"L’Epopea di un popolo, quello Ebraico" di Federico Bellini

«All'inizio del tuo cammino sei sempre avido di conoscenze, parteggi per un mentore, poi per un altro, e quando infine ti accorgi che tutto ciò che ti raccontano, non corrisponde alle tue idee, te ne distacchi e inizi una tua ricerca. In questa fase, tremendamente difficile e complicata, molti abbandonano l'impresa, per mancanza di tempo, costanza, pazienza, ma coloro che la continuano vanno incontro, in più fasi, al disvelamento di una tale complessità da lasciarti costantemente sconcertato; perché più o meno sai come sei partito e da dove, ma non saprai mai a quale meta finale arriverai. E a conclusione del cammino, per quanto tu possa sapere e conoscere (adesso è bene che tu sappia che sono arrivato ad un punto delle mie ricerche dove ne so veramente tante, forse troppe), ti rendi conto che tutto questo, alla resa dei fatti, non ti serve a niente, e da lì cominci a semplificare, a ricercare la semplicità. Ma non puoi arrivare a questo ultimo stadio di innocenza e purezza, senza aver prima compreso il gorgo che vi si cela dietro...» (Federico Bellini)

L’epopea del popolo ebraico, descritta con dovizia di particolari e con fiumi di parole nell’Antico Testamento, viene sovente confusa con un racconto di natura storica, quando in realtà di veritiero da un punto di vista archeologico, anche per gli stessi studiosi israeliti, ha ben poco. Sia da parte del popolo ebraico, - monolitico nella sua visione sociale e religiosa, strettamente interconesso -, come da un mondo occidentale intriso di una visione religiosa, e cristiana, - altrettanto chiusa sino a non molti decenni fa -, si è venuto a creare un substrato culturale, intriso di miti, leggende, vicende e personaggi narrati, tra l’altro, in tante altre parti del Mondo.
Lo stesso Pentateuco, come buona parte del testo biblico più antico, non furono nemmeno redatti da Mosè, come tradizione vuole, seppure non è da escludere che testi arcaici siano stati tramandati all’interno della casta sacerdotale, sino all’esilio forzato a Babilonia da parte di Nabucodonosor II (634 a.C. circa - 562 a.C. circa), perché in realtà, per come lo conosciamo, vide la luce proprio in Mesopotamia, durante la “cattività” dell’élite del popolo ebraico, lì deportato.
La Creazione del Mondo, il Diluvio, Abramo, lo stesso Mosè, e molti altri personaggi ed eventi, erano già presenti nelle ben più antiche civiltà sorse tra i fiumi Tigri ed Eufrate e che, gli Ebrei, con una capacità sincretica senza precedenti, assimilarono insieme ad altri miti provenienti dalla Valle dell’Indo, il Caucaso e l’Egitto, per rivisitarli sotto una nuova visione, coadiuvata dall’unico Dio, il “vulcanico” YHWH.
Il racconto della Creazione è simile, come abbiamo già avuto modo di studiare, ai molti miti mesopotamici, mentre più antecedente è la corrispondenza del racconto del primo uomo, Adamo, e della prima donna, Eva, nel Giardino dell’Eden, nientemeno che nel Bhavishya Purana, dove compaiono Adama, Havyavati e il Serpente, protagonisti della disobbedienza nei riguardi della divinità, in questo caso Vishnu, e ad un frutto proibito. Altrettanto sorprendente è anche la Lista dei Re della Mesopotamia, già citata in questo libro, analoga a quelli Indiani (Shweta, Anuha, Kinasa, Mahallala, Virada, Hanuka, Matochchila, Lomaka e Nyuha), uguale all’ulteriore lista, però biblica, nei riguardi della genealogia post adamitica: Set, Enos, Kenan, Mahalel, Iared, Enoch, Matusalemme, Lamech e Noè.[1]

«Mancavano sedicimila anni alla fine dello Dvapara Yuga. Durante quel periodo hanno regnato molti re. In qualche regione regnavano i Sudra, in qualche altra regnavano i Varnsankara. Quando mancavano ottomiladuecentodue anni al termine dello Dvapara Yuga, questa terra cominciò ad essere controllata dai Mlechcha. Il primo uomo fu Adama, la prima donna fu Havyavati. Entrambi vivevano con sensi sotto controllo. Hari costruì per loro un grandissimo Giardino ad Est della città di Pradana. Questo era lungo quattro Krosa. La vi era un albero Papa. Kali assunse la forma di un Serpente e si avvicinò ad Havyavati e la nutrì con un cattivo frutto avvolto in foglie di Gulara. Così Havyavati disobbedì a Vishnu. Questo gli permise di generare molti figli che furono chiamati Mlechcha. La vita di Adama fu di novecentosettanta anni. Alla morte, insieme con la moglie raggiunse la sfera superiore. Suo figlio fu Shweta, che visse novecentododici anni. Suo figlio Anuha, regnò qualche anno in meno del padre, egli visse ottocentododici anni. Kinasa, il figlio di Anusha regnò per novecentododici anni. Mahallala, il figlio di Kinasa regnò per ottocentonovantacinque anni. Managara fu il figlio di Mahallala. Virada fu il figlio di Managara, egli abitò in una città che porta il suo nome e governò per centosessanta anni. Hanuka, il figlio di Virada era un devoto di Vishnu. Offrendo frutta ottenne il Brahma Gyana e raggiunse la sfera superiore con il corpo. Malgrado seguisse la condotta dei nati due volte e adorasse i Sura, gli uomini colti lo chiamavano Mlechcha. I saggi dicono che la devozione a Vishnu, l’adorazione del fuoco, l’Ahinsa, la penitenza e il controllo dei sensi, sia la religione dei Mlechcha. Matochchila, il figlio di Hanuka regnò per novecentosettanta anni. Lomaka, il figlio di Matochchila, regnò per settecentosettantasette anni e alla morte ottenne la sfera superiore. Nyuha, fu il figlio di Lomaka, ed era devoto a Vishnu. Egli governò per cinquecento anni. Una notte in sogno ebbe un incontro con Vishnu che gli disse: “Il settimo giorno contato da oggi vi sarà il Pralaya. Salite voi e la vostra famiglia, salite a bordo di una nave, proteggete voi stesso. Voi diverrete famoso”. Udite le parole del Signore, costruì una grossa nave, lunga trecento Hasta e larga cinquanta Hasta e profonda trenta Hasta. Nyuha ebbe tre figli, Sima, Shama e Bhavhigha, tutti gli esseri viventi erano ancora presenti. Meditando su Vishnu, entrò nella nave con tutta la sua famiglia. In quel momento, Indra chiamò la nuvola Samvartaka e cominciò a piovere forte e in modo continuato per quaranta giorni. L’interò Bharata fu ricoperto dalle acque. I quattro oceani divennero uno. La Terra era tutta sommersa, tranne la zona di Badari Vana sull’Himalaya.» (Bhavishya Purana, Pratisarga Parva, Primo Parva, Sezione 5, Sloka 14-31)

Tra il “Bhavishya Purana” e la “Bibbia”, appare evidente che le distinzioni siano minime, e che la matrice originaria di tale Mito sia la stessa. Hanuka è l’Enoch indiano, Nyuha è il Noè che costruì l’Arca per salvarsi dal Diluvio con i suoi tre figli, poi apparvero i Patriarchi, Nahoor diverrà Nahor, Tahar, Terach, Aviram, Abramo, Haran, Aran, ma anche Musha, ovvero Mosè (come lo sarà persino il Mexi azteco e che darà origine al Mēxihco).
E nonostante molti studiosi occidentali siano convinti che la tradizione ebraica abbia influenzato quella indiana (essendo il testo indiano una trascrizione tardiva, ma quasi sicuramente di manoscritti precedenti perduti o di una tradizione orale, come ad esempio tipica del Kalevala finnico), è casomai vero il contrario, essendo stata quest’ultima ben più antica e che a sua volta attinse ad una radice comune, dalla quale acquisirono tali conoscenze anche gli altri popoli semiti, tanto che quando i vari ceppi mongolidi (Unni, Mongoli e Turchi), corrispondenti più precisamente all’Aplogruppo Y-DNA Q, si spinsero sin nelle Americhe, colonizzandole e originando le civiltà precolombiane, tali Miti vennero sin lì esportati[2].
Analogo è anche il Mito di Ercole che arrivato nel Giardino del-le Esperidi, vi trovò il drago Ladone, - e qui l’analogia con l’Eden è eloquente (Ladone-L’Eden) -, un Giardino, a quanto pare, di proprietà e gestito da questo Serpente, dove oltretutto difendeva un Albero Sacro, sempre a lui appartenente, a cui il semidio rubò i famosi Pomi d’Oro. E che dire dei figli di Adamo ed Eva, Caino ed Abele? Intanto furono i primi, e non certo gli unici, ma la storia dei due fratelli che arrivarono a scontrarsi, è presente in ogni angolo del Mondo. In Egitto ci furono Osiride e Seth, a Roma fu la volta di Romolo e Remo, e potremmo continuare ancora per molto a fare analogie ed assonanze.

Ed ovviamente non possiamo non menzionare di nuovo il Mito del Diluvio Universale, una sceneggiatura letteralmente mondiale, diffuso ovunque ed entrato nell’immaginario collettivo sino ad oggi, a causa degli effetti enormi e devastanti della deglaciazione. La storia di base è sempre la stessa, un Mito originario nato dalle osservazioni ambientali portò a considerare l’arrivo o l’alzarsi delle acque, per quei popoli primitivi, come il manifestarsi di volontà divine irate nei loro confronti, ma ad un certo punto, si sovrappose una vera e propria storia ben più definibile.
Ovunque, questa storia si ripete, ruotando attorno ad un avvertimento divino nei confronti di una famiglia prescelta, e che dovrà mettersi in salvo seguendo determinate direttive e che la condurranno a costruire un oggetto, o Arca, per mettersi in salvo. In sanscrito, il termine “Arc” significa splendere, o splendente, mentre “Arka” è il raggio di luce, o uno dei nomi della deità solare, così come nel più tardivo mito greco, “Argo” (e da qui gli Argonauti), ha lo stesso significato di splendente, luccicante e veloce, e come il femminile “Argia”, significa brillante. Ma vari personaggi utilizzarono questi oggetti, dal greco Deucalion, ai mesopotamici Utnapishtim, Ziusudra e Atraḫasis, sino ad arrivare ai tanti personaggi dei vari popoli americani citati nel precedente capitolo.
Ed essendo un Mito fatto di acqua, non potevano mancare i riferimenti ittici, quindi ai Pesci. Nella tradizione indiana, oltre al mito di Nyuha (il corrispettivo indiano di Noè), troviamo anche un ulteriore Diluvio del Manu Satyavrata/Vaivasvata, salvato dal pesce Matsya, un avatar di Vishnu, che dopo aver trascinato un’Arca con sopra una serie di animali, venne così salvato. Con queste modalità entrò di prepotenza anche il simbolismo del Pesce, legato alla catastrofe e alla rigenerazione, sia in Babilonia con gli Oannes, tra i Dogon africani con i Nommo, sino ad arrivare al Cristo nella sua ultima ipostasi.
Tutti questi personaggi mitici o divini, portatori di conoscenza, erano inoltre identificati con le Sette Stelle dell’Orsa Maggiore (i Sette Rishi), costellazione circumpolare che ruotando attorno alla Stella Polare, disegna durante le quattro stagioni, l’immensa Svastica nel Cielo. L’Orsa, o comunque le costellazioni circumpolari, per molte popolazioni, non solo diverrà la patria e la Dimora degli Dèi, ma sulla Terra corrisponderà anche a quelle regioni artiche dalle quali si pensava fossero arrivati “i popoli dalla pelle bianca”, gli indoeuropei.
Nell’Avesta, il dio iranico Ahura Mazda, avvertì Yima, il primo re degli uomini, dell’arrivo di una glaciazione che avrebbe distrutto ogni cosa, consigliandoli di costruire un recinto (“vara”), dove si sarebbe salvato assieme ai semi e gli animali. Come non vedere un’analogia con la successiva mitologia norrena, dove Ymir fu il primo gigante del ghiaccio, dalle enormi dimensioni al punto da ricoprire quando si sdraiava, con la sua mole, tutta la Terra, inoltre, serbava all'interno del suo corpo una sorgente di fuoco che faceva innalzare la sua temperatura corporea a livelli altissimi.
Si direbbe dalla sua descrizione che possa essere assimilato alla visione dell’immensa coltre di ghiaccio, visibile alle latitudini nord del Mondo nel periodo dell’ultima glaciazione, senza contare che il caldo interno, possa essere stato generato da vulcani o sorgenti termali presenti in alcune aree (vedi l’Islanda, gli abissi dell’Oceano Artico, etc.). Così come da quel ghiaccio e dal suo scioglimento, si generò la razza degli orrendi e malvagi giganti, mentre sotto il suo braccio sinistro nacquero l’Uomo e la Donna, mentre dalle gambe, emerse un figlio con sei teste, Þrúðgelmir, come con sei teste lo sarà anche il Karttikeya, Deva della Guerra.
Ad un certo punto del racconto appare la figura di Nimrod, possente sovrano mesopotamico e grande cacciatore, fondatore di un potente regno, a cui viene attribuita la costruzione, o almeno l’ideazione, della famosa Torre di Babele. Come non rammentare il greco Orione, anch’egli “grande cacciatore”, associato all’omonima Costellazione e che gli egizi avevano identificato, a loro volta, con Osiride. Ma la storia di questa Torre non è solo ebraica, perché si trova una versione analoga anche in Messico (nuovamente), con la Piramide di Cholula, dove i Giganti vennero dispersi su tutta la Terra dagli Dèi, dopo che avevano osato costruire questa immensa montagna artificiale.
E qui ci colleghiamo anche al Mito dei Nephilim, ritenuti eroi dell’antichità e uomini famosi, Guerrieri o Angeli Caduti (o precipitati, dalla radice semitica nafal che significa cadere). Nephilim, nella Bibbia, viene spesso tradotto come “Giganti” o “Titani”, e se prendiamo la radice aramaica “naphil” che significa “Giganti”, l’associazione è alquanto evidente, oltre a considerare che sempre in aramaico esiste il termine AWS` [nephilà], un nome proprio e che identifica, guarda caso, la Costellazione di Orione; “nephilim” (Coloro che sono di Orione o Orionidi), pertanto, sarebbe il plurale di “nephila”.
Anche presso i Caldei, Orione era indicato come “niphla”, ed è singolare che in Genesi 10,8-9 viene menzionato Nimrod, il quale cominciò ad essere potente, proprio in un periodo dove per un particolare processo astronomico, probabilmente in quell’epoca, si viveva in quella che doveva essere l’Età di Orione. Alcune traduzioni registrate nel Rigveda fanno riferimento ad un equinozio di primavera, e che per un “effetto ottico” sembrava cadere nella Costellazione di Orione, attorno al 4.500 a.C. (questa costellazione non è sull'eclittica, ma spostata di quasi 15°), e poi transitato verso le Pleiadi nel 2500 a.C.
Secondo alcuni studiosi, questa “Civiltà Orionica”, sarebbe stata antecedente al dominio dravidico ed indoeuropeo dell’India, progenitrice delle più studiate civiltà storiche, non solo della Valle dell’Indo, ma anche per quanto riguardò la Civiltà Sumera ed Egizia, del resto considerate da molti come delle Popolazioni Mature. Tale teoria fu anche ampiamente sostenuta dal grande storico della religione ed orientalista francese Alain Daniélou (1907-1994), il quale sosteneva l'esistenza di un'unica cultura, diffusa dalla Spagna all'India prima del III millennio a.C. e dove si ebbe l'origine comune degli Iberi, i Pelasgi, gli Etruschi, i Berberi, i Minoici, i Ciprioti, e poi gli stessi Egizi, i Sumeri e i Dravidi, e che da un punto di vista della genetica umana, può avere riscontro nello sviluppo dei vari Aplogruppi principali, e che diedero vita a più riprese a tutte le Civiltà sopra menzionate, prima della comparsa dei ceppi Mongolidi, Turchi e Arii.


 (Il Sacrificio di Isacco, Caravaggio, Uffizi di Firenze)

Tipico del popolo Ebraico (e di molti popoli Semiti, non ultimo i Mussulmani) è quello di aver eletto una figura semi-mitica come capostipite; Abramo è uno di questi, il quale diventerà il “padre di una moltitudine di popoli”, religiosamente parlando anche degli stessi Cristiani. Abramo, come abbiamo già letto, non solo ha un suo alter ego nell’Aviram del Bhavishya Purana, ma insieme alla sorella, e poi consorte, Sara, presentano anche una straordinaria somiglianza con le divinità principali indiane, Brahma e Sarasvatī, o Saraswatī.
Le corrispondenze e il significato del suo nome con la Civiltà Indiana sono così evidenti da non lasciare più dubbi, in quanto Abramo è ’Aḇrāhām, detto anche Avraham, tradizionalmente inteso come "Padre di molti", in arabo Ibrāhīm; in origine ’Aḇrām, Avram, e poi cambiato da Dio in Abraham[3]. Il nome riporta il semitico ’aḇ con il significato di "Padre", la seconda parte del nome può provenire dall'accadico ra'âmu ("amare") o dalla forma del semitico occidentale rwm ("stare in alto"), quindi "padre amato" o "padre glorificato". Evidente è anche la somiglianza con il termine induista Rama[4], settimo avatar di Viṣṇu, manifestatosi, propriamente, nel regale principe per risollevare le sorti della morale degli uomini, soggiogati dal negativo Ravana.
Conosciuto anche nel suo nome più completo, Ramachandra (Chandra, dal significato di “brillante” è il nome dato dagli indiani alla Luna), incarna la divinità nel Tretā-Yuga, l'era caratterizzata dalla comparsa della malvagità, un fattore che non deve stupire se anche nel popolo ebraico, vediamo la stessa somiglianza in alcune ritualistiche, come il Qiddush haLevanah (Santificazione della Luna) o Birkhat haLevanah (Benedizione della Luna), una preghiera ebraica a Dio per la sua opera creatrice, e in particolare dedicata all'esistenza della Luna[5] stessa.

«Ed il chiarore della Luna come la luce del Sole... E la luce del Sole sette volte più forte, come la luce dei Sette giorni della Creazione, nel giorno in cui HaShem fascerà la frattura del Suo popolo e guarirà la piaga della sua ferita.» (Isaia).

Per gli antichi Ebrei, il giorno per eccellenza della festa e del riposo era il sabato, e che trovava una sua peculiare identificazione con il plenilunio, come il termine Sabato è etimologicamente legato a Shabatu, che significa “cessare”, così come per la Luna, una volta arrivata al plenilunio, cessava di crescere. La stessa Pesah, che diverrà poi la nostra Pasqua, la festa collegata alla Luna Piena di Primavera, veniva celebrata seguendo il calendario celeste delle fasi lunari, come ancora oggi avviene per la ricorrenza della resurrezione del Cristo.

«Fosti adorna d'oro e di argento, di vesti di bisso, di seta e di ricami. Ti cibasti di fior di farina, di miele e di olio e diventasti bella, adatta al regno.» (Ezechiele)

Ramachandra, spesso preceduto dal titolo Shri, rappresenta la personificazione dell’Assoluto Brahman, incarnazione del Dharma, l’Uomo Perfetto[6]. Avatar del Treta Yuga, l’Età d’Argento, in cui comparve il vizio e la malvagità, si ritrovò a doverla fronteggiare, identificato anche come l’immagine stessa o lo Spirito della consapevolezza induista, la religione organizzata tra le più antiche del Mondo, e della civilizzazione umana dal punto di osservazione di un indiano, tanto che la vita e le imprese di questo personaggio, sono narrate nel celebre Ramayana, un antico poema epico in sanscrito, che letteralmente significa "Il Viaggio di Rama", così come l’ebraico Abramo si mise in viaggio dalla sua terra natia per creare un nuovo popolo.
Infatti, il tradizionale significato biblico per il nome Abraham è quello di "Padre di una Moltitudine" («Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò», Genesi 17,5), seppure sia una popolare etimologia, e che comunque può avere un collegamento con il più tardivo arabo ruhâm ("numeroso"), ed è chiaro, come sosteneva anche Alexandre Saint-Yves d'Alveydre, che: «Abraham è, come Brahmâ, il Patriarca dei Limbi e del Nirvana... I Brahmini dicono "estinguersi in Brahmâ", così come gli Ebrei dicono "addormentarsi nel seno di Abramo", vale a dire ritornare nei Limbi.»
L’associazione tra gli Ebrei e l’India non è nuova, perché già l’erudito e teologo ebreo Flavio Giuseppe (37-100 d.C.) scriveva che il filosofo greco Aristotele aveva affermato come “Questi Ebrei sono derivati dai filosofi indiani; sono chiamati dagli indiani Calani” (Libro I, 22), così lo stesso Clearco di Soli, filosofo greco del IV-III secolo a.C., sosteneva: “gli Ebrei discendono dai filosofi dell’India. In India i filosofi sono chiamati Calaniani e in Siria sono detti Ebrei. Il nome della loro capitale è molto difficile da pronunciare. Si chiama Gerusalemme”.
Stessa affermazione si ritrova anche in Megastene, diplomatico, storico e geografo greco antico, vissuto anch'egli tra il IV-III secolo a.C., il quale sosteneva la stessa tesi: “… fu mandato in India da Seleuco Nicator circa trecento anni prima di Cristo. I suoi racconti stanno trovando ogni giorno nuove conferme da nuove ricerche. Egli dice che gli Ebrei erano una tribù o setta indiana, chiamata Kalani…” (Godfrey Higgins, Anacalypsis, vol. I, p. 400).
Anche il più vicino a noi Voltaire, era dell’opinione che Abramo fosse il discendente di qualcuno dei numerosi sacerdoti brahmani e che, lasciando l’India per un qualche motivo, diffuse poi i loro insegnamenti nel Mondo, come similmente dal XIX secolo in poi, molti maestri indiani cominciarono a fare nuovamente in Occidente, diffondendo i loro insegnamenti. Si deve, però, al formidabile ricercatore inglese Godfrey Higgins, e al suo immenso libro Anacalypsis, il primo tentativo di disvelare questo antico e quanto mai affascinante mistero.
I Magi persiani, definivano la loro religione Kesh-î-Ibrahim, perché essi attribuivano i loro libri religiosi ad Abramo, che si diceva “li avesse portati dal Cielo”, ed infatti nella più tardiva tradizione apocrifa, nell’Apocalisse di Abramo, viene proprio descritta l’ascesa del nostro patriarca proprio nell’alto dei cieli, come similmente accade anche per Enoch, Ezechiele, Elia, e molti altri.

«Avvenne all'ora del tramonto. C'era fumo, fumo come quello che esce da una stufa. Mi condusse fino al limite delle fiamme. Quindi salimmo, come trasportati da molti venti, verso il cielo, che pareva poggiare sopra il firmamento. Nell'aria, dall'altezza che avevamo raggiunto, vidi una luce fortissima, impossibile da descrivere, e nella luce un fuoco violento e all'interno una schiera di figure poderose, le quali gridavano parole che io non avevo mai udito. […]  Io, però, avrei desiderato di ricadere in basso, sulla Terra; l'alto luogo in cui eravamo a volte se ne stava diritto, a volte si rigirava, capovolgendosi... […] L’Altissimo disse: “Osserva dunque dall'alto le stelle che si trovano sotto di te...» (Frammenti tratti dall’Apocalisse di Abramo, 70-150 d.C.)

Sostenevano anche che fosse arrivato dalla Bactria[7], una regione montagnosa situata a metà strada sul percorso verso l’India, essendo la Bactria o Battriana (una regione dell’antico Afghanistan), nome in greco antico di un territorio situato tra l'Hindu Kush (l'antico Caucasus Indicus) e l'Oxus (ora Amu Darya). La Battriana confinava ad est con l'antica regione di Gandhāra nel subcontinente indiano, la cui lingua era di origine iranica della sottofamiglia indoaria delle lingue indoeuropee. Si pensa che fu in queste terre, dove il fertile terreno del paesaggio montagnoso è circondato dal deserto Turaniano, il profeta Zoroastro predicò e si guadagnò i primi adepti[8].
E questa regione, probabilmente, fu anche la sede della germinale nazione ebrea, denominata Juhuda o Jaguda, detta anche Ur-Jaguda. Ur significava “il luogo” o “la città”, di conseguenza, nella Bibbia, era corretto dichiarare che Abraham era venuto da “Ur dei Caldei” (Ur Kasdim), seppure “Caldeo[9], più correttamente possa derivare dal sanscrito “Kaul-Deva”, titolo di un’antica casta sacerdotale indù di brahmani, che viveva nella zona ora compresa tra l’Afghanistan, il Pakistan e lo stato indiano del Kashmir. Del resto, non è un caso che gli Afgani (sia i Pashtun che i Kashmiri) pongano le loro stesse origini leggendarie in una non meglio specificata “Tribù Perduta d’Israele”, pur non considerandosi ebrei, in quanto convertitisi, nel frattempo, all’Islam.
Ebrei, Persiani ed Arabi, perciò, sostenevano di discendere da Abramo e dal suo popolo, così come secoli e secoli più tardi, furono i primi Gesuiti missionari che arrivati in India, notarono la somiglianza tra Abramo=Braham e la sorella e moglie Sara=Sarasvatī. E le anomalie non terminano qui, perché in India, un affluente del fiume Sarasvatī, ad oggi ancora presente al posto del suo corso riconvertito a canale, era ed è il fiume Ghaggar, o Ghagghar, che nasce nell'India settentrionale. sui monti Siwalik (o Shiwalik). Ebbene, secondo la tradizione biblica, Hagar era il nome di una serva di Sara, seppure i mussulmani sostengano sia stata una principessa egiziana, e che trova così un suo corrispettivo geografico sempre in un fiume.
Abbiamo quindi Ghaggar, Hakra e Hagar[10] ma le similitudini più sconcertanti le si riscontrano anche con i nomi dei figli di Abramo, Isacco ed Ismaele, di chiara derivazione sanscrita, in quanto l’ebraico Ishaak deriverebbe dal sanscrito Ishakhu e che significa “Amico di Shiva”, mentre Ishmael sarebbe l’indiano Ish-Mahal, che significa “Grande Shiva”. Una terza versione della sua storia, lo assimila addirittura con Noè: “Così disse il signore Dio d’Israele, i vostri padri abitavano anticamente dall’altro lato dell’inondazione, Even Terah, il padre d’Abramo e il padre di Nachor; ed hanno servito altri Dèi. Ed ho preso vostro padre Abramo dall’altro lato dell’inondazione e l’ho condotto per tutta la terra di Canaan.” (Giosuè, 24,2-3)
Storicamente sappiamo che da dopo il 2000 a.C. quasi tutte le popolazioni che vivevano lungo il corso del fiume Indo e del Sarasvatī, migrarono dal nord dell’India dopo che una calamità naturale devastò quei territori, cambiarono persino i corsi dei fiumi, o come per il Sarasvatī, prosciugandolo. Il geografo classico Strabone, secoli più tardi, quando si trovò li in viaggio, sosteneva di quanto l’abbandono dell’India nord-occidentale fosse stato quasi totale: “Aristobolo dice che, quando egli fu inviato in India per una certa missione, vide un paese di più di mille città, insieme ai villaggi, che erano stati abbandonati perché l’Indo aveva abbandonato il proprio letto naturale.” (Strabone, Geografia, XV, I.19)

«… in nessun caso simile sono accaduti eventi carichi di conseguenze di tale importanza, come negli eventi successivi alla grande guerra religiosa che, per un lungo periodo d’anni, infuriò in lungo e in largo per l’India. Quel confronto si concluse, poi, con l’espulsione di ampi gruppi di popolazione; molti dei quali esperti nelle arti e civilizzati e molti di più guerrieri di professione. Stretti a nord dalle montagne himalayane, e bloccati verso sud a Ceylon, la loro ultima fortezza, invasero la Valle dell’Indo ad ovest, e questi loro spostamenti generarono i germi delle arti e delle scienze europee. La vigorosa marea umana passò la barriera del Punjab e si diresse verso l’Europa ed il resto dell’Asia, per compiere la propria missione nell’evoluzione morale del mondo. L’ampiezza del movimento migratorio era così grande, il cambiamento dei nomi così completo e le informazioni - che abbiamo da parte dei Greci riferite in modo talmente fuorviante, che nulla di meno di una negligenza totale dei principi teoretici e la risoluzione della ricerca indipendente, hanno dato la minima probabilità di chiarimento di tale mistero.”» (Edward Pococke[11])

Del resto, quella che noi usualmente chiamiamo India, in realtà si chiama Bhārat Gaṇarājya, e il termine Bhārat o Bharata, indica non una nazione, ma una collezione di nazioni. Infatti, nella mitologia induista, Bharata fu il leggendario imperatore e fondatore dell’omonima dinastia, antenato dei Pandava e dei Kaurava. La sua storia prima raccontata nell'Adi Parva del Mahabharata, in cui egli è il figlio di Dushyanta e Shakuntala, narra che Bharata conquistò tutta la Terra e il Mondo di sopra e raggiunse la cima del "Monte Meru" (il Centro del Mondo), dove posizionò una bandiera. Ma una volta raggiunta la cima, vide numerose altre bandiere di conquistatori del Mondo che lo avevano preceduto, dopodiché raggiunse il Nirvana.
Pertanto, questo Abramo, con la moglie Sara, dopo aver lasciato la Valle dell’Indo, e dopo essere arrivati nel territorio Battriano, a quanto pare ripartirono perché nella Bibbia, è raccontato che incontrarono, ad un certo punto del loro cammino, un Re-Sacerdote, il misterioso Melchisedec. Melchizedek o Malki-tzédek, dal significato di "Il mio Re è Giusto" o “Re di Giustizia[12], (in ebraico standard Malki-ẓédeq / Malki-ẓádeq, ebraico tiberiense Malkî-ṣéḏeq / Malkî-ṣāḏeq), a volte scritto Malchize-dek, Melchisedech, Melchisedek, Melchisedeq o Melkisedek, è una figura emblematica quanto mai atipica in tutto l'Antico Testamento, della Tanakh o Bibbia ebraica, identificato come re del Regno di Salem, che alcuni hanno ritenuto essere, erroneamente, l’antica Gerusalemme, sacerdote dell’altissimo Elyon Elohim, e secondo l'esegesi ebraica assimilabile ad un figlio di Noè, Shem (Sem).
La figura di Melchisedec appare nel libro della Genesi 14,18: «17 Quando Abram fu di ritorno, dopo la vittoria su Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sodoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. 18 Intanto Melchisedec, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo 19 e benedisse Abramo con queste parole: "Sia benedetto Abramo dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, 20 e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici". Abramo gli diede la decima di tutto
Abramo, quindi, rispettava questo sovrano considerandolo un suo superiore, seppure questi non appartenesse al suo popolo (o a quello “Ebraico”). Una storia singolare di questa figura ci perviene dal Secondo Libro di Enoch, un apocrifo dell’Antico Testamento, in un passo che contiene una vera e propria Esaltazione di Melchisedec, in cui si racconta la sua nascita da una donna sterile e anziana di nome Sofonima (o Soponima); anche in questo caso, non rammentare la storia della moglie di Abramo, Sara, anch’essa sterile, e che gli darà un figlio da anziana, sarebbe da ciechi.
Comunque sia, essa era moglie di Nir, un fratello di Noè, ed era rimasta incinta miracolosamente, dopo che con il marito non poteva avere rapporti. La donna, però, morì prima di mettere al mondo questo bambino, e prima che Nir la seppellisse, Melchisedec venne fuori dal corpo della madre già sviluppato come un bambino di tre anni, capace già di parlare. Dopo 40 giorni, l’Arcangelo Gabriele comparve a Nir e gli disse che avrebbe portato il bambino nel Giardino dell’Eden, salvandosi così dalle acque del Diluvio Universale, in modo da poter ritornare sulla “Terra” a tempo debito. Il fatto è che un sovrano o gran principe, visse proprio in quello che anticamente fu uno dei “Giardini del-l’Eden”, proprio nella regione caucasica-iraniana, e il suo nome fu quello di Melik-Sadaksina.
Principe, mago[13] e, si dice, gigante spirito, era il figlio di un re dei Kassiti. Ora, questi Cassiti o Cossei, furono una popolazione che risiedeva sui monti Zagros (l’odierno Iran), e che all’inizio del XVI secolo a.C. invasero il regno di Babilonia. Probabilmente non indoiranici, furono comunque governati da un’aristocrazia di questo ceppo genetico. Questo popolo, poi, estese la sua egemonia sino in Caldea, dove si trova anche la città di Ur e che storicamente è indicata essere la patria di Abramo, nel sud della Mesopotamia. La dinastia cassita regnò sulla Mesopotamia fino al 1155 a.C., quando si scontrò con gli Assiri e fu sconfitta infine dagli Elamiti.
Adoratori degli stessi Dèi mesopotamici, praticavano anche straordinarie arti divinatorie e magiche, che poi furono da loro diffuse ad altri popoli, parlavano l’accadico, ma si svilupparono sui Monti Zagros, quasi sicuramente venendo influenzati o essendo originari di un ramo di una delle tante popolazioni della Valle dell’Indo, e da li trasmigrate. I Monti Zagros, ancora oggi sono una delle catene montuose tra le più estese tra l’Iraq e l’Iran, con una lunghezza totale di 1500 km, che dal Kurdistan arrivano sino al Golfo Persico[14].
Molte leggende avvolgono questi affascinanti monti, i Curdi sostengono di essere lì nati, come anticamente, esisteva un passo montano, denominato “Porta Persiana”. Come non ravvisare, da tutti questi elementi, il ruolo spirituale di Melchisedec o Melik-Sadaksina, che in lui vedevano il guardiano della soglia, il traghettatore verso il “Mare interno dell’Anima”, o il perno, o il “Polo Spirituale del Mondo”? Del resto, questa antica popolazione eretica brahaminica o abramitica, dal nord-ovest dell’India, e poi dal sud dell’Afghanistan, si sparse in tutto il Mondo: Mesopotamia, Canaan (Palestina), Egitto, antiche Grecia e Roma, e nei secoli più recenti anche nel sud-est asiatico, le Americhe, divenendo effettivamente la patria putativa di una “Moltitudine di Popoli”.



[1] Esiste anche una speculare discendenza di Caino composta da: Enoch, Irad, Mecuiael, Metusael e Lamech, quest'ultimo padre dei mitici Iabal, Iubal e Tubalkain
[2] L’aplogruppo Q si può trovare in maniera preponderante nella Siberia centrale, nell’Asia Centrale, e tra i Nativi americani (al 90% appartengono a questa linea gli Amerindi precolombiani). In Europa è scarso, e può essere trovato nella Svezia meridionale, tra gli Ebrei aschenaziti e in alcune sacche isolate di Savoia, Sicilia, ed Europa orientale. Si presume sia apparso tra i 22/17.000 anni fa in un’area compresa tra l’India e la Siberia.
[3] Incerte forme, quali, ad esempio, "A-ba-am-ra-ma", "A-ba-ra-ma" e "A-ba-am-ra-am" sono presenti solo in alcuni testi in lingua accadica risalenti al XIX secolo a.C.
[4] La definizione di rama nel dizionario italiano è ramo, nello specifico è quello secondario che si diparte dal ramo principale e porta le foglie e i frutti, così come da un capostipite si è diramata la formazione di un popolo.
[5] Come non notare, ancora una volta, la correlazione tra la storia ebraica e quella azteca. La parola Messico, ad esempio deriva da Mēxihco, nome con il quale gli Aztechi designavano la loro capitale. Ci sono diverse ipotesi circa il significato della parola Mēxihco e un'etimologia proposta suggerisce che potrebbe essere interpretato come "luogo [dove vive] Mēxitli o Mēxtli", un nome della divinità della guerra degli Aztechi. Un'altra corrente individua le parole metztli (luna), xictli (centro) e -co (in, il posto): in questo modo il nome Messico significherebbe "Nel Centro della Luna" o "Nel Centro del Lago della Luna", tuttavia quest'ultima interpretazione è scarsamente riconosciuta.
[6] Ad oggi è ancora la più famosa e popolare manifestazione del Dio Supremo per una grande maggioranza dei 900 milioni di induisti in tutto il Mondo, incluse le nazioni del Sud-est asiatico come Thailandia, Malesia, Indonesia, Myanmar e Cambogia.
[7] I Battriani sono una delle linee ancestrali dei Tagichi dell'Asia centrale così come forse dei Pashtun. Alcuni storici ritengono che il nome moderno Tajik sia da collegarsi a Ta-Hsia, in nome in cinese antico della regione, così come fu in origine una provincia dell'Impero Persiano nell'Asia centrale.
[8] Il linguaggio sacro in cui è scritto l'Avestā, il libro sacro degli Zoroastriani, era una volta denominato "Vecchio Bactriano".
[9] Secondo altri ricercatori, Abramo era originario di Ur (lingua sumera: Urim), antica città della bassa Mesopotamia, situata vicino all'originale foce del Tigri e dell'Eufrate, sul golfo Persico. A causa dell'accumulo di detriti, oggi le sue rovine si trovano nell'entroterra, nell'odierno Iraq, 15 chilometri a occidente dell'attuale corso dell'Eufrate vicino alla città di Nasiriyah (Governatorato di Dhi Qar), a sud di Baghdad. Oggi è chiamata Tell el-Mukayyar.
[10] Interessante che un nome simile si ritrovi anche nel Nord Africa, nel cuore del deserto del Sahara, nel sud dell’Algeria, dove si trova il Massiccio dell’Ahaggar. Prende il nome dalla popolazione che tradizionalmente vi abita, i misteriosi Tuareg Kel Ahaggar. L'intera regione ha un'altitudine media superiore ai 900 metri sul livello del mare, e la cima più alta è il monte Tahat, al centro dell'Atakor. Esso culmina a 2918 metri di altitudine, ed è anche la vetta più alta dell'Algeria.
[11] Edward Pococke, o Pocock, (1604-1691) è stato un biblista, orientalista ed ebraista inglese.
[12] Alcuni studiosi interpretano tzèdeq come il nome di una divinità; Tzèdeq, in ebraico, è inoltre anche il nome del pianeta Giove
[13] In Kashmiri e in Sanscrito, Sadak = “una persona con poteri magici e soprannaturali”, così come un certo Zadok (Sadak?) era anche un sacerdote con doti soprannaturali, che unse Salomone.
[14] Il punto più alto dei Monti Zagros è il Zard Kuh con 4.548 metri.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 12, 12.3 - L’Epopea di un popolo, quello Ebraico

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