"La Civiltà Venusiana" di Federico Bellini


«La Via delle Stelle è la via del corteo funebre di un enorme Stella che, una volta, brillava nel Cielo più splendida del Sole.» 
(Fiote della Costa Loango dell’Africa)

Per conoscere il nostro passato sarà bene adesso proiettarci nel nostro attuale presente, a milioni di km di distanza dalla Terra, in direzione del pianeta Venere[1], secondo pianeta del Sistema Solare, in ordine di distanza dal Sole, e con un’orbita quasi circolare che lo porta a compiere una rivoluzione in 224,7 giorni terrestri. Con una magnitudine massima di -4,6 è l’oggetto naturale più luminoso del cielo notturno dopo la Luna, e per questo motivo è conosciuto da tutti i popoli della Terra sin dall’antichità. Visibile soltanto poco prima dell’alba o poco dopo il tramonto, per tale motivo veniva chiamato dai popoli antichi come “Stella del Mattino” o “Stella della Sera”, fino a quando Pitagora comprese che si trattava del medesimo oggetto[2].
Classificato come pianeta terrestre, viene spesso definito come il “pianeta gemello” della Terra, cui è molto simile per dimensioni e massa, seppur tuttavia, per diversi aspetti è molto differente dal nostro[3], in quanto possiede un’atmosfera costituita per il 96,5% da anidride carbonica, con un restante 3,5% composto soprattutto da azoto, quindi più densa di quella terrestre, con una pressione al livello del suolo pari a ben 92 atmosfere. La densità e la composizione così particolare dell’atmosfera, creano un imponente effetto serra che tiene il pianeta completamente avvolto da uno spesso strato di nubi altamente riflettenti, composte principalmente di acido solforico e che impediscono la visione nello spettro visibile della sua superficie dallo spazio, inoltre tali condizioni lo rendono anche il pianeta più caldo del Sistema Solare.
L’orbita del pianeta è interna rispetto a quella della Terra, quindi lo si vede muoversi alternativamente a est e a ovest del Sole, e a parte la nostra Stella, la Luna e con difficoltà Giove, è l’unico corpo celeste che è visibile ad occhio nudo anche di giorno, sia pure a condizione che la sua elongazione[4] dal Sole non sia troppi piccola, e che il cielo sia abbastanza terso. Similmente a ciò che accade alla Luna, la porzione di superficie visibile dalla Terra, seppur luminosissima, non risulta mai completamente illuminata, e la sua variazione di intensità è data dal corso dell’orbita che genera delle fasi; al variare delle fasi, varia anche il diametro apparente e la luminosità percepita da un osservatore sulla Terra. La fase piena, durante la quale la faccia del pianeta rivolta verso la Terra è totalmente illuminata si verifica quando Venere si trova in congiunzione superiore col Sole, e non è osservabile dal nostro pianeta.
Venere, inoltre, disegna nel cielo anche un immenso pentagramma[*]. Il percorso effettuato dal pianeta, osservato dalla Terra, ha una forma molto particolare dovuta alla risonanza orbitale di circa 13:8. Sotto questa risonanza il percorso descrive una figura simile ad un vero e proprio pentagramma in funzione di direzione e distanza, pentagramma che si ripete ogni 8 anni, ovvero ogni 13 orbite complete di Venere[5].
Conosciuto sin dalla preistoria, Venere fu osservato da tutte le culture antiche, dai babilonesi che la chiamarono Ištar, in onore della Dèa dell’Amore, dell’Erotismo e della Guerra, gli Egizi, i Greci, i Romani e i Maya, distinguevano invece le apparizioni mattutine e serali in due corpi distinti, le sopra citate Stella del Mattino e della Sera, ma anche con i nomi di Lucifero, quando appariva prima dell’alba, e di Vespero, quando appariva ad ovest, al calar del Sole. A causa del suo splendore, in molte culture, tra cui quella Maya, essa rappresentava due divinità gemelle, in cui venivano identificati Quetzalcoatl come la Stella del Mattino e Xolotl come la Stella della Sera, oltre ad essere l'astro più studiato nei suoi movimenti in Cielo; per gli Inca rappresentava Chasca, Dèa dell'Aurora dai lunghi capelli ricci, considerata il Paggio del Sole, poiché non si discostava mai troppo da esso.

In epoca più recente, fu Galileo Galilei (1564-1642) il primo a studiarlo, osservandolo con il suo cannocchiale. Riuscì ad osservare le fasi e notò la similitudine con quelle lunari, dimostrando la correttezza della teoria eliocentrica predetta qualche decennio prima dall’astronomo polacco Niccolò Copernico, il quale sosteneva che Venere era posto tra la Terra ed il Sole, e ruotava attorno a quest’ultimo[6]. Coeva è anche la singolare storia dell’astronomo napoletano Francesco Fontana (1585-1656), il quale acquistò popolarità come costruttore di cannocchiali kepleriani (a oculare convesso) che, sebbene capovolgessero l’immagine, risultavano più potenti di quelli galileiani (a oculare concavo). Con questi strumenti tracciò, nel 1636, il primo disegno di Marte e ne colse la rotazione, nel 1644 disegnò una carta della Luna, si attribuì inoltre la scoperta del cannocchiale e del microscopio e pubblicò nel 1646 le “Novae Coelestium Terrestriumque Rerum Observationes”, un libello dove presentò immagini delle fasce osservate sul disco di Giove, delle strane apparenze di Saturno, nonché delle stelle della Via Lattea. Ma fu nel 1645 che accade un evento singolare, quando affermò di aver osservato un satellite[7] di grandi proporzioni, ruotare attorno a Venere (Paul Stroobant dimostrò nel 1887 che osservazioni del tutto simili non erano relative a un presunto satellite di Venere). Sfortunata fu però la sua sorte, perché morì di peste a Napoli, insieme a tutta la sua numerosa famiglia, nel 1656.


I transiti storici di Venere furono però importati, uno di essi, nel 1761 permise all’astronomo russo Michail Lomonosov di ipotizzare la presenza di un'atmosfera, cosa che divenne via via più evidente nel corso delle successive osservazioni, quando lo strato di nubi e l’alta luminosità del pianeta, costituirono un serio ostacolo nell’individuazione del periodo di rotazione del pianeta. Cassini ipotizzò un periodo di 24 ore mentre Francesco Bianchini un periodo di 24 giorni. Tuttavia, fu William Herschel che si accorse che il pianeta era ricoperto da uno spesso strato di nubi e che il periodo di rotazione non poteva essere determinato con sicurezza. Così rimase un enigma sino a quando Giovanni Schiaparelli fu il primo a sollevare nuove obiezioni a questa ipotesi, sostenendo che, come Mercurio, anche Venere, fosse in rotazione sincrona, come “bloccato” dal Sole; egli concluse così i suoi studi l’11 agosto 1878 scrivendo: "Addio bella Afrodite, ormai la tua rotazione non sarà più un segreto."
Nel 1932 W. Adams e T. Dunham, arrivarono ad ipotizzare che l’anidride carbonica fosse predominante nella sua atmosfera, nel 1961, durante una congiunzione, il periodo di rotazione di Venere fu misurato con il radiotelescopio Goldstone, in California, seppure il suo moto retrogrado venne confermato tre anni più tardi, nonostante nel 1962 il Mariner 2 aveva raggiunto con successo il pianeta, inviando i primi dati sulla temperatura superficiale e la composizione atmosferica.
Al giorno d’oggi è noto che Venere possieda una superficie rovente su cui insiste un’atmosfera alquanto corrosiva con un’altissima pressione, ma in passato questi dati erano sconosciuti e ciò lasciò campo aperto a molte ipotesi. Carl Sagan teorizzò che fosse coperta da un oceano, non di acqua ma di idrocarburi, mentre altri sostenevano che fosse ricoperto di paludi o c’era già chi sosteneva che fosse un mondo desertico. Gli scienziati sovietici delle missioni Venera erano così convinti di trovarsi un oceano che, sulla sonda Venera 4, lanciata nel 1967, installarono un morsetto fatto di zucchero bianco raffinato: a contatto con l’acqua (o un altro fluido dotato della giusta composizione e temperatura), si sarebbe sciolto facendo scattare l’antenna, stratagemma che avrebbe permesso alla sonda di salvarsi e di non affondare. Ma la sonda Venera 4 non solo non trovò alcun oceano, ma non raggiunse neppure la superficie, dato che smise di trasmettere quando la pressione atmosferica superò le 15 atmosfere, soltanto una modesta frazione delle 93 presenti sulla superficie del pianeta.
Dopo questa esperienza, i sovietici studiarono una sonda più resistente, ed il gruppo condotto da Anatolij Perminov, ipotizzò che dovesse resistere ad una pressione di 60 atmosfere, quindi di 100 e infine di 150 atmosfere. Per tre anni testò delle sonde in condizioni estreme, e per simulare l’atmosfera di Venere, fece costruire la più grande pentola di Papin, una vera e propria pentola a pressione gigantesca al mondo, in cui le sonde venivano immesse finché non si schiacciavano o fondevano.
Fu così che nacque Venera 7, costruita per sopportare una pressione di 180 atmosfere e che venne lanciata il 17 agosto del 1970. Il 15 dicembre dello stesso anno trasmise finalmente il tanto atteso segnale, dato che la prima sonda umana era atterrata sul pianeta e aveva comunicato con la Terra. Nel 1975 inviarono poi anche le sonde gemelle Venera 9 e 10, equipaggiante con un disco frenante per la discesa nell’atmosfera e di ammortizzatori per l’atterraggio. Le sonde trasmisero immagini in bianco e nero della superficie, mentre le successive Venera 13 e 14 inviarono le prime fotografie a colori di quel mondo.


Anche la NASA si unì alla conquista di Venere dal 1962, con il programma Mariner, quando tre sonde riuscirono a trasmettere i primi dati alla Terra. Nel 1978, poi, nell’ambito del progetto Pioneer Venus, per lo studio dell’atmosfera, furono lanciate diverse sonde separate. Negli anni Ottanta, i sovietici continuarono indefessi con le sonde Venera 15 e 16 lanciate nel 1983 e dotate di Radar ad apertura sintetica, mapparono l’emisfero nord del pianeta, rimanendo in orbita attorno ad esso. Nel 1985 lanciarono anche le sonde Vega 1 e 2, che rilasciarono moduli sulla superficie prima di andare verso l’incontro con la Cometa di Halley, l’altro oggetto di studio di quelle missioni. Vega 2 atterrò nella regione Aphrodite raccogliendo persino un campione di roccia contenente anortosite-troctolite, materiale raro sulla Terra, ma presente negli altopiani lunari. Ma fu nel 1989 che la NASA, utilizzando lo Space Shuttle, lanciò verso Venere la Sonda Magellano dotata di un radar che permise una mappatura quasi completa del pianeta, con una risoluzione migliore rispetto a tutte le precedenti missioni, lavorando per ben 4 anni prima della caduta e della conseguente distruzione nell’atmosfera venusiana, seppure si sospetta che qualche frammento possa essere arrivato sulla superficie.
Anche Venus Express, nel 2006, ha eseguito una mappatura completa della superficie e sebbene fosse inizialmente prevista una durata della missione di due anni, fu estesa fino al dicembre del 2014. In ben otto anni la sonda ha fornito prove dell’esistenza passata di oceani, di fulmini nell’atmosfera, ed ha individuato un gigantesco doppio vortice polare al polo sud, oltre alla presenza del gruppo ossidrilico nell'atmosfera e di un sottile strato di ozono. Recentemente, Venere è stato spesso usato anche come fionda gravitazionale per missioni dirette verso altri pianeti o oggetti del Sistema Solare.
 L’orbita di Venere è quasi circolare con un’eccentricità orbitale inferiore all’1% e una distanza media dal Sole di 108 milioni di chilometri. Con una velocità orbitale di 35 km/s, esso impiega 224,7 giorni nel compiere una rivoluzione attorno alla nostra Stella, mentre il periodo sinodico, ossia l’intervallo di tempo per ritornare nella stessa posizione nel cielo terrestre, rispetto al Sole, è di 584 giorni. La rotazione del pianeta, rimasta ignota fino alla seconda metà del XX secolo, avviene secondo il moto retrogrado (in senso orario), cioè al contrario di come avviene per il Sole e per la maggior parte degli altri pianeti del Sistema Solare. La rotazione è talmente lenta che il giorno sidereo venusiano dura circa 243 giorni terrestri ed è superiore persino al periodo di rivoluzione attorno al Sole, essendo la velocità di rotazione all’equatore di appena 6,5 km/h.
All’inizio del 2012, analizzando i dati della sonda Venus Express, si è addirittura scoperto che la rotazione del pianeta sta ulteriormente rallentando, con un periodo di rotazione misurato in 243,0185 giorni, 6 minuti e mezzo superiore alla precedente misurazione di 16 anni prima, effettuata dalla sonda Magellano. Ignote per la Scienza sono le cause di una situazione così anomala, ed alcune ipotesi sostengono che la causa sia da ricercarsi nell’impatto con un asteroide di dimensioni ragguardevoli avvenuto milioni, se non miliardi di anni fa. A causa di questa rotazione retrograda, il moto apparente del Sole dalla superficie venusiana è opposto a quello osservato sulla Terra, pertanto, chi si trovasse su Venere vedrebbe l’alba ad ovest ed il tramonto ad est. Ma nonostante il pianeta impieghi 225 giorni terrestri per compiere una rivoluzione attorno al Sole, tra un’alba e l’altra (giorno solare), trascorrono soltanto 117 giorni terrestri, perché mentre il pianeta ruota su sé stesso, in senso retrogrado, si sposta anche lungo la propria orbita, compiendo il moto di rivoluzione in senso opposto rispetto a quello di rotazione.
  

(Il Pentagramma di Venere) [*]

Venere è il pianeta che più si avvicina alla Terra ed in occasione delle congiunzioni inferiori, la distanza media tra i due pianeti è di circa 41 milioni di chilometri, arrivando a 38,2 milioni di chilometri durante il perielio della Terra. Fa parte dei quattro pianeti terrestri o metallici interni del Sistema Solare, questo significa che è un corpo roccioso e con una forma sferica, in quanto a causa del suo lentissimo moto di rotazione, non presenta il rigonfiamento equatoriale tipico degli altri pianeti. In quanto pianeta roccioso, è quindi soggetto a tutte le dinamiche tipiche di tali pianeti, come ad esempio la Terra, si stima che abbia attraversato di recente una fase geologicamente attiva, con molte eruzioni vulcaniche, e presenta una superficie relativamente giovane, rinnovatasi completamente negli ultimi 500 milioni di anni da imponenti flussi di lava. Il pianeta mostra pochissimi crateri da impatto, il che depone a favore del rinnovo della sua superficie, anche se una mancata evidenza di attività tettonica viene collegata alla notevole viscosità del materiale che costituisce la crosta, e che sembra ostacolarne la subduzione; ciò sarebbe determinato dalla mancanza di acqua che funzionerebbe da lubrificante.
Conseguentemente la perdita di calore interno sembra essere limitata, così come il raffreddamento del nucleo per convezione, ma l’assenza di moti convettivi determina la mancanza di un campo magnetico planetario simile a quello terrestre, seppure si pensi che subisca perdite di calore a seguito di importanti eventi periodici di affioramento e che, attraverso immense eruzioni continentali, rinnovino ciclicamente la superficie. Circa l’80% della superficie è formato di pianure vulcaniche e che per il 70% mostrano dorsali da corrugamento e per il 10% sono perfettamente lisce; il resto è costituito da altopiani definiti continenti, uno nell’emisfero nord e l’altro a sud dell’equatore. Generalmente è un pianeta pianeggiante in quanto solo il 10% della superficie si estende oltre i 10 km di altezza, contro i 20 km che separano invece i fondi oceanici terrestri dalle più alte montagne.
Inoltre, vanta di essere il pianeta dell’intero Sistema Solare ad oggi conosciuto con la maggior quantità di Vulcani, ne sono stati individuati in superficie circa 1500 di dimensioni medio-grandi, ma si stima che ne esistano fino ad un milione di minori. Alcune strutture sono tipiche del pianeta, specie quelle chiamate: farra (a forma di focaccina), larghe da 20 a 50 km e alte da 100 a 1000 metri; fratture radiali a forma di stella chiamate novae; strutture con fratture sia radiali che concentriche chiamate aracnoidi per la loro somiglianza con le tele di ragno; le coronae, anelli circolari di fratture a volte circondati da una depressione. Tutte strutture di origine vulcanica[8].
Vi starete chiedendo, adesso, dopo questa lunga disamina planetaria, perché inserisca così tanti dati scientifici. Ebbene, per farvi comprendere l’enorme complessità di un pianeta che ha segnato, in modo indelebile ed inequivocabile, tutta la storia, non solo dell’intero Sistema Solare ma anche del nostro Genere Umano. Significa rispettare e rendere omaggio ad un pianeta oggi ormai desolato, morto, un tempo casa e tempio di una delle più grandiose Civiltà Umane Extraterrestri mai apparse nella Galassia. Detto questo, adesso procediamo il cammino studiandone la sua atmosfera, completamente diversa dalla nostra, sia in composizione e densità, come abbiamo visto costituita al 96,5% di anidride carbonica e con un restante 3,5% di azoto. La massa dell’atmosfera venusiana è circa 93 volte quella dell’atmosfera terrestre, mentre la pressione sulla superficie è circa 92 volte quella della Terra, equivalente alla pressione presente a circa mille metri di profondità in un nostro oceano!
La densa atmosfera è quindi composta essenzialmente di CO2, e che insieme alle nubi di anidride solforosa, genera il più forte effetto serra di tutto il Sistema Solare, portando la temperatura della superficie del pianeta ad oltre 460°, rendendo la sua superficie più calda di quella Mercurio, essendo più vicino al Sole, oltre a quella di qualunque altro pianeta dell’intero Sistema Solare, sebbene sia due volte più distante dal Sole e riceva solo il 25% dell’irraggiamento. Non vi è acqua ed umidità su tutta la sua superficie, e tali condizioni sono state definite come letteralmente “infernali”.
Gli studi condotti nel corso degli anni hanno evidenziato come, all’inizio del Sistema Solare, l’atmosfera di Venere fosse probabilmente simile a quella terrestre, e che vi fosse presenza di acqua in superficie con probabili forme di vita. Sebbene non sia possibile ad oggi la vita sulla sua superficie, alcuni scienziati hanno però ipotizzato che potrebbe esistere negli strati di nubi a 50-60 km di altezza, dove i valori di temperatura e pressione atmosferica sono simili a quelli terrestri.
Venere è un mondo climaticamente estremo ed invariante. L’inerzia termica e lo spostamento del calore da parte dei venti nella parte più bassa dell’atmosfera, fanno sì che la temperatura superficiale non cambi tra il giorno e la notte, nonostante la rotazione estremamente lunga del pianeta; pertanto la superficie è isotermica, mantiene una temperatura costante tra il giorno e la notte, tra l’equatore e i poli. Pensate che l’unica variazione di temperatura apprezzabile è riscontrabile con l’altitudine, in quanto il punto più “freddo” ad oggi registrato si trova sui Maxwell Montes, con una temperatura di 380° C, dove la pressione è pari a 45 bar.
Sempre sulle montagne si conosce l’unica nota curiosa del pianeta, perché nel 1990 quando la sonda Magellano stava effettuando le sue riprese radar, rilevò una sostanza molto riflettente che si trovava sulla cima dei picchi montuosi più alti, simile per aspetto alla nostra neve terrestre. La natura di questa sostanza è ancora oggi sconosciuta, ma alcune speculazioni propongono che si possa trattare di Tellurio elementare, o persino di solfuro di bismuto, o ancora di solfuro di piombo (galena). Il Tellurio è un metallo raro sulla Terra, ma potrebbe essere abbondante su Venere, e secondo questi scienziati assumerebbe sui picchi montuosi venusiani, dove la temperatura è più bassa rispetto alle altre zone della superficie, la forma di una vera e propria specie di neve metallica.
I venti sulla superficie sono lenti, con una velocità di pochi chilometri orari e che comunque riescono ad esercitare una notevole forza a causa della densità dell’atmosfera, spostando polvere e pietre sulla superficie. Al contrario, nello strato più alto delle nubi, i venti soffiano fino a 300 km/h sferzando l’intero pianeta con un periodo di 4-5 giorni, venti che si muovono ad una velocità sino a 60 volte la rotazione del pianeta, mentre sulla Terra i venti più forti soffiano solo al 10% o 20% della velocità di rotazione. Al di sopra dello strato denso di CO2 si trovano spesse nubi costituite prevalentemente di anidride solforosa e da goccioline di acido solforico, nuvole che non solo riflettono nello spazio circa il 60% della luce solare, ma impediscono anche l’osservazione diretta della superficie del pianeta. Sebbene Venere sia più vicino al Sole della Terra, la sua superficie non è altrettanto riscaldata o illuminata, e la sua luminosità giornaliera corrisponde grosso modo a quella osservabile sulla Terra in una giornata molto nuvolosa.
Le nubi sono soggette a frequenti scariche elettriche (fulmini), osservate per la prima volta dalle sonde sovietiche, si accorsero che si succedevano con cadenze che sembravano decine o centinaia di volte più frequenti dei lampi terrestri, fenomeno che essi definirono “Il Drago Elettrico di Venere”, seppure ad oggi, il tasso di fulmini stimato sia almeno quello della metà delle scariche che si verificano sulla Terra. Le nubi, inoltre, ricoprono completamente Venere, con un aspetto più simile ad una spessa coltre di nebbia, per questo motivo un ipotetico osservatore che si trovasse sulla sua superficie non sarebbe in grado di vedere direttamente il Sole, ma di intravederne solo l’alone di luminosità; in assenza di tale effetto serra, si presume che sulla superficie di Venere vi sarebbero delle condizioni simili a quelle terrestri, in grado anche di ospitare la vita.


Venere, essendo uno degli oggetti più luminosi del cielo, ha destato sin dall’antichità interesse da parte dell’Uomo, portando un significativo impatto della sua presenza in tutta la nostra cultura. Descritto dai Babilonesi in svariati documenti cuneiforme, come il testo della “Tavoletta di Venere” di Ammi-Saduga, essi chiamarono il pianeta Ishtar, identificandola con la Dèa della mitologia babilonese (connaturata alla Dèa Inanna dei Sumeri), personificazione non solo dell’Amore ma anche della Battaglia. Gli Egizi la scissero con due pianeti diversi, come “Stella del Mattino” con il nome di Tioumoutiri, e di “Stella della Sera” con il nome di Ouaiti, e così fecero anche i Greci, con Phosphoros e Hesperos[9], infine anche i Latini con Lucifero[10] e Vespero.
Gli Ebrei chiamavano Venere, Noga (“luminoso”), Helel (“chiaro”), Ayeleth-ha-Shakhar ("Cervo del Mattino") e Kochav-ha-'Erev ("Stella della Sera"). Nell’astrologia indiana dei Veda, era nota come Shukra (“chiara, pura”) nella lingua sanscrita, mentre in Cina, Vietnam, Corea e Giappone, era “La Stella o l’Astro d’Oro”, collegato al Metallo nella Teoria dei Cinque Elementi cinesi. In Africa, il popolo Masai, la chiama ancora oggi Kileken, ed è associata ad una tradizione orale che racconta di un “bambino orfano”. Tra i popoli aborigeni dell’Australia, come gli Yolngu nel nord del continente, viene chiamata Barnumbirr, e secondo la loro tradizione, permette di comunicare con i propri cari defunti.
Venere, inoltre, era estremamente importante per la Civiltà Maya, che sviluppò persino un calendario religioso basato in parte sui suoi movimenti, nei quali venivano valutati i tempi propizi delle attività quotidiane, le festività o le guerre. Così, come nell’America del Nord, presso i nativi Lakota, era associata con l’ultima fase della vita e con la saggezza.

Venere (in latino Venus, Venĕris) era una delle maggiori dee romane, principalmente associata all’Amore, alla Bellezza ed alla Fertilità, equivalente della Dèa greca Afrodite. Misteriosa è la sua nascita e la comparsa nel pantheon divino, c’è chi sostiene che essa scaturì dal seme di Urano, Dio del Cielo, quando i suoi genitali caddero in mare durante la castrazione subita dal figlio Saturno, atto che compì per vendicare Gea, sua madre, nonché sposa dello stesso Urano. Un’altra ipotesi, invece, narra che essa sia nata da una conchiglia uscita dal mare, proprio come raffigurata nel celebre dipinto del Botticelli; secondo un ulteriore mito sarebbe figlia di Giove e della ninfa degli oceani, Dione. Ella era la consorte di Vulcano, un matrimonio che fu alquanto burrascoso, a causa dei ripetuti tradimenti[11] della Dèa, mentre a Roma veniva considerata l’antenata del popolo romano per via del leggendario fondatore, Enea, che si diceva essere suo figlio generato con Anchise, a cui seguirà Ascanio, ovviamente figlio di Enea, capostipite della futura civiltà romana[12].
Tra le piante a lei sacre ci sono: il mirto, la rosa, il melo e il papavero. Tra i suoi animali sacri, invece, troviamo: la lepre, il delfino, il cigno (simbolo di bellezza ed eleganza), il passero e la colomba, (simbolo dell’amore). A causa della sua immensa bellezza, Giove temeva che sarebbe stata causa di disputa tra gli altri Dèi e la diede in sposa a Vulcano, Dio del Fuoco, Fabbro degli Dèi, un po’ bruttino nell’aspetto quanto rude, ma caratterizzato da un forte carattere, fermo e deciso, nonché dedito al lavoro. Il matrimonio non fu però soddisfacente, specie per la Dèa, che intrecciò così numerose relazioni amorose, sia con altri Dèi che con Umani. Note sono le sue relazioni con Mercurio e soprattutto Marte, con quest’ultimo venne scoperta dal marito, Vulcano, e imprigionati all’interno di una rete metallica da lui stesso forgiata, ed esposti poi al pubblico ludibrio degli DèiSi racconta, inoltre, che Vulcano, amareggiato, si rinchiuse nelle cavità della Terra per condurre una vita solitaria lontano dal mondo e dagli Dèi

Ancora una volta è il mito a darci tutte le risposte che cerchiamo, ma attraverso la reinterpretazione dei maggiori studiosi e scrittori del Novecento. Uno è J.R.R. Tolkien, il quale narra nel Silmarillion, che non solo gli Elfi nacquero sulle rive del lago Cuiviénen, sotto un cielo stellato (unendoli quindi alle Stelle del Cielo), ma successivamente, durante il viaggio di Eärendil con un Silmaril nelle volte dello stesso cielo, per la prima volta vennero associati a Venere.

«Ti saluto, o Eärendil, la più luminosa delle stelle!» (Il Signore degli Anelli, J.R.R. Tolkien)

Eärendil, detto Eärendil il Beato, il Lucente o il Marinaio (secondo altre anche “il Navigatore”), è un personaggio di Arda, l’Universo immaginario creato da Tolkien su modello mitologico terrestre, e che compare ne Il Silmarillion, così come sarà ripetutamente citato nel romanzo Il Signore degli Anelli. In quest’ultimo libro, la sua storia viene narrata quasi per intero in un canto composto da Bilbo Beggins a Gran Burrone, il regno del figlio di Eärendil, il Mezzelfo Elrond. Il suo nome, nella lingua elfica Quenya, significherebbe “amante del mare”, mentre Gil-Estel, "Stella dell'alta Speranza".
Tuttavia, fu lo stesso Tolkien ha rivelare che il nome deriva dall’antico anglo-sassone, dove éarendel (termine presente in versioni leggermente diverse anche in altre lingue nordiche antiche: Aurvandil in norvegese antico, Auriwandalo in longobardo, Orentil o Erentil in tedesco), veniva usato per indicare un astro luminoso, tipicamente la Stella del Vespro o del Mattino, per l’appunto Venere. Nel Signore degli Anelli, infatti, viene spesso utilizzato per indicare sia la Stella che il personaggio (ad esempio l'esclamazione di Frodo al valico di Cirith Ungol, «Aiya Eärendil Elenion Ancalima!», che in Quenya significa: «Ti saluto o Eärendil, la più luminosa delle stelle!»). Sembra che la scelta di questo nome sia stata ispirata a Tolkien da due versi del poema religioso anglosassone Crist, che recita:

«éala éarendel engla beorhtast
ofer middangeard monnum sended.»

«Ti saluto o Earendel, il più luminoso degli angeli,
inviato sugli uomini della Terra di Mezzo

Infine, la "leggenda" di Eärendil nella forma raccontata da Tolkien avrebbe anche numerosi punti di contatto con leggende medievali dell'Irlanda celtica: sia quella di Immram che quella cristianizzata di san Brandano il navigatore. L’altro è il collega e carissimo amico di Tolkien, C.S. Lewis, autore di una singolarissima Trilogia dello Spazio. Denominata anche Cosmic Trilogy (Trilogia Cosmica) è una saga di tre romanzi dove il filologo di nome Elwin Ransom è il protagonista dei primi due libri, mentre nel terzo diventa una figura meno decisiva ma sempre importante. Il primo libro “Out of the Silent Planet” (Lontano dal pianeta silenzioso) è il primo libro, scritto nel 1938, ambientato principalmente su Marte (Malacandra), dove il protagonista, Ransom viaggia alla volta del pianeta rosso e scopre che la Terra è stata esiliata dal resto del Sistema Solare. Si scopre che indietro nel tempo, in un lontano passato della Terra, cadde sotto il controllo di un essere angelico noto come Bent Oyarsa, e che per prevenire la sua contaminazione del restante Sistema Solare (definito “Il Campo di Arbol”) da parte sua, venne isolata, divenendo così Thulcandra, il pianeta silenzioso.
In “Perelandra”, del 1943, ci troviamo invece su Venere, dove il dottor Ransom viaggia all’interno di questo pianeta incontaminato nel quale sono appena emersi i primi esseri senzienti umanoidi, mentre in “That Hideous Strength” (Quell’orribile forza), pubblicato nel 1945, ci troviamo sulla Terra, dove un team scientifico chiamato N.I.C.E. (L'Istituto Nazionale di Esperimenti Coordinati) è segretamente in contatto con entità demoniache che pianificano di devastare l’intero pianeta. Esiste anche un quarto libro, un manoscritto incompleto pubblicato postumo nel 1977 intitolato “The Dark Tower[13] (La Torre Nera), dove Elwin Ransom in un ruolo meno centrale viene coinvolto in un esperimento che consente ai suoi partecipanti di visualizzare su di uno schermo speciale, la loro posizione in un Universo Parallelo.
Analizzando più nello specifico le trame dei libri, nel primo, “Lontano dal pianeta silenzioso”, viene raccontata l’avventura del protagonista, Elwin Ransom, professore di filologia in vacanza, rapito da due scienziati per un loro losco disegno e trasportato sul pianeta Malacandra (Marte). Sfuggito ai rapitori il giorno dell’imbarco, solo e in un mondo dalle tinte acquerello, dove le foreste sono dei veri e propri labirinti di fragili steli colorati alti una dozzina di metri, Ransom incontra Hyoi del popolo dei hrossa, agricoltori e poeti dal nero corpo lucente, e gli altri abitanti del pianeta, gli altissimi e sapientissimi sorn e i pfifltriggi simili a ranocchi, maestri di tutte le arti della pietra e del metallo. Attraverso il loro aiuto disinteressato scopre i segreti del pianeta Malacandra, come viene a conoscenza del segreto della Terra, il «pianeta silenzioso» che da millenni ha cessato di conversare con gli altri mondi.
Il protagonista incontra, pertanto, una comunità aliena nella quale sono impensabili il razzismo, l’intolleranza così come tutte quelle caratteristiche che rendono il genere umano irrazionale. Le tre razze malacandriane (o marziane) che coabitano nello stesso pianeta, formano una società pacifica nella quale ogni membro riveste un ruolo predeterminato e felicemente accettato. Arte, Conoscenza, Tecnologia sono i tre grandi filoni della Civiltà di Malacandra, riassunti e vivificati nella conoscenza mistica dell’Ente Supremo del pianeta o “Grande Spirito” (Oyarse), che ne è l’unità e la guida di un mondo felice, nella quale ogni differenza e diversità contribuiscono a rendere pienamente libera una realtà nuova.

«“La Vita, naturalmente […] essa ha spietatamente abbattuto ogni ostacolo e liquidato ogni fallimento e oggi, nella sua forma più nobile, L’Uomo Civile, si appresta a compiere il salto interplanetario. […] Ed è in nome della Vita stessa che io sono pronto a piantare senza alcun timore la bandiera dell’Uomo sul suolo di Malacandra; sono pronto, passo dopo passo, ad andare avanti, prendendo il posto, dove occorre, delle forme di vita inferiori che incontreremo, rivendicando un pianeta dopo l’altro, un sistema dopo l’altro, fino a quando i nostri discendenti dimoreranno nell’Universo ovunque esso sia abitabile.”»

Come contraltare di questo luogo quasi paradisiaco vi è la figura di Wenston, lo scienziato ideatore e costruttore dell’astronave con la quale i tre uomini sono giunti sul pianeta rosso, e dove nelle sue sopracitate parole, si riscontra l’intero pensiero occidentale moderno, dal darwinismo sociale, base ideologica del nazionalsocialismo, al concetto di progresso come destino, di un finalismo evolutivo che pone come scopo ultimo l’evoluzione dell’Uomo Bianco Occidentale, braccio destro del divino nel migliorare, secondo le sue logiche fanatiche, il creato, non disdegnando una certa intolleranza culturale e il disprezzo per le minoranze etniche e retrograde tecnologicamente.
Il secondo libro di questa ambiziosa quanto singolare saga fanta-teologica di Lewis, è un romanzo complesso, straordinario ed affascinante, dove in un mondo da sogno, Venere, si dipana la storia di due novelli Adamo ed Eva, rinnovandola e riproponendola in chiave cosmica. La storia inizia con lo stesso Lewis, protagonista all’interno di questo romanzo che viene chiamato a far visita al suo amico Ransom, nella sua abitazione vicino Worchester, dove gli spiega di aver ricevuto l’incarico di dirigersi su Perelandra (Venere), per una missione da compiere. Dopo essere stato aiutato a collocarsi dentro una cassa, grazie con l’aiuto dell’Oyarsa di Malacandra (Marte), viene trasportato sul Perelandra do-ve soggiornerà un anno e, una volta ritornato, Ransom racconterà quanto accaduto a Lewis stesso e ad un dottore chiamato ad assisterlo, descrivendo la seguente storia.
Perelandra (Venere) è un pianeta fatto di isole galleggianti, dove non appena arrivato vi incontra un piccolo drago e una donna nuda che egli chiamerà “la signora verde.” Parlando con lei con la lingua Solare antica, imparata su Malacandra, Ransom capisce che la donna, e quello che ella chiama il Re (che apparirà alla fine del libro), non sono altro che la Eva e l’Adamo del pianeta, prima della loro caduta nel peccato originale; di non poco conto è il contatto che la donna ha anche con Maleldil[14] (il Cristo o Figlio di Dio) che le parla direttamente. Ransom scopre che oltre alle isole galleggianti, esiste anche una terra ferma e che la donna e il Re possono andarvi solo di giorno, mentre la notte Maleldil vuole che dimorino su un’isola.
Nel mentre vede poi arrivare il dottor Weston atterrare con la sua astronave, ormai in preda al male, sbarcato con l’intento di diffonderlo sul pianeta, Ransom capisce lo scopo della sua missione. Weston spinge la donna a disobbedire ai comandi di Dio e Ransom constata come del vecchio Weston non sia rimasto più nulla, essendo ormai completamento manipolato e in preda del maligno, arrivando a definirlo “il Non-Uomo”. Weston convince la donna a dormire sulla terra ferma, andando così contro il comando di Maleldil, dicendo che egli sarebbe stato contento di vederla prendere le sue decisioni da sola, matura come una donna di Thulcandra. Lei, dapprima interessata, poi scettica, fa però trapelare come sia a conoscenza dell’incarnazione di Maleldil, il Figlio di Dio, avvenuta sulla Terra, e Weston usa questo argomento per affermare lucifericamente che dalla prima disobbedienza venne fuori, dunque, un bene più grande[15].
Ransom e il “corpo” di Weston iniziano così un inseguimento estenuante fin dentro le caverne della terra ferma, dove infine il primo ha la meglio ed uccide il corpo del “Non-Uomo”, pur restando ferito con un taglio permanente al tallone, procuratogli da un morso di quest’ultimo durante lo scontro. Infine, negli ultimi capitoli, Ransom incontra l’Oyarsa di Perelandra e quello di Malacandra che si manifestano a lui insieme al Re, chiamato Tor, ed alla signora verde, chiamata Tinidril. Tor spiega ora che essi hanno imparato cosa sia il male, ma in modo diverso dalle aspettative del maligno. Dopodiché il protagonista fa ritorno sulla Terra, nella cassa trasportata dall’Oyarsa.
L’ultimo libro, “Quell’orribile forza”, è il più problematico. Ransom non è più il protagonista principale, e il nemico, questa volta, non è il Male evocato dalle Scritture ma l’intera modernità, esemplificata nel N.I.C.E. (National Institute of Coordinated Experiments), opera in realtà di Entità Extraterrestri[16] malvagie, che altro non sono gli Angeli Caduti.
Scopo di questa organizzazione (quindi del Diavolo e della Modernità), è quello di deumanizzare l’individuo secondo una visione ultra-materialistica e amorale dell’esistenza. Lo scontro, perciò, si dipana tra due schieramenti, tra chi vuole rendere il mondo “Perfetto”, e chi invece accoglie la realtà con tutte le imperfezioni e cerca faticosamente di amarla. Fulcro di questa ideologia è un esperimento che nel capitolo nono, intitolato “La Testa del Saraceno”, presenta un uomo, un criminale condannato a morte, che è di fatto ridotto ad essere soltanto una grande testa, collegato e tenuto in vita solo da apparecchi elettronici, un vero e proprio burattino di carne e bit attraverso cui parla “La Forza.” E questa Forza non è quella di Guerre Stellare o l’Amore che muove gli astri decantato negli ultimi versi della Divina Commedia di Dante, ma è un Orribile Forza, a cui allude anche il titolo del libro, e che come dice Weston, il “cattivo luciferino” di turno della trilogia, è “una grande impenetrabile Forza, che si precipita dentro di noi dalle oscure basi dell’essere”, una Forza che guida e ispira gente come Weston, verso un grandioso progetto.


«"Ecco quello di cui sto parlando: spirito, intelligenza, libertà, spontaneità. Ecco la meta verso cui si sta muovendo l'intero processo cosmico. L'affermazione finale di questa libertà, di questa spiritualità, è il lavoro al quale dedico la mia vita e la vita dell'umanità. La meta, Ransom, la meta: ci pensi! Puro spirito, il vortice finale dell'attività auto-pensante e auto-producente".»

A Ransom, il “buono” del romanzo, lo “spiritualista” Weston illustra i suoi propositi.

«"Ma proprio non capisce, Ransom, che Bene e Male sono solo dicotomie illusorie, partorite da un primitivo antropomorfismo religioso, che tutto è Uno, puro Spirito? Esiste una sola Forza."»

L’obiettivo finale di questa rivoluzione è la creazione di Uomini Incorporei (“le Teste Elettriche che non muoiono mai”), perché lo scopo è l’abolizione dell’uomo, separare conoscenza ed etica, che porti alla costruzione di una Macchina, di un Uomo Nuovo o Tecnocratico ed Obiettivo, che riduce il mondo a misura perfetta e non preveda l’ingombro del Corpo Fisico ma il dominio assoluto e incontrastato della Mente. Abbandonare perciò il vecchio ordine, nel quale la Materia e lo Spirito erano confusi, ed aprirsi al Nuovo Ordine, dove la natura, vista come qualcosa di morto, venga soppiantata da una Macchina che deve funzionare perfettamente e che possa essere smontata se non funziona correttamente.

«"In noi la vita organica ha prodotto la Mente. Ha fatto un buon lavoro, ma adesso non ne abbiamo più bisogno. Non vogliamo più un mondo incrostato di vita organica. Dobbiamo liberarci di tutto ciò. Impareremo a mantenere in vita il cervello con sempre meno corpo: impareremo a nutrire il corpo direttamente con sostanze chimiche, senza doverlo più rimpinzare di animali morti e di erbacce. Impareremo a riprodurci senza la copula... Il mondo cui io tendo è il mondo della perfetta purezza. Mente pura e minerali puri. Quali sono le cose che offendono maggiormente la dignità dell'uomo? Sono la nascita, la procreazione e la morte. E se stessimo per scoprire che l'uomo può vivere senza queste cose?

Si scopre quindi, che i reali intenti della N.I.C.E. sono lucidi, quanto mai spietati: «”Al momento, è la questione più importante: da quale parte si sta, dalla parte dell’oscurantismo o da quella dell’ordine. Sembra proprio che noi come specie avremo finalmente il potere di costruirci un futuro sbalorditivo, di controllare il nostro destino. Se veramente le si darà mano libera, la scienza potrà impadronirsi della razza umana e rimetterla in funzione rendendo l’uomo un animale veramente efficiente. Altrimenti. be’, sarà la nostra fine”. “Prosegua. Questo mi interessa moltissimo”. “L’uomo deve farsi carico dell’uomo, il che significa, tenga bene a mente, che certi uomini devono farsi carico di tutti gli altri - il che è un ulteriore motivo per trarne tutto il vantaggio possibile, appena si può. Lei e io vogliamo essere quelli che si fanno carico, non quelli di cui ci si fa carico, questo è chiaro”. “A cosa si riferisce in particolare?”. “Cose semplici e ovvie, tanto per cominciare. la sterilizzazione dei disabili, l’eliminazione delle razze arretrate (non vogliamo pesi morti), la riproduzione selettiva. Poi l’educazione vera, compresa l’educazione prenatale. La vera educazione infallibilmente trasforma chi la subisce in ciò che essa si prefigge, senza che il soggetto in questione o i suoi genitori possano farci nulla. Naturalmente si tratterà all’inizio di un influsso soprattutto psicologico, ma alla fine arriveremo al condizionamento biochimico e alla diretta manipolazione del cervello.”»

Vengono persino spiegati anche dei meccanismi ad oggi utilizzati nella nostra società.

«È curioso che la parola ‘esperimento’ sia mal accetta, ma non la parola ‘sperimentale’. Non si devono fare esperimenti sui bambini; ma se ai cari ragazzini si offre istruzione gratuita in una scuola sperimentale collegata alla N.I.C.E., tutto andrà benissimo!”»

La Caduta, pertanto, inizia sempre con queste modalità.

«È l’inizio di un potere assoluto

Lewis, come era suo solito fare, e così come fece il suo collega e amico Tolkien, inserì nei suoi romanzi tutta una serie di conoscenze mistiche ed esoteriche di primordine, spiegandoci in chiave fantastica la vera realtà del nostro pianeta, e la storia di tutto il Sistema Solare, passata, presente e futura, e che vede al centro, specie nel libro secondo della sua Trilogia, il pianeta Venere.

«”Questo Istituto servirà a sconfiggere la morte o a sconfiggere la vita organica, se preferisce. È la stessa cosa. Servirà a trarre fuori dal bozzolo della vita organica che ha protetto l’infanzia della mente l’Uomo Nuovo, l’uomo che non morirà. L’uomo artificiale, indipendente dalla Natura. Le offriamo di diventare uno di noi. È l’inizio di un potere assoluto; vivrà per sempre”. “È l’inizio dell’Uomo Immortale e dell’Uomo Ubiquo” disse Strik “L’Uomo sul trono dell’Universo: è questo il vero significato di tutte le profezie.”»

(Dettagli della superficie di Venere ripresi il 3 marzo del 1982 dalla sonda Sovietica Venera 13)



[1] Prende il nome dalla dèa romana dell'amore e della bellezza, e il suo simbolo astronomico è la rappresentazione stilizzata della mano di Venere che sorregge uno specchio.
[2] Ha l'aspetto di una Stella lucentissima di colore giallo-biancastro, di gran lunga più brillante di qualsiasi altra Stella nel firmamento
[3] Il pianeta non è dotato di satelliti o anelli e ha un campo magnetico debole rispetto a quello terrestre.
[4] In astronomia, l'elongazione di un pianeta è data dall'angolo formato tra il Sole e il pianeta, visto dalla Terra; l'elongazione di una cometa è la distanza angolare fra la cometa ed il Sole, rispetto alla Terra.
[5] Il rapporto 8/13 è approssimativamente 0,6154 mentre il periodo di rivoluzione di Venere è 0,6152 anni, da qui la risonanza. Questa leggera differenza fa sì che dopo 8 anni il pentagramma successivo sia ruotato rispetto al precedente di 2,55°.
[6] Tuttavia, per non venir accusato di eresia dall'inquisizione nel contraddire la teoria tolemaica, Galileo coprì la sua scoperta in una frase criptica in latino: "Mater Amorum aemulatur Cinthyae figuras", che vuol dire "La madre degli amori (Venere) imita le forme di Cinzia (la Luna)."
[7] Altre osservazioni anomale sono avvenute nel corso dei secoli. Menzionate sovente come transiti di Ve-nere sul Sole in epoche antiche, si ricorda quella dello scienziato persiano Avicenna che riporta di aver osservato il pianeta nel 1032 come una macchia che passava sopra il Sole, concludendo che il pianeta fosse più vicino alla nostra stella di quanto lo sia la Terra. Anche l'astronomo arabo Ibn Bajja menzionò transiti di Mercurio e Venere sul Sole nel XII secolo; tuttavia studi storici di Bernard R. Goldstein e altri nel XX secolo escludono che questi transiti possano essere stati effettivamente osservati ad occhio nudo, concludendo che i due astronomi molto probabilmente osservarono delle enormi macchie solari…
[8] La superficie di Venere appare geologicamente molto giovane, i fenomeni vulcanici sono molto estesi e lo zolfo nell'atmosfera dimostrerebbe, secondo alcuni esperti, l'esistenza di fenomeni vulcanici attivi ancora oggi. Tuttavia, rimane un enigma l'assenza di tracce del passaggio di lava che accompagna una caldera, tra quelle ad oggi visibili.
[9] Hesperia fu anche uno dei nomi dati dai Greci all'Italia meridionale e il simbolo associato divenne il più antico dei simboli patri italiani, conosciuto come Stella d'Italia e raffigurato nel simbolo ufficiale della Repubblica Italiana. Ebbene, da ventisei secoli, questa Stella Bianca a Cinque Punte, segue i nostri destini e di tutti i suoi abitanti. Si trova come ho scritto nell'emblema della Repubblica, in quello precedente del Regno d'Italia, e va a ritroso nel tempo sino al VI secolo a.C. intrecciandosi persino con il mito di Enea. Stesicoro, il poeta, raccontava nel poema "Iliupersis" che Enea, in fuga dalla città di Troia, devastata dai Greci, tornò in Italia nella terra dei suoi antenati, attraversando il Mediterraneo in un viaggio guidato nel cielo dalla luce di Venere; la stessa stella che secoli più tardi, diverrà il simbolo della Gens Julia, della casa di Giulio Cesare (il Caesaris Astrum altro non è che Venere). Anche Leonardo da Vinci la menziona, nei versi: "Non si volta chi a stella è fisso." Innegabile il suo valore simbolico, etico e ideale tramandato sino al Risorgimento, perché dopo l'Italia turrita e stellata di Cesare Ripa, spetterà a Giuseppe Mazzini rinnovarne il mito facendone la Stella Nazionale, guida durante il processo di unificazione del paese, essa sormonterà poi il palco d'onore del re Vittorio Emanuele II, facendo nascere l'appellativo di "Stellone", la stessa Stella che diverrà grande e si collocherà al centro dell'emblema della Repubblica, nel 1948. Arrivati a questo punto, viene da chiedersi quale Stella sia colei che sormonta la capannuccia del Presepe durante le festività natalizie.
[10] Nella successiva epoca cristiana, Lucifero ("portatore di luce"), diverrà l'Angelo Caduto allontanato dal Cielo, forse a memoria di una immane catastrofe planetaria.
[11] Si narra che dalla sua unione con Marte nacquero Eros, detto anche Cupido, Deimo e Fobo, mentre dalla sua unione con Mercurio, nacque il figlio Ermafrodito.
[12] A Roma venivano celebrati i Veneralia in onore di Venere Verticordia, "che apre i cuori", e del suo compagno, Fortuna Virile (o Fortuna Vergine, una dèa, come risulta da studi recenti). Sempre a Roma fu eretto un tempio, il “Tempio di Venere e Roma”, dedicato alla dèa e alla città.
[13] Ancora oggi è oggetto di discussione la paternità a Lewis.
[14] Gli Eldil (Angeli o Arcangeli che siano) sono entità divine in grado di passare da un pianeta all’altro, nel nome del Dio Unico, per rispettare i suoi disegni e le sue volontà, contrapponendosi ai luciferini nemici del pianeta silenzioso, la nostra Terra, dove qui gli altri Eldil sono ostili all’uomo e nemmeno comunicano con l’esterno. Maleldil è l’incarnazione fisica terrestre del Figlio di Dio (il Cristo).
[15] Weston, prima di cadere, era giunto ad una confusa visione dell’esistenza fondata sulla spiritualità - sorta di mostruoso panteismo assai postmoderno, fusione indiscriminata di Bene e Male a qualunque prezzo, perché Dio e Satana sono visti, nella sua visione, come immagini della stessa Forza; Dio è la meta, il dinamismo è Satana.
[16] Queste Entità, in realtà, sono del tutto simili ai Grandi Antichi del Ciclo di Cthulhu di Lovecraft, che lega con un sottile filo anche la visione di Robert W. Chambers, di Dion Fortune, anch’essa scrittrice ed esoterista, affiliata alla Golden Dawn di Aleister Crowley.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte II - Antropogenesi / Lezione 4, 4.6 - La Civiltà Venusiana

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