"L'Arca dell'Alleanza: uno strumento del potere Divino?" di Federico Bellini


(Scena tratta dal film “I Predatori dell’Arca Perduta” di Steven Spielberg)


L’Arca dell’Alleanza era una cassa di legno, interamente rivestita di oro, riccamente decorata, la cui costruzione fu ordinata da Dio direttamente a Mosè, come segno visibile della sua presenza divina in mezzo al popolo. Descritta dettagliatamente nel libro dell’Esodo (25, 10-21; 37, 1-9), essa era una cassa di legno di acacia rivestita d'oro, sia all'interno che all'esterno, di forma parallelepipeda, con un coperchio (propiziatorio), anch’esso d'oro puro, sul quale erano collocate due statue di Cherubini[1] (sempre d'oro), con le ali spiegate; si dice che tramite l’Arca, Mosè fosse in grado di parlare direttamente con Dio che gli appariva seduto su di un trono in mezzo ai due angeli.
Le dimensioni erano di due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza e altezza, ovvero all’incirca 110×66×66 cm, mentre ai lati erano fissate con quattro anelli (anch’essi d'oro) due stanghe di legno dorato, per le quali l'Arca veniva sollevata quando era trasportata. Al suo interno vi erano conservati: un vaso d’oro contenente la Manna caduta dal cielo, la Verga di Aronne (che alla fine era fiorita) e le Tavole della Legge (Ebrei 9:4); tuttavia, al momento dell’inaugurazione del Tempio di Salomone a Gerusalemme, si dice che conteneva solo le Tavole della Legge (Deuteronomio 10, 1-5; 1 Re 8, 9; 2 Cronache 5, 2-10).
Il compito di trasportare l’Arca era riservato ai Leviti, mentre era vietato di toccarla a qualsiasi al-tra persona non appartenente a questa tribù israelita, addirittura, quando Davide la fece trasportare a Gerusalemme, durante il viaggio un uomo di nome Uzzà vi si appoggiò per sostenersi, ma cadde morto sul posto (2 Samuele 6, 1-8, 2 Cronache 13, 9-10). Inoltre, veniva trasportata coperta da un telo di pelle di tasso, a sua volta coperta da un ulteriore telo di stoffa turchina (Num. 4:6) e, quando il popolo ebraico si fermava nei suoi lunghi peregrinari, veniva posta in una tenda specifica, denominata "Tenda del Signore" o "Tenda del Convegno", senza che venisse esposta al pubblico, se non in casi eccezionali. In alcune situazioni, si adornava anche di uno strano “alone di luce” e che da essa “scaturissero dei lampi di luce divini, delle folgori, capaci di incenerire chiunque ne fosse colpito e nel caso non avesse rispettato il divieto di avvicinarvisi.”
Durante gli interminabili spostamenti nel deserto, l’Arca rimase sempre nel loro accampamento, ovviamente spostandosi insieme a loro. Dopo l’ingresso del popolo ebraico nella Terra Promessa, la Tenda del Convegno fu eretta a Silo (Giosuè 18,1) e vi rimase fino al tempo di Samuele. Fu a quel punto che decisero di portare l’Arca in battaglia contro i Filistei, perché gli assicurasse la vittoria, ma furono sconfitti ed essa cadde persino in mani nemiche (1 Samuele 4, 1-11), singolarmente, però, scoppiò una grave pestilenza tra i Filistei a causa della presenza dell'Arca tra di loro, per cui dopo sette mesi decisero di restituirla ai loro legittimi proprietari Ebrei (1 Samuele 5-6).
L’Arca fu poi posta nella città di Kiriat-Iearim (1 Samuele 7, 1) e li vi rimase finché il re Davide la fece trasferire nella sua città, ossia la Rocca di Gerusalemme (2 Samuele 6), dove infine trovò la sua collocazione definitiva quando Salomone, figlio e successore di Davide, la fece collocare nel Debir (il Sancta Sanctorum) del Tempio di Gerusalemme da lui fatto costruire (seconda metà del X sec. a.C., 1 Re 8, 1-9). Da quel momento in poi, l’Arca sembrò essere custodita stabilmente nel nuovo Tempio, ma essendo riposta all’interno del Sancta Sanctorum, inaccessibile ovviamente ai fedeli e alla maggioranza degli stessi sacerdoti (soltanto un esiguo gruppo di Leviti poteva accedervi), non vi furono più da quell’epoca testimonianze oculari e dirette; l’unica citazione della sua presenza ci viene da Re Giosia (datata 621 a.C.) che invitava i Leviti a ricollocarla nel Tempio, non sapendo però dove in precedenza era stata nascosta e per quale motivo.
Da allora se ne persero per sempre le tracce, specie quando con l’arrivo dei Babilonesi e la conquista di Gerusalemme (inizi del VI secolo a.C.), dell’Arca non vi era già più traccia. Nel passo che parla del saccheggio della città e degli arredi sacri del Tempio (2 Re 25, 8-17), vengono elencati in modo minuzioso tutti gli oggetti che furono portati via dagli invasori, ma non si fa menzione alcuna dell'Arca dell'Alleanza; molto probabilmente era stata già trafugata in precedenza o trasportata in un luogo sicuro.
Successivamente toccherà alla tradizione cabalistica ed esoterica innestarsi all’interno dell’eterna ricerca del prezioso manufatto, lasciando dietro di sé degli echi e uno strascico di un antico potere, nonché di una conoscenza andata, forse, perduta. Nel bel mezzo del Medioevo e delle Crociate, toccò ai Cavalieri Templari effettuare degli scavi sotto la spianata del Tempio, durante la prima permanenza a Gerusalemme, ricercando l’antico manufatto, a quanto sembra, inutilmente.[2]
Secoli di storie, leggende e decine di documenti, ci narrano di come quella montagna fosse stata costellata di ricoveri segreti, cripte inaccessibili, passaggi fatti costruire appositamente per proteggere i tesori sacri del Tempio. Maimonide (1135-1204) nella sua Mishneh Torah, e Jehudah Ha-Levi nel suo Khuzarì, narrarono di come tali strutture fossero state volute direttamente da Salomone durante la stessa costruzione del Tempio. "Nel secondo Tempio - scrisse Jehudah Ha-Levi - fu posta una pavimentazione di pietra nel luogo in cui doveva essere l'Arca, e fu celata dietro una cortina, poiché i sacerdoti sapevano che l'Arca era stata sepolta in quel luogo". Maimonide, inoltre, affermava invece che: "C'era una pietra presso il muro occidentale del Santuario interno sulla quale era portata l'Arca. Davanti ad essa c'erano l'urna contenente la Manna ed il Bastone di Aronne. Quando costruì il Tempio, Salomone sapeva che era destinato alla distruzione, perciò predispose anche delle stanze segrete in cui l'Arca avrebbe potuto essere nascosta, in cunicoli profondi e tortuosi."

Ma che cos’era effettivamente questo oggetto? L’Arca, a quanto sembra dalle descrizioni, sarebbe stato uno strumento tanto potente quanto mai enigmatico, da essere mostrato in pubblico solo in casi rari ed eccezionali, e dove nessuno, a parte il sommo sacerdote, rigorosamente nato nella tribù di Levi[3], per la legge, poteva entrare nel Sancta Sanctorum, la parte più interna del Tempio, per officiare i riti e comunicare direttamente con Dio, che non di rado, specie nei primi anni della sua costruzione, vi appariva assiso in trono al cospetto di Mosè o della sua famiglia.
L’Arca, oltre ad essere un simbolo religioso e politico, venne a più riprese utilizzata anche come una micidiale arma, specie contro i nemici, ma non di rado anche contro il suo stesso popolo, o comunque chiunque vi si trovasse davanti. Proprio a causa di questa potenza, solo il sommo sacerdote, indossando dei particolari paramenti sacri, poteva avvicinarsi e prendersene cura, ma non rare sono le descrizioni dove durante le cerimonie, questo oggetto si “aureolasse di luce divina” o fosse in grado di “annientare migliaia di persone scatenando la sua potenza”. Tra i primi a sostenere che l’Arca fosse un congegno elettrico, da utilizzare anche come arma militare, fu lo scrittore francese Robert Charroux[4].

«… l'Arca non era nulla di più che un'impressionante arma capace di sviluppare energia elettrica. Non dobbiamo dimenticare che Mosè, quando ancora veniva istruito come futuro Faraone, aveva ricevuto dai sacerdoti egizi profonde nozioni alchemico-esoteriche di chimica, fisica e meteorologia tali da dare ragione di alcuni dei prodigi a lui attribuiti. L'Arca dell'Alleanza poteva essere una specie di forziere elettrico capace di produrre forti scariche dell'ordine dei 5-700 volt... L'Arca era fatta di legno d'acacia e rivestita di oro all'interno e all'esterno. Con questo stesso principio si costruiscono i condensatori elettrici, separati da un isolante che in quel caso era il legno. L'Arca veniva posta in una zona secca, dove il campo magnetico naturale raggiunge normalmente i 600 volt per metro verticale, e si caricava. La sua stessa ghirlanda forse serviva a caricare il condensatore. Per spostarla i leviti passavano due stanghe dorate negli anelli, tanto che dalla ghirlanda al suolo la conduzione avveniva per presa di terra naturale, scaricandosi senza pericolo. Isolata, l'Arca talvolta si aureolava di raggi di fuoco, di lampeggi, e, se toccata, dava scosse terribili. In pratica si comportava esattamente come una pila di Leyda...»

Uno degli utilizzi più eclatanti dell’Arca come arma fu quando venne utilizzata per la distruzione della città di Gerico. Riguardo a questo episodio, il Libro di Giosuè, è estremamente eloquente, dato che viene descritto l’ordine diretto di Dio che per sei giorni chiese alle armate di Israele, guidate da sette sacerdoti, recanti sette trombe di corno di ariete (lo Shofar) e la stessa Arca, di girare attorno ai suoi bastioni ciclopici: “… e al settimo giorno, sonate le trombe, le mura crollarono.”

Resta il fatto che nel corso dei secoli e soprattutto in questi ultimi decenni, varie teorie e speculazioni si sono avvicendate sul destino dell’Arca dell’Alleanza. Uno dei primi autori ad occuparsene sotto una diversa chiave di lettura, nonché investigativa, fu lo scrittore Graham Hancock[5] che nel 1992 dette alle stampe un testo all’epoca fuori dai canoni, in cui dopo anni di ricerche ed indagini dirette sul campo, fece conoscere al mondo occidentale una tradizione etiope antichissima, cui pochi sino ad allora avevano riservato il necessario interesse.
Diventato in breve tempo un best-seller internazionale, la teoria di Hancock si basava su una tradizione ripresa dal Kebra Nagast etiope, in cui si narra di come l’Arca fosse stata trasportata da Gerusalemme in Etiopia dal figlio avuto segretamente tra la regina di Saba, Makeda, e re Salomone, conosciuto con il nome di Menelik. Il Kebra Nagast, o Gloria dei Re, fece la sua prima comparsa verso gli inizi del XIV secolo e narrava di come Menelik avesse sottratto la santa reliquia di suo padre, favorito da un complotto religioso perpetrato con l’aiuto di alcuni ebrei ribelli.
Approdo finale della reliquia sarebbe stata la città di Axum, ove nei secoli sarebbe stata custodita presso la Chiesa di Santa Maria di Sion. Gli ebrei etiopi, ovvero i falascià di Menelik, sarebbero così diventati gli ultimi custodi del patto di alleanza tra il Dio di Israele e di Mosè. Esiste, inoltre, una vera e propria Cultura dell’Arca in tutta l’Etiopia, perché di Tabot, come vengono definite, ne esistono moltissime in tutto il territorio (si dice almeno 20.000), ovvero una per Chiesa, realizzate e fatte costruire come simboli tangibili di una continuazione secolare di questo patto divino.
Esiste persino anche una storia tutta italiana, di quando le nostre truppe lasciarono l’Eritrea alla fine della Seconda Guerra Mondiale, trasportando con loro come trofeo di guerra, nientemeno che l’Arca, si racconta, infatti, che venne trasferita a Roma, ceduta poi al Vaticano per intercessione del governo fascista di Mussolini. Ipotesi suggestiva, come lo è altrettanto la storia di tre professori universitari italiani, che nel 1990 sarebbero stati tra i pochi privilegiati nella storia etiope, e forse del Mondo, a riuscire a vedere la sacra reliquia…




[1] Rappresentavano gli angeli Metatron e Sandalphon.
[2]  Da alcuni studi condotti negli ultimi decenni, è emerso dalle ricerche dei rabbini israeliani Shlomo Goren e Jehuda Ghez, che durante un sopralluogo avvenuto nel 1981 attraverso i tunnel sotterranei del Monte Moriah, di essere arrivati nelle vicinanze di una cripta sotterranea in cui, secondo i due studiosi, sarebbe a tutt'oggi conservata l'Arca. Goren affermò: "Basterebbe scavare in corrispondenza della sua antica collocazione. Purtroppo, però adesso in quella zona sorge la spianata delle moschee islamiche di Gerusalemme e le autorità religiose preferiscono evitare qualsiasi scavo archeologico per non avere attriti con i musulmani..."
[3] Evidentemente i nati nella tribù di Levi dovevano avere delle capacità innate, fisiche o genetiche in grado di resistere ai devastanti effetti dell’Arca.
[4] Robert Charroux (7 aprile 1909 - 24 giugno 1978) è stato uno scrittore francese, il cui vero nome era Robert Joseph Grugeau, e che deve la sua fama ai suoi scritti nel campo della Teoria degli Antichi Astronauti.
[5] Graham Hancock (Edimburgo, 2 agosto 1950) è un giornalista e scrittore scozzese. Corrispondente negli anni Ottanta per The Economist per tutta l'area dell'Africa medio orientale, ha curato numerose pubblicazioni di carattere naturalistico e scientifico. Dopo una serie di libri sulla storia del medioriente nel 1992 pubblica Il Mistero del Sacro Graal, un diario di 9 anni di ricerche tra Etiopia, Egitto ed Israele sulle tracce dell'Arca dell'Alleanza. Hanno fatto seguito Impronte degli déi, Custode della Genesi e L'enigma di Marte, questi ultimi due in collaborazione con Robert Bauval. La serie è continuata con Lo specchio del Cielo assieme alla fotografa Santha Faiia sua moglie, Civiltà Sommerse e, nel 2004, sempre con R. Bauval, ha pubblicato Talismano (le città sacre e la fede segreta).

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Approfondimento

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