"Tra Antichi Astronauti, strane Leggende e presunte Città degli Dèi" di Federico Bellini

K’inich Janaab’ Pakal (23 marzo 603 - 28 agosto 683 d.C.), detto Pacal il Grande (Votan), è stato un sovrano che salì al trono di Palenque nel 615 d.C., in giovanissima età, segnando così l’arrivo di un’epoca di prosperità e sviluppo: artistico, culturale, sociologico e scientifico. Nel tempio delle iscrizioni sopra la sua tomba furono rinvenuti anche alcuni elementi che sono stati utilizzati per comporre una celebre “profezia”, ripresa nel corso degli ultimi decenni da una certa corrente New Age. Infatti, non si tratta di una previsione come similmente se ne leggono nella Bibbia o nelle altrettanto celebri quartine di Nostradamus, ma di un incredibile grande calendario del Lungo Computo che calcolava il tempo, anziché in mesi e anni, attraverso la definizione di grandi ere di circa 5.125 anni, e dove l’attuale sarebbe terminata intorno alla fine del 2012.
Quando la tomba venne scoperta nel 1952 dall’archeologo messicano Alberto Ruz Lhuillier, fu associata subito per la magnificenza del sepolcro a quella di Tutankhamon, rinvenuta da Howard Carter nel 1922. Il sovrano Maya di Palenque, tra l’altro di statura molto elevata (quasi o superiore i due metri) rispetto alla media della sua stessa popolazione (di un metro e cinquanta circa), presentava le medesime caratteristiche dei crani deformati, la maschera di giada che copriva il suo volto venne incisa persino con squame serpentine, senza dimenticare che i pilastri del Tempio avevano scolpite delle iscrizioni con figure di donne con dei bambini in braccio, la cui spina dorsale si prolungava come avviene nei rettili.
Attualmente lo scheletro e la bellissima maschera di giada che ricopriva il volto del re nel sarcofago, si trovano al Museo di Antropologia di Città del Messico, ma fu la lastra sepolcrale che attirò fin da subito le attenzioni dell'allora nascente “Archeologia Misteriosa”, perché autori come Eric Von Daniken e l’italiano Peter Kolosimo, arrivarono a ipotizzare che sulla lastra tombale fosse raffigurato il sovrano all’interno di una qualche forma sconosciuta di Astronave.
Interpretazione che suscitò molte polemiche ma che contribuì a rendere il re Pacal famoso in tutto il Mondo. Si iniziò anche a speculare sulla capacità dei Maya di conoscere insondabili misteri del nostro Universo, in quanto erano in grado di prevedere le eclissi di Sole o di Luna, ma persino il moto dei pianeti, tra tutti Venere, oltre ad essere consapevoli che la Terra fosse sferica, o persino concepire il moto dei pianeti, delle stelle, o l’enorme ciclo conosciuto come Anno Galattico.
Nei sedici Libri di Chilam Balaam, viene descritto l’arrivo, in tempi assai remoti, di uomini biondi e barbuti dalla carnagione bianca e gli occhi azzurri, giunti a bordo di zattere avveniristiche e scintillanti, e che guidati da Itzamna, guarivano con l’imposizione delle mani e donavano la vita ai defunti, mentre i sacerdoti si facevano chiamare Chanes, “Serpenti”, o “Popolo del Serpente a Sonagli”.
Il Crotalus, conosciuto anche come Ahau Can, o il “Gran Signore Serpente” e venerato nell’intera America, si ricollega anche alla stirpe biblica di Caino. Tra i suoi molteplici usi simbolici, nel tempio di Kukulkàn a Chichén Itzà, non possiamo fare a meno di menzionare dove la luce solare, ai due equinozi e sulla scalinata nord, vada a formare un suggestivo e sorprendente dorso del Serpente, formato da sette triangoli. Infatti, l’animale compie la muta della propria pelle una volta l’anno, più o meno nel periodo in cui il Sole, in quella regione, si trova allo zenit verso la metà di luglio, acquisendo nel frattempo anche un nuovissimo sonaglio.[1]
L’antica Cosmologia Maya era talmente complessa da lasciare ancora oggi interdetti, ogni volta che ci addentriamo al suo interno per cercare di svelarne i vari aspetti, ancora avvolti dalla nebbia del tempo. Per questo popolo così particolare, la Via Lattea, la nostra Galassia, costituiva uno dei principali elementi del Cielo. Chiamata la “Bianca Strada” o Sah Bih, rappresentava il sentiero che univa il Mondo Celeste e degli Dèi a quello Infero, Xibal Be, “Strada della Paura”, e che conduceva al Regno dei Morti.
Come similmente si credeva nella mitologia egizia, la Via Lattea quando appariva orizzontale nel cielo notturno, veniva associata al Celeste Serpente (o una canoa), mentre se si trovava in posizione verticale, andava a simboleggiare il ben noto tronco dell’Albero Cosmico. Si racconta, ad esempio, che prima dell’ultima creazione avvenuta l’11 agosto 3114 a.C. (da notare la precisione delle date di questi computi), il Dio del Mais, Hun Nal Ye, fu sconfitto e decapitato dalle Divinità del Mondo Sotterraneo (ulteriore dimostrazione che gli Dèi sono fatti di Materia e soggetti a perire, quindi non immortali).
I suoi due figli gemelli, il Venere e il Sole, scesero nel mondo sotterraneo per vendicarlo, e dopo aver compiuto tale gesto di riscatto, tra i quali anche l’abbattimento di un uccello appollaiato su di un albero, riuscirono a riportare in vita loro padre, ricollocando la testa sul corpo martoriato; il padre così ritornò alla vita dal carapace di una tartaruga, collocando tre pietre che raffiguravano simbolicamente le tre pietre del focolare, a costituire così il nuovo Centro dell’Universo.
542 giorni dopo, esattamente il 3 febbraio 3112 a.C., ancora il Dio del Mais, attraverso un atto rituale di auto-sacrificio, innalzò anche l’Albero Cosmico, Wakah Chan, che separò il Cielo dalla Terra, ordinando finalmente il Mondo intero, descrivendo in questo modo i cicli annuali degli astri. L’Albero su quale si trova l’uccello, innalzato dal Dio del Mais, è la Via Lattea che si trova in posizione verticale, e quando ogni anno, ad agosto, la striscia lattea inizia a piegarsi verso l’orizzonte, replicando la caduta dell’uccello sconfitto dai Gemelli, non appena raggiunge la posizione orizzontale, si trasforma nel Dragone-Canoa (come Apopi) che si muove da est a ovest, conducendo il Dio del Mais, come il Ra egizio, verso il luogo della Creazione e nel quale sono poste le tre pietre originarie.
In questo luogo, per i Maya, si trova lo spazio dove sono collocate nel Cielo le Costellazioni dei Gemelli e di Orione (quest’ultima era infatti rappresentata come una Tartaruga con tre pietre, le Tre Stelle della Cintura, sul carapace). Orione-Tartaruga è quindi la Costellazione dove il Dio del Mais rinasce e si innalza di nuovo al Cielo, così come Orione-Tartaruga si leva verso lo Zenit, allo stesso modo in cui Orione-Osiride in Egitto, risuscitava dal Mondo Infero nel quale era caduto dopo essere stato ucciso da Seth-Caino (Can/Kan).[2]

«Erano, infatti, il popolo più evoluto (o tra i più evoluti) del Nuovo Mondo precolombiano e gli unici ad aver posseduto la scrittura. Pur presentando alcuni problemi legati al carsismo del terreno e alla variabilità delle precipitazioni, il loro ambiente non può essere annoverato tra i più fragili, secondo la media mondiale. [...] La storia dei Maya è di monito, affinché non si creda che soltanto le società piccole, marginali e situate in zone fragili siano esposte al rischio di crollo: anche le civiltà più avanzate e creative possono sparire.» (Jared Diamond)[3]

Nella maggior parte degli antichi popoli, le eclissi, sia di Sole o di Luna erano in genere considerate un evento nefasto, in quanto si riteneva che potessero provocare pestilenze, terremoti, carestie, morti di sovrani, nascite mostruose o persino la Fine del Mondo. Si vedeva nell’oscuramento dell’astro il Mostro Celeste che ingoiava tali Forze del Cielo, ed ogni volta che l’evento passava, era compito dei dotti Sacerdoti o degli Astrologi, dimostrare di essere stati capaci di aver scongiurato tali pericoli con le loro inconfessabili arti magiche, attribuendosi ogni merito, non di rado condiviso con il sovrano a fianco.
All’interno di questa vera e propria “truffa” religiosa ed istituzionale, il popolo impaurito si lasciava sopraffare e partecipava come poteva, del tutto inerme ed impaurito di fronte a tali fenomeni, e pur di evitare la catastrofe, gridava, suonava strumenti, pietre, bastoni, si procuravano persino ferite fisiche, si compievano sacrifici animali o persino umani, con l’intento, o di distrarre l’affamato Mostro, o per saziarlo a sufficienza così da calmarlo.
Eppure, queste stranezze arcaiche, non sono state manifestazioni superstiziose legate ad un lontano passato, perché addirittura in tempi a noi recenti, in occasione di un Eclissi di Sole durata sei minuti, e che interessò l'Asia il 22 luglio 2009, le autorità cinesi provvidero assurdamente ad allertare le forze di polizia lungo tutto il corso del fiume Yangtze, per scongiurare eventuali scene di panico e disordini; nelle stesse ore il sindaco di Chongqing, una città con 7 milioni di abitanti, vietò l'uso di cellulari nella fase di oscurità, come se questi avessero potuto interferire negativamente sull'andamento dello stesso fenomeno!
Comportamenti che non devono stupirci, dal momento che sino alla fine del XIX secolo scorso, e i primi del XX, la Marina Imperiale Cinese sparava cannonate a salve per dissuadere il malefico Drago dall’ingoiare il Sole durante un’eclissi. I Maya immaginavano le Costellazioni sotto la forma di ben 13 animali, così come sono rappresentate nel Codice di Parigi, proprio nell’atto di divorare il Disco Solare, e in un testo Maya coloniale, noto come il Chilam Balam de Chumayel, si legge: “La faccia del Sole fu mangiata, la faccia del Sole fu oscurata, la sua faccia fu spenta.”

Complessa la Cosmogonia dei vari popoli dell’America Latina. Gli Aztechi, ad esempio, tra le molte divinità ne avevano una principale riconoscibile nel temibile Dio della Guerra, Huitzilopochtli, “Colibrì del Sud”, tanto che il mito della sua nascita è stato interpretato come la drammatica rappresentazione della vittoria del Sole sugli Dèi dell'Oscurità. Palcoscenico di questa drammatica rappresentazione cosmogonica fu Coatepec, la “Montagna Serpente”, una collina non lontana dall'antica città di Tula.
Prima della creazione dell'umanità, racconta il mito, la Dèa della Terra, Coatlicue, dette alla luce la Luna, Coyolxauhqui, e una quantità di fratelli noti come i Quattrocento, gli Innumerevoli, ovvero le Stelle, quindi si ritirò poi in un tempio a Coatepec per condurre una vita riservata e casta. Un giorno, però, mentre era intenta a pulire il pavimento (singolare che una divinità si dilettasse a fare le pulizie di casa?), vide per terra una piccola palla di piume colorate, la raccolse e se la mise nel perizoma; ma quando ebbe finito e si sedette per riposare, cercò invano la palla che voleva guardare più da vicino per osservarla meglio, ma purtroppo era scomparsa.
Sgomenta, capì che la palla di piume l'aveva fecondata e presto avrebbe avuto un nuovo bambino che certamente non sarebbe stato accettato dagli altri figli. Infatti, non passò molto tempo prima che gli Innumerevoli si accorgessero che la pancia della loro madre si ingrossava ogni giorno di più e, per niente soddisfatti dalla prospettiva di dover accogliere un fratello che avrebbe rivendicato la sua parte di potere divino, ne parlarono con la sorella, la Dèa della Luna, Coyolxauhqui, per decidere il da farsi.
Fratelli miei”, disse decisa la Dèa, “nostra madre ci ha disonorati e aspetta un bambino, non possiamo che ucciderla.” Coatlicue, terrorizzata dalla decisione dei figli, come l’Amaterasu giapponese, si rinchiuse nel tempio aspettando la fine, ma il bambino che aveva nel ventre le parlò assicurandole che era già pronto a nascere e che l'avrebbe difesa da ogni pericolo. Infatti, quando gli Innumerevoli e la Luna entrarono nel tempio per uccidere la madre, il bambino venne al Mondo, forte e con in mano una spada sfolgorante, il “Serpente di Turchesi”.
Così armato, il neonato Huitzilopochtli, il Sole, si avventò sugli assalitori e con un colpo tagliò di netto la testa a sua sorella Coyolxauhqui, il cui corpo precipitò dalla collina spezzandosi in varie parti (diventando così le fasi lunari), mentre braccia, gambe e busto finirono in posti diversi. Poi il giovane Dio Sole si gettò all'inseguimento degli Innumerevoli coperti di lucide corazze, li raggiunse e ne fece strage, scaraventandone i corpi in Cielo, dove ancora brillano come Stelle.

Singolare questo mito Azteco, ma non poi così eccessivo, se sovente lo paragoniamo alla nascita di una Stella, o al fatto che questo antico popolo, seppur in forma metaforica, ne abbia descritto le stesse dinamiche come similmente abbiamo avuto modo di approfondire nella prima parte di questo libro, Cosmogenesi. Eppure, questi popoli vivevano intrisi di miti e di conoscenze astronomiche, come ad esempio nella maestosa Cittadella di Teotihuacan, 50 km a nord di Città del Messico, dove nascoste tra le sue pietre, sono ancora oggi ravvisabili dei segreti astronomici estremamente importanti.
Nata in un’epoca imprecisata ed ereditata, presumibilmente, dagli Aztechi nel XIV secolo d.C., si compone di una serie di piramidi cultuali unite fra loro da un codice architettonico, proprio come a Giza. L’intero complesso sembra apparso dal nulla, tanto che secondo Michael Coe, della Yale University: “Forse il fatto più strano rispetto alla pianta di questa grande città, è che non c’è assolutamente nessun precedente nel Nuovo Mondo”. La facciata ovest della grandiosa Piramide del Sole domina il maestoso Viale dei Morti che attraversa l’intero complesso, ed è orientata verso il passaggio dell’astro a 19,5 gradi dall’equatore (il 19 Maggio e il 25 Luglio), elemento che mostra la precisa conoscenza dei computi astronomici.
Fu rilevato anche un allineamento specifico con le Pleiadi databile al 150 d.C., a dimostrare così un tentativo di avere una visione del Cielo, nel suo insieme, fondato sulla certezza che gli iniziati avrebbero potuto raggiungerlo, come similmente accadeva migliaia di anni prima nella cultura egiziana. Eppure, Teothiuacan, in lingua azteca, significa il “Luogo dove gli Uomini divennero (o divengono) Dèi”, mentre i sacerdoti che custodivano le sacre tradizioni erano i “Seguaci di Quetzalcòatl”, il magnanimo Dio sceso dalle Stelle per diffondere tra la popolazione la Civiltà, proprio come Osiride aveva fatto in Egitto, inoltre, come si racconta, furono gli Dèi ad erigere le Piramidi nate dalle colline primordiali in un’era remota e sconosciuta.
Un’epoca remota e sconosciuta dove nacque e si formò il Culto del Serpente Piumato. Introdotto dagli Olmechi, che lo raffiguravano nei loro pettorali a sette punte a forma di conchiglia, con il glifo dell’onnipresente Venere, egli rappresentava anche il veicolo spaziale che emette fiamme e brilla velocissimo nella notte, mentre il dio Kukulkàn, il serpente piumato dai colori dell’arcobaleno (per gli Aztechi, Quetzalcòatl), era considerato dai Maya il Creatore dell’Uomo, e colui che infuse l’impulso evolutivo a tutti i nativi del Messico. Egli, dalla pelle chiara e con la barba, fu concepito dalla madre dopo aver ingerito o assorbito uno smeraldo, come la Dèa della Terra, Coatlicue, sopracitata e che diede alla luce il Sole nelle stesse modalità.
Portò la Civiltà, promulgò leggi, insegnò la scienza astronomica, creò il sacro calendario dal Ciclo di 52 anni legato a Venere e le Pleiadi, si oppose al feroce Tezcatlipoca, (così come in Egitto Osiride era in eterna lotta con il fratello Seth), il quale lo costrinse a partire ma con la promessa che sarebbe ritornato ad instaurare una Nuova Era o Età dell’Oro. Infine, aggiunta la riva celeste dell’acqua divina, la Via Lattea o la Galassia, e solo dopo essersi vestito sontuosamente, si immolò nel fuoco e disparve su una zattera, sempre di Serpenti, per ricomparire otto giorni dopo, risorto come il Cristo, sotto forma della stella/pianeta Venere
Scendendo lungo l’immensa cordigliera delle Ande[4] si arriva a Cuzco[5], nel Perù, capitale del fiorente impero degli Inca, nel XIII secolo d.C., un reticolo di strade convergenti verso la piazza centrale. Due linee contrassegnavano i quattro quartieri con le principali strutture cerimoniali come l’Hatunrumyoc, Palazzo dell’Inca Roca, e il Coricancha o Recinto d’Oro, entrambi formati da poderosi blocchi poligonali, tra cui la famosa “pietra dei dodici angoli”, nei cui interstizi non penetra nemmeno uno spillo. Il Coricancha, nel centro cittadino, era un grande Tempio dedicato al Culto del Sole costruito a sua volta sopra un altro antico luogo di culto, inglobato, poi, nella cinquecentesca chiesa di Santo Domingo; quando una violenta scossa di terremoto rase al suolo la chiesa nel Novecento, le fondamenta della struttura originaria rimasero perfettamente intatte.
Fulcro di questo complesso è il Cuzco Cara Urumi, “l’Ombelico della Terra non ancora scoperto”, un ottagono di pietra posto al centro del cortile interno, che in passato conteneva la barra d’oro donata da Viracocha agli uomini perché la conficcassero come pietra angolare geodetica. Dorate, si racconta, dovevano essere le mura del Tempio, mentre campeggiava sopra un grande altare con l’effigie del Sole, fiancheggiata dalle mummie di tutti i monarchi Inca. Dalla cima del Pachatusan[6], la “Trave Incrociata dell’Universo”, compariva il solstizio estivo e l'intera valle di Cuzco era disseminata di gnomoni litici con la medesima funzione. Ed in questo complesso, il Coricancha era stato concepito come un immenso osservatorio stellare con edifici sacri a forma di piramide tronca, dove si osservava e venerava la Luna, gli astri, Venere e le Pleiadi, ma anche i fenomeni atmosferici, etc.


E che dire di Machu Picchu, il Vecchio Picco, la poderosa metropoli incaica scoperta dall’archeologo americano Hiram Bingham nel 1911, sospesa a 2450 metri sul versante orientale della Cordigliera del Vilcabamba? La collina, quasi a forma piramidale posta al centro dell’insediamento, è quasi sicuramente in parte artificiale, tanto che alcune leggende amazzoniche raccolte dal giornalista tedesco Karl Brugger negli anni ’70, e riportate per esteso nel suo libro “La Cronaca di Akakor”, raccontavano di divinità stellari che scesero in Brasile e si spinsero poi in Perù per costruire questo meraviglioso insediamento.
In cima alla città troviamo un recinto con il celebre Intihuatana, il “Luogo dove si lega il Sole”, un altare litico con uno gnomone tetraedrico che seguiva il percorso solare. Alla base della scala d’accesso all’Intihuatana compare, invece, il Tempio Principale e il Tempio delle Tre Finestre, due edifici di culto antichissimi, che gli Incas ereditarono, si dice, insieme ad una grotta sacra intagliata nella pietra, mentre la funzione astronomica dell’intera metropoli è sottolineata da un’abbondanza di corrispondenze celesti effigiate, e che vanno da: le Pleiadi, la Croce del Sud, il Triangolo Estivo (formato dagli astri Deneb nel Cigno, Altair dell’Aquila e Vega nella Lyra, etc.).[7]
Altro mistero insondabile sono le rovine di Sacsayhuaman, a nord di Cuzco, dove una serie di gigantesche mura megalitiche alte in totale 15 metri, formate da blocchi poligonali di pietra che sfiorano le quattrocento tonnellate, ne costituiscono il complesso. Lo stesso Garcilaso Inca de la Vega[8], autorevole voce della storia andina, già nel 1600 definiva Sacsayhuaman “frutto di un incantesimo” sorto da immensi blocchi di pietra “che sembrano più pezzi di montagne che non pietre da costruzione”; più di tremila Incas, volendone riprodurre la tecnica costruttiva, si racconta perirono sotto un masso pesantissimo issato da ventimila uomini e sfuggito al loro controllo; singolare che Sacsayhuaman significhi “Falco soddisfatto”, proprio come Horus, il Divino Falco egizio...

E poi c’è il mistero più grande di tutti: la Piana di Nazca. Situata nell’entroterra peruviano, questa brulla pianura è costellata da una serie incredibile di immensi disegni di varia specie. In gran parte vi sono raffigurati animali e forme geometriche, compiute, forse, da quella che è stata definita la “Cultura di Nazca”, prosperata in quei luoghi attorno al II secolo a.C. Il sito da decenni è oggetto di un costante studio da parte dei ricercatori, ancora intenti a svelarne non solo i suoi segreti ma soprattutto la sua funzione. Tra i ricercatori più importanti si ricorda l’ormai scomparsa Maria Reiche, (1903-1998) matematica e archeologa tedesca, divenuta famosa per le sue ricerche proprie sulle linee. Dopo essersi trasferita in Perù entro in contatto con l’astronomo americano Paul Kosok, già attivo a Nazca, e da allora decise di rimanere a vivere in quei luoghi per proseguire le sue ricerche.

«Ci insegnano che l’intera idea che abbiamo sui popoli dell’antichità è sbagliata, che qui in Perù c’era una civiltà progredita, e che aveva una comprensione avanzata della matematica e dell’astronomia, una civiltà di artisti che espressero qualcosa di unico sullo spirito umano perché fosse compreso dalle generazioni future

Molte di quelle raffigurazioni apparentemente senza senso logico sono legate alla rappresentazione del Cielo di 2000 anni fa, e secondo la Reiche, l’enorme Scimmia con la coda arrotolata, puntava verso il tramonto della stella Alkaid (Benetnasch) all’estremità dell’Orsa Maggiore, mentre il Ragno è l’immagine stessa di Orione, visto di fianco a quelle latitudini, mentre una linea perpendicolare che interseca il disegno, indicava la discesa della Costellazione nell’emisfero celeste. Anche l’astronoma Phyllis Pitluga dell’Adler Planetarium di Chicago, durante il XV Congresso annuale della Società per l’Esplorazione Scientifica nel 1996, confermò le intuizioni della Reiche, mostrando che i segni della Piana di Nazca incarnano le Costellazioni che circondano la Via Lattea, comprese, addirittura, alcune oscure nebulose.
Con l’ausilio di alcuni programmi astronomici si è potuto stabilire come migliaia di anni fa, il Ragno, dopo essere stato impresso sul terreno, con una linea sinuosa sotto la sua zampa posteriore, venne creato per raffigurare il fiume Eridanus, così come altre Costellazioni, con i loro corrispettivi sul terreno sono anche: il Canis Major, la Lucertola, Cetus (la Balena), il Triangolo Meridionale, l’Ottante, la Bussola, l’Unicorno (il Condor dalle ali spiegate), i Gemelli, il Cancro (il Colibrì), e infine la Lince (l’Alcatraz). A sud-ovest di Nazca, inoltre, si trova anche la metropoli di Cahuaci, abitata da sconosciuti individui anteriormente al 2000 a.C., sorprendentemente edificata su colline sacre come già accaduto per il Messico e l’Egitto, sulle quali troneggiano una serie di Piramidi ancora sconosciute…

Infine, arriviamo a Tiahuanaco (o Tiwanaku), in Bolivia. Importante quanto mai enigmatica civiltà precolombiana, il cui territorio si estendeva attorno alle frontiere degli attuali stati di Bolivia, Perù e Cile. Situata nei pressi della sponda sud-orientale del lago Titicaca e a quasi 72 km a ovest di La Paz, sede del governo della Bolivia (la capitale formale dello Stato è Sucre), alcune ipotesi sul nome, affermano che derivi dall'aymara Taypikala. Tiahuanaco è molto più grande di quel che si è scoperto finora[9], infatti una recente missione archeologica ha svelato che dietro a questa città antica, si nascondono ancora moltissimi resti da riportare alla luce, specie a fronte di analisi topografiche e agli elementi raccolti grazie ai satelliti e il volo dei droni.
A quanto sembra, ci sono da disseppellire due piattaforme che potrebbero essere collegabili ad una Piramide e una grande piazza, dimostrando come l’area già conosciuta di Puma Punku, non sia solo limitata alla presenza di una Piramide, ma che ci sia stato un vero e proprio insediamento che si estendeva su un'ampiezza di almeno quattordici ettari. Oltre a queste strutture, si ipotizza che sepolte nel terreno, si trovino anche un ulteriore Tempio ed un ingegnoso sistema di canali di irrigazione.
Si dice che Tiahuanaco sia sorta attorno al 1580 avanti Cristo, e che la fine della città avvenne nel 1187 dopo Cristo, per ignoti motivi. Alcune leggende degli indios Aymara, disquisendo su questo insediamento, - e che ricordiamo si trova a quasi 4.000 metri sulle Ande boliviane -, affermano che sia apparsa in una sola notte ad opera di una Razza di Giganti, molto tempo prima dell'avvento degli Incas. Del resto, le datazioni ufficiali si sono spesso contraddette, anche perché sui fregi dei monumenti della città, furono scolpiti animali estinti dodicimila anni fa, mentre un’accurata ricerca dell’ex direttore nazionale dell’archeologia boliviana, Oswaldo Rivera, aveva identificato un orologio precessionale ancora funzionante sin dal 9000 a.C.
Sul complesso domina la Piramide a tre gradini Akapana, alta 18 metri e orientata ai quattro punti cardinali e che appoggia su di una base, sempre piramidale, con l’estremità inferiore che punta ad est e la sommità ad ovest; in cima, invece, si trovano i resti di un antico pozzo cruciforme collegato ad un sistema di chiuse interne ove scorreva dell’acqua. Proprio di fronte, una scalinata porta al suggestivo Kalasasaya, un grande recinto di arenaria rossa che contorna una costruzione sorvegliata da statue monolitiche di andesite grigia.
Ma ciò che domina nel Kalasasaya, è la meravigliosa Puerta del Sol, ricavata da un masso di andesite di 45 tonnellate, sul fregio centrale orientato ad est, spicca la figura di Viracocha con una criniera formata da 19 raggi “lunari”, rappresentante secondo l’archeologo William Sullivan, il Ciclo Metonico della Luna[10] e i suoi “solstizi”. Viracocha (o Con Tiqui Viracocha) era una delle principali divinità Incas, considerato come lo Splendore Originario o Il Signore, e il Maestro del Mondo. Si pensa sia stato una rielaborazione della prima divinità degli antichi Tiwanaku (il "Dio dei Bastoni"), divinità antichissima venerata da diverse civiltà precolombiane, con il suo culto attestato già a partire dal 2250 a.C.
Nel corso del tempo, questa divinità fu assimilata e rielaborata in molte delle culture andine risultando una tra le più importanti, e come Viracocha, si narra che fosse sorto dalle acque e che avesse creato il Cielo e la Terra. Secondo diversi miti, egli non avrebbe creato solo gli umani ma li avrebbe anche distrutti per ricrearli dalla roccia e gettarli ai quattro angoli del Mondo (come similmente acca-de nel mito greco di Deucalione e Pirra[11]), e dopo aver insegnato agli uomini a sopravvivere, avrebbe preso il suo mantello, ne avrebbe fatto una barca e sarebbe salpato per l'Oceano Pacifico.
Viracocha, come altri Dèi, era una divinità nomade ed aveva un compagno alato, l'uccello Inti, una specie di pennuto magico, conoscitore del presente e del futuro (come l’Horus egizio), e veniva sovente descritto molto alto, dalle fattezze quasi gigantesche, con la pelle chiara, gli occhi azzurri, alto di statura con capigliatura e barba bionde o bianche, con indosso una lunga tunica bianca e con una cintura alla vita.

A Viracocha, potere di tutto ciò che esiste, sia esso maschio o femmina
Santo, Signore, creatore della luce nascente. Chi sei? Dove sei?
Non potrei vederti? Nel mondo di sopra, nel mondo di sotto?
Da qual mai lato del mondo si trova il tuo trono possente?
Dall'oceano celeste o dai mari terrestri, dove abiti?
Pachacamac, Creatore dell'Uomo, Signore i tuoi servitori,
con i loro occhi macchiati, desiderano vederti...
Il Sole, la Luna, il giorno, la notte, l'estate, l'inverno, non sono liberi
Ricevono i tuoi ordini, ricevono le tue istruzioni.
Vengono verso ciò che è stato già misurato...
Dove ed a chi tu hai già inviato lo scettro brillante?
Con una bocca rallegrata, con una lingua rallegrata,
di giorno e di notte tu chiamerai. Digiunando tu canterai con voce di usignolo
E forse nella nostra gioia, nella nostra buona fortuna,
da non importa quale angolo del mondo,
il Creatore dell'Uomo, il Signore onnipresente ti ascolterà...
Creatore del mondo di sopra, creatore del mondo di sotto, del vasto oceano.
Vincitore di tutte le guerre, dove sei? Che dici? Parla, vieni.
Vero di sopra. Vero di sotto. Signore modellatore del mondo,
potere di tutto ciò che esiste, solo Creatore dell'Uomo,
dieci volte io ti adorerò con i miei occhi macchiati.
Quale splendore! Mi prostrerò al tuo cospetto.
Guardami signore, fa attenzione a me!
E voi fiumi, e voi uccelli, datemi la vostra forza e tutto ciò che potete,
aiutatemi a gridare con le vostre gole, con i vostri desideri e,
ricordandoci di tutto, rallegriamoci, siamo felici. E così, euforici, partiremo.
(Preghiera Inca a Viracocha)

Come non notare una certa somiglianza di questa bellissima invocazione con l’altrettanto meraviglioso Inno ad Aton composto dal faraone egizio, Akhenaton o Amenofi IV (vedasi approfondimento). Tiahuanaco esalta la sua figura in ogni dove, simbolo della resurrezione umana nei Mondi Celesti, come l’Osiride egizio e il Krisna Indiano o il Cristo giudaico-cristiano. Di fronte al Kalasasaya c’è il Tempio semi-sotterraneo, sempre con il barbuto Viracocha rappresentato sopra una stele di arenaria, contornata ai fianchi dal simbolo del Serpente, mentre i muri della struttura presentano volti umani dalle inusuali fattezze, alcuni somiglianti all’Uomo-Pesce di Lepensky Vir, sul Danubio.
Oltre il complesso giace un ulteriore Piramide, il Puma Punku o “Porta del Leone”, che richiama una sorta di passaggio stellare legato all’omonima Costellazione, come similmente in Egitto aveva incarnato la Sfinge a Giza. Pietre sparpagliate nel sito pesano anche 200 tonnellate (la più pesante arriva persino a 447), e i giganteschi blocchi litici sono uniti da giunti metallici con una funzione, quasi sicuramente antisismica, in foggia di Tau, tecnica presente in molte strutture sull’intero pianeta, colati fusi nell’incavo e composti da leghe disparate tra cui è stato rinvenuto persino il nickel, inesistente in Bolivia, almeno per quei tempi così arcaici.
Questo straordinario sito archeologico dista solo 16 km dall’immenso lago Titicaca, enorme distesa d’acqua navigabile e che lambisce la metropoli boliviana durante l’Era Terziaria, come dimostrano gli ormeggi delle imbarcazioni presenti ancora sul posto; un profondo sconvolgimento mutò sicuramente la geografia dell’area circa 15.000 anni fa, donandogli poi l’attuale conformazione. Mistero nel mistero, questo lago che raggiunge una profondità di circa 300 metri, richiama nella lingua aymara, “Titi”, il Puma o Leone (animale sacro a Viracocha) e “Kaka”, il colore Oro.
All’interno del lago si trova anche l’Isola del Sole (con la corrispettiva Isola della Luna) e che si dice fosse abitata dai “Risplendenti” e che conserva lo “Scoglio del Leone”, un santuario terrazzato orientato agli equinozi, posto a strapiombo sulla scogliera. Si racconta che gli Incas, eredi di questi lontani progenitori, costruirono quest’opera a ricordo della lontana era mitica in cui Viracocha fece sorgere con il Logos, l’attuale Mondo. Un altro luogo enigmatico è anche l’isola di Suriqui, dove i suoi abitanti ancora oggi intrecciano a mano, con giunchi di totora, imbarcazioni con la prua rialzata identiche alle barche solari egizie e atte alla navigazione in mare aperto…




[1] Cambia persino i denti in venti giorni, associabili ad un ulteriore e particolare computo temporale Maya.
[2] Osiride-Orione in questa visione rappresenta quindi il biblico Abele.
[3] Jared Mason Diamond (Boston, 10 settembre 1937) è un biologo, fisiologo, ornitologo antropologo, geografo statunitense.
[4] La Cordigliera delle Ande (in spagnolo Cordillera de los Andes) è un'importante catena montuosa dell'America meridionale, situata nella parte più occidentale del continente. Con i suoi 7200 km di lunghezza (dall'istmo di Panama, a nord, fino a Capo Horn, a sud) è considerata la catena montuosa più lunga del Mondo. La sua larghezza media è di 240 km, toccando nel punto più esteso i 500 km (fra il 18º e il 20º parallelo sud), mentre l'altezza media è di circa 4000 m. Le Ande attraversano sette stati dell'America meridionale: Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela, alcuni dei quali sono noti come Paesi andini.
[5] Il toponimo originale della città era Qosqo o Qusqu (in quechua). Per la tradizione significa centro, ombelico, cintura, infatti secondo la mitologia Inca in esso confluiva il Mondo degli Inferi (Uku Pacha), il Mondo Visibile (Kay Pacha), e il Mondo Superiore (Hanan Pacha); per questo motivo la città fu ed è chiamata l'Ombelico del Mondo (inteso come Universo). All'arrivo dei conquistadores spagnoli, il suo nome si trasformò in Cusco, come appare nelle mappe dei secoli XVI, XVII e XVIII, mentre in alcune mappe del XIX e XX secolo (almeno fino al 1976) il suo nome appare scritto come Cuzco.
[6] Il Pachatusan è una montagna a nord-est della città di Cusco nelle Ande del Perù, a circa 4.842 metri di altezza. Si trova nella regione di Cuzco, nella provincia di Calca, nel distretto di San Salvador, nella provincia di Cuzco, nei distretti di San Jerónimo e Saylla e nella provincia di Quispicanchi, nel distretto di Oropesa. Si trova sulla riva occidentale del fiume Vilcanota, accanto alla montagna Huaypun nel sud-est. Sul Pachatusan si trova anche il santuario di San Salvador chiamato Señor de Huanca. Dalla popolazione locale è venerato come Apu.
[7] La Via Lattea, per gli Incas, era il serpeggiante fiume Vilcamayu.
[8] Garcilaso Inca de la Vega, il cui nome di battesimo era Gómez Suárez de Figueroa (Cusco, 1539 - Cordova, 1616), è stato uno scrittore peruviano. Soprannominato El Inca, fu uno dei primi meticci del Nuovo Mondo, e come scrittore si occupò prevalentemente di tematiche riguardanti il popolo Inca. Era il figlio del conquistador spagnolo Sebastián Garcilaso de la Vega y Vargas e della principessa inca Isabel Suárez Chimpu Ocllo, discendente del potente sovrano inca, Huayna Cápac. Come parlante nativo quechua nato a Cuzco, De la Vega scrisse resoconti della vita Incas, della storia del popolo e della conquista ad opera degli spagnoli.
[9] Uno studio condotto dall’UNESCO ha dimostrato, grazie all’ausilio di immagini satellitari e droni, che essa abbia una superficie almeno doppia rispetto a quella finora nota.
[10] Il tempo che intercorre tra una fase del satellite e il ritorno in una determinata data solare.
[11] Pirra (in greco antico Πύρρα) è una figura della mitologia greca, era figlia di Epimeteo e di Pandora, e moglie di Deucalione. Deucalione (in greco antico: Δευκαλίων, Deukalíōn) fu, invece, un personaggio della mitologia greca, figlio del titano Prometeo e di Climene; in altre versioni è figlio di Celeno. Quando Zeus decise di porre fine all'Età dell'Oro con il grande Diluvio, Deucalione e Pirra furono gli unici sopravvissuti, grazie all'Arca che Prometeo, padre di Deucalione, aveva suggerito al figlio di costruire (come narrato anche nel mito biblico di Noè). Alla fine del Diluvio si arenarono sul Monte Parnaso, l'unico luogo risparmiato dall'inondazione. Deucalione, ritornato sulla terraferma, chiese all'Oracolo di Temi come ripopolare il Mondo, gli fu detto, perciò, di lanciare le ossa di sua madre dietro le spalle. Deucalione e Pirra capirono che la madre era Gea, la madre di tutti i viventi, e che le ossa erano le pietre, lanciarono perciò sassi alle loro spalle, che presto iniziarono a cambiare forma, trasformandosi così in Esseri Umani.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 10, 10.3 - Tra Antichi Astronauti, strane Leggende e presunte Città degli Dèi

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