ha il nome di Potestà, Spiriti della forma, fanno parte delle gerarchie da queste verso l'alto. Sono ancora entro la nostra evoluzione. Elohim è il nome complessivo per gli esseri solari che allora scelsero il Sole per loro dimora, non come sfera di attività. Cristo, il più elevato degli Elohim, è il loro reggente. Egli non fa però parte delle gerarchie, ma della Trinità. Nel Cristo abbiamo un'entità che è tanto potente da avere influenza su tutte le parti del nostro sistema solare.» (Rudolf Steiner)

I Kabiri, quindi, furono considerati gli “Istruttori dell’Umanità”, specie nell’agricoltura, nelle conoscenze delle stagioni o delle profondità del Cielo, come Spiriti e poi Angeli Planetari, che ne regolavano i misteri iniziatici ed i segreti. Madama Blavatsky, all’interno della sua concezione teosofica, li descrisse come i Sette Titani identici e assimilabili ai Sette Rishi salvati dall’alluvione da Vaivasvata-Manu, gli stessi "potenti uomini di fama" (i Gibborim), coloro che gli egiziani e fenici chiamavano Kabiri, i greci Titani, e gli indù Rakshasa e Daitya, o Kabeiroi, identici ai Kumaras e ai Rudra (come poi lo saranno gli Elohim della teologia ebraica), capaci di dirigere "la mente con la quale equiparavano gli uomini" alle arti e alle scienze e che contribuirono a far germogliare la Civiltà.
I quattro Kumara (dal sanscrito "figlio", "bambino") o Catursana nella tradizione induista, e citati in numerosi Purāṇa, sono i quattro figli di Brahmā: Sanaka (fondatore della Kumara Sampradāya), Sanatana, Sanandana e Sanat-kumara. Si racconta siano nati dalla mente di Brahma, e sono descritti come grandi saggi, e che scelsero una vita dedita allo studio ed alla castità (brahmācarya), rifiutando persino di collaborare con Brahma alla Creazione, preferendo gli studi e le pratiche ascetiche, tanto da infuriare Brahma a tal punto che dalla sua fonte scaturì Shiva, che ne uscì emettendo delle grida fortissime, venendo chiamato per questo motivo anche Rudra (“l’urlatore”).
Risulta chiaro che il Culto dei Khabiri era diffuso in un’ampia zona che dall’India arrivava sino al Medio Oriente, spingendosi verso l’area greca, venerato da popolazioni pre-greche, in qualche modo sopravvissuto, seppur trasformato, anche dopo l’arrivo delle popolazioni indoariane e che sovvertiranno completamente il pantheon divino. Ma in una zona del vasto arcipelago greco sopravvisse questo culto, - e forse più che in chiunque altro -, nell’isola di Lemno. In greco, Limnos (Λήμνος), es-sa è un’isola greca localizzata nella parte settentrionale del Mar Egeo, con un’estensione di 476 km², in gran parte collinosa e con qualche fertile vallata[5].
Abitata, secondo Omero, dai Sintii (chiamati anche Sinthi, Sintii o Synthi), dal greco antico Σίντιες, Sìnties, "predoni", da σίντης, "distruttivo", furono una popolazione della Tracia, noti ai Greci come pirati e predoni. I Sintii adoravano Efesto, il Fabbro divino, padrone del Fuoco, e si dice che questo popolo curò il Dio quando venne lasciato cadere sulla Terra. Ritenuto un popolo non-ellenico del Mar Egeo, quindi proveniente dall’Asia Minore o ancora più ad est da quella centrale, per alcuni sono persino accostabili all’odierna tipologia di Zingari, presenti in Europa, chiamati per l’appunto Sinti. A parte il nome, del tutto simile, i “moderni” Sinti sono un’etnia di origine nomade stanziatasi in Europa, tra quelle tradizionalmente definite con il termine più generico di Zingari. L’origine del nome, del resto è indo-persiana, in quanto discende dal termine Sindh, ad indicare la Valle dell’Indo, o lo stesso fiume Indo (Sindhu), nell’attuale Pakistan e India nord-occidentale, e quindi l’India, terra di origine di questo popolo.
Come per i Rom e i Kalé, si presume che la loro origine sia da collocarsi nelle regioni del nord-ovest dell’India, infatti, per la maggior parte degli storiografi, questo popolo avrebbe lasciato il territorio della Valle dell’Indo per giungere l’Asia Minore, passando per la Persia e l’Armenia, nel corso dei secoli, seppure recenti ricerche genetiche, basandosi su alcuni marcatori del DNA, hanno retrodatato l’origine di questo Esodo a circa 1500 anni fa, se non ancora indietro nel tempo. La loro lingua, del resto, seppur all’interno della famiglia indoeuropea, presenta elementi tipici anche delle lingue dravidiche, precedenti all’invasione degli Arii.
Fattualmente, nel corso degli anni, alcuni studiosi hanno azzardato varie ipotesi, tra cui quella affascinante dell’esoterista Guénon, che ne vedeva delle sconcertanti similitudini con il popolo ebraico (il fatto di condividere una comunanza con i Khabiri o Cabiri, del resto lascia da pensare), sino ad arrivare a discendenze dirette da Noè, secondo alcuni da Caino, da una tribù perduta di Israele, dai Cananei emigrati in Europa dopo la conquista di Giosué, persino diretti discendenti di Adamo avuti da una prima moglie, precedente ad Eva (la Lilith della Cabala), etc. Abili nelle pratiche magiche, gli oroscopi, la chiromanzia, le loro doti erano conosciute in Egitto, Caldea, Siria, Gallia, così come le Sibille, le sacerdotesse di Dodona, sono state associate alle stesse indovine zingare.
Quale che sia l’origine dei Sinti e di questo popolo pre-ellenico, l’isola di Lemno racchiude ulteriori leggende altrettanto misteriose, tra le quali cito quella di Mósychlos, dove si racconta di Zeus che scagliò Efesto giù dall’Olimpo, e nel punto in cui cadde, gli abitanti del luogo vi costruirono un santuario del Fuoco sempre acceso in suo onore, come si dice fosse abitata dai Pelasgi, o Tirreni, anch’essi pirati famosi, considerati affini agli Etruschi, etc. Fino ad arrivare al mito degli Argonauti, in quanto gli eroi leggendari della spedizione per il recupero del Vello d’Oro (e di cui tratteremo nel prossimo capitolo), fecero di Lemno la prima tappa e la prima vicenda della loro avventura.
I lemniani, con molta probabilità, erano originariamente non-greci (ellenizzati dopo che Milziade conquistò l'isola per Atene nel VI secolo a.C.) e qui sopravvisse il Culto dei Cabiri. Come i Kumara della tradizione induista, anche sull’isola venivano venerate quattro misteriose divinità: Axieros, Axiokersa, Axiokersos e Kadmilos, di cui non conosciamo la loro esatta natura, spesso confusi con una coppia femminile (Axieros e Axiokersa) e due giovani (anch’essi confusi con Castore e Polluce, venerati come protettori dei marinai).
E al di là di tutti i misteri che ancora oggi si portano dietro questi strani, misteriosi ed antichi personaggi, potremmo affermare che gli egizi, quando denominarono come Khabiri i popoli ebraici che prosperavano nella regione cananea, tra l’altro parte integrante del regno faraonico, vollero identificare un territorio che oltre i loro confini più settentrionali, andava a disvelare una popolazione mista e variegata dedita al culto di questi antichissimi Dèi, di cui l’origine risaliva, e con molta probabilità, nelle immense valli dell’India del Nord. Mescolati in questo enorme calderone di popoli vi erano, quindi, anche gli antenati degli Ebrei, la cui origine è stata, poi, e per qualche motivo, tenuta volutamente nascosta. Perché?




[1] La parola semitica Kabir ("grande") è stata paragonata a Κάβειροι.
[2] Gli Habiri, per gli Hittiti erano i "saccheggiatori" o "fuorilegge", mentre la parola sumera Kabar, significava "rame".
[3] Terach, chiamato "Tare" dai LXX e dal Vangelo di Luca, è un patriarca biblico, figlio di Nacor e padre di Abramo, Nacor e Aran. Nella Genesi 11,10-26 è scritto: "Terach aveva settant'anni quando generò Abram, Nacor e Aran". Considerato il diciannovesimo patriarca biblico a partire da Adamo, alla fine del cap.11 della Genesi è narrato che egli muore a Carran, e a quel punto Abramo sente la chiamata di Dio e vi obbedisce, accettando di non tornare indietro ad Ur dei Caldei, ma di proseguire con la sua famiglia sulla strada che Dio gli indicherà. / Un nome hindi e nepalese, basato sul sanscrito तारा (Tara), che vuol dire "Stella". Tara (o Taraka) è anche una dea indù, moglie di Brhaspati.
[4] Elah, nome in aramaico per intedere Dio, in ebraico significa anche "Grande Quercia".
[5] Il centro più importante è Mirina sulla costa occidentale con un ottimo porto naturale. Un centro di minore importanza è Mudro. L'isola ospita anche una base militare in virtù della sua posizione poco lontana dagli stretti del Mar di Marmara.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Approfondimento

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