"Sarà come l’Arca di Noè, Il cane, il gatto, io e te" di Federico Bellini

«Il comandante della mitica nave Argo fu Giasone per i Greci, Atraḫasis (Ziusudra) per i Sumeri, Utnapishtim per i Babilonesi, Asar o Asir (Osiride) per gli Egizi, Jason, Jona per i Troiani, Jon per gli Scandinavi, Ganesha per gli Indiani e il Noach (Noè) per gli Ebrei...» (Federico Bellini)

L'Atrahasîs o Atra Hasis ("il sommamente saggio") è un poema epico in lingua accadica risalente al II millennio a.C. (alcuni lo datano al XVIII secolo a.C.) di circa 1250 versi e che contengono, con alcuni elementi di novità, rispetto alla nostra tradizione occidentale, una serie di miti tradizionali mesopotamici che vanno ad integrare, ad esempio, quelli della Creazione e del Diluvio Universale, in riferimento a precedenti poemi sumerici come la Genesi di Eridu.

(“Il Diluvio” di Hans Baldung Grien, 1516)

Il Mito del Diluvio è presente anche nell’Epopea di Gilgamesh, nell'Enûma Eliš ("Quando in Alto"), ed ovviamente nella Bibbia e nel più tardivo Corano. La primissima parte del poema racconta, come abbiamo visto, di quando in origine gli Dèi fossero divisi in due classi: quella inferiore degli Igigi e che lavoravano per la classe più elevata degli Annunaki. In seguito ad una rivolta degli Igigi che, guidati dal dio Wê-ilu (o Kingu il Manovale) si rifiutarono di continuare a lavorare, gli Annunaki si riunirono per cercare una soluzione, e il loro re Enlil minacciò di ucciderli. Ma suo fratello Ea (nome accadico per il sumerico Enki), avendo intuito che questo gesto non avrebbe risolto il problema, propose di creare l'Uomo, il quale sarebbe stato in tutto simile agli Dèi, senza però ricevere il dono dell’immortalità, e dopo che l’idea fu accettata, grazie anche al sacrificio di Wê-ilu, immolato per la circostanza, venne alla fine generata la nuova creatura.
Nella seconda parte del Mito, si narra invece di come gli uomini, che vivevano nella prosperità, infastidirono Enlil, preoccupato non solo della loro floridezza ma anche del loro incessante moltiplicarsi. Per risolvere il problema, inviò in principio delle terribili epidemie e poi delle carestie per cercare di decimare la popolazione (non dissimili dalle Piaghe d’Egitto), ma Ea, divinità delle acque dolci e protettrice degli uomini, si oppose ai suoi piani scellerati tramite l’intervento di Atrahasîs, un uomo molto saggio che preveniva i suoi simili al sopraggiungere di ogni pericolo.
Enlil, esasperato, decise allora di muoversi più drasticamente e di sistemare una volta per tutte il problema, inviando un Diluvio Universale e vietando ad Ea di comunicare con chiunque di loro, ma egli si rivolse nuovamente ad Atrahasîs in sogno e gli consigliò di costruire un'Arca resa impermeabile con del bitume, e di imbarcare con lui una coppia di tutti gli esseri viventi. Il Diluvio, poi, arrivò, scatenandosi per sette giorni e sette notti, ma il settimo giorno la pioggia finalmente cessò, e l’Arca s’incagliò sul monte Nishir.
Dieci giorni più tardi “il molto saggio” liberò una colomba ma ritornò, e lo stesso accadde con una rondine, infine liberò un corvo che avendo trovato il ritiro delle acque non fece più ritorno. A quel punto, Atrahasîs, disperse ai quattro venti tutti gli altri animali e allestì un sacrificio di ringraziamento che fu apprezzato dagli Dèi. Enlil, però, avendo constatato il fallimento del suo ultimo piano, ma avendo realizzato che la scomparsa degli uomini avrebbe riportato la situazione allo stato precedente alla loro creazione, si calmò e li lasciò vivere, ma pretese da Ea che la loro vita non terminasse naturalmente, come era avvenuto sino ad allora, ma potesse manifestarsi anche per morte violenta, accidentale, per malattia, etc., in modo da farli diminuire lentamente di numero.
Ed Atrahasîs, quale sorte toccò? Per ricompensa ricevette l'immortalità e andò a stabilirsi presso lo sbocco dei Grandi Fiumi, nel Giardino di Dilmun dove dimorava Ea, e, secondo la leggenda mesopotamica, vi vivrebbe ancora. Ma chi era in realtà questo particolare personaggio? Noto in sumerico anche come Ziusudra ("dalla vita lunga") e presso i babilonesi come Utnapishtim (conosciuto anche nell'Antico Testamento con il nome di Noè), è stato un sovrano sumero, protagonista del mito mesopotamico omonimo in cui sopravvisse al Diluvio Universale e salvò, come abbiamo appena letto, l'Umanità dall'estinzione.
Sappiamo, inoltre, che Atrahasîs (Zin-Suddu nella lista reale sumerica) fu il re della città-stato sumera di Shuruppak, e insieme alla moglie sopravvisse al Grande Diluvio. Enlil, infatti, disturbato dal rumore provocato dagli uomini, regolarmente, ogni 1.200 anni inviava una punizione affinché la popolazione diminuisse, rispettivamente con: la peste, la siccità e la carestia. Furioso degli scarsi risultati ottenuti, Enlil inviò il quarto ed ultimo cataclisma con l'obiettivo di annientare gli esseri umani, ma il dio Enki/Ea avvertì segretamente il re Atraḫasis, e lo invitò a costruire una grande nave (Arca) affinché potesse salvarsi.
Lo stesso Utnapistim (o Atrahasîs), assai arzillo, raccontava verso la fine della sua vita: “Tu così dirai loro: Io… andrò giù nell’Apsu a dimorare con Ea, il mio signore.” Dopo aver descritto accuratamente la costruzione e la calafatura della nave (sei ponti, un acro di spazio piano, altrettanto per ciascun lato, così che l’imbarcazione fosse un cubo perfetto, esattamente come gli aveva ordinato Ea), Šamaš (Shamash), il Dio Sole, avvertì Utnapistim quando era il momento di salire a bordo e chiudere il portello, dopodiché si aprirono le cateratte del Cielo: “Irragal (=Nergal) strappa via gli alberi; arriva Ninurta e fa cedere le dighe; gli Annunaki sollevarono le torce, illuminando la Terra con il loro splendore; la furia di Adad giunse fino al cielo e trasformò tutto ciò che era luce in tenebre…”
Persino gli Dèi furono colti da un improvviso terrore alla vista di questo catastrofico Diluvio, e fuggirono salendo sino al Cielo di Anu, mentre le altre Divinità rimaste, si rannicchiarono come cani e si accucciarono sconvolti (?) Ištar (Ishtar), poi, gridò come una donna in travaglio, la Signora degli Dèi, dalla bella voce, si lamentò: “Come potrei comandare un simile male nell’assemblea degli Dèi! Come potrei comandare guerra per distruggere il mio popolo; perché sono io che ho procreato questo mio popolo…”, gli Annunaki, dopo l’ascolto di quelle parole, si misero a piangere assieme a lei, seduti chini e lamentosi.
Ma come sappiamo, la storia si concluse con un lieto fine, perché Utnapistim non solo riuscì a salvare sé stesso e la propria famiglia, ma anche gli animali che aveva imbarcato, acquisendo infine l’immortalità. Il personaggio, presente anche nell’Epopea di Gilgamesh, narra che il protagonista, alla ricerca anch’egli dell’immortalità, si mise in marcia per scoprire dove risiedeva l’eroe del Diluvio Universale, per poterne svelare il mistero; una volta trovato, però, scoprì di non poterlo conoscere, dato l’impedimento degli Dèi a tali conoscenze. Ad un certo punto, però, durante l’incontro con Utnapishtim, egli gli rivela le seguenti parole.

«Ti voglio rivelare come, dal nulla, è nato questo errore. Tu sai che il nulla non esiste e nulla è eterno su questa Terra. Ogni città, ogni casa in polvere si perde, nei millenni. Tutto finisce. Ogni contratto ha un termine preciso. Ma il verme, rinchiuso nel suo bozzolo di seta, quando esce, rinasce in colorata farfalla, che felice si espande nella verità del Sole. La morte è solo un sonno, e dentro il sonno, il sogno di una morte dipinta: chi nasce, vivo resta, anche se dorme una notte o un millennio. Il corpo che non serve si tramuta in farfalla. Nel fare ciò in me e in te, figliolo, il vuoto di conoscenza s’è annullato. Noi due sappiamo, siamo eterni, ma gli altri non lo sanno. Tu vuoi che tutti sappiano annullare il vuoto di conoscenza. Vuoi che la morte non esista perché sai che non è nel Creato

William Shakespeare, millenni più tardi, nella sua opera teatrale, La Tempesta (Atto IV, scena prima), arriverà persino a far pronunciare simili parole a Prospero.[2]

«Il nostro spettacolo è finito: i nostri attori,
come ti avevo detto, erano tutti spiriti
e si sono dissolti nell’aria sottile.
E come l’edificio su fondamenti invisibili di questa visione,
le torri ricoperte dalle nuvole, i palazzi sontuosi, i templi,
questo vasto globo e tutto quanto contiene,
tutto si dissolverà come un sogno.
Come la scena priva di sostanza ora svanita,
tutto senza lasciare traccia sarà dissolto.
Noi siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni,
e la nostra piccola vita è circondata da un sonno

A parte questa digressione storico-letteraria, ritornando al Mito Sumero, Utnapistim cercherà di convincere Gilgamesh che egli non può così sfuggire alla morte, dimostrandogli che non riesce a non dormire. Certamente nella Valle del Tigri e dell’Eufrate, certe conoscenze erano così intrise nell’immaginario religioso da non essere emerse dal niente e in così brevissimo tempo, specie per un popolo che, come la storia ufficiale vuole insegnarci, uscì fuori dal nulla a seguito dell’ennesima migrazione di una popolazione di primitivi, e che, finalmente stanziatisi, si scoprì in grado di fondare una Civiltà.
Anche perché, sempre nei loro testi e le varie iscrizioni, dimostrano di conoscere dei particolari senza alcun dubbio singolari e che pongono ancora oggi innumerevoli interrogativi. Enki/Ea, Signore dell’Apsu, si riteneva ad esempio responsabile delle planimetrie dei Templi, sia Celesti che Terrestri, ma chi tracciava poi di fatto la pianta e il disegno con il “Sacro Stilo di Eridu” era sua figlia Nanse, moglie del barcaiolo Ursanabi, a cui “era consacrata la sacra poppa della nave”.
Così come un ulteriore leggenda narra di quando Gilgamesh, portando con sé Ursanabi in persona, si era procurato “i Me da Eridu”, che nel dialetto sumerico e nel linguaggio universale del Mito è la tipica espressione tecnica di colui che sa “misurare le profondità del mare.” Ora, Gilgamesh sapeva “misurare” il Mondo, e viene da chiedersi di quale tecnologia così avanzata fosse in possesso per svolgere tale mansione: “Gilgames, re supremo, giudice degli Annunaki, principe deliberamene, tu… delle genti, tu che misuri le regioni del Mondo, balivo degli Inferi, signore dei popoli di sotto, tu sei giudice e hai la visione di un Dio. Tu ti ergi negli Inferi e dai il verdetto finale.”

Il 23 luglio del 1942, Hitler emanò una direttiva denominata "Edelweiss" ("Stella Alpina"), attraverso la quale dava ordine al gruppo di Armate "A", che aveva invaso la parte meridionale dell'Unione Sovietica, di iniziare l'avanzata verso il Caucaso per conquistare le raffinerie di Baku, in Azerbaigian. Durante questa attraversata, un gruppo di fucilieri di montagna, tra il 17 e il 21 agosto raggiunse la cima dell’Elbrus (El'brus), il monte più alto del Caucaso (mt 5.642) e vi piantò la bandiera di guerra del Reich. Il Mondo intero venne così a sapere dell’impresa, ma Hitler, appena venne informato della cosa, andò su tutte le furie, cominciò a gridare che l’onore dell’esercito consisteva, in quel frangente, nel dover vincere i russi e non salire sulle cime dei monti; persino Alber Speer, suo strettissimo collaboratore, raccontò anni dopo questo insolito episodio.

«Anche un profano poteva capire che l'offensiva si era esaurita. Giunse la notizia che un reparto di truppe alpine tedesche aveva conquistato, piantandovi la bandiera di guerra germanica, la vetta dell'El'brus. Impresa inutile e certo di scarso rilievo, da giudicarsi soltanto come frutto dell'entusiasmo di un manipolo di scalatori. Mi è accaduto spesso di vedere Hitler furibondo, mai, però, come in quell'occasione. Strepitò per ore, come se tutti i suoi piani di battaglia fossero stati rovinati da quell'impresa. Ancora molti giorni dopo lo si sentiva lanciare maledizioni contro quegli 'alpinisti pazzi' che 'meritavano la corte marziale'

Perché il Führer si infuriò a tal punto da considerare questi soldati come degli avventurieri in cerca di sciocche vanità, senza rendere omaggio ad una montagna con un significato, tra l’altro, estremamente importante per i Nazisti? Esiste a tal proposito la misconosciuta tesi di uno studioso ceceno, Deni Baksan, un ricercatore di fede islamica che nel 1995, a Groznyj, scrisse un libro, "Le tracce di Satana sui sentieri segreti della Storia", uscito solo nel 1998 e con una tiratura limitatissima.
Questa opera di Baksan, mai tradotta e divulgata per il mercato editoriale occidentale, e poco conosciuta anche al pubblico russo, abbraccia la storia umana dai primordi fino all’attualità del conflitto in Cecenia, mettendo in relazione tutta una serie di conoscenze mitologiche conosciute in quei territori, ma che la nostra cultura sembra stranamente ignorare. Infatti, nel cap.13 del suo libro, intitolato “Asgard sui Monti del Caucaso”, l’autore, cercando di spiegare la deportazione forzata dal suo popolo, e degli Ingusci, ordinata da Stalin, cita una leggenda cecena, di cui anche Hitler ne sarebbe stato a conoscenza. Ma cosa raccontava questa segreta storia?
Baksan inizia ad illustrare il potente significato delle parole, cominciando appunto da “Caucaso”, parola che in russo suona “Kavkaz”, mentre in arabo, tramite la sua radice semitica “qf”, che significa “fine, estremità, compimento”, si dice “Qaf”, “Qabh”, “Qabk” (o nella sua forma moderna e completa è “Quqaz”). Già gli antichi navigatori Fenici utilizzavano questo termine per designare l’estremo limite settentrionale delle terre abitate, e il “Paese di Qaf”, per loro, era il luogo dove dimorava la divinità più antica e venerata, Baal (o Baal-Qafon).
Il Caucaso, pertanto, era il “Paese di Qaf” (e che gli Armeni rinominarono “Kafaz”), tanto per i Persiani che per molti altri popoli, seppure fossero a conoscenza che più a nord vi erano altre terre, come sapevano che il Giorno del Giudizio, i terribili Yadzoudz e Madzoudz (i Gog e Magog della Bibbia) si sarebbero messi in marcia per sterminare l'Umanità. Un luogo visto come l’inizio della fine per l’Umanità, ma anche l’inizio di una stirpe antichissima il cui capostipite fu nientemeno che Noè.
La Bibbia, così come i più antichi miti Sumeri, ci racconta che l’Arca di Noè si arenò su di un monte, l’Ararat (una montagna situata nell’attuale Turchia dell’est, sacra anche per gli Armeni), ma non è da escludere che con tale termine si comprendesse l’intera regione caucasica, una zona tra gli attuali stati di Turchia, Siria, Armenia, Georgia, Iraq ed Iran: “Urartu”. Infatti, la regione vide il sorgere e prosperare di un vero e proprio regno, incentrato attorno al Lago di Van (oggi in Turchia orientale), che durò dall’860 al 585 a.C.
Urartu (Biainili in urarteo) sembra essere una variante di Ararat (o viceversa), dal momento che persino nell’Antico Testamento, il nome “Ararat” era utilizzato anche per indicare un antico regno, guarda caso, che si trovava proprio a nord della Mesopotamia. Allo stesso modo, le prime cronache armene, risalenti al V-VII secolo, affermano che il nome originario dell’Armenia, fosse il “Paese dell’Ararad”, e che alcune varianti presentino “Ayrarat”, con il significato di “Terra del Coraggioso”, “Terra degli Armeni”, etc.
Ora, come gli Armeni consideravano la loro terra come “Ayrarat”, non possiamo fare a meno di non notare una certa assonanza con un altro “Regno” o “Dimora”, quello degli Arya[3], (Āryāvarta "Dimora degli Arya"). Con Arii o Indoari (anche Ariani o Indoariani), si indica un antico popolo nomade appartenente al gruppo indoiranico dei popoli indoeuropei, che penetrò nel subcontinente indiano presumibilmente nel II millennio a.C. (seppure le datazioni sono ancora oggi discordanti), subentrando alla Civiltà della Valle dell’Indo, e imponendosi su un ampio territorio.
Per quanto concerne gli “Ayrarat”, studiosi come Carl Friedrich Lehmann-Haupt (1910), ritengono invece, che il popolo chiamasse sé stesso col nome di khaldini, derivante dal loro dio Khaldi[4], o che fossero collegati ai Khaldi della costa del Mar Nero, così come i Nairi, un popolo dell'Età del Ferro dell'area del Van, spesso considerati collegati ad essi o addirittura se non il medesimo popolo. Pertanto, sappiamo che in quella regione, in un periodo antico, prosperò un vero e proprio “Regno di Ararat” o di Urartu. (Nell'iscrizione di Bisotun in tre lingue, scolpita nel 520 a.C. per ordine di Dario il Grande di Persia, il paese veniva definito “Arminia” in antico persiano, “Harminuia” in elamita e “Urartu” in babilonese).
I Greci, in uno dei loro miti più celebri, quello di Prometeo, sostenevano che fosse stato li incatenato (alcuni dicono sul monte Elbrus), dove un’Aquila, per ordine di Zeus, gli divorava ogni giorno il fegato, dopo che ogni notte gli si rigenerava. Curiosamente, anche le leggende cecene, raccontano che lassù vi era incatenato, o tenuto prigioniero, il grande "nart" Pch'armat, a cui il "Re di tutti gli Uccelli", Idu, divorava il fegato. Il Caucaso, quindi, fu sempre considerato un luogo sacro da molte antiche tradizioni, in quanto si riteneva che lassù fosse rinata l’Umanità dopo il catastrofico Diluvio, e dove aveva mosso i primi passi verso la Civiltà, dopo che Prometeo, come raccontato nel Mito Greco, gli aveva donato il Fuoco (o la Conoscenza).
Ritenuto da ulteriori credenze come l’Asse del Mondo, in quanto limite geografico e mistico fra il Nord e il Sud, tra l’Europa (Ovest) e l’Asia (Est), si deve al grande antropologo tedesco Johann Friedrich Blumenbach (1752-1840), aver definito la razza bianca, o ariana, o indoeuropea, come "Caucasica" (termine che si è conservato anche in America: nei formulari statunitensi dove bisogna indicare l'appartenenza etnica, il tipo bianco è indicato come "Caucasian").[5]
Secondo gli studiosi, nella tipologia “Caucasica” si distinguono quattro tipi umani: quello pontico, il caspico, l’iberico e il caucasionico. Gli unici rappresentanti del tipo omonimo ad oggi rimasti, per così dire allo stato più puro, sono i Ceceni, come è indicato nell’antica opera storica georgiana, "Kartlis Cchovreba", in cui il mitico "Caucaso" è detto antenato dei Ceceni. E qui inizia il gioco infinito dei raffronti che rischiano ogni volta di portarci lontano, oltre i limiti della nostra comprensione. Perché, ad esempio, la lingua armena, di ceppo indoeuropeo, mostra come aveva accolto molte parole di un ceppo diverso, precisamente hurrito-urartico, mentre la lingua urarte (come quella ovviamente hurrita), apparteneva ad una particolare famiglia linguistica, a cui le più vicine, ancora oggi, sono quella cecena e inguscia.
Eppure, non pochi studiosi hanno fatto notare come i nomi di molte città sumere, fossero quasi tutte “non sumere”, ma addirittura precedenti, dimostrando in questo modo che, seppure comunemente la Civiltà Sumerica venga definita la più antica apparsa al Mondo, qualcuno doveva averli preceduti in Mesopotamia. Ma chi? Ed è qui che il nostro ricercatore ceceno Baksan, ci fornisce un interessante disamina, circa alcuni termini, perché egli ci fa notare come i Ceceni si autodefiniscano "Naèhi" (o "Nazi")[6], termine che deriva dalla parola "nac" che significa "gente".
Inoltre, il nome di Noè in arabo è "Nuch", e in Turchia e nel Caucaso ci sono vari luoghi denominati "Nachcevan" o "Nachicevan" (che si trovano in una parte della Repubblica dell'Azerbaigian). Esistono termini paleo-iranici e paleo-armeni correlati all'idea di "gente" o "popolazione" in cui compare la radice "Mach", così come il nome egiziano dell'antico impero hurrita di Mitanni era "Naharin", dimostrando, così, come nel Caucaso vivrebbero i popoli più antichi rappresentanti della razza bianca discesi da Jafet, nientemeno che il figlio di Noè…


«Lamech, il padre di Noè, ritornò un giorno da un viaggio durato più di nove mesi. Rimase sorpreso quando si trovò davanti un bambinello che non poteva essere suo e i cui tratti non avevano la minima somiglianza con quelli degli altri familiari. Lamech coprì di improperi la moglie, Bat-Enosh, ma la donna gli giurò su quanto aveva di più sacro che il figlio doveva essere nato dal seme di lui, Lamech, perché in sua assenza non aveva avuto commercio carnale di sorta, né con soldato e né con straniero e nemmeno con uno dei “Figli del Cielo”: - O mio signore, ti giuro, il seme era tuo, che per opera tua ho concepito e partorito questo frutto e non da uno straniero, né da un soldato né da un Figlio del Cielo... - Ma Lamech non le credette e, fuori di sé per l'agitazione, andò a chiedere consiglio al padre Matusalemme, il quale ascoltò con attenzione lo strano racconto, vi rifletté a lungo e infine, incapace di farsene una ragione, si recò a sua volta dal saggio Enoc. Enoc, a sua volta, ascoltò Matusalemme mentre gli parlava del bambino capitato come un fulmine a ciel sereno, e tanto diverso dai fratelli nel colore degli occhi e dei capelli e dell'incarnato da parere, assai più una creatura non umana nata da esseri umani, un Figlio del Cielo. Il saggio Enoc lo ascoltò in silenzio e poi lo congedò dandogli una notizia inquietante: sull'umanità incombeva una terribile punizione e tutti i viventi erano condannati a perire, perché ogni carne era corrotta e macchiata d'iniquità. Quanto al figlio, invece, gli ordinò di allevare il bambino imponendogli il nome di Noè, perché sarebbe stato l'eletto destinato a diventare capostipite di tutti gli scampati all'immane castigo.» (Manoscritti di Qumran, rivenuti nel 1947 presso il Mar Morto)

Sembra che Hitler non si infuriò perché alcuni suoi uomini avevano scalato l’Elbrus, immortalandosi con la bandiera nazista, ma perché lasciando trapelare la notizia, e che si diffuse poi in tutto il Mondo, si era in realtà capito come stesse cercando in quelle zone ben altro, rispetto a preziose materie prime necessarie per il sostentamento del Reich. Seppure i Ceceni non siano indoeuropei linguisticamente, perché si era interessato a tali luoghi, nonostante non fossero considerati, all’epoca, degli “Ariani Puri”?
La spiegazione a tale mistero ci arriva, forse, da un uomo politico tedesco, un certo Hermann Rauschning (1887-1982), fedelissimo di Hitler, nominato Presidente del Senato della Città Libera di Danzica tra il 1933 al 1934, che però, qualche anno più tardi, interruppe bruscamente ogni rapporto con il Fùhrer e il Nazismo, rifugiandosi in Francia. Qui scrisse vari libri, uno tra i quali è il controverso “Hitler mi ha detto” (Hitler Speaks: A Series Of Political Conversations With Adolf Hitler On His Real Aims), ad oggi considerato non più che un libro di propaganda alleata, ma che al suo interno riporta alcune considerazioni interessanti.
Rauschning, sosteneva che la vera idea di Hitler era quella di fondare una religione del “Sangue Puro”, con a capo la divinità germanico-scandinava Odino/Wotan, la cui ideologia sarebbe poi stata custodita, applicata e tramandata da un’elite guerriera, le famigerate SS.

"In tutte le nazioni, anche in quelle più antiche e solidamente organizzate, si svolgono processi di decadenza e ridistribuzione. La parte attiva della nazione, nordica, pronta alla lotta, si solleverà di nuovo e diventerà l'elemento che dominerà questi spregevoli commercianti e pacifisti, questi puritani e faccendoni." (Hitler Speaks, Hermann Rauschning)

Le antiche cronache germaniche raccontano di quando “Sigge” (Sigge Fridulfson), capo della tribù asiatica degli Azer (o Azeri), nel I secolo d.C., aveva condotto la sua gente dalle rive del Mar Caspio sino al nord dell’Europa. Dopo essere giunto dal Mar Caspio al Mar Nero, da lì si era spinto nel nord della Russia, dove aveva lasciato alcuni suoi figli a governare le nuove terre, e lo stesso lo aveva fatto in Sassonia e in Franconia (parte dell’attuale Baviera). Passato poi in Danimarca, dove aveva lasciato a governare un altro figlio, Skold, si spinse infine sino in Svezia, dove venne ricevuto con grandi onori; qui si fermò, proclamò sua capitale Sigtuna, emise un codice di leggi, fondò i suoi misteri, assunse il nome di Odino, creò un gruppo di dodici sacerdoti detti “Drottar” (che Himmler poi replicò a Wewelsburg), incaricati di svolgere segrete cerimonie misteriche.
Se il “Paese di Azer” era situato tra il Mar Caspio ed il Mar Nero, è probabile che si trovasse quindi nel Caucaso la mitica Asgard, la Città degli Dèi, descritta nella saga islandese “Edda”, situata sulle montagne meridionali (“al di là del Don”), e nel “Giardino degli Asi”. Dunque, Hitler non cercava solo il petrolio nelle terre caucasiche, ma anche la patria primigenia della “Nordica Razza Ariana”, il Giardino dalla quale provenivano gli Asi (gli Dèi buoni opposti ai malvagi Vasi) e che, a quanto pare, si trovava nel bel mezzo del territorio ceceno. Con questa chiave di lettura si spiegherebbe anche la sua pubblica reazione nei riguardi di quei soldati che avevano scalato il Monte Elbrus, sbandierando al Mondo un’impresa che, probabilmente, doveva rimanere segreta…



[1] La frase è tratta dalla canzone L’Arca di Noè, su testo di Sergio Endrigo e musica sempre di Endrigo e Bacalov.
[2] Come forse non è nemmeno un caso che il personaggio abbia il nome Prospero, che deriva dal latino Prosperus e che significa "fortunato", "propizio", "vittorioso".
[3] Interessante è anche l’analogia con il mito di Re Artù (Arthur) e il nome e il regno di Urartu.
[4] Ḫaldi o Khaldi o Hayk era la suprema divinità del pantheon di Urartu (Urartu). Le altre due principali divinità di questo pantheon erano Theispas di Kumenu e Shivini di Tushpa. Sua moglie era la dèa Arubani. Rappresentato con le fattezze di un uomo con la barba, che sta in piedi sopra un leone. Dio della Guerra, veniva pregato dai sovrani di Urartu per le vittorie in battaglia, e i suoi templi, uno dei quali si trovava nell’antica città di Ardini, erano adornati con armi di diverso genere. / Theispas o Teisheba o Teišeba di Kumenu era una delle divinità del pantheon di Urartu, presiedeva al tuono, alle tempeste e a volte alla guerra, come componeva una triade insieme a Khaldi e Shivini. Le antiche città di Teyseba e Teishebaini traevano da lui il proprio nome. Corrispondeva alla divinità assira Adad e a quella urrita Teshub, sovente rappresentato in piedi su di un toro e con in mano dei fulmini, sua moglie era la dèa Huba, che corrispondeva alla divinità urrita Hebat. / Hebat era la Dèa Madre degli Hurriti, consorte di Teshub e madre di Sarruma. Conosciuta come "la madre di tutti i viventi", a Hebat venne successivamente assimilata la dèa del sole ittita Arinna, come reso esplicito da una preghiera della regina Puduhepa. Hebat era venerata in tutto l'antico Medio Oriente, tanto che il suo nome appare in molti nomi personali, persino in un re di Gerusalemme citato nelle lettere di Amarna, il quale si chiamava Abdi-Kheba o Abd-Hebat, nome che è possibile significasse "Servo di Hebat". Successivamente una sua variante fu la dèa Cibele, appartenente alla mitologia frigia. / Sarruma o Sharruma era un dio urrita (più tardi adottato nel pantheon ittita) il cui nome significa "Re delle Montagne". Figlio del Dio della Tempesta, Teshub, e della dèa Hebat, veniva spesso raffigurato mentre cavalca una tigre e brandisce un'ascia bipenne; secondo altre versioni il suo animale sacro è la pantera. / Shivini o Artinis ("sole nascente" o il "desto"), era una divinità solare della mitologia di Urartu. Componeva la triade principale delle divinità di Urartu insieme a Khaldi e Theispas, corrispondeva al dio assiro Šamaš, come il suo nome, rammenta per assonanza lo Shiva indiano. Veniva rappresentato come un uomo sulle ginocchia, che regge il Disco Solare, ed era considerata una divinità buona, come l'antico dio egiziano Aton, rispetto a quello assiro Ashur, a cui, invece, venivano tributati sacrifici umani.
[5] Il termine di "Razza Caucasica" fu utilizzato anche dalla scienza russa e poi sovietica, fino a che, negli anni '20, fu sostituito dal termine "Razza Europeoide". A metà degli anni '50, dopo la morte di Stalin (avvenuta nel 1953), gli studiosi georgiani A. N. Natisvili e M. G. Abduselisvili, introdussero di nuovo un termine simile: "Tipo Caucasionico”.
[6] Ancora nel medioevo, un principato dell'antico regno armeno si chiamava "nate" (pronuncia Naze).

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 11, 11.4 - Sarà come l’Arca di Noè, Il cane, il gatto, io e te

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