"L'Anima Mundi" di Federico Bellini

(Leilani Bustamante)

L’Universo è un Essere Cosmico, dato che non ne incarna soltanto l’aspetto fisico ma la sua stessa totalità, in quanto principi, pensiero, energie direttrici, leggi che ne regolano lo sviluppo, o la Coscienza, ne precedono la sua stessa apparizione. Il Mondo delle Idee nella loro forma percettibile, non costituisce, quindi, l’Universo in Sé, così come le membra e i vari organi fisici del Corpo non formano la totalità dell’Uomo.
È tangibile, osservando l’Universo nel suo insieme, una sorta di Coscienza nascosta che regge ogni tratto dell’esistenza stessa, così come ogni forma della Natura. Diversi aspetti del divino, della stessa Coscienza Cosmica, sovraintendono ai movimenti degli Astri come pure alle funzioni del nostro Corpo. Un ordine matematico, armonico è tutto intorno a noi, proprio come gli Alberi possiedono radici profonde nella Terra se vogliono toccare il Cielo, ma essi hanno anche rami, foglie nuove, mature e secche e frutti. Contengono tutto, così come lasciano andare ciò che non possono più trattenere. Se l’Uomo desidera ritrovare sé stesso deve semplicemente imparare da loro, osservandoli, perché nonostante le tempeste restano lì fermi, Centrati, perché in questo loro modo di realizzarsi, sono il riflesso del Sole che è loro stesso nutrimento.
Per questo motivo, tutte le più antiche discipline filosofiche della Terra hanno trovato nell’introspezione, la realizzazione ultima di questo desiderio atavico, perché che venga chiamata Yoga, Meditazione, Zen o Preghiera, in essa l’Uomo è riuscito a tradurre la propria visione in parole; le persone vanno in cima alle montagne o in fondo agli oceani per cercare sé stesse, ma se sapessero come fare, potrebbero scalarsi o inabissarsi dentro di Sé.
E nello stato di identificazione sopra-sensoriale raggiunto attraverso il lavoro interiore, Colui che si osserva percepisce, seppure sovente passivamente, Mondi diversi dal nostro, nonostante non abbia la capacità di dare una forma mentale o di esporre, con il giusto ausilio di simboli verbali basati su precedenti esperienze umane, cose per le quali non ha elementi sui quali fare facili paragoni. Così, imprigionato all’interno della Materia, il proprio Corpo, l’Uomo non dispone di un altro Sistema, ma di impressioni comunicate dai sensi e dal cervello, essendo tra l’altro spesso fallaci, in quanto discontinue e ingannevoli, perché solo il proprio Universo Interiore è veramente accessibile, come lo Spirito può descrivere ciò che si estende oltre i suoi limiti mediante le forme; perché il Mondo Esterno non che è un riflesso la cui realtà sta nello specchio che lo riflette, in quanto laddove la Coscienza si esplica trova compimento, solamente nel grado in cui si cerca di esprimerla mediante una Conoscenza articolata di Sé stessa.
Esiste, ed è innegabile, un’equivalenza assoluta tra la struttura dell’Uomo e quella Universale, così proprio come l’Uomo la percepisce o la concepisce, e in questa visione non è poi così assurdo immaginare l’Universo come un Uomo immenso con un Corpo, facoltà e uno Spirito che lo guida. Le Upanishad, a questo proposito, parlano perciò dell’Essere Cosmico come di un Uomo con occhi, orecchie, una Mente un soffio vitale, e in quanto riflesso, possiamo scorgervi anche in noi un minuscolo Universo nel quale trovarvi il Sole, la Luna, la Terra, gli Elementi: l’Anima del Mondo.

«Due uccelli, amici inseparabili, vivono fianco a fianco sullo stesso Albero (l’Universo). Uno (l’Essere Individuale) ne mangia i frutti [dell’azione], l’altro (l’Essere Universale) guarda, ma non mangia nulla.» (Rig Veda I, 174,20; Mundaka Upanishad III, 1,1; Śvetāśvatara Upaniṣad 4,6)

Sia l’Essere Universale che quello Individuale, sono eterni: «mai nato, immortale, perpetuo, antico, non muore quando muore il Corpo.» (Bhagavadgītā II,20). Il Corpo dell’Uomo sarebbe persino «una città che ha undici porte[1]; vi risiede il consapevole senza difetti, il non nato. Colui che governa la propria città non conosce la sofferenza e raggiunge la liberazione, quando muore.» (Katha Upanishad 5,1)

È evidente, l’Uomo occupa un posto centrale nella Creazione, perché è l’unico essere, rispetto al regno animale, moralmente responsabile delle proprie azioni. Gli Animali, ad esempio, per sopravvivere si nutrono di altri animali, uccidendoli. Ci sono gli uccellini nei nidi che gettano di sotto i loro fratellini per avere il cibo dai genitori e crescere più forti. Nel mondo animale, ci sono persino specie che uccidono per molto meno, proprio come gli umani, anche per puro divertimento o allenamento, ma tutto questo fa parte dei normali Cicli della Natura, così come degli stessi esseri umani. Giustificare queste azioni, "omicidi" veri e propri, per istinto di sopravvivenza e inconsapevolezza li rendi un gradino al di sotto di ciò che noi reputiamo “essere consapevoli”, ma intanto però li uccidono ugualmente per mera necessità, e se anche ne fossero coscienti, non potrebbero fare diversamente.

(William Blake)

L'Uomo, rispetto all'Animale, ha solo l'aggravante di essere consapevole quando commette tali efferati atti, ma siamo poi veramente sicuri che anche noi umani lo siamo davvero? Premeditare e mettere in atto nel minimo dettaglio un crimine non significa essere consapevoli, ma automi, meccanici. Per farlo occorre intelligenza, ma non sempre, averne, significa anche esserne coscienti; la Consapevolezza è un'altra cosa, perché se lo sei non avresti nemmeno il bisogno di fare del Male ad un tuo simile o alla Natura stessa.
E quando è Cosciente, l’Uomo raggiunge una potenza Creatrice simile a quelle delle azioni e dei pensieri divini: “Io sono quello che è lui. Egli è quello che sono io.” (Bhagavadgītā IX,29). Tutti i livelli dell’Essere si possono raggiungere attraverso quell’intercapedine che unisce il Macro con il Microcosmo: “Ciò che è qui è là, ciò che è là è qui. Passa di morte in morte colui che vede una differenza.” (Katha Upanishad 4,10). L’Essere, totalità di tutti gli Esseri, è Egli stesso un Essere. È intelletto, Spirito, muore e rinasce; è l’Universo e l’Universo è la sua Forma. L’Essere crea perché creare è la sua Natura, la sua Vita, il suo modo di funzionare, proprio come il nostro Corpo crea corpuscoli sanguigni, capelli, diverse secrezioni e persino ingerisce e digerisce forme di vita per formarne di nuove.

«Come il ragno emette e riassorbe il filo, come nella terra crescono le erbe, come sul corpo crescono i capelli e i peli, così pure dall’Imperituro proviene tutto ciò che esiste quaggiù.» (Mundaka Upanishad I, 1,7)

L’Essere, pertanto, è una Persona Cosmica e il suo aspetto è sia maschile - inattivo, e di una parte della Dualità che si manifesta tramite la sua controparte attiva -, e sia femminile, chiamata Natura. Persona e Natura diventano così inseparabili e dipendenti dal substrato del Tempo, e uniti diventano Immutabili.

«La Persona Immutabile è il Centro in cui si forma tutto ciò che esiste, ma che rimane sé stessa al di là dell’azione, al di là della sostanza. Non è né il mondo visibile né il suo Creatore, ma è la Sorgente comune dei due, il punto di partenza delle cause efficienti e immanenti della Manifestazione.» (Giridhara Sharma Chaturvedi, Shiva Mahimā, Kalyāna, Shiva anka, pag. 46)

Esiste perciò una Persona Imperitura o Indistruttibile, un Corpo Permanente nello svolgersi del Cosmo, un quadro stabile in cui l’Universo si sviluppa, un Potere che decide il corso futuro dei Pianeti, come al tempo stesso la crescita dei fili d’erba nei prati, prima ancora della loro ipotetica e futura esistenza: una vera e propria Energia Primordiale, un motore universale o Divinità Manifesta, composito di leggi invariabili nella loro forma trascendente e che si rapporta a sé stesso con un semplice Soffio Vitale (Pneuma[2]).

«Non pensare a me come loro Creatore, io sono l’Immutabile che non crea nulla.»
(Bhagavadgītā IV,13)

Questo Potere della Persona e/o Essere è anche la causa efficiente dell’Universo e che si manifesta su tre piani: Energia, Vita e Azione. Il Potere Potenziale, cioè latente, che esiste nello stato di sonno profondo, è l’Energia (Asse dell’Energia); il Potere Attivo, ovvero quello pronto ad agire, la tensione che esiste nel pensiero e nel sogno, è la Vita (Asse dello Spazio); il Potere Applicato, la forza impiegata nello stato di veglia, è l’Azione (Asse del Tempo). Per questo motivo noi viviamo nel sogno ma non agiamo, esistiamo nello stato di sonno profondo e non viviamo.[3]

«Tutti gli Esseri dimorano in me, ma Io non risiedo in loro, né essi in me.» 
(Bhagavadgītā IX,4-5)

Arrivati a questo punto del nostro viaggio è chiaro che stiamo utilizzando dei termini, spesso tratti dalla filosofia induista, per descrivere quella che in occidente, specie derivante da una filosofia antica, è sempre stata associata l’Anima del Mondo (nota anche in latino come Anima Mundi). Ella è un termine filosofico che venne per la prima volta utilizzato dai filosofi platonici per indicare la vitalità della Natura nella sua totalità, assimilata ad un unico organismo vivente. Rappresenta, quindi, il principio unificante da cui prendono forma i singoli organismi, i quali, pur articolandosi e differenziandosi secondo le proprie specificità individuali, risultano tuttavia legati tra loro da una tale comune Anima Universale.
Il Concetto di Anima Mundi, come abbiamo già affrontato, nacque agli albori dell’umanità, specie in un’area geografica ben definita e orientale, divenendo ben presto a seguito delle successive ondate migratorio, un tratto caratteristico delle prime forme cultuali pagane e delle religioni animiste, secondo cui ogni realtà, anche apparentemente inanimata, contiene una presenza spirituale collegabile all’Anima del TuttoPlatone la espose per la prima volta nel Timeo, ereditandola dalle tradizioni mistiche orientali, orfiche e pitagoriche, descrivendola come una sorta di Grande Animale, la cui vitalità generale è supportata da quest’Essenza, infusagli dal Demiurgo, che la plasma a partire dai quattro Elementi fondamentali: Fuoco, Terra, Aria e Acqua.

«Pertanto, secondo una tesi probabile, occorre dire che questo mondo nacque come un essere vivente davvero dotato di Anima e intelligenza grazie alla Provvidenza divina
(Platone, Timeo, cap. 30, 68)

Tale concetto, poi, trovò in seguito un corrispettivo nel Logos dello Stoicismo, concepito in forma immanente in quanto presenza del Divino nelle vicende del Mondo, ossia come sentimento di compassione che unifica la sfera soprannaturale con quella umana. Divenne un concetto proprio anche nelle successive correnti gnostiche, esoteriche ed ermetiche del periodo ellenistico, assumendo un ruolo centrale del sistema filosofico di Plotino, che da questi fu identificata con la Terza Ipostasi nel processo di emanazione dall’Uno.

«L'Anima, in virtù della sua unità, trasferisce ad altri esseri l'Unità, che del resto lei stessa accoglie per averla ricevuta da un altro.» (Plotino, Enneadi, VI, 9, 1)

La Vita, secondo Plotino, non nasce da combinazioni atomiche ad essa esterne, ma da un principio interiore, semplice ed immateriale: l’Anima. La molteplicità di Anime presenti nel Cosmo, e nel nostro Mondo, è a sua volta comprensibile solo ammettendo che tutte abbiano una comune origine, dato che non potendo esistere più di un “Uno”, in quanto sarebbero “Molti”, l’Unità che sta a fondamento delle Anime deve essere dunque la stessa che le accomuna tutte quante. Questa Unità è perciò identificata nell’Anima Mundi, che a sua volta diventa veicolo delle idee platoniche negli organismi, andando a costituire la loro ragione formante o Logos, in maniera del tutto simile anche ai caratteri genetici di un individuo (o al Concetto aristotelico di Entelechia[4]).

«Da tutto quanto si è detto risulta che ogni essere che si trova nell'Universo, a seconda della sua natura e costituzione, contribuisce alla formazione dell'Universo col suo agire e con il suo patire, nella stessa maniera in cui ciascuna parte del singolo animale, in ragione della sua naturale costituzione, coopera con l'organismo nel suo intero, rendendo quel servizio che compete al suo ruolo e alla sua funzione. Ogni parte, inoltre, dà del suo e riceve dalle altre, per quanto la sua natura recettiva lo consenta
(Plotino, Enneadi, IV, 4, 45).

Tutto il sistema plotiniano trovava piena organicità nel postulare l’Uno assoluto al di là delle stesse Idee, un principio trascendente e ineffabile, non spiegabile a parole e al quale ci si può ricongiungere solo attraverso l’Estasi Mistica. Nonostante avesse una visione Monistica, nell’Anima del Mondo postulata da Plotino sussistevano le Divinità del politeismo pagano, proprie della mitologia greca, divinità che non erano viste in contrasto con l’Uno, ma anzi, espressione della sua medesima Natura che fa esperienza attraverso diverse forme.

La dottrina plotiniana, poi, una volta depurata dal suo aspetto pagano, poté facilmente essere assorbita dal nascente cristianesimo, il quale in modo analogo e partendo da una visione spirituale della realtà, riscontrò un’origine della Vita in un principio unitario ed intelligente. A differenza di Plotino, però, per cui l’Anima genera esseri simili a sé in maniera inconsapevole, disperdendo la propria energia vitale fino ad organismi via via sempre più inferiori e meno evoluti, il cristianesimo ribaltò tale concetto sotto un’ottica più creazionista e finalistica.
Difatti, nella Bibbia, l’Essere Umano appare come l’essere più evoluto tra i viventi, creato ad immaginare e somiglianza di Dio, dove all’origine non c’è la Materia ma lo Spirito e la vita può andare dagli organismi inferiori fino a quelli più intelligenti, essendo l’intelligenza in essi già contenuta. Il principio che più si avvicinava all’Anima Mundi, sempre nel cristianesimo, fu il concetto dello Spirito Santo (concepito però non in forma vacua ma come una vera e propria persona, la Terza della Trinità), assurgendo così funzioni di Soffio Vitale che spira dove vuole e in piena autonomia.

«Allora l'Eterno Dio formò l’Uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito di vita, e l'Uomo divenne un essere vivente.» (Genesi 2:7)

Tale aspetto emerge con vigore nei Vangeli, laddove Gesù si rivolge agli Elementi della Natura (sempre loro), ad esempio gli Alberi o il Vento, come Entità coscienti che a lui obbediscono. Tale centralità permeò poi anche l’agostinismo, soprattutto nel commentario del Timeo di Platone operato da Calcidio, che le attribuiva una «natura razionale incorporea». Ma anche durante il medioevo divenne un tema ampiamente dibattuto e sviluppato da vari maestri, tra i quali gli appartenenti alla Scuola di Chartres, tra cui Teodorico e Guglielmo di Conches, che arrivarono ad ammettere l’immanenza dello Spirito nella Natura, concependolo come una totalità organica ed indipendente, oggetto di studi separati rispetto alla teologia vigente e che diventerà materia speculativa per studi occultistici, alchemici ed esoterici, specie tardo-medioevali e rinascimentali.

«Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo.”» (Giov 20:22).


Sempre secondo Gugliemo di Conches, Dio si era limitato a dare l’avvio alla Creazione, dopodiché tutta l’evoluzione dei processi naturali andava spiegata sulla base di principi interamente fisici, e per farlo individuò nell’azione combinata dei Quattro Elementi (Fuoco, Terra, Aria, Acqua), questa forza motrice, senza che Dio avesse bisogno di intervenire nuovamente. I filosofi di Chartres ammisero così l’immanenza dell’Anima Universale nella Natura, avviandosi verso una visione panteistica del Creato e che rivoluzionò il pensiero nei secoli successivi.
Contemporaneamente anche Tommaso d’Aquino parlava di un’Anima Mundi, causa della natura, che derivava “post aeternitatem” dalle Intelligenze (sussistenti “cum aeternitatem”), e che a loro volta discendevano dall’Uno o Bene, causa prima “ante aeternitatem”, seppure nella sua opera l’attenzione rivolta a questi aspetti vitali del Mondo Fisico restano comunque collocati dentro una visione trascendente di Dio.
Il Rinascimento, durante il quale vi fu una nuova ed improvvisa stagione neoplatonica, il concetto di Anima del Mondo godette di particolare fortuna, legandosi soprattutto ad aspetti magici, alchemici ed ermetici, propri della filosofia del periodo, collegati inoltre all’attività di illustri personaggi quali Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, etc. In quel periodo divenne una visione chimerica la ricerca della Pietra Filosofale, che per produrre si diceva fosse necessaria la disponibilità del grande Agente Universale, o Anima del Mondo, altrimenti detto “Azoto”, acronimo cabalistico che indicava la Luce Astrale Divina, e di cui ogni elemento della realtà materiale si riteneva fosse permeato.
L’intero Universo era concepito come un organismo vivente, popolato da presenze e forze vitali, la visione neoplatonica, unita a quella cristiana, aveva permesso di vedere organicamente congiunti tutti i diversi campi di ricerca e speculazione filosofica ed ermetica. Dio, pensavano, irradia vita, virtù ed amore nel Cosmo vivificandolo, e al tempo stesso questo amore era visto come fondamento, non solo della vita stessa ma anche dell’ordine geometrico del Mondo. Spirito e Materia, eventi celesti e terrestri, in quanto espressioni del medesimo principio vitale, portarono ad un maggiore sviluppo dell’Astrologia e della possibilità di predire il futuro mediante gli Oroscopi, arte che diverrà molto più presente in molte corti regali dell’epoca, in quanto Scienza al servizio dell’Uomo che guardava al futuro per decifrarlo e potervi intervenire attivamente per mutarlo a proprio vantaggio.
In quel periodo divenne più accentuata la sostituzione delle divinità pagane con creature intermedie, quali Angeli e Santi protettori, preposti ognuno alla “giurisdizione” di un particolare aspetto o elemento della realtà, così come gli antichi Dèi avevano per secoli svolto, ma di pari passo, specie nel XVI secolo, il concetto di Anima del Mondo riprese vigore con Giordano Bruno, il quale concepì Dio talmente immanente alla Natura fino a identificarlo con quest’ultima (panteismo), mentre nel coevo Tommaso Campanella si fece largo la convinzione che tutti gli elementi della realtà sono senzienti, ovvero dotati di una propria Coscienza (sensismo).
Nei secoli successivi questo concetto ha continuato poi a serpeggiare, pure restando in parte latente, ostacolato non di rado dal diffondersi del Meccanicismo e dalla Scienza Newtoniana, alla quale si oppose poi nel Settecento nientemeno che Goethe. Il concetto di Anima Mundi riemerse quindi nuovamente durante il Romanticismo, in Germania, dove in particolare Schelling riprese la concezione neoplatonica che vede il principio intelligente presente già nella Natura in forme embrionali e potenziali. La Natura, per Schelling, sarebbe una vera e propria “intelligenza sopita”, uno “Spirito in Potenza”, una Natura che non potrebbe evolversi fino all’Uomo se non avesse già dentro di sé lo Spirito Divino, in quanto anche gli organismi inferiori, in questa visione, sarebbero solo delle limitazioni o aspetti secondari, minori, di quell’unico organismo universale che nell’Essere Umano trova la sua piena realizzazione.
L’Anima del Mondo, perciò, diventa pienamente autocosciente soltanto nell’Uomo che rappresenta così il vertice di una ben precisa evoluzione, punto di passaggio dalla Natura verso Dio e che in essa si riflette, una Natura dove è presente un evoluzionismo, un’intenzionalità finalistica, che si esplica o manifesta in organismi via via più complessi a partire da un principio semplice e assolutamente unitario.
Persino Schopenhauer utilizzò lo stesso concetto neoplatonico, pure per lui le singole Anime degli Individui erano l’espressione di un’unica Volontà di Vita, che operando tuttavia in maniera inconsapevole, e solo nell’Uomo, può diventare infine Cosciente di Sé, seppure apparentemente l’Io individuale è separato dagli altri, spinto perciò verso un agire egoistico, al di sotto del Velo di Maya dove le Anime sono tutte unite a formare una sola grande Anima Cosmica; cento anni più tardi, lo stesso concetto riemerse anche grazie al lavoro di Carl Gustav Jung, nella sua nozione di Inconscio Collettivo.



[1] La Teoria delle Stringhe, si basa sul concetto dei “brana-universi”, cioè universi paralleli che giacciono sulle superfici a 11 dimensioni note come “membrane” o più semplicemente “brane”. Questa Teoria è stata introdotta da Paul Steinhardt e Neil Turok come alternativa al modello cosmologico standard, al fine di superare il problema della singolarità iniziale del Big Bang. Dunque, secondo la Teoria delle Stringhe esistono altre dimensioni spaziali nascoste, rispetto alle tre dimensioni spaziali e a quella temporale a cui siamo abituati, che danno luogo a “brane” tridimensionali che fluttuano in uno spazio multidimensionale e dove in ciascuna di esse esiste un determinato Universo.
[2] In filosofia genericamente per Spirito s'intende un «sinonimo di vita, forza vitale distinta dalla Materia e che tuttavia interagisce con essa»; una «forma dell'essere radicalmente diversa dalla Materia», o anche una totalità assoluta che comprende ogni tipo di manifestazione della realtà, come nell'idealismo tedesco. Nel significato più antico lo Spirito (πνεῦμα - pneuma) si presentava come qualcosa che vitalizza il Corpo, «il soffio vitale come sottile principio materiale di vita» analogamente al significato di Anima, anche indipendentemente da un contesto religioso o metafisico.
[3] Lo Spirito rimane immutato, in quanto si espande lungo l’Asse dello Spazio, l’Anima, invece, non solo si reincarna di continuo espandendosi lungo l’Asse del Tempo, ma poiché i corpi ospitanti si moltiplicano, essa si suddivide sempre più, mentre il Demiurgo (o la Mente) si espande lungo l’Asse delle Energie.
[4] Il termine Entelechia (entelechìa, dal greco antico) è stato coniato da Aristotele per designare la sua particolare concezione filosofica di una realtà che ha iscritta in sé stessa la meta finale verso cui tende ad evolversi. È infatti composto dai vocaboli en + telos, che in greco significano "dentro" e "scopo", a significare una sorta di "finalità interiore". Aristotele parlò di entelechia in contrapposizione alla teoria platonica delle idee, per sostenere come ogni ente si sviluppi a partire da una causa finale interna ad esso, e non da ragioni ideali esterne come affermava invece Platone che le situava nell’Iperuranio. Sarebbe, quindi, la tensione di un organismo a realizzare sé stesso secondo leggi proprie, passando dalla potenza all'atto, lo stato di perfezione, di qualcosa che ha raggiunto il suo fine.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte I - Cosmogenesi. Lezione II, 2.2 - L'Anima Mundi

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