"Sinai e Olimpo: le Montagne Sacre" di Federico Bellini

 «Il monte Sinai era tutto fumante, perché il Signore vi era disceso in mezzo al fuoco, e ne usciva il fumo come da una fornace e tutto il monte tremava forte.» (Esodo 19,18)

Sparse in tutto il pianeta, si trovano diverse montagne e che sono state, nel corso dei secoli, al centro di veri e propri eventi misteriosi, fittizi o reali. Due di queste montagne si trovano in Polonia, la prima è il monte nei pressi della città di Muszyna, non distante da Zakopane, sui monti Tatra, una zona il cui nome presenta una strana assonanza fonetica con il nostro monte Musinè in Piemonte, ove spesso la gente vede e fotografa Dischi Volanti, seppure nella cima polacca, vengono registrati fenomeni inspiegabili dagli inizi del XX secolo.
Questa splendida catena montuosa cela un inquietante segreto, perché dal 1917 sono scomparse in circostanze misteriose, ben 28 persone, compresi cinque esperti scalatori, rapite da varie dicerie locali, da strani esseri apparsi nei boschi, o secondo altre versioni, trucidate dagli agenti segreti sovietici che sui monti Tatra avevano una loro base segreta. In America, al di là dell’Oceano Atlantico, una montagna sacra nota è il monte Shasta in California, da sempre al centro delle attenzioni di cultori del fenomeno U.F.O., convinti che questa imponente conformazione rocciosa abbia da sempre funzionato come una mappa stellare o un portale di passaggio per gli Extraterrestri.
In Asia ci sono tantissime cime che svolgono questo compito, veri e propri ammassi di roccia che hanno la funzione di manifestare un ruolo di congiunzione tra la Terra e il Cielo, basti pensare alle maestose cime della catena dell’Himalaya, come l’Everest, l’Annapurna, il Kailash, etc. Ed ovviamente, anche la nostra “piccola” Italia non poteva essere da meno, un monte al centro di apparizioni di luci, boati misteriosi provenienti dalle viscere della montagna, e che presenta, guarda caso, al suo interno una installazione scientifica, Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS), di proprietà dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), con il primato di essere il più grande laboratorio scientifico sotterraneo al Mondo, assieme al CERN, è ovviamente il monte Gran Sasso.[1]
Un’altra cima è il monte Verrugoli presso La Spezia, come poco più a sud, nelle bellissime Alpi Apuane, celebre è il Monte Sagro, già sacro, come dice il nome, alle antiche popolazioni liguri. Sul Verrugoli, operò per oltre vent’anni lo studioso Stelio Asso con il Gruppo di Osservazioni e Ricerche Ufologiche (G.O.R.U.), raccogliendo centinaia di segnalazioni di globi luminosi, tracce a terra inspiegabili, e fotografando, con particolari filtri nello spettro dell’invisibile, misteriose creature e sagome.[2]
Come abbiamo avuto modo di studiare nel precedente capitolo, il monte sacro per eccellenza per il popolo ebraico, è il Sinai, dove Mosè, in più di una occasione, si incontrò con Dio. Ben pochi sanno che la moderna archeologia non è ancora riuscita ad identificare con certezza questa montagna, perché a circa 90 km a nord della penisola sinaitica, esistono infatti ben tre cime, il Serbal, il Monte di Mosè e il Monte di Santa Caterina; quale dei tre fu veramente la cima citata nella Bibbia, ancora non lo sappiamo.
Per certo, sull’altopiano Jar Karkom, un plateau di 850 metri sul livello del mare, e che secondo alcuni studiosi fu il vero monte Sinai della tradizione, sono stati scoperti i resti di un luogo di culto e rituale risalente a ben 40 mila anni fa; ai piedi, inoltre, sono stati trovati segni di vari accampamenti risalenti alle ipotetiche date del celebre Esodo Ebraico dall’Egitto. Tale scoperta è stata fatta nei primi anni duemila da un’equipe diretta da Emmanuel Anati, fondatore e direttore del Centro Camuno di Studi Preistorici, che ha sede in Valcamonica, in provincia di Brescia, nonché docente di preistoria all’Università di Tel Aviv e di Paleontologia all’Università di Lecce.
I resti individuati risultano ad oggi quelli di uno dei Templi più antichi al Mondo, composto da monoliti antropomorfi, una quarantina in tutto, sistemati in un avvallamento, invisibile dal basso e sull’orlo di un precipizio, un luogo di culto risalente al periodo di passaggio tra Paleolitico medio e superiore, che attesta l’antichissima sacralità di un luogo posto lungo il percorso migratorio tra l’Africa e l’Asia, rimettendo, inoltre in discussione, anche le ipotetiche date sul famoso Esodo degli Ebrei dall’Egitto e che potrebbe risalire ad un’epoca ancora anteriore.
Ritornando alla Bibbia, e come abbiamo ampiamente approfondito in precedenza, il Signore si incontrò ripetutamente con Mosè su questa montagna all’interno di una “densa nube”, vietando a chiunque altro di salire e per nessuna ragione; tale divieto lascia pensare che Mosè fosse l’unico in grado, non solo di accedervi, ma anche di mantenere un segreto per tale circostanza così insolita. Successivamente, una o più nubi luminose ricoprirono la cima del Sinai e Mosè entrò in mezzo a una di esse e sparì per diverse settimane, periodo in cui gli furono insegnate svariate cose, impartiti ordini, fu istruito nel costruire oggetti e/o apparecchi, tra cui la famosa Arca, e altri strani contenitori che dovevano accogliere gli oggetti dati da Dio a Mosè, etc.
YHWH specificò più volte che i vari oggetti dovevano essere costruiti sul modello che erano stati a lui mostrati sul monte, e che quindi aveva effettivamente ricevuto una sorta di preparazione o di iniziazione sul Sinai, durante questo lungo soggiorno. Sempre secondo queste direttive, fece costruire anche la celebre “Tenda del Convegno”, che conteneva l’Arca e dove sovente il Signore si manifestava, scendendo dal Cielo a bordo di una “colonna di nube” che sostava sulla tenda mentre egli, al riparo al suo interno, parlava a Mosè faccia a faccia. Quando Mosè rimase per quaranta giorni sul Sinai al cospetto di Dio, al suo ritorno si racconta che avesse una “pelle raggiante”, tanto da spaventare il suo popolo, obbligandolo a mettersi un velo davanti al volto; dimostrazione che molto probabilmente era stato sottoposto a qualche trattamento o ad una lunga esposizione a sconosciute forme di radiazione.
Che questa “Gloria del Signore” fosse un fenomeno alquanto insolito per l’epoca, è evidente, anche perché questa “Nube Divina”, durante il giorno si manifestava con una luce e durante la notte con un “fuoco”, visibile da tutto il popolo e per l’intero viaggio, tanto da essere scambiato come un vero e proprio faro luminoso, che emanava radiazione, dato che nessuno vi si poteva avvicinare quando era attivo, essendo estremamente pericoloso o mortale.[3]

«La voce del Signore fa guizzare fiamme di fuoco. La voce del Signore fa tremare il deserto, il Signore fa tremare il deserto di Cades... e sfronda le selve.» (Salmo 29, 7-9)

Analogamente, il monte Olimpo, con i suoi 2.917 metri, è la montagna più alta della Grecia, e per tale motivo divenne, nell’immaginario popolare, la Dimora degli Dèi nell’antica mitologia di quella regione. Situato nella parte settentrionale di questo territorio, tra la Tessaglia e la Macedonia, non lontano dal Mar Egeo, negli antichi miti veniva raccontato che sulla sua vetta, perennemente circondata da nubi, vi si trovavano le abitazioni degli Dèi (detti Olimpi), costruite da Efesto.
A capo di questa numerosissima e complessa famiglia c’era Zeus, mentre tra le altre divinità che lo contornavano si menziona sua moglie Era, il fratello Poseidone e la sorella Estia, inoltre Ares, Ermes, Efesto, Afrodite, Atena, i gemelli Apollo ed Artemide, Demetra e Dioniso; l’altro fratello di Zeus, Ade, non abitava nell’Olimpo ma negli Inferi, e sua moglie Demetra decise di vivere per sei mesi nell’Ade vicino alla figlia Persefone. Anche Efesto non abitava sulla cima di questa montagna, ma su un’altra, dentro Vulcano (in Italia si dice fosse l’Etna) e dove vi aveva costruito la sua officina, mentre Apollo e Dioniso, seppure vi risiedevano, trascorrevano lunghi periodi direttamente sulla Terra.
Su questo monte, Zeus, sedeva sul trono e determinava il fato di tutti i mortali, tale trono si trovava nella Casa degli Dèi, descritto come un magnifico palazzo in cima alla montagna, dove le mura risplendevano di oro, argento, e la cui parte superiore si dice fosse sollevata e/o sospesa; si racconta, inoltre, che si sentissero anche dei forti boati o dei rumori roboanti provenire da quelle altezze. Da lassù, infatti, si fiondavano poi verso la superficie intervenendo nelle vicende umane (e non solo), spostandosi da una parte all’altra del mondo conosciuto, “volando” con disinvoltura ed estrema facilità.

«Fa delle nuvole il suo carro, s'avanza sulle ali del vento; fa dei venti i suoi messaggeri, delle fiamme di fuoco i suoi ministri.» (Salmo 104, 3-4).

Eppure, la disinvoltura con cui gli antichi riuscivano a volare nell’alto dei cieli non deve stupirci oltre. Celebre è il caso di Perseo che con il suo cavallo alato Pegaso poteva volteggiare ovunque, come similmente farà secoli più tardi il norreno Odino con il suo cavallo ad otto zampe, Sleipnir ("colui che scivola rapidamente"), di cui si narra fosse il “migliore cavallo che potesse esistere, il più veloce”; si racconta, inoltre, che fosse persino in grado di cavalcare il Cielo e le Acque, e anche lungo gli altri Mondi.
Ancora più eloquente è la vicenda di Esdra (“Dio è il mio aiuto”), il sacerdote e scriba che condusse il ritorno del secondo contingente di Ebrei dal lungo esilio babilonese nel 459 a.C., e al quale vengono attribuiti alcuni libri alquanto celebri. Come già descritto nel capitolo, 8.6 - Le enigmatiche origini del Popolo Tibetano, circa la storia del “Grande Maestro”, chiamato anche Padmasambhava (o anche U-Rgyan Pad-Ma), il quale era disceso dal Cielo portando con sé scritti redatti in una lingua sconosciuta, sappiamo che similmente questo Esdra, nipote o figlio di Seraiah, era un discendente diretto di Pincas, figlio di Aronne e che ciò che conosciamo della sua insolita storia, è contenuto negli ultimi quattro capitoli del libro a lui attribuito, il “Libro di Esdra.”
In alcuni stralci di questa opera possiamo leggere di come Dio non fosse poi così tanto onnisciente: “Dio mi rispose e parlò così: Ti posso rivelare soltanto in parte i segni di cui tu mi chiedi. Non sono in grado di dirti qualcosa sulla tua vita, dacché io stesso lo ignoro”, ma seppure fu autore di soltanto dieci scarni capitoli ammessi tra le pagine dell’Antico Testamento, esistono anche due testi apocrifi, ovviamente non accettati dai Padri della Chiesa, e un “Quarto Libro di Esdra”, costellato di conoscenze occulte che risale al primo secolo dell’era volgare, censurato dai primi compilatori della versione ufficiale.

«Raduna la tua gente e avvertila di non cercarti durante i quaranta giorni che seguiranno. Tu, però, munisciti di un buon numero di tavolette e conduci con te Saraja, Dabria, Selenia, Ethan e Asiel, perché sono cinque uomini capaci di scrivere rapidamente, e poi ritorna qui. Ma ricorda che quando avrai finito, una parte la dovrai rivelare e una parte la dovrai trasmettere segretamente ai saggi. Incomincerai a scrivere domani, alla stessa ora

Si ripresentano, pertanto, i quaranta giorni di isolamento, al cospetto quasi sicuramente di Dio, in un luogo inaccessibile, probabilmente una montagna, dove furono trascritti ben novantaquattro libri, di cui: “I ventiquattro libri che hai scritto per primi li dovrai rendere noti a tutti, affinché li leggano coloro che ne sono degni e coloro che non ne sono degni. Gli ultimi settanta, per contro, li conserverai, per consegnarli unicamente ai saggi del tuo popolo.” Durante questi colloqui con il Signore, Esdra non nascose la propria indignazione nei riguardi delle molte ingiustizie di questo mondo terreno, e come in altri libri delle Sacre Scritture, promise che sarebbe disceso nuovamente “dal Cielo”, in giorni di là a venire, per condurre con sé “i giusti e i saggi”, in una specie di vero e proprio “rapimento di massa”. Ma per condurli dove?
Sicuramente il Luogo o il Mondo dal quale era originario l’interlocutore del profeta, probabilmente distante diversi anni luce dal nostro Sistema Solare, dal momento che parlando insieme, fece persino qualche accenno al fenomeno della dilatazione del tempo. Esdra, stupito da tutte queste rivelazioni, chiese ingenuamente se non fosse stato in grado di poter creare in una volta sola tutte le genti del passato, del presente e del futuro, in modo da consentire a tutte un “ritorno in patria” istantaneo, ma egli rispose: «“Rivolgiti al grembo materno e chiedigli: perché, se partorisci dieci figli, li partorisci uno per volta? Invitalo a partorirli tutti insieme!” Esdra: “Non gli sarebbe possibile. Né può mettere al mondo uno solo per volta, ciascuno a suo tempo.” L'Altissimo: “Nello stesso modo ho agito io, facendo della Terra il grembo materno per coloro che essa concepirà, ciascuno a suo tempo. Nel mondo da me creato ho stabilito una successione cronologica ben precisa.”»
Esdra rifletté anche sulla successione cronologica, desiderando sapere se, nel momento in cui questo Signore ritornerà dal Cielo, saranno da reputare i vivi o i morti, e lui lo assicurò dicendo: “I viventi saranno di gran lunga più fortunati dei defunti.” La risposta fu così lapidaria in quanto aggiunse, inoltre, che la Terra avrebbe esaurito la propria “energia giovanile” già al tempo della “seconda generazione”, seppure non sia comprensibile a quale generazione si riferisse. Inoltre, gli rivelò di essere stato lui a parlare a Mosè: “A quel tempo inviai Mosè affinché guidasse il popolo fuori dall'Egitto e lo conducesse ai piedi del monte Sinai. E sul monte Sinai lo trattenni parecchi giorni presso di me. Lo resi edotto di molti prodigi e gli svelai i segreti dei tempi.”
Il “Quarto Libro di Esdra”, termina poi con queste parole: “Così feci io nella sesta settimana del settimo anno, quando erano trascorsi cinquemila anni, tre mesi, dodici giorni dalla Creazione del Mondo... Allora Esdra fu rapito e assunto nella dimora dei suoi simili, dopo che ebbe scritto tutte queste cose. È chiamato lo scriba della sapienza dell'Altissimo.” E se pensate che questa sia l’unica storia antica a descrivere di simili incontri, rivelazioni o salite nell’alto dei cieli, vi sbagliate, perché andando più ad est e a ritroso nel tempo, ritroviamo un’altra analoga storia di Ascensione, quasi sicuramente nella sua prima versione, quella raccontata nel poema epico babilonese Etana, rinvenuto negli scavi di Ninive nella Biblioteca delle Tavolette di Argilla del re assiro Assurbanipal (669-626 a.C.)


Oggi conservata in gran parte a Londra nel British Museum, rappresenta la raccolta letteraria assiro-babilonese di gran lunga più importante, seppure non sappiamo quando l’epopea sia stata composta, e nonostante che alcuni passaggi siano presenti nell’ancor più antica Epopea di Gilgamesh, in accadico, e che si fa risalire ad un’epoca posteriore al 2000 a.C., niente fa escludere che il mito di Etana, coincida addirittura con gli inizi della “storia” dell’umanità, perché la sua rappresentazione figurativa era già presente su di un sigillo cilindrico antico di cinquemila anni.
Etana («il pastore che ascese al cielo e consolidò tutte le contrade straniere»), tredicesimo re-sacerdote della prima dinastia, governò sulla città di Kish in un periodo compreso tra il 3000 e il 2700 a.C. Il mito narra che si era rivolto al dio Šamaš, pregandolo di procurargli l'Erba della Creazione o Erba dell'Immortalità (“Dammi l'Erba della Creazione!”), dopo che disperato da una serie di disgrazie, non sapeva più a chi rivolgersi. Inizialmente benvoluto, ad un certo punto iniziò a trascurare il suo popolo e anche i raccolti ne risentirono, gli Dèi irati dal suo comportamento, lo punirono rendendo sterile la moglie, ed egli, dopo aver rinnovato i sacrifici e le preghiere perché potesse ritornare fertile, tentò in ogni modo di ingraziarsi le Divinità del Cielo.
Ed è qui che subentrano degli aspetti interessanti di questo Mito. Il Dio del Sole ascoltò la sua supplica e mandò Etana alla ricerca di un’Aquila, tenuta prigioniera da un Serpente in un pozzo molto profondo, gli disse che se avesse liberato il rapace, l’animale lo avrebbe poi portato in Cielo, dove si trovava la pianta della fertilità e del parto. A quel punto, Etana, andò alla ricerca di questo pozzo, liberò l’Aquila (simbolo del Sole e del potere) dal dominio del Serpente (simbolo delle acque e degli inferi) e, saltando in groppa al divino rapace, viaggiò verso le dimore degli Dèi, finché stremato, lasciò la presa e precipitò insieme al rapace nelle acque dell’Oceano, dove entrambi persero la vita.
Nonostante questa prima versione del mito presenti un’Aquila ed un Serpente, come analogamente avvenne per la storia del popolo Azteco, e della fondazione della capitale del proprio impero, Tenochtitlan (l’odierna Città del Messico), è la seconda versione che desta ancor più interesse. Nel secondo mito, l’Aquila portò Etana nel Cielo dalla dèa Inanna-Ishtar, la quale, ascoltato il racconto del Re, gli concesse la pianta della fertilità, ordinandogli di mangiarla assieme alla moglie, che infatti rimase incinta e dette alla luce un erede, Balikhu; per tale compito, inoltre, l'Aquila trovò un suo posto tra le stelle, dove tuttora stende le ali (la Costellazione dell’Aquila). Scendendo ancora più nel dettaglio, il mito rivela che l’Aquila lo afferrò e lo trasportò con sé verso il Cielo dove dimorano le Stelle fisse, e durante questa ascensione, il rapace lo invitò per sei volte ad osservare come la Terra si rimpiccioliva sotto i loro occhi.

«Dopo che l'ebbe trasportato in alto per un po', l'Aquila si rivolse a lui, Etana: “amico, guarda com'è diventata la Terra, osserva il mare dalla parte montuosa. La Terra ha l'aspetto di un monte, il mare è diventato simile ad un corso d'acqua.” Dopo che l'ebbe portato ancora più in alto, l'Aquila si rivolse a lui, Etana: “amico, guarda com'è diventata la Terra. La Terra ha l'aspetto di una piantagione di alberi.”»

L’Aquila proseguì a salire sempre più in alto e di tanto in tanto continuava a sollecitare Etana a guardare in basso, per riferirgli quanto vedeva, alla fine, la Terra era “non più grande di una capanna” e il vasto mare una pozza larga appena “quanto un cortile”. Il Mito, infine si conclude con queste ultime parole: «“Amico, guarda com'è diventata la Terra. La Terra è simile ad una focaccia e il vasto mare grande quanto una cesta del pane.” Lo portò più in alto ancora e di nuovo gli disse: “amico, guarda, la Terra è scomparsa.” Ed egli rispose: “Guardo e vedo che la Terra è scomparsa, i miei occhi non si colmano più della vista del vasto mare! Amico, non voglio salire fino al Cielo. Fermati, affinché io possa tornare sulla Terra!”» Coincidenza vuole (anche se quasi sicuramente non lo è), che molti millenni dopo un’Aquila si posò nientemeno che sul nostro satellite, la Luna. “L'Aquila si è posata!”, comunicarono gli astronauti al centro spaziale di Houston non appena il primo LEM ebbe toccato la superficie lunare…



[1] Il Gran Sasso (o Gran Sasso d'Italia) 2912 m s.l.m, è il massiccio montuoso più alto degli Appennini continentali, situato nel centro Italia, nella regione Abruzzo, come parte della dorsale più orientale dell'Appennino abruzzese, al confine fra le province de L'Aquila, Teramo e Pescara. Inoltre, è un'area ambientale tutelata con l'istituzione del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Nei suoi Laboratori interni, si studiano, tra le altre cose, le più piccole particelle dell'Universo come, ad esempio, i neutrini e i monopoli di Gut, etc.
[2] Analoghe storie coinvolgono anche l’Etna in Sicilia, la zona di Cuasso al Monte in Lombardia, e il monte Oropa presso Biella, sede anche di un famoso ed omonimo Santuario, dove una leggenda vuole che lì sia stato ucciso, durante un conflitto a fuoco con un terrestre, una creatura non umana...
[3] È ovvio che per essere visibile da lontano doveva essere un oggetto enorme e molto luminoso.

*
"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 11, 11.2 - Sinai e Olimpo: le Montagne Sacre

Commenti

Post popolari in questo blog

"Il Cammino del Viandante", il nuovo Libro-Corso di Federico Bellini

"Materia, Nebulose, Stelle, Pianeti" di Federico Bellini

"L'Universo" di Federico Bellini

"Chi sono gli Addotti?" di Federico Bellini e A/V