"Dagli Iperborei agli Argonauti" di Federico Bellini

Iperborea è una terra leggendaria. Patria del mitico popolo degli Iperborei, si racconta che vivevano in una terra lontanissima situata a nord della Grecia ("coloro [che vivono] oltre βορέας"), un paese ritenuto perfetto, illuminato dal Sole splendente per sei mesi l’anno. Ecateo di Mileto (VI secolo a.C.) collocava questa terra all’estremo Nord, tra l’Oceano (l’anello d’acqua che i greci credevano scorresse attorno alle terre emerse, al pari di un gigantesco fiume) e i monti Rifei, mentre Ecato di Abdera (IV-II secolo a.C.), autore di un’opera su questo misterioso popolo, di cui ci sono pervenuti solo dei frammenti, li collocava in un’isola dell’Oceano; infine se ne occupò anche Esiodo che li collocò "Presso le alte cascate dell'Eridano[1] dal profondo alveo."
Su questa isola o territorio, dalla quale si dice fosse possibile “vedere la Luna molto da vicino”, i tre figli di Borea, rendevano culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni, originari dei monti Rifei. I Greci tentarono di formulare numerose soluzioni in merito alla possibile sede geografica di questo fiume, tra cui Ferecide di Atene ed Erodoto (secondo altri Pindaro), che collocava gli Iperborei nella regione delle “Ombrose Sorgenti” del fiume Istro (l’attuale Danubio). Infatti, in un passo del Prometeo Liberato, Eschilo ricorda la fonte di questo fiume nei pressi del paese degli Iperborei, nei monti Rifei, mentre Ellanico di Lesbo e Damaste di Sigeo, ponevano questo territorio “oltre” i monti Rifei, ricordando come fossero situati a nord dei Grifoni, Guardiani dell’Oro (o dell’Eden).
Erodoto, riassumendo un poema di Aristea di Proconneso, purtroppo perduto, riferiva di un proprio viaggio compiuto per ispirazione di Apollo, in regioni assai lontane, sino al paese degli Issedoni, “al di là” dei quali ci sarebbero gli Arimaspi monocoli, i già menzionati Grifoni, e infine gli Iperborei, che vivevano in una terra dove il clima era sempre primaverile, “e piume volteggiano nell’aria”. In epoca moderna, fu il ricercatore francese, Jean Sylvain Bailly, nella sua Storia dell'Astronomia, a parlare nuovamente di Iperborea, sostenendo che essa fosse l'origine delle più antiche Civiltà.

Teorizzare un’origine del tutto iperborea della “Razza Ariana” fu il passo successivo, specie per merito della Teosofia ad opera della Blavatsky, che ne “La Dottrina Segreta” descrisse una storia alternativa dell’umanità, nella quale questo territorio mitico, era rappresentato come un continente polare e che si estendeva dall’attuale Groenlandia sino al Kamčatka, e sarebbe stata la sede della seconda razza dell'umanità, Giganti Androgini dalle fattezze mostruose.[2]
Prima però di spingerci più in profondità alla ricerca di queste mitiche terre, patria delle moderne “razze umane” presenti al Mondo, sarà bene approfondi-re altre figure mitiche sino a qui già incontrate, come ad esempio i Grifoni. Creature leggendarie dal corpo di Leone e la Testa di Aquila, le loro fattezze appaiono nella mitologia mesopotamica, dove creature così “assemblate” dall’unione di animali rapaci con aspidi, erano considerati demoni o divinità dalle caratteristiche nefaste.
Anzû, spirito del vento di tempesta, guardiano dell'Ekur, il Tempio della Montagna, rappresentato o citato fin dal III millennio a.C. nei rilievi sumeri ritrovati presso Telloh, era una figura che si era così diffusa nell'immaginario di diverse popolazioni, anche per via del sincretismo che caratterizzava le religioni dell'epoca, raggiungendo l'Anatolia e, tramite la mitologia fenicia, la Grecia, non senza però differenziarsi e adattarsi al contesto culturale e mitologico. Trovarono poi una forma quasi definitiva nell’immaginario collettivo greco dopo il 400 a.C., grazie a Le Storie di Erodoto di Alicarnasso (dove abitavano i monti tra gli Iperborei e gli Arimaspi, costudendo l'Oro del Nord) e con La Storia della Persia di Ctesia di Cnido.

«C'è anche oro [in India], non rinvenibile però nei fiumi e slavato, come nel fiume Paktolos, bensì in molte grandi montagne disabitate a causa dei Grifoni. Questi sono uccelli a quattro zampe grandi quanto i Lupi, le loro zampe e i loro artigli assomigliano a quelli di un Leone; le piume del loro petto sono rosse, mentre quelle del resto del corpo sono nere. Sebbene ci sia abbondanza di oro nelle montagne, è difficile recuperarlo a causa di questi uccelli...»

E arrivati sin qui non possiamo fare a meno di notare la somiglianza di questi “maestosi uccelli” al Garuda (Garutman), presente nell’Induismo, e più in generale nelle culture religiose orientali, il divino capostipite della stirpe degli uccelli. Partorito come uovo da Vinata, indicato nel Matsya Purāṇa come l’uccello che trasporta il “Signore dei Sacrifici.”[3] Ma altre figure mostruose andarono a popolare l’immaginario collettivo dei nostri antichi progenitori, creando un corpus mitologico alla fine talmente coerente e omogeneo, da lasciare spiazzati.
Le mappe greco-latine e poi medievali che riportavano la locuzione latina Hic Sunt Leones, presentavano ogni popolo sino ad allora conosciuto, caratterizzato da deformità fisiche, sovente enfatizzate e stereotipate, seppure alla fine si continuò a descrivere esseri dalle fattezze umanoidi, con una o più specifiche ed evidenti deformazioni fisiche (Ibridi?), e che conferirono il nome proprio alla stessa popolazione di appartenenza. Le deformazioni più conosciute riguardavano occhi, naso, bocca, testa, giunture, mani, la duplicazione degli stessi, dall’ipertrofia (torso, piedi, collo, orecchie enormi), all’accostamento di membra di diversi proporzioni (corpi giganteschi, testa minuscola), con il finire a descrivere ibridi veri e propri, sempre umanoidi, ma con parti del corpo di animale (teste di Cane, Gallo, Capra, corpi pelosi, etc.)
Tra questi ricordiamo: Aigipani (Pan Caprini, corna caprine sulla fronte e zampe di capra); Amicteri o Arrini (privi di narici o privi di naso), Antipodi o Abarimo (con i piedi rivolti all'indietro); Arimaspi o Monoculi (con un solo occhio sulla fronte); Artabatici (quadrupedi); Astomi (privi della bocca); Blemmi (privi di testa e con la faccia sul ventre); Brachistomi (dalle labbra saldate); Ciclopi (giganteschi con un solo occhio, il riferimento è limitato ai Ciclopi omerici e ai Ciclopi costruttori di Tirinto e Argo, non ai Figli di Urano; si veda anche i sopracitati Arimaspi); Cinocefali (con la testa di cane), Gegetoni (con corna sulla testa); Gorgadi o Gorille (col corpo coperto di peli, generalmente sono popolazioni di sesso femminile); Imantipodi (con gambe fini e piatte come delle "strisce di cuoio"); Ippopodi (zoccoli di cavallo al posto dei piedi); Nisicaste (tre o quattro occhi); Panozi o Pande (con enormi orecchie); Pigmei (alti un cubito); Sciapodi o Monopodi (con una sola gamba e un unico grande piede), etc.
A quanto pare, o la fantasia dei nostri avi era così fervida e prolifica da lasciare di stucco ancora oggi noi moderni lettori, oppure dovevano essere venuti in contatto con fette di popolazioni che in qualche modo dovevano aver subito una sorta di trasformazione genetica, risultando essere gli ultimi di una specie in via di estinzione, e che i popoli più forti e vincitori conobbero prima che si estinguessero.[4] Oltre a queste creature strane, gli antichi miti pullulano anche di personaggi altrettanto strani, uno dei quali è Abari o Abaride (Abaris Hyperboreos), leggendario indovino, taumaturgo e sacerdote di Apollo[5], che alcuni credono sia realmente esistito tra il VII e il VI secolo a.C. Secondo Erodoto, Pindaro e lo stesso Platone, Abari proveniva dalla mitica regione Iperborea, dove avrebbe appreso e sviluppato abilità fuori dal comune di guaritore. Nominato Sacerdote, avrebbe poi ricevuto dal Dio il dono dello spirito profetico e una Freccia d’Oro che si portava sempre appresso.
Ora, secondo alcune tradizioni questa Freccia gli permetteva di volare e, grazie ad essa girava per tutta la Grecia, guarendo ammalati, facendo prodigi e senza dover mai toccare cibo. È ravvisabile in questo Mito la sua straordinaria somiglianza con il Vello d’Oro, dell’altrettanto leggendaria avventura degli Argonauti e che tratteremo a breve, perché a parte il riferimento al metallo prezioso, sia la Freccia che il Vello di Ariete, potevano sia volare che guarire le ferite…

(The Golden Fleece di Herbert James Draper, 1904. Oil on canvas, 155 x 272.5 cm)

Questa Freccia, inoltre, si dice fosse stata creata dall’Artigiano Celeste, che il suo primo raggio sarebbe stato destinato a purificare l’umanità, dopo che gli Dèi concentrarono la loro energia al suo interno, dimostrando come il Mito sia simile alla descrizione delle varie armi presenti nei poemi indiani, e nei quali, armi altrettanto eccezionali, vi furono descritte. E come il Vello d’Oro, anche la creazione della Freccia d’Oro fu introdotta da Apollo per vendicare Asclepio, Dio della Medicina, contro i Ciclopi (i Cabiri?), artefici dei fulmini di Zeus, e dopo aver compiuto la missione la nascose nel paese dei Saggi del Nord, o la Terra degli Iperborei, riportandola in occidente dopo che Zeus lo assolse da questo omicidio, insieme alla feconda Demetra[6].
E poi arriviamo ad Aristea di Proconneso, personaggio che si ritiene realmente esistito, nonostan-te la natura e le sue abilità fuori dal comune. Originario dell’isola di Proconneso (oggi isola di Marmara, nel mare omonimo), secondo alcune fonti sarebbe stato attivo durante la cinquantesima Olimpiade (580 a.C. - 577 a.C.), mentre Strabone asseriva che fosse stato addirittura maestro di Omero. Autore, forse, di un poema sul popolo degli Arimaspi, le testimonianze ci riferiscono dei suoi viaggi nelle regioni settentrionali, dove secondo Teopompo avrebbe incontrato gli Iperborei, mentre secondo altri avrebbe vissuto tra gli Issedoni e gli Arimaspi, dai quale avrebbe ricavato notizie sulle regioni ancora più settentrionali.

«Vi sono uomini laggiù - affermava - che vivono nell'acqua, lontano dalla terra, in fondo alla piana oceanica. Portano i segni della sofferenza, devono faticare molto, la loro anima è nel mare, gli occhi nelle stelle; e benché tra le loro mani si assicurino numerosi beni, la loro perversa fierezza sempre gli Dèi invoca

Aristea e Abari ci forniscono elementi a favore, non solo dell’ipotesi dell’origine nordica del Culto di Apollo, ma anche contatti o una diretta provenienza della tardiva cultura greca, da tradizioni sciamaniche settentrionali. Gli Arimaspi, alla fine, furono un popolo leggendario citato da autori greci e latini, abitanti in un territorio posto a nord-est della Grecia, facenti parte di un gruppo di Ciclopi di cui, sempre secondo Erodoto, il loro territorio si trovava tra quelli degli Iperborei e degli Issedoni, probabilmente nel nord della Scizia, o l’Oceano Scitico (composto anticamente dal Mar Nero, il Mar Caspio e il Lago di Aral), con a sud il Caucaso, un territorio dove si fronteggiavano con i Grifoni a guardia del Giardino dell’Eden e dei suoi immensi tesori d’oro.

«Aristea di Proconneso, figlio di Castrobio, componendo un poema epico, disse di essere arrivato, invasato da Febo, presso gli Issedoni e che al di là degli Issedoni abitano gli Arimaspi, uomini monocoli, e al di là di questi i Grifi custodi dell'oro, e oltre a questi gli Iperborei, che si estendono fino ad un mare. Tutti costoro, eccetto gli Iperborei, a cominciare dagli Arimaspi aggrediscono di continuo i loro vicini; e così dagli Arimaspi furono scacciati dal loro paese gli Issedoni, dagli Issedoni gli Sciti; e i Cimmeri, che abitano sul mare australe, premuti dagli Sciti, abbandonarono il paese.» (Erodoto, Storie, IV, 13)

Ed è a questo punto del nostro viaggio che arriviamo finalmente ad affrontare il Mito degli Argonauti, (in greco antico: Ἀργοναῦται, Argonâutai) un gruppo di circa 50 Eroi che, sotto la guida di Giasone, diede vita a una delle più affascinanti narrazioni della mitologia greca: l'avventuroso viaggio a bordo della nave Argo, che li condusse nelle ostili terre della Colchide alla riconquista del Vello d'Oro. La trama di questa storia è assai complessa e per certi versi alquanto illogica, ma per comprenderla al meglio vedremo di descriverne una breve trama, tratta dal celebre poema di Apollonio Rodio[7].
Il I e II libro descrivono gli antefatti e la preparazione al viaggio, nonché il viaggio stesso degli Argonauti, guidati dal principe Giasone verso la Colchide, una regione corrispondente all’odierno Caucaso sul Mar Nero. Pelia ha usurpato il regno di Iolco al fratellastro Esone, padre di Giasone, e quest’ultimo, per riprendere quanto gli spetta di diritto, dovrà riconsegnare all’usurpatore il Vello d’Oro, custodito da re Eeta nella selvaggia terra dei Colchi. Creata una barca grazie all’aiuto di Argo di Tespi, costruttore del vascello e di cui prenderà il nome, e dopo aver imbarcato 50 Eroi[8], partirono per il loro lungo viaggio.
Nonostante che dalla Grecia al Caucaso, il viaggio sia lungo ma non impossibile, e ben presto riuscirono a superare le varie tappe o prove, arrivati alla Colchide ripresero il Vello d’Oro tanto agognato, e decisero, quindi, di proseguire il viaggio di ritorno seguendo un itinerario eccentrico e alquanto fantasioso (per alcuni giustificato dal fatto che a ritroso sarebbero caduti in mano nemica), che li vedrà, con la loro “Nave”, risalire il Danubio (il fiume Istro), passare tra montagne e vallate, ridiscendere dal Po (l’Eridano), finire forse nel Rodano sino a spuntare nel Mediterraneo, catapultarsi nel deserto della Libia e ritornare poi a casa.
Lo storico Timeo, citato da Diodoro Siculo, raccontò una storia ancor più diversa e affascinante, in quanto sosteneva che una volta recuperato il Vello d’Oro, gli Argonauti, invece di uscire dalle acque del Ponto (il Mar Nero), preferirono risalire il fiume Tanais (Don) fino alle sorgenti, raggiungendo una terra sconosciuta e un altro fiume il quale li portò nel Mare del Nord. Giunsero così nell’odierna Finlandia, costeggiarono la penisola Scandinava, poi attraverso l’Oceano fecero rotta verso l’Irlanda, infine virando verso occidente giunsero nella città di Gadeira (Gadir, Cadice), da dove riuscirono a raggiungere il Mediterraneo attraverso le Colonne d’Ercole, e da lì l’isola di Circe.
Insomma, una storia complessa come vi ho già scritto, ma geograficamente alquanto sconclusionata e priva di ogni senso logico. Per quale motivo un Mito così interessante avrebbe dovuto raccontare una storia priva di logica e fondamento geografico? Perché quasi sicuramente si trattava di un racconto leggendario talmente arcaico e primitivo, il quale, arrivato sino ai Greci, sopravvisse nel ricordo di quei popoli grazie a ulteriori strati e strutture narrative venutesi ad innestare, snaturandone la sua origine più genuina.
Del resto, è tipico di ogni Mito raccontare una verità di fondo, ma permeata di sub-strati narrativi successivi che ne presentano il contenuto su diversi piani di lettura, dai più, visto come un processo interiore ed iniziatico, archetipale, ma che al tempo stesso nasconde anche un fondo di realtà concreta, vissuta da quei popoli primitivi che ne gettarono le basi. Per comprendere in realtà il vero tra-gitto che fecero questi impavidi Eroi, o almeno tentare di comprenderlo, sarà bene capire come doveva apparire anticamente quell’area geografica.
Come abbiamo avuto modo di vedere nei capitoli precedenti, specie quelli attinenti all’ultima Glaciazione, la dove oggi vediamo le immense pianure della Russia e della Siberia, anticamente vi era presente un immenso bacino d’acqua, un tempo assai più grande, residuo del preistorico Oceano Paratetide, originatosi oltre 100 milioni di anni fa, ridottosi poi di dimensioni nel corso delle lunghe ere, sino a diventare un mare interno, conosciuto dagli antichi con il nome di Oceano Scitico, di cui il Mar Nero, il Mar Caspio, il Mar d’Azov e il Lago di Aral ne sarebbero oggi gli attuali bacini superstiti.
La cosa sconcertante è che circa 33-28 milioni di anni fa, questo immenso oceano euro-asiatico, passando dalla pianura dell’attuale Pannoia, sfociava nel nord Italia, all’altezza della foce del Po, ma anche alla foce del Rodano, e data la “nave” Argo, sarebbe stato più logico ambientare un percorso in quel lontanissimo passato, rispetto al tempo dei Greci, ma vero è che milioni di anni fa, non c’erano Greci antichi o popolazioni ancor più primitive, a percorrere questo mare antichissimo... o forse si?
Fatto sta, che da quel lontano periodo preistorico, questo Oceano, rinnovatosi sicuramente a più riprese attraverso le varie e lunghe fasi, specie durante l’ultima deglaciazione, alternò periodi espansivi e regressivi, sino a raggiungere, poi, l’attuale conformazione geografica a tutti nota, divenendo così questo “Abisso delle Acque”, come anticamente veniva chiamato, e che si pensava potesse arrivare sino al nord del Mondo allora conosciuto. Con questa chiave di lettura, forse, si comincia a in-travedere una diversa visione di questa storia, seppure ancora non comprendiamo appieno le sue dinamiche, e per meglio disvelare l’intera vicenda, forse sarà bene fare un ulteriore passo indietro.
Argo è stato un nome alquanto diffuso ed utilizzato nell’antichità, a cominciare da Argo Panoptes (“che tutto vede”), il gigante dai cento occhi, fratello della ninfa Io, ad Argo il cane di Ulisse, Argo la città antica dell’Argolide in Grecia, Argo di Tespi, costruttore della nave omonima. Dai molteplici significati, la parola Argo significa “rapido”, e deriva dal greco antico άργος (argos), che significa sia "splendente", "luccicante" che "veloce"; l'uso dello stesso termine per entrambi i significati è dovuto al fatto che "tutto ciò che si muove velocemente causa una specie di luce fugace o sfarfallante".
Ma il termine Argo lo si ritrova anche in altri popoli, come ad esempio in India, che in sanscrito significa offerta o libagione (Arghya), e che nel successivo mito indoariano diventerà l’Airyana Vaeja, Arya Varta, quindi Arghya-Varsa, il “Paese delle Libagioni”, nome misterioso di una terra mitica, originaria degli Arii, così come la Argolide tardiva dei greci, verrà vista come il corrispettivo della Terra Luminosa del Primo Uomo, che si trovava ad Oriente proprio come l’Aryana Varta dei seguaci di Zoroastro. E se gli Argonauti di Giasone non fossero partiti dalla Grecia, ma dalla loro vera patria, la terra degli Arii, in una terra che si trovava ad “Est che più Est non si può”?
           
(The Torture of Prometheus, di Jean-Louis-Cesar Lair. 1819)

«Il vostro volere di prima è compiuto. Fu comodo. A me, lo dovete. Volevate da lei, dal suo vivo racconto, sapere per prima la lotta che Io ha vissuto. Ora attente, vi dico la fine; i dolori che lei, questa giovane donna, deve ancora soffrire: Era è la fonte. E tu, germoglio di Ínaco, chiuditi dentro il mio dire: saprai fino in fondo dove termina il viaggio. Parti da noi, volgi il viso alle sorgenti del sole e corri pianure che non sanno aratro. Toccherai gli Sciti errabondi: per alloggio tettoie a graticcio, sospesi su carovane robuste, per armi hanno archi che vanno lontano. Non devi accostarli. Lambisci col passo gli anfratti ululanti di flutti, e traversa il paese. A sinistra stanno i Calibi, fabbri ferrai: guardati bene da loro, sono incivili, scontrosi coi forestieri. Eccoti ora all'Ibistre, il fiume Furioso: il suo nome non mente. Tu non passarlo - del resto non offre passaggi - finché non ti trovi sul Caucaso, la catena sovrana. Lassù, dalla cresta più alta, il fiume sventaglia il suo soffio possente. Poi ti tocca scalare picchi compagni alle stelle, e imboccare la strada, giù, al mezzogiorno, finché incontrerai le Amazzoni armate, nemiche del maschio. Questa gente, col tempo, fisserà la sua sede a Temiscira, là al Termodonte. Laggiù è Salmidesso irta ganascia marina: odia ospitare marittimi, lei, madre snaturata di navi. Saranno le Amazzoni a dirti la via, gioiose. Così arriverai alla lingua Cimmeria proprio alle bocche del lago, a quel varco serrato. Qui devi raccoglierti dentro il coraggio, partire, e guardare il canale Meotico. E sarà perenne nel mondo la storia famosa di questo tuo varco. Da esso avrà il nome: Bosforo, guado di Io la Giovenca. Così avrai lasciato la terra d'Europa, e verrai nei paesi dell'Asia.» (Prometeo Incatenato, attribuito ad Eschilo, 460 a.C.)

Adesso rileggete nuovamente questo passo dal Prometeo Incatenato, attribuito ad Eschilo, dove Prometeo descrive ad Io quale percorso deve fare per arrivare alla sua meta finale. Non vi risulta geograficamente errato? Prometeo avrebbe consigliato ad Io di fare un viaggio praticamente al contrario, dato che la fanciulla tramutata in giovenca, dovendo raggiungere l’Egitto e le rive del Nilo per partorire suo figlio, viene consigliata da Prometeo di fare un percorso che la spinge ad Est, nel verso dove sorge il Sole, nel territorio degli “Sciti errabondi”, che all’epoca popolavano le pianure attorno all’Oceano Scitico, avrebbe poi trovato la terra dei Calibi o Cabiri, i fabbri di Efesto, il fiume Istro ed infine il Caucaso, incontrando le Amazzoni per finire nella terra Cimmeria; inoltre, gli dice che li, dopo aver percorso il canale meotico sarebbe arrivata al Bosforo, ed entrata in Asia. Vi sembra un viaggio sensato?
Sono sempre più convinto che gli antichi Greci, quando dovevano trattare i propri Miti, cadevano in una sorta di trance così profonda, da entrare in un caos intimo ed esistenziale. Molte delle loro leggende sono totalmente sconclusionate nel presentare i vari personaggi, sovente sovrapposti ad altri, riproposti con gli stessi nomi, etc., ma la cosa che maggiormente sconcerta, è l'improbabile e fantasiosa capacità di questi Eroi o Dèi, di muoversi su regioni geografiche che hanno ancora oggi dell'impossibile. Nel Mito di Prometeo o degli Argonauti, si leggono itinerari talmente astrusi da lasciare allibiti. Sarebbe come dire ad un turista che si trova Milano, e che vuole dirigersi a Torino, di incamminarsi e raggiungere Venezia! E lascia sbigottiti tutto ciò, perché seppure 'antichi', questi Greci, conoscevano il mondo euroasiatico e nord-africano a menadito, lasciandoci così nel dubbio davanti alle loro lacune narrative. È chiaro, rispetto a coloro che vogliono solo vedervi delle storie iniziatiche ed ascetiche, che dietro vi si nascondino tradizioni molto più antiche e complesse, talmente sovrapposte tra di loro, e su più strati, da aver reso il risultato finale quasi del tutto incomprensibile.
Al di là che questo poema sia o meno attribuito ad Eschilo, i Greci non sono nuovi a queste confusioni geografiche, e per le conoscenze che avevano, sembra alquanto improbabile che potessero scrivere dei poemi tratti dai loro miti arcaici, sbagliando completamente la geografia in cui sono ambientati. È evidente che queste leggende, così antiche, erano originarie di un territorio dalla quale anche i Greci provenivano e che poi avevano reinterpretato successivamente, ma da questo ragionamento si comprende che tutti i luoghi riportati nei loro miti o poemi, in età ellenica, non erano ambientati nella penisola o l’arcipelogo greco, ma nella loro ben più antica e misteriosa patria di origine.
Il Mito greco sembra pertanto raccontarci di una prima Età del Mondo dove gli Dèi operavano, vivevano e prosperavano in mezzo ai Primi Uomini, una Prima Razza non ancora formata, primigenia, soggetta a ibridazioni e mutazioni e che vide, probabilmente in Africa, la sua sede ancestrale, poi da lì una prima ondata migratoria spinse quegli uomini temerari a muoversi verso Oriente, verso quelle che Prometeo indica come le “Sorgenti del Sole”, ad Est, verso gli altopiani del Caucaso ricchi di acqua, luogo di nascita dell’attuale umanità. Re di questa terra, Aryana Varta o Argo, divenne Inaco, che nella mitologia greca era anche una divinità fluviale (come Osiride lo sarà in Egitto), e in questo nuovo Eden, generò Foroneo e la bellissima Io.
Foroneo fu poi ricordato come il Primo Uomo, l’Adamo fisico, colui che fu istruito da Prometeo ad utilizzare il fuoco dopo che l’ebbe rubato agli Dèi, a costruire le prime città, insegnando la Civiltà e l’istruzione ai “nuovi” uomini. Qui la storia della sua famiglia si confonde, ma ad un certo punto apparve Niobe[9], forse moglie o figlia che per opera di Zeus partorì Argo e Pelasgo. Pelasgo fu il capostipite dei Pelasgi, padre di Licaone, divenne re di Argo al tempo in cui vi giunse Danao con le sue figlie e, proprio in relazioni di questo episodio, divenne protagonista di un’ulteriore tragedia di Eschilo, “Le Supplici”, che raccontava delle cinquanta figlie di Danao e che, per evitare di andare in spose ai figli del Re dell’Egitto, chiesero al re di Argo asilo e protezione.
Pelasgo, nella celebre tragedia, appare combattuto tra la decisione di difendere le giovani e costringendo la sua città ad una guerra con gli Egizi, o ignorare le loro suppliche e rendersi colpevole di matrimoni incestuosi, sottoponendosi alla vendetta di Zeus; decise di far decidere al popolo, che scelse infine di accogliere le giovani. Da qui “nacquero” i Divini Pelasgi, il misterioso popolo pre-ellenico che oltre alla Grecia, colonizzò anche parte del centro e del sud Italia, lasciando costruzioni ciclopiche ancora oggi inspiegabili nella loro concezione e costruzione.
Platone affermava che il suo nome derivava da Pelagus “mare aperto”, “distesa di acque minacciose”, da cui deriva il termine italiano impelagarsi (“cacciarsi in un mare di guai”), forse riferendosi all’Oceano Scitico dalla quale provenivano, ma poi adottarono il nome di “Danai”, quando Danao[10] con le sue 50 figlie giunsero ad Argo, venendo così assorbiti in una delle prime sotto-razze del nuovo ceppo “Ariano”. Egitto e Danao erano fratelli, addirittura gemelli, perciò dovevano aver avuto una origine comune, eppure entrambi si differenziavano notevolmente: gli Egizi venivano qualificati come uomini brutali ed animaleschi, mentre i Danaidi più aggraziati, gentili e “fisicamente diversi”.

«Dite cose, o straniere, a cui non posso credere (ἄπιστα). Come può
essere argiva la vostra origine? Voi, piuttosto, assomigliate a donne
di Libia (Λιβυστικαῖς γυναιξίν). E forse il Nilo germina creature non
diverse da voi (καὶ Νεῖλος ἂν θρέψειε τοιοῦτον φυτόν). E simile alla
vostra l’impronta cipria (Κύπριος χαρακτήρ) maschi coniatori
stampano su femminee matrici; e voce mi giunse che le nomadi
indiane (Ἱνδάς τ᾽ἀκούω νομάδας) cavalcano a dorso di cammello per
la terra limitrofa agli Etiopi (χθόνα παρ᾽ Αἰθίοψιν); e se arco portaste,
senza tema d’errore penserei che siete Amazzoni, le Amazzoni
viraghe che di cruda carne si pascono (καὶ τὰς ἀνάνδρους κρεοβόρους
τ᾽ Ἀμαζόνας). Ma che Argiva sia o non sia la tua stirpe, e il tuo seme,
certo meglio lo saprò se tu mi erudirai
(Melanippide)

(Amazzone ferita, Musei Capitolini, Roma)

Attraverso il paragone con le donne di questa lista, in cui si menziona le Libiche, le Egiziane, le Etiopi, le Cipriote, le Amazzoni (o Indiane), Melanippide cerca di comprendere le differenze di queste popolazioni, originarie da una terra di “donne scure”, ma che in realtà venivano identificate come Argive, quindi greche, perciò dalla pelle bianca. Pindaro, nella nona Ode Nemea, rivolto agli Argivi presenti, celebrava i “Biondi Danai”, come Callimaco (Inni, V, 4), due secoli dopo, esortava le donne di Argo con un: “affrettatevi, affrettatevi o bionde pelasghe!
Ad un certo punto, i Greci, nella stesura dei loro poemi non solo non capirono più quali movimenti in ambito geografico fecero i loro Eroi, ma persino quale origine potessero avere, generando ulteriore confusione anche “etnica”. Sicuramente, rispetto a coloro che identificano le Danaidi come esotiche e dalla pelle bruna, esse si presentarono alla storia estremamente diverse, non solo perché lo stesso Erodoto ci dice che queste figlie furono custodi di un “Sapere Segreto”, ma perché la loro presenza si fece ben presto notare anche in altri territori.
A cominciare dalla Dinah ebraica, la Sapienza, forse gemella di Dan, figlio di Giacobbe e capostipite della propria tribù, assimilato poi al Serpente della Saggezza (Prometeo). Ma anche i Celti e i Germani si consideravano Figli di Danu, e gli Irlandesi sostenevano di discendere dai Tuatha De Danaan, così come i Danesi (Dan-Marca, Danimarca), senza dimenticare che molti dei nostri fiumi europei portano tale radice nel proprio nome: Don, Danubio, Rodano (Ro-Dano), Dneiper, Dnestr, Donets, etc[11]. La parola sanscrita Danu, intesa come “pioggia” o “liquido”, viene paragonata all’avestico Danu, “fiume”, da qui l’etimologia di molti fiumi dell’est Europa.[12]
Ma chi erano questi Figli di Danao? I Danava erano degli Asura, Figli di Danu, a sua volta figlia di Daksha[13], e che si ribellarono agli Dèi sotto la guida di Bali ed altri, ma furono sconfitti. Nel Rig Veda quasi tutti i Demoni sconfitti dai Deva erano Danava, e dopo la loro disfatta furono gettati nelle profondità oceaniche e relegati lì da Indra, o a volte da Rudra. La loro madre Danu era una Dèa Primordiale della mitologia indiana delle acque, chiamata anche la madre di Vrtra, il serpente demoniaco ucciso da Indra (Rigveda, I, 32).[14]
Danava o Danai, erano quindi una razza che discendevano da Daksha, in quanto Figli di Danu, divinità connesse alle Acque del Cielo. Sotto la guida di Bali[15] e di altri, i Danava si rivoltarono contro i Devatas (Devas o Deva[16]), ma nonostante i primi successi furono sconfitti dal dio Vamana che in forma nana ingannò il loro capo. Eppure, il Bali indiano è associabile al Belo greco (Βῆλος, Bêlos), forma grecizzata del nome semitico Ba'al (Bel, Baal), nome di un antico e mitico re orientale, re di Assiria e padre di Didone, fondatore della dinastia degli Eraclidi in Lidia (Erodoto, I, 7,3), oppure fondatore della dinastia dei Persiani (Ovidio, Metamorfosi, IV, 212-213), finendo per assurgere a nome di comodo per le genealogie "barbare" così come Creonte lo sarà di quelle greche.
Secondo Apollodoro (o Pseudo-Apollodoro) Egitto e Danao erano fratelli gemelli, generati da Belo e da Anchinoe, figlia del dio-fiume Nilo[17]. Belo regnò in Egitto, mentre Agenore regnò su Sidone e Tiro, in Fenicia, Egitto regnò sull'Arabia e poi assoggettò il territorio dei Melanpodi, e lo chiamò Egitto dal proprio nome, mentre Danao regnò sulla Libia. Quando Belo morì, i due figli, Danao ed Egitto, vennero a contrasto, e Danao con le sue cinquanta figlie abbandonò l'Egitto per approdare nel Peloponneso dove fondò il Regno di Argo.

«Coloro che seguono la retta via ottengono il favore propizio degli Dèi; noi abbiamo cercato l'amicizia degli Dèi, che gli Dèi ci facciano quindi attraversare tutta la nostra esistenza affinché possiamo vivere.» (Ṛgveda)

Appare sempre più evidente che la nostra storia annoveri ben tre "Giardini dell'Eden", base di tutti gli antichi Miti presenti in ogni cultura della Terra, e apparsi poi in tutti i continenti. Il primo si sviluppò nel Sahara pre-desertico in un arco di tempo che va dai 130.000 ai 90.000 anni fa; il secondo, invece, si sviluppò nel nord dell'India (nei territori ad oggi conosciuti come Valle del Gange, Pakistan e Valle dell'Indo, Kashmir, Afganistan, etc.), in un arco di tempo che va dai 90.000 ai 50.000 anni fa; il terzo, infine, si sviluppò sulle rive dell'ex Oceano di Paratetide (comprendenti il Mar Nero, il Mar Caspio e Lago d'Aral, un tempo uniti in un vasto mare interno continentale, l’Oceano Scitico), in un arco di tempo che va dai 50.000 ai 2.000 anni fa.
Da questi “Tre Eden”, pertanto, deriverebbero la maggior parte dei Miti attualmente presenti in ogni parte del Mondo, mentre dall’ultimo, il terzo, la base di questi miti indoeuropei che hanno contribuito a formare non solo i popoli indo-iranici, in parte semitici, ma anche caucasici, slavi, finnici e infine soprattutto Europei (celti, greci, latini, etc.). Tutte storie che condividono personaggi, luoghi geografici, inusuali o fuori da ogni contesto spazio-temporale (in quanto soggetti alle sovrastrutture intercorse durante i millenni), ma comunque ricostruibili perché nonostante le oggettive diversità, continuano a presentare nascosta una base di fondo comune per tutti, dall’India alla Grecia, dal Caucaso alla Fennoscandia, dall’Iran all’Irlanda.
Ed è in quest’ultima, che dopo gli Argonauti o gli eroi del Kalevala, si presenta l’epopea dei Túatha Dé Danann, il quinto dei sei popoli preistorici che invasero e colonizzarono l'Irlanda prima dei Gaeli; si ritiene che essi vadano identificati - in tutto o in parte - con gli Dèi adorati dagli stessi Gaeli. Le leggende che li riguardano sono riportate nel “ciclo mitologico” o “ciclo delle invasioni”, come in un numero di narrazioni in medio irlandese, contenute poi in raccolte manoscritte medievali più tardive. Il testo più antico che li cita è lo “Scéal Tuáin meic Cairill” ("Storia di Tuán figlio di Cairell", del IX secolo) in cui essi appaiono già inseriti nel contesto delle invasioni irlandesi, segno che, all'epoca della stesura del testo, la tradizione storiografica aveva già raggiunto la sua più raffinata sintesi.
Segue l'importantissimo “Cath Maige Tuired” ("La battaglia di Mag Tuired”, XI secolo), una narrazione completamente incentrata sui Túatha Dé Danann, che narra il loro arrivo in Irlanda, le storie dei membri principali e la grande battaglia che li oppose al popolo Fomor. Questi, denominati anche Fomoriani, erano un popolo di semidei della mitologia irlandese, abitanti in Irlanda in tempi assai più remoti, tanto da rimandare a quel gruppo di famiglie di divinità precedenti al pantheon storicamente consolidato, un po’ come avvenne alla stregua dei Titani della mitologia greca.
Rappresentanti le forze del Caos, della natura scatenata e in opposizione ai nuovi invasori, porta-tori invece della Civiltà, sarebbero anche il residuo di antichi culti pre-celtici dell’isola. Sappiamo, però, che i Fomor avevano corpo umano e testa di capra (basandosi su di una descrizione di un testo del XI secolo, il Libro della Vacca Bruna), mentre in altre versioni erano descritti aventi un corpo umano ma con un solo occhio, un braccio, una sola gamba (come gli esseri deformi descritti dalla mitologia greca), o persino come esseri deformi circondati da varie teste di animali, dotati addirittura di una pelle velenosa.
L’imponente libro conosciuto come Lebor Gabála Érenn ("Libro delle invasioni d'Irlanda", del XII secolo), tratta estesamente di tutti i popoli invasori dell’isola, riportando in dettaglio le tradizioni genealogiche su questo misterioso popolo. Nel libro, i loro re vennero inseriti in un'ideale successione dei Sovrani Supremi d'Irlanda (come similmente fecero gli Egizi, i Sumeri, gli Induisti e gli Ebrei), dando lo spunto all'imponente tradizione annualistica della letteratura irlandese. Mentre nei testi successivi, parecchi riportano vicende particolari, tra cui la discendenza dai Figli di Nemed, un precedente popolo di invasori d'Irlanda, il quale aveva dovuto abbandonare l'isola dopo essere stato decimato dagli stessi Fomor. Recatisi in lontane isole boreali, forse la stessa Isola del Nord o Iperborea, essi si erano istruiti nella sapienza e nelle discipline druidiche e, dopo molto tempo, i loro discendenti progettarono il ritorno in Irlanda, ritenendo che l'isola gli spettasse di diritto.
Intanto, stabilitisi in Scandinavia, avevano stretto un'alleanza con gli stessi Fomor, tra loro vi erano state unioni matrimoniali ed era nata una discendenza mista. Sbarcati poi in Irlanda, diedero fuoco alle loro navi in modo che non avessero più la tentazione di tornare indietro, e poiché dalle navi che bruciavano si levavano alte colonne di fumo, il cronista racconta che, in seguito si disse che i Túatha Dé Danann fossero venuti dal Cielo su quelle nubi di fumo (come similmente facevano molti Dèi antichi, incluso lo YHWH degli Ebrei).
L'Irlanda a quel tempo era popolata dai Fir Bolg, ma i nuovi arrivati si scontrarono con i Túatha Dé Danann, in quella che fu la prima battaglia di Mag Tuired (Contea di Mayo). I Túatha Dé Danann vinsero l'estenuante guerra, ma tuttavia, il re danann Núada, perse il braccio destro nel corso dello scontro e, in base alle leggi, la mutilazione lo rendeva inadatto per regnare; venne così sostituito da Bress, il quale era fomoriano per parte di padre. Bress regnò per Sette anni e il suo regno si rivelò disastroso, così fu costretto ad abdicare. Fuggito dall'Irlanda, egli riparò presso i Fomor, chiedendo l'aiuto dei parenti di suo padre per riconquistare il trono, mentre in Irlanda fu restituita la sovranità a Núada, al quale nel frattempo venne costruita una vera e propria “protesi d'argento” e che sostituiva l'uso del braccio troncato.
Fu così che i Túatha Dé Danann dovettero scontrarsi con i Fomor nella seconda battaglia di Mag Tuired (questa volta nella Contea di Sligo). A guidare le file del popolo fu Lúg Sámildanach, il quale, nonostante fosse fomoriano per parte di madre, venne eletto in quel ruolo in quanto esperto in ogni possibile arte. Egli li guidò alla vittoria e sconfisse uno dei capi dei Fomor, Balor, suo nonno, il quale poteva uccidere interi eserciti “soltanto poggiandoci sopra lo sguardo”. I Túatha Dé Danann imposero, così, il loro regno sull'Irlanda e i loro sovrani furono ricordati nella successione dei Re Supremi.
Mantennero il regno per molto tempo, finché non giunsero dall'Iberia i Figli di Míl, gli antenati dei celti Gaeli. Costoro riuscirono a sbarcare in Irlanda, nonostante gli incantesimi messi in atto dai Túa-tha Dé Danann nel tentativo di tenerli lontani, e sconfissero questi ultimi nella battaglia di Óenach Taillten. Sconfitti, i Túatha Dé Danann, accettarono infine di lasciare il dominio dell'Irlanda ai nuovi venuti e si ritirarono a vivere nel sottosuolo dell'isola e dentro le colline fatate, dove da allora conducono un'esistenza felice e immortale; nel corso dei secoli, il loro ricordo si è poi trasformato in folkloristiche creature soprannaturali.



[1] Nell'antichità fu spesso identificato con fiumi reali: secondo la maggior parte degli scrittori coincideva col Po, mentre Eschilo lo identificò col Rodano, altri ancora lo localizzarono nel Nord-Europa. Virgilio cita l'Eridano come uno dei fiumi degli Inferi (Eneide, VI, 659).
[2] Miguel Serrano, scrittore, filosofo e politico cileno, appartenente al filone occultista neonazista, affermò esplicitamente che Iperborea sarebbe stata la prima casa degli Ariani dopo lo sbarco sulla Terra dalla "dimensione del raggio verde", uno sbarco reso possibile, a suo dire, grazie a una "fessura cosmica" di Venere. Successivamente, la progenie degli Ariani con gli "uomini-bestia", allora presenti sulla Terra, avrebbe dato origine all'Umanità. Questo fece sì che gli Iperborei persero la grazia originale e la loro terra sprofondò dentro la Terra Cava, dove, nelle città sotterranee di Shambhala e Agartha, ancora si troverebbero gli Uomini-Dèi di pura discendenza Ariana.
[3] Chirada, Gaganeshvara, Kamayusha, Kashyapi, Khageshvara, Nagantaka, Sitanana, Sudhahara, Suparna, Takshya, Vainateya, Viṣṇuratha e altri ancora. Nei Veda è presente il più antico riferimento a Garuḍa, con il nome Shyena, laddove si dice che questo maestoso uccello avrebbe portato il nettare degli Dèi (amrit) sulla Terra dal Cielo. Nella successiva mitologia buddista, i Garuḍa sono una razza divina di uomini-uccello, nemici dei Naga, cui danno la caccia.
[4] Tra i riferimenti più antichi troviamo le opere di Ctesia, di cui rimangono pochi frammenti originali, e un vasto compendio storico-letterario redatto da Fozio nel IX secolo. Nella sua Indikà e nella Storia della Terra, Ctesia tracciò una prima mappa dei popoli fantastici elencandoli, l'elenco verrà poi ripreso, in parte o del tutto, modificato e ampliato, da diversi autori greci e latini, tra cui: Esiodo, Strabone, Megastene, Gaio Plinio Secondo e Tertulliano.
[5] Apollo era una divinità dell'antica religione greca, divinità di tutte le Arti, della Medicina, della Musica e della Profezia, il suo simbolo principale era il Sole, tanto che in seguito fu venerato anche nella religione romana. Era patrono della Poesia, in quanto capo delle Muse, e veniva anche descritto come un provetto arciere in grado di infliggere, con la sua arma (la Freccia d’Oro), terribili pestilenze ai popoli che lo contrariavano. In quanto protettore della città e del tempio di Delfi, Apollo era anche venerato come dio oracolare, capace di svelare, tramite la sacerdotessa chiamata Pizia, il futuro agli esseri umani. Per questo, era adorato nell'antichità come uno degli Dèi più importanti del Dodekatheon. Nella tarda antichità greca Apollo venne anche identificato come Dio del Sole, e in molti casi soppiantò Helios quale portatore di luce e auriga del cocchio solare. Un simile "passaggio di consegne" avvenne anche presso i Romani, in quanto, a partire dalla tarda età Repubblicana, Apollo divenne "alter ego" del Sol Invictus, una delle più importanti divinità romane. In ogni caso, presso i Greci, Apollo ed Helios rimasero entità separate e distinte, almeno nei testi letterari e mitologici dell'epoca. Come divinità greca, Apollo è figlio illegittimo di Zeus e di Leto (Latona per i Romani) e il fratello gemello di Artemide (per i Romani, Diana), Dèa della Caccia e più tardi assimilata, al pari del fratello, a Selene, divinità pro-tettrice della Luna. Nella religione etrusca è possibile trovare un corrispettivo di Apollo nel Dio dei Tuoni Aplu o Apulo. Tuttavia, non è ancora chiaro se l'immagine del dio etrusco sia derivata, o no, dal personaggio greco.
[6] Demetra, in greco: "Madre Terra" o forse "Madre Dispensatrice", probabilmente dal nome Indoeuropeo della Madre Terra (dheghom mather), era sorella di Zeus, nella mitologia greca è la Dèa del Grano e dell'Agricoltura, costante nutrice della gioventù e della terra verde, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, protettrice del matrimonio e delle leggi sacre.
[7] Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d'Egitto, 295 a.C. - 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. Nel suo celebre poema, Le Argonautiche, egli suddivise l’opera in quattro libri, complessivi di 5833 esametri, in cui viene celebrata l'impresa di Giasone, vicenda già presente nel variegato tessuto narrativo dell'Odissea omerica.
[8] Tra gli Eroi imbarcati sulla nave Argo si ricordano: il poeta e cantore Orfeo, Asterione, Polifemo figlio di Elato, Admeto, signore di Fere, i ricchissimi figli di Ermes, esperti di inganni, Erito e Echione e Etalide, Corono, figlio di Ceneo, Mopso Titaresio, l'indovino, Eurimadante, Menezio, Eurizione e il possente Eribote, Oileo, Canto dall'Eubea, destinato a perire prima del ritorno, Clizio e Ifito, Peleo, il genitore di Achille, e suo fratello Telamone, padre di Aiace, il fortissimo Bute e il valoroso Falero, i Dioscuri, Polluce e Castore, Eracle con il suo scudiero Ila, Tifi, il timoniere, Argo di Tespi, figlio di Arestore, il costruttore della nave, Fliante, Taleo, Areo, Leodoco, Nauplio, Idmone, altro indovino, Augia, orgoglioso della sua ricchezza, Meleagro, molto forte e con lui Lacoonte, Ificlo, zio materno di Giasone e Ificlo, figlio di Testio, esperto nel giavellotto, Palemonio, storpio, Asterio, Anfione, Eufemo, il più veloce di tutti, Anfidamante e Cefeo, Anceo, vestito di una pelle d'orsa e armato di una scure a doppio taglio, il tracotante Ida e suo fratello Linceo, dalla vista acutissima, Periclemo, dal potere di mutarsi in ciò che voleva in battaglia, Zete e Calais, i due figli di Borea, Acasto figlio di Pelia e altri ancora.
[9] Mitica figlia del re lido Tantalo e sposa del tebano Anfione; poiché, fiera della sua numerosa prole, si vantava di essere superiore a Latona, i suoi figli furono uccisi da Apollo e Artemide, figli della dèa. Pur convertita in pietra dal dolore, non cessò di piangere. Il mito ebbe varie versioni, una delle quali distingueva una N. argiva, figlia di Foroneo e della ninfa Teledice, madre di Pelasgo.
[10] Danai è un termine usato come sinonimo di Greci. Letteralmente significa "la Stirpe di Danao". Secondo la leggenda Danao era il re di Libia, fratello gemello di Egitto, re dell'Egitto. Dopo varie vicissitudini scappò dal fratello verso occidente, approdando ad Argo in Grecia.
[11] C’è anche un fiume Danu in Nepal.
[12] Buona parte dei nomi dei fiumi in Europa ha un’origine mesopotamica. Rodano, Reno, Danubio, Giordano (anche il nostro Po, seppure il suo attuale nome derivi dai celto-liguri e il latino), derivano da Eridano, o Hēridanós (l'immensa Costellazione Celeste, omonima del mitico fiume) e che trae origine, a sua volta, da Eridu, l'antica città sumera, patria di Enki, considerato il suo fondatore, noto agli Accadi come Ea. Infatti, non solo si riteneva che Enki vivesse nell'Abzu ("acqua profonda"), un acquifero dal quale si credeva traesse origine tutta la vita, ma da lui sono discesi, poi, buona parte dei nomi dei più importanti fiumi a noi noti, portati in occidente dagli indoeuropei.
[13] Secondo la mitologia indù, Dakṣa (in sanscrito "Abile, abile o onesto") è uno dei figli di Brahma, che, dopo aver creato i dieci Manas Putras, creò Daksha, Dharma, Kamadeva e Agni dal suo pollice destro, petto, cuore e sopracciglia, rispettivamente. Oltre alla sua nobile nascita, Daksa era un grande re kshatriya. Le immagini lo mostrano come un uomo grasso e obeso con un corpo tarchiato, ventre sporgente e muscoloso con la testa di una creatura simile a uno stambecco con le corna a spirale.
[14] Nell'induismo successivo, lei diventa la figlia di Daksha e la consorte di Kashyapa.
[15] Dewi Danu è anche la dèa dell'acqua degli indù balinesi, che chiamano il loro sistema di credenze Agama Tirta, o sistema di credenze dell'acqua. È una delle due divinità supreme della tradizione balinese.
[16] Deva (devanāgarī देव, sanscrito vedico devá) è un termine sanscrito che come aggettivo indica ciò che è divino o celeste, mentre come sostantivo maschile indica la divinità o un dio, raramente indica un demonio malvagio. La parola è affine al latino divus, variante di deus, "dio", da cui deriva l'aggettivo divinus, "divino". Il termine deva ("colui" o "ciò" che emana luce), si origina dal sostantivo maschile sanscrito dív (nominativo dyaus; "brillare", "emettere luce", "splendore", "giorno", "cielo"; dív, nel sanscrito più tardo, acquisì il genere 'femminile', indicando così la divinità tutta.
[17] Belo ebbe altri due figli di nome Fineo e Cefeo. Fineo e Cefeo ebbero invece dal padre l'Etiopia.


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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 12, 12.4 - Dagli Iperborei agli Argonauti

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