"L'Influenza di Orione" di Federico Bellini

Uno dei libri più noti del ricercatore italiano, Mauro Biglino[1], porta un titolo emblematico, Il Dio Alieno della Bibbia. Seppure non abbia mai tentato di capire la provenienza di questo “Alieno”, e nonostante le varie sollecitudini da parte di altri studiosi o tra i suoi lettori, è giunto infine ad una interessante ipotesi e che, in parte, potrebbe spiegare la provenienza di questa presunta stirpe di dominatori Extraterrestri.

«C'è un'indicazione del termine Nephilim, un termine plurale, che indica però una razza diversa rispetto a quella degli Elohim. Il termine Nephilà al singolare, in aramaico, indica la Costellazione di Orione. Questo mi fa venire in mente quello che c'è scritto nei testi vedici, dove si parla di una possibile provenienza di questi qui da una zona vicino alla Stella Betelgeuse, che corrisponde alla spalla destra della Costellazione di Orione, una zona che veniva chiamata Mrigashira - ovvero, testa d’antilope - perché il cacciatore Orione se la portava sulla spalla destra. Quindi ci sarebbe una corrispondenza tra dei possibili Orioniani, diciamo così, o comunque provenienti da quella parte del cielo, in-dicati dal termine Nephilim, e almeno una parte di quegli altri che in Oriente dicevano provenire dalla stessa porzione di cielo. È solo un'ipotesi, ovviamente. Tra l'altro Betelgeuse - ed è una cosa molto curiosa - deriva dall'arabo Ibn al-Jawzā. Ma Beth El significa Casa di El, cioè Casa dell'Elohim. Chissà...»

Gli ebrei conoscevano le Pleiadi come Stelle del Mattino, mentre le Sette Stelle di Orione erano denominate le Stelle della Sera. Entrambi i termini sono più volte menzionati in numerosi passaggi della Bibbia, sia nell’Antico come nel Nuovo Testamento, e sovente sempre coniugate al plurale (quindi intese come una moltitudine di Stelle).

«Quando le stelle del mattino cantavano tutte insieme e tutti i figli di DIO mandavano grida di gioia?» (Giobbe 38:7)

Per gli antichi ebrei, le Pleiadi erano quelle Stelle in grado di indurre le piante del raccolto a generare e a secernere la linfa in primavera, necessaria per riportarle in vita e crescere; Orione, per contro, era la Costellazione alla quale era attribuito il potere di arrestare il processo di secrezione della linfa delle piante, e trattenerla al loro interno durante l’autunno e l’inverno. Pertanto, vedevano grazie all’influenza di queste Stelle la potenza del Signore, poiché era Lui che aveva creato sia le Pleiadi che Orione, affinché avessero quel preciso incarico sul nostro pianeta.

«Puoi tu unire e legare assieme le Pleiadi, o sciogliere la cintura di Orione?»  (Giobbe 38:31)

La Bibbia si riferiva ai corpi celesti come portatori di segni da parte dell’Onnipotente, ma ne proibiva in ogni caso l’adorazione, o anche l’averne un’eccessiva considerazione; addirittura nell’Antico Testamento viene persino menzionata la pena di morte nei confronti di chi adora le Stelle. Non è da escludere che il disinteresse occidentale, specie giudaico-cristiano per le faccende celesti che per secoli, sino al Rinascimento, attanaglierà l’Occidente, sia dovuto a questo ordine dall’alto, che costringeva l’Umanità ad occuparsi delle sue faccende meramente terrestri e quotidiane, rispetto a quelle che avvenivano nelle più alte sfere, regioni di esclusivo appannaggio del divino.

«Se, contemplando il sole che risplendeva e la luna che procedeva lucente nella sua corsa, il mio cuore, in segreto, si è lasciato sedurre e la mia bocca ha posato un bacio sulla mano (misfatto anche questo punito dai giudici, perché avrei difatti rinnegato il Dio che sta lassù).» (Giobbe 31:26-28)


Tuttavia, la Bibbia presenta un sorprendente numero di riferimenti ai vari Segni del Cielo, sia l’Antico che il Nuovo Testamento presumono, in ogni caso, che ciò che avviene lassù sia di estrema importanza e che certi fenomeni potrebbero essere dei messaggi riguardanti eventi che qui accado-no; si pensi alla Stella cometa apparsa ai Magi durante la nascita di Gesù. Gli studiosi ritengono che il Libro di Giobbe sia il testo biblico più antico (o tra i più antichi), dunque è di estremo interesse scoprire che in questo testo si parlava con rispetto delle Stelle e delle Costellazioni, affermando che era stato Dio a collocarle lì dove si trovano, facendo così riferimento alle stesse Costellazioni che conosciamo oggi. E se prendiamo in considerazione altre antiche opere letterarie, oltre alla Bibbia, ci appare evidente di poter affermare che la configurazione di queste Costellazioni, e di ciò che rappresentano, risalga a tempi molto più anteriori di qualsiasi antico testo esistente e di qualsiasi civiltà del nostro passato.

«Egli (Dio) ha fatto le Pleiadi e Orione, muta l'ombra di morte in aurora e rende il giorno oscuro come la notte...» (Amos 5:8)

Nel libro di Giobbe, il protagonista attribuisce a Dio la creazione delle Costellazioni.

«È il creatore dell’Orsa [Ursa Major] d’Orione, delle Pleiadi, e delle misteriose regioni del cielo australe.» (Giobbe 9:9)

Anche nel capitolo 38, sempre di Giobbe, Dio dice più o meno la stessa cosa. È Lui, non l’uomo, unico Sovrano del Creato, in particolare delle Costellazioni.

«Puoi tu stringere i legami delle Pleiadi, o potresti sciogliere le catene d’Orione? Puoi tu, al suo tempo, far apparire le costellazioni…» (Giobbe 38:31-21)

Altri autori biblici, in decine di altri passi, affermano persino che è stato Dio ad aver così disposto le Stelle nel Cielo.

«Levate gli occhi in alto e guardate: Chi ha creato queste cose? Egli le fa uscire e conta il loro esercito, le chiama tutte per nome; per la grandezza del suo potere e per la potenza della sua forza, non ne manca una.» (Isaia 40:26)

Così come colpiscono diversi passi scritti, sempre su questo tema, da Davide, figlio di Iesse. Egli è una figura di spicco della Bibbia, valoroso guerriero, amato e riverito sovrano, a sua volta profondamente devoto verso Dio, estremamente intelligente, poetico, scrittore di buona parte del Libro dei Salmi ed alcuni dei più bei passi della Scrittura; fra questi, il Salmo 19, in cui magnifica l’opera di Dio nelle Stelle, e dove egli dice che esse portano un messaggio.

«I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani. Un giorno rivolge parole all’altro, una notte comunica conoscenza all’altra. Non hanno favella, né parole; la loro voce non s’ode, ma il loro suono si diffonde per tutta la Terra, i loro accenti giungono fino all’estremità del mondo…» (Salmi 19:1-4)

Davide sosteneva che le Stelle comunicano e che è lecito ricercare dei segni negli astri, come ad esempio avviene in Deuteronomio.

«… alzando gli occhi al cielo e vedendo il Sole, la Luna, le Stelle, tutto l’esercito celeste, tu non ti senta attratto a prostrarti davanti a quelle cose e a offrire loro un culto, perché quelle sono le cose che il SIGNORE, il tuo Dio, ha lasciato per tutti i popoli che sono sotto tutti i Cieli.» (Deuteronomio 4:19)

Svariate volte, nella Bibbia, il popolo ebreo ignora questo avvertimento, perché invece di guardare alle Stelle per riconoscerne i segni, spesso sono finiti oltre la linea proibita del Cielo, ritenendo che esse influenzassero le vicende umane, iniziando così a adorare le cose create invece del loro Creatore. Nel secondo Libro dei Re, nel capitolo 23, il re Giosia, guida persino un risveglio nella Spiritualità degli Ebrei e un ritorno a adorare soltanto Dio, dopo che essi si erano persi nei meandri dell’astrologia, alla stregua di veri e propri Magi persiani, e che avevano portato sin dentro il Tempio.

«Il re [Giosia] ordinò al sommo sacerdote Chilchia, ai sacerdoti del secondo ordine e ai custodi della porta d’ingresso, di togliere dal tempio del SIGNORE tutti gli arredi che erano stati fatti… per tutto l’esercito celeste, e li bruciò fuori di Gerusalemme…» (2 Re 23:4)

Nonostante questi divieti, profetiche sono le parole di Gesù, quando nel Vangelo di Luca, dice:

«Vi saranno segni nel Sole, nella Luna e nelle Stelle…» (Luca 21:25)

Il gigantesco cacciatore Orione (Orion, Orionis), figlio di Poseidone, accompagnato dai due cani, il Cane Maggiore e Minore che sempre lo seguono, viene sovente raffigurato con la spada appesa alla cintura, mentre brandisce una clava con la mano destra, mentre con la sinistra regge una pelle di leone che utilizza come scudo. Orione è una Costellazione che padroneggia nel cielo invernale sino all’inizio della Primavera, ed è in assoluto la più grande e la vistosa del Cielo, anche grazie ad un gran numero di Stelle brillanti; per la sua posizione, nei pressi dell’equatore celeste, è visibile in entrambi gli emisferi.
La Stella più brillante della Costellazione è Rigel (dall'arabo rijl, cioè "piede", oppure Rig[2]- El[3]), la Settima Stella in ordine di luminosità, anche se erroneamente viene chiamata Beta. Alfa infatti è la celebre Stella Betelgeuse e che corrisponde alla spalla destra del cacciatore, ed il suo nome, sempre di origine araba (ibt al jauzah), significa "ascella del gigante" o, come sostiene Mauro Biglino, Beth El, in ebraico, significa Casa di El, cioè Casa dell'Elohim. La spalla sinistra, invece, è Bellatrix, da latino “la guerriera”, mentre la testa è Meissa occasionalmente chiamata Saiph, con un nome di derivazione araba, che significa “spada del gigante”, è invece è la Stella Kappa Orionis, anche definita dagli antichi “la gamba destra del gigante”. Saiph è anche il nome di un’ulteriore Stella, Sigma Orionis, che indica la spada di Orione; la celebre cintura, infine, è formata da tre note Stelle allineate: Alnitak, Alnilam e Mintaka.
Orione è il figlio di Poseidone, Dio del Mare (o dell’Oceano Universale), e di Euriale, figlia del re Minosse. Orione acquisì dal padre la capacità di muoversi sulle acque, ed era così alto che riusciva a camminare sul fondo del mare tenendo la testa fuori dall'acqua (o dall’emisfero terrestre settentrionale o boreale); si dice fosse anche un bravo cacciatore ed era molto amato dalle donne, tanto che secondo il Mito fu la causa della sua morte, avendo suscitato l’ira di un Dio, geloso del suo successo con il gentil sesso.

Secondo un’altra leggenda, Orione si innamorò di un gruppo di Ninfe, le Pleiadi, rappresentate nel cielo dall’omonimo ammasso stellare della confinante Costellazione del Toro, in quanto a causa della rotazione terrestre, Orione sembra letteralmente rincorrerle. Secondo la mitologia, le Sette figlie di Atlante e di Pleione, generate sul monte Cillene in Arcadia, mentre si trovavano in Beozia con la madre, incontrarono il cacciatore che, innamorandosi di tutte loro, le inseguì per quasi cinque an-ni, finché le Sette Sorelle non si mutarono dapprima in colombe, poi in Stelle, così come nel cielo sembrano da lui inseguite insieme dai suoi due cani. Un giorno il gigante si recò sull’isola di Chio, dove chiese al re Enopione la mano della figlia Merope, e lui acconsentì a patto che prima, Orione, uccidesse tutte le belve (le razze o civiltà rivali) che infestavano il regno; nonostante Orione riuscì nell’impresa, il re non onorò la sua promessa.
Orione, infuriatosi, dopo essersi ubriacato violentò la giovane Merope, e il re sconvolto lo fece accecare e lo bandì da Chio, seppure il gigante riuscì a fuggire e raggiungere Lemno, dove chiese al giovane Cedalione, aiutante nella fucina di Efesto, di mettersi sulle sue spalle e di guidarlo ad o-riente, dopo che un oracolo gli aveva predetto che avrebbe riacquistato la vista andando incontro al Sole nascente (nel nostro Sistema Solare); e così avvenne. Giunti a destinazione, i miracolosi raggi del Sole all’alba gli restituirono la vista, ma il Sole e l’Aurora, alla vista del cacciatore s’invaghirono di lui ed il loro dio Apollo, furioso, tramò un inganno. Invitò la sorella Artemide (Diana, Dèa della Caccia), anche lei innamorata di Orione, ad una gara di tiro con l’arco e le indicò come bersaglio, nel mare, un grosso pesce scuro così lontano da non poterne riconoscere l’identità. La Dèa colpì mortalmente il bersaglio ma, avvicinandosi, ella scoprì che il pesce era in realtà il proprio amato cacciatore (che nuota nell’Oceano Universale ma diviso a metà dall’equatore celeste), che stava nuotando nei paraggi; distrutta dal dolore, Artemide stessa lo immortalò tra le Costellazioni[4].

Un’altra variante del mito, vede Zeus ed Ermes (il Padre degli Dèi e il suo/loro Messaggero) nelle sembianze di due viandanti che, presentandosi alla casa di un vecchio contadino, esaudirono il suo desiderio di avere un figlio, in cambio di ospitalità e di potersi sfamare con l’unico bue che gli era rimasto. Dopo l’olocausto dell’animale, i due Dèi dissero al vecchio di portare davanti a loro la pelle dell’animale di cui si erano appena nutriti, vi sparsero il loro sperma (sembra anche che vi urinarono sopra) ed infine gli ordinarono di seppellirlo. Dalla terra, poi, nacque un bambino che Ireo, il vecchio, chiamò Urione (dal verbo greco ourein, che significa oltre ad “urinare”, anche “spargere il liquido seminale”). Insomma, gli Dèi utilizzarono il loro sperma e i propri escrementi (o scarti genetici) per creare una nuova creatura, proprio come similmente, anche J.R.R. Tolkien fa trasparire nel suo romanzo, “Il Signore degli Anelli”, quando appaiono per la prima volta gli Uruk-hai[5].

«... Siamo noi gli Uruk-hai lottatori! Siamo stati noi ad uccidere il grande guerriero, noi a prendere i prigionieri. Noi siamo i servitori di Saruman il Saggio, la Bianca Mano: la mano che ci dà carne u-mana da mangiare. Siamo venuti da Isengard e vi abbiamo guidati fin qui, e saremo noi a scegliere la via del ritorno che più ci piace. Io sono Uglùk. Ho parlato.» (Il Signore degli Anelli, Le due torri - J.R.R. Tolkien)

Nei romanzi di Tolkien, gli Uruk-hai sono una razza di Arda, l’Universo immaginario creato dallo scrittore inglese, e sono una particolare razza di Orchi della Terra di Mezzo. Appaiono durante la Terza Era servendo Sauron, seppure sia attribuita la loro creazione allo stesso stregone bianco, Saruman, avendone creato una ulteriore variante, rendendoli più alti, resistenti, di carnagione bruna, con gli occhi obliqui, aventi grandi mani e gambe massicce. Difatti, Aragorn, non riuscì a determinarne la razza quando li vide per la prima volta alle pendici di Amon Hen, Barbalbero ipotizzò che Saruman, per crearli, avesse incrociato Orchi ed Umani, con una probabile mistura di terra, fango (o scarti genetici di altre razze); secondo altri erano mezzi-orchi o uomini-goblin.

«Gli Hobbit rimasero con gli Isengardiani: una banda scura e tetra, un'ottantina di grossi orchi dalla carnagione nera e con occhi obliqui, muniti di grandi archi e di corte spade con lama larga.» (Il Signore degli Anelli, Le due torri - J.R.R. Tolkien)

Gli Uruk-hai sono, insomma, guerrieri d'élite, creati ai soli fini bellici, dato che posseggono resistenza e forza maggiori rispetto ai comuni orchi. Acquistano un ruolo importante quando Saruman, li crea con lo scopo di creare un suo personale e potentissimo esercito, in grado di distruggere il popolo di Rohan, e poi di deporre Sauron dal suo ruolo di Oscuro Signore. Infatti, le analogie con l’antica Mesopotamia sono molteplici, tra le quali ricordiamo la rielaborazione della figura mitologica sumera, Uru-anna, o "Luce del Cielo", dove la somiglianza fonetica ne sarebbe la conferma. Intorno a questo termine si sono sempre mossi degli interessi mitologici di non poco conto che lega il sumerico (Ku) o KUR uruarauwannas, ellumo o Elam in accadico, Arawannis che in lingua Hittita significa libero o nobile, o persino tra gli Swahili, dove la parola libertà è proprio uhuru[6]. Ma Ahura significa anche Sole (e Libertà), così come Ahura Mazda è una delle divinità principali del pantheon zoroastriano, similmente a Varuna della Valle dell’Indo (Uru-w-an o Uru-anna), l’Orione o la “Luce del Cielo” della Sumeria che uccise il Toro Gutana e dove il Mito di Mitra (che uccide il Toro), incarna il Dio Sole, antenato dei popoli curdi e dravidici. Ma Orione oltre ad essere la Luce del Cielo era anche l’Angelo della Morte, la peste e la malattia, che proviene dagli Inferi, o dal Kur, l’Inferno. Fu così che in Egitto, Orione divenne l’Osiride, signore dei morti, e sua moglie Bellil-illi o Ianna, Arinna per gli Hittiti e i Mitanni, la Iside, ed Horus loro figlio (o reincarnazione del Sole), Dumuzi o Tammuz.
Così come il Trita Âptya (“il figlio delle acque”, del resto Orione era figlio di Poseidone), uomo-eroe, protetto del dio indiano Indra, sarebbe anche il Tistrya, Principe del Cielo che diverrà poi il Mîkhā'ēl in greco antico (“Chi è come Dio”) letto Mikhaḗl, Michahel in latino, Mīkhā'īlo in arabo, o il Michele cristiano, così come Ahura Mazda diverrà il Shamash babilonese. Ma da Trita Âptya si arriva anche a Tistrya che il credo zoroastriano venerava come la Stella, la quale appariva il decimo di agosto di ogni anno, ispirandone il culto. Tistrya, era anche visto come un Angelo dei Cieli Immobili che governava le greggi dei mortali, si dice che risiedeva su Sirius (Sirio), e che quella Stella fu poi a lui intitolata; in seguito i mortali iniziarono a adorarla dimenticando la leggenda dei loro antenati.

Ed è così che nei meandri mitologici della nostra storia, Trita Aptya (Indra) e Tistrya (Asura-Varuna), si confonde con la Cintura di Orione dove brillano le Tre Stelle del Re, conosciute da tempo immemorabile dai marinai e i contadini, fino ad arrivare al Principe del Cielo, il Michele giudaico-cristiano, il san Michele che scaglia la sua spada sfolgorante contro i Demoni, che è lo stesso Tistrya persiano “a capo delle Stelle contro i Pianeti.
Fatto sta che in tutte le leggende che si riferiscono a certi miti o Costellazioni, come quella del Toro o di Orione, si arrivi a menzionare parti anatomiche amputate, come braccia, gambe, testicoli, etc.
L’Orsa Maggiore, ad esempio, è la coscia di un Toro, e il Toro Zodiacale rimase orribilmente sfigurato tanto che ve ne sussiste poco più della metà, ed ancora più curioso è il fatto che in epoca tardo egizia, l’Orsa, seppure raramente, diventi una coscia di Ariete, mentre nello Zodiaco circolare di Dendera, ritroviamo un Ariete seduto su quella celeste zampa che rappresenta sempre l’Orsa, ma con lo sguardo rivolto all’indietro, proprio come si addice all’Ariete Zodiacale tradizionale. Insomma, appena sotto la superficie, vi scorgiamo un insistente associazione di idee, dove ad uno strano assortimento di personaggi è attribuita la responsabilità della nostra stessa Via Lattea, la nostra Galassia[7]. Dèi, uomini, eroi, animali, etc., abbondano in quel sentiero già usato al tempo della “Creazione”, ma quello che ci sconcerta ancora oggi è dove andarono a finire tutti coloro che abbiamo citato, e gli altri non ancora presi in considerazione, quando il Mito divenne solo una fiaba? Dipende, forse, da dove erano partiti, e seppure spesso non sia così facile determinarlo, è ravvisabile comunque nella loro “caduta”, o disfatta, una ben precisa direzione.

«I Giganti chiamarono in aiuto Hackelberg (Odino in veste di Cacciatore Feroce). Questi suscitò una tempesta e portò un mulino nella Via Lattea, che da allora si chiama Via del Mulino.» (Tradizioni popolari della Westfalia)



[1] Mauro Biglino (1950) è un saggista e studioso italiano di storia delle religioni, ha collaborato come traduttore di ebraico biblico ad un progetto editoriale delle Edizioni San Paolo curato da Piergiorgio Beretta, eseguendo la traduzione interlineare di diciassette libri del testo masoretico della Bibbia, ovvero i 12 Profeti minori e le 5 Meghilot, traduzioni raccolte nei due volumi I profeti minori e I cinque Meghillôt. Mauro Biglino è noto per lo più come autore di libri sulla Bibbia in cui da un lato contesta l'attendibilità della stessa, mentre dall'altro desume da essa ipotesi inseribili nel filone del neoevemerismo, della paleoastronautica e del creazionismo non religioso; è inoltre coautore di fumetti basati sui suoi libri. Ha interpretato sé stesso in Creators: The Past, film non ancora uscito che vede la partecipazione di Gérard Depardieu e Bruce Payne.
[2] Ríg o Rígr è una divinità norrena descritta nell'Edda poetica come "vecchio e saggio, potente e forte" (norreno Rígsþula - Canto di Ríg, analogamente come ai Rig-Veda indù). L'introduzione in prosa racconta che Ríg è un altro nome per Heimdall, il quale è chiamato padre dell'umanità nel Völuspá. Rig vagando per Miðgarðr divenne il progenitore ancestrale delle tre classi della società umana: il più giovane dei quali, Jarl il Principe, originò a sua volta Kon il Giovane (in norreno "Kon ungr"), considerato come il primo re ("konungr") immortale. Il terzo Ríg fu il vero il primo vero monarca e definitivo fondatore dello stato, come appare nella Rígsthula ed in altri due lavori ad esso connessi; in tutte e tre le fonti il dio è legato con due primitivi re danesi, chiamati Danr e Danþír.
[3] Nel pantheon vedico si citano 33 milioni di Dèi.
[4] Secondo un'altra versione della storia, invece, Artemide, rimasta offesa perché il possente cacciatore aveva osato ritenersi migliore della Dèa nella caccia, fece tremare la terra dalla quale uscì uno Scorpione. La bestia si intrufolò nella capanna del cacciatore durante la notte e ne attese il ritorno fino all'alba. Il mostro continuò a rimaner nascosto fino a quando il nostro eroe ed il suo fido compagno, Sirio, non presero sonno, stanchi per un'intensa battuta di caccia; infine, lo Scorpione sferrò il suo attacco letale con il suo pungiglione avvelenato, prima su Orione e poi su Sirio che si era svegliato ed aveva tentato di difendere il padrone. Come non ravvisare l’emergere della Costellazione dello Scorpione (che sorge ad est mentre Orione tramonta ad ovest), con lo stesso artropode, il Seth della mitologia egizia, che rincorre ed uccide il fratello/rivale Osiride/Orione, protetto e riportato poi in vita dalla consorte Iside/Sirio.
[5] Singolare la scelta del nome di Tolkien, del tutto simile alla famosa città mesopotamica di Uruk (la sumerica Unug, la biblica Erech, la greca Orchoë e l'odierna Warka), antica città dei Sumeri e successivamente dei Babilonesi, situata nella Mesopotamia meridionale. Nel IV millennio a.C. il piccolo insediamento divenne una vera e propria città, la prima per cui sia possibile utilizzare questo termine, in quanto possedeva una stratificazione sociale e la specializzazione in diversi lavori. Uruk si trova oggi 20 chilometri ad est del fiume Eufrate, in una regione paludosa a circa 230 chilometri a sud-est di Bagdad. Secondo una moderna ipotesi, tuttora puramente speculativa, il nome "Iraq" deriverebbe da Uruk, e nel suo momento di massimo splendore, arrivò a contare una popolazione di circa 80.000 abitanti che vivevano in 6 chilometri quadrati racchiusi da una doppia cinta di mura lunga 10 chilometri, rappresentando, al suo tempo, la più grande e popolosa città al mondo, oltre che una delle più antiche nella storia dell'uomo. Il sito di Uruk fu occupato per almeno 5.000 anni, dal tardo periodo di Ubaid (4000 a.C.) fino all'inizio del III secolo a.C, già dalla fine del IV millennio a.C. era uno dei più grandi insediamenti urbani della Mesopotamia, se non del mondo. L'origine della città sembra derivare da due primi insediamenti, successivamente conosciuti come Kullab (anche Kulaba o Kullaba) ed Eanna. Queste due zone della città erano caratterizzate da ampie piattaforme costruite con mattoni di fango aventi in cima i templi dedicati al culto: Kullab era l'area dedicata al dio maggiore del pantheon, Anu, nell'Eanna vi erano invece i templi associati al culto della dèa dell'amore Inanna (Ishtar). Uruk, fin dai primi tempi, ebbe un ruolo molto importante nella storia politica e religiosa del paese. Agli inizi del III millennio a.C. la città, sotto la terza dinastia di Uruk, estese la sua egemonia su Babilonia e divenne un grande centro di culto del dio Anu, e in generale uno dei maggiori centri religiosi del regno. Fu, inoltre, la città dello storico re Gilgameš, eroe della famosa epopea («Colui che scrutò i confini del mondo alla disperata ricerca della vita eterna.», le cui mura, si dice, fossero state costruite proprio da questo re, oppure dal suo predecessore Enmerkar (il fondatore della città secondo la Lista dei Re), che fece anche costruire il famoso tempio di Eanna, dedicato al culto di Inanna (Isthar).
[6] Uhura, è persino il cognome di un famoso personaggio femminile di Star Trek.
[7] Galassia, Brunelstraat, Brunel, Bruns, Bruin (il Bruno) è il familiare nome dell’Orso nel Roman de Renart, ("Romanzo di Renart"), raccolta di racconti medievali, in lingua francese, del XII e XIII secolo, nei quali vediamo agire degli animali al posto degli esseri umani, interpretando il topos letterario del "mondo alla rovescia".

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte II - Antropogenesi / Lezione 5, 5.2 - L'Influenza di Orione

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