"Il Leggendario Mosè e il suo omonimo Azteca" di Federico Bellini

(Scena tratta dal film “I Dieci Comandamenti” del 1956, di Cecil B. DeMille)

Mosè (Moshé Rabbenu, Mosè, il nostro maestro, anche nelle varianti di Moyses in latino; Moisè in italiano arcaico; Moshé in ebraico, Mōšeh in tiberiese; Mωϋσῆς in greco; Mūsa in arabo), è stato per gli Ebrei, quanto per i Cristiani, la guida del popolo ebraico secondo il racconto biblico dell’Esodo, mentre per l’Islam, uno dei profeti a cui la rivelazione originale, purtuttavia, andò in qualche maniera perduta. Seppure sia presente nei primi libri della Bibbia, e le sue gesta siano descritti con dovizia di particolari, la sua storicità ha creato nel corso dei secoli, soprattutto negli ultimi anni, non pochi problemi, essendo un tema ampiamente dibattuto. In molti mettono in dubbio la validità dell’impianto storico di fondo, a più riprese sono state proposte diverse cronologie (specie a partire dall’VIII secolo a.C.) e della storia d’Israele, ritenendo, plausibilmente, che potrebbe essersi trattato di una sovrapposizione di personaggi e fatti storici realmente accaduti.
La Bibbia spiega che il suo nome, semanticamente si riferisce all’attività dell’estrarre dall’acqua, oppure di colui che fu estratto dall’acqua, mentre nella lingua egiziana, Mosè, potrebbe significare il fanciullo o anche figlio, o discendente, come sovente si riscontra nei nomi propri quali Thutmose, o Figlio di Thoth, e Ramesse, Figlio di Ra. La singolarità di questo nome e della sua figura, però, si riscontra anche in altri miti, specie in ambito asiatico ed europeo. Nell’Adi Parva, il già menzionato libro del Mahabharata, ad esempio, narra del concepimento e delle vicende del semidio Karna. Si dice che una fanciulla terrestre, Kunti, era l’amante segreta del Dio Sole e, come conseguenza naturale di una così intima ed eccezionale amicizia, partorì un figlio che aveva preso tutto dal padre, dacché era luminoso quanto lui. Ma la ragazza, timorosa dello scandalo, depose il bambino in una scatola e l’affidò di nascosto alle acque del fiume, e poco più avanti, una donna di nome Adhirata, lo ripescò e gli dette il nome di Karna, allevandolo come se fosse stato suo figlio.
Persino Sargon il Grande, leggendario imperatore della dinastia di Akkad, così come quella di suo nipote Naram-Sin, mettono in luce le sue umili origini, di sapore semita, e che diverrà archetipica perché forti sono le somiglianze con le vicende di Ciro di Persia, lo stesso Mosè, del patriarca biblico Giuseppe e anche del nostro italianissimo, o meglio romano, Romolo. Un testo neoassiro dell’VII secolo a.C., descrive la sua nascita ed infanzia in questo modo: «Mia madre fu scambiata alla nascita, mio padre non lo conobbi. I fratelli di mio padre amarono le colline. La mia città è Azupiranu, che è collocata sulle rive dell'Eufrate. La mia madre 'scambiata' mi concepì, in segreto mi partorì. Mi mise in un cesto di giunchi, col bitume ella sigillò il coperchio. Mi gettò nel fiume che si levò su di me. Il fiume mi trasportò e mi portò ad Akki, l'estrattore d'acqua. Akki, l'estrattore d'acqua, mi prese come figlio e mi allevò. Akki, l'estrattore d'acqua, mi nominò suo giardiniere. Mentre ero giardiniere, Ishtar mi garantì il suo amore e per quattro e […] anni esercitai la sovranità.» (Re 1907, 87-96)
Stessa analoga storia è quella di Romolo, il fondatore di Roma. Secondo la leggenda, sia Romolo e suo fratello gemello, Remo, erano figli di Marte e di Rea Silvia, sacerdotessa vestale, figlia del re di Alba Longa, Numitore, diretto discendente di Enea. Numitore, però, venne spodestato dal fratello Amulio che costrinse la figlia, Rea Silvia, a diventare vestale e fare voto di castità. Tuttavia, il dio Marte s’invaghì della fanciulla e la rese madre di due gemelli e quando Amulio scoprì il fatto, ordinò l’uccisione dei due bambini. Il servo incaricato di eseguire l’assassinio, però, non trovò il coraggio di farlo e abbandonò i bambini alla corrente del fiume Tevere, dopo averli messi dentro una cesta.
La cesta si arenò poi sulla riva, presso la Palude del Velabro, tra Palatino e Campidoglio, in un luogo chiamato Cermalus, e sul quale si trovava il fico ruminale. I due, poi, furono trovati ed allevati da una lupa (probabilmente una prostituta, all’epoca chiamate appunto con questo nome e di cui si ritrova oggi traccia nella parola lupanare), e da un picchio (animale sacro ai Latini), che li protesse. Successivamente li trovò il pastore Faustolo (porcaro di Amulio) e che insieme alla moglie Acca Larenzia, li crebbe come suoi figli, ed una volta diventati adulti e conosciuta la propria origine, i due giovani fecero ritorno ad Alba Longa, uccisero Amulio e rimisero sul trono il nonno Numitore. Una leggenda non certo priva di riferimenti espliciti…
Sicuramente la storia più intrigante è quella di Osarseph, figura semi-leggendaria della storia dell’Antico Egitto; la sua vicenda è riportata dallo storico ebreo Giuseppe Flavio nel suo libro “Contra Apione” (1.26). Secondo lo storico, Osarseph fu un alto sacerdote (forse Primo Profeta) del clero di Osiride della città di Eliopoli. Storicamente è di difficile collocazione perché si dice che gli eventi narrati avvennero durante il regno del faraone Amenophis, ma all’epoca durante la XVIII dinastia, furono ben quattro sovrani a portare tale nome, tra cui il celebre Akhenaton, seppure con molta probabilità, gli eventi narrati avvennero durante il regno di Amenhotep III (1387 a.C.-1348 a.C.). Si narra che questo Orsaseph si sarebbe costruito un potente seguito tra gli intoccabili (nome indicante una non meglio specificata popolazione), e sarebbe stato esiliato insieme ai suoi seguaci, nella terra di Canaan, in seguito ad un sogno profetico del sovrano. Risulta comunque evidente, che l'origine di questo mito sia da ricercare in un tempo assai più lontano, in una fonte, una matrice comune, quasi sicuramente molto più antica.
Il nostro Mosè, comunque, sempre secondo la Bibbia, nacque da Amram e Iochebed e, dopo essere scampato alla persecuzione voluta dal Faraone, venne salvato dalla sorella di quest’ultimo ed educato alla corte egizia. Praticamente adottato dalla famiglia reale, entrò a far parte della corte dove venne educato alla sapienza degli egiziani, il futuro profeta, dunque, conosceva dettagliatamente il futuro nemico, i suoi usi e costumi, oltre ad essere un uomo assai stimato nell’intero Egitto anche come condottiero e generale dell’esercito.
Ad un certo punto, però, accadde un fatto insolito e fu costretto a fuggire dalla corte, a seguito di un omicidio commesso ai danni di un sorvegliante (cosa insolita, specie per un nobile di così alto rango e nell’essere stato accusato di un tale crimine). Si ritirò quindi nel paese di Madian (o dei Madianiti) dove conobbe e poi sposò Zippora, figlia del sacerdote locale, e qui conobbe le usanze dei popoli del deserto, le rotte commerciali, le vie carovaniere e scoprì una serie di fenomeni che permettevano di attraversare le acque del Mar Rosso, rimanendone illesi.
Nei pressi del Monte Oreb, ricevette la chiamata da Dio e, tornato in Egitto, affrontò il Faraone chiedendo la liberazione del popolo d’Israele, da secoli tenuto in schiavitù; questi accoglierà solamente alla fine la sua proposta, dopo aver subito insieme al suo popolo le famose “Dieci Piaghe”, medianti le quali darà sfoggio anche delle sue incredibili abilità sovrannaturali, ultima delle quali fu la morte dei primogeniti egiziani. Fuggiti in fretta si accamparono nei pressi delle rive settentrionali del Mar Rosso, e su indicazione divina divise le acque del mare, permettendo così al popolo di attraversarlo in tempo da vedere sommergere l’esercito faraonico, incorso nel frattempo, in un disperato inseguimento con il vano tentativo di riportarli indietro.
Messo KO l’esercito del Faraone e accantonato il brutto periodo di schiavitù, dopo giorni e giorni di viaggio raggiunsero finalmente il monte Sinai e probabilmente anche la popolazione di sua moglie, quella dei Madianiti. Qui avvenne uno dei più famosi e leggendari episodi biblici, perché su diretto comando divino, egli salì sulle pendici del monte e ricevette l’ordine di preparare il popolo, in quanto il Signore si sarebbe mostrato loro comunicandogli il suo volere.
Dopo tre giorni di purificazione, gli israeliti videro tuoni e lampi scendere sul monte e che divenne infuocato come una fornace, a quel punto terrorizzati da quella visione, supplicarono a Mosè di salire e il profeta obbedì ed entrò nella nube, dove vi rimase per ben quaranta giorni e quaranta notti, accompagnato dal solo Giosuè, suo fedele collaboratore e che lo seguiva da lontano. Qui ricevette le celebri Tavole della Legge, scritte dal dito di Dio sulla pietra.

«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri Dèi all'infuori di me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra (...) Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronunzia il suo nome invano. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro (...) Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunziare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo
(Esodo 20,2-18)

Più a valle le cose non andavano bene, tutt’altro. Dopo quaranta giorni, il popolo, credendo che Mosè fosse ormai morto, implorò Aronne che aveva il comando in assenza del fratello, di costruire per loro un idolo affinché li guidasse verso la Terra Promessa. Venne così forgiato un Vitello d’Oro, al quale gli israeliti compirono dei sacrifici e dei rituali orgiastici. Sceso dal monte, il profeta, mosso dall’ira, distrusse l’idolo e rimproverò il fratello che non era stato capace di tenere a freno i voleri del popolo, ordinando poi a coloro che gli erano rimasti fedeli, di uccidere tutti coloro che si erano ribellati; secondo il libro dell’Esodo, quel giorno furono giustiziate tremila persone, una vera e propria esecuzione di massa!

(Gustave Doré)

Ristabilito ogni ordine, e seguendo le prescrizioni ricevute sul monte, convocò poi i maggiori artisti del popolo e ordinò di costruire una tenda, denominata Dimora, nella quale sarebbero state conservate le Tavole della Legge, deposte nella famosa Arca dell’Alleanza, per poter poi celebrare le pratiche rituali e i sacrifici per mano del sacerdozio, capitanato dal riabilitato Aronne e dai suoi figli, nonché da tutta la tribù di Levi, incaricata di occuparsi della sorveglianza e della minuziosa cura della stessa Dimora.
Trascorso altro tempo alle pendici del Sinai, e dopo aver concluso l’intero censimento del popolo, guidò gli Israeliti attraverso il deserto verso la terra di Canaan, e dopo tre giorni di marcia li fece accampare presso la località di Tabera, dove un grave incendiò decimò nuovamente la popolazione che si era ribellata a lui. Questi, sconfortato, si ritirò nella Dimora a pregare e chiese di morire pur di non sentire il lamento della sua gente, che adesso l’accusava di averli lasciati morire anche di fame. Colmi di Manna ma privi di carne, su ordine divino scelse settanta anziani affinché lo sostenessero nel nuovo arduo compito, e a sera il campo fu invaso dalle quaglie, così numerose da «uscire loro dalle narici e venirgli a noia»; eppure, ci furono anche gli ingordi che perirono di un male misterioso, ulteriore segno della collera divina.
Risolta la questione, fu la volta dei problemi familiari, perché la nuova minaccia arrivò dai suoi stessi congiunti: Miriam e Aronne. Entrambi contestavano l’autorità del fratello, accusandolo tra l’altro di aver preso in moglie una straniera, la Madianita Zippora. Il Signore, a quel punto, invitò Aronne, Mosè e Miriam nella Tenda del Convegno, egli scese in una colonna di nube e si fermò all’ingresso della stessa struttura e chiamò Aronne e Miriam con i quali parlò. Dopo che la nuvola si fu ritirata sopra di loro, la donna mutò di aspetto e divenne come lebbrosa, bianca come la neve. A quel punto, il Signore ordinò a Miriam di restare isolata per sette giorni fuori dall’accampamento, e successivamente poté essere riammessa non appena si ristabilì completamente (tra l’altro dietro insistenti richieste di Mosè per farla guarire).
Interessante, ad un certo punto, è ciò che dice Mosè ai suoi stessi figli, ammonendoli di fare attenzione qualora si fossero trovati all’ingresso della Tenda del Convegno, con la nube sopra di loro, e di allontanarsi da lì così che essi non sarebbero morti, perché l’olio di unzione del Signore sarebbe caduto su di loro; è evidente che rilasciava sostanze tossiche mortali… Fatto sta, che non appena Miriam si fu completamente ristabilita, Mosè riprese il viaggio e si accampò nel deserto di Paran, in prossimità della Terra Promessa, e spedì dodici uomini, rappresentanti ciascuna tribù, in ricognizione. Tra questi vi era anche Giosuè che di ritorno, insieme con Calbe, un altro esploratore, sostenne che l’intero territorio fosse conquistabile a differenza dei compagni che invece lo credevano impenetrabile, causando un ulteriore ribellione interna.
A quel punto il Signore si adirò talmente tanto che fu ad un passo dal distruggere l’intero popolo, ma che venne risparmiato ad una condizione, che non sarebbero potuti entrare nella Terra Promessa non prima che fossero passati quarant’anni, cosicché la generazione ribelle, sarebbe morta sostituendosi ai loro discendenti. Sostanzialmente rimasero per quarant’anni a vagare in un lembo di terra ridotto e di continuo passaggio tra le popolazioni africane e asiatiche, con il rischio, inoltre, di essere raggiunti in qualsiasi momento dall’esercito del Faraone, che in tutto quel tempo, si sarebbe sicuramente “ricostituito” dopo la presunta decimazione nel Mar Rosso.
Insomma, miracolosamente restarono in quel deserto a girovagare all’infinito, inseguiti più volte dagli abitanti di Canaan, e a quel punto si rifugiarono nel deserto dove Core, Dathan e Abiram, a capo di duecento uomini, si sollevarono contro Mosè e Aronne, accusandoli di volersi porre al di sopra degli altri membri della comunità. Si opponevano, inoltre, alla carica sacerdotale di Aronne, perché secondo i tre cospiratori, tutto il popolo era da considerarsi come “Santo”. Per risolvere il nuovo problema, Mosè ordinò a costoro di presentarsi, accompagnati dai loro incensieri, davanti alla Dimora del Signore. Non appena tutti si ritrovarono, furono sfidati ad offrire l’incenso in sacrificio, azione rituale riservata esclusivamente ad Aronne e ai propri figli.

«Essi dunque presero ciascuno un incensiere, vi misero il fuoco, vi posero profumo aromatico e si fermarono all'ingresso della Tenda del Convegno; lo stesso fecero Mosè ed Aronne. (...) Come egli ebbe finito di pronunciare tutte queste parole, il suolo si profondò sotto i loro piedi, la terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba. Scesero vivi agli inferi essi e quanto loro apparteneva; la terra li ricoprì ed essi scomparvero dall'assemblea. Tutto Israele che era attorno ad essi fuggì alle loro grida; perché dicevano: "La terra non inghiottisca anche noi!" Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e divorò i duecentocinquanta uomini che offrivano l'incenso.» (Numeri 16,18-35)

Il messaggio era chiaro: guai a contraddire questo Dio, vulcanico e collerico, che avrebbe scatenato su qualsiasi dissidente tutta la sua mortale rabbia e collera “Divina”. Sempre in presenza del popolo d’Israele, il bastone di Aronne fiorì miracolosamente, trucchetto che servì come segno che Dio approvava la sua elezione al sacerdozio e rifiutando quella dei meschini cospiratori, i cui incensieri vennero persino fusi e utilizzati per ricoprire l’altare del sacrificio. Gli ultimi atti degni di nota si compirono a Kades, quando gli israeliti resero gli onori funebri a Miriam, deceduta nel frattempo e che li venne sepolta, ma nuovamente, il popolo, si lamentò con Mosè e Aronne per la scarsità di acqua. I due profeti si recarono quindi nella Dimora e chiesero consiglio al Signore, ricevendo l’ordine di colpire, con il bastone, una roccia, come già avevano fatto presso Refidim. Fecero come era stato loro ordinato, ma inizialmente dalla pietra non uscì nulla, intimoriti ripeterono l’azione e finalmente l’acqua sgorgò, solo che avendo dubitato, anche di una sola volta, furono entrambi puniti: non avrebbero mai posto piede nella tanto agognata Terra Promessa

«Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno (...) Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè (lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia) per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese d'Egitto, contro il Faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese e per la mano potente e il terrore grande, messo in opera da Mosè davanti agli occhi di tutto Israele.» (Deuteronomio 34,5-12)

Decisamente una singolare epopea, eppure questa strana avventura, che dev’essere stata alquanto complessa e penosa per il popolo ebraico, la vediamo ripetuta con dei parallelismi sconcertanti anche presso il popolo azteco. Secondo la tradizione, secoli fa (si dice attorno l’anno 830 d.C.) il loro dio Huitzilopochtli apparve a questo popolo dicendo che avrebbe dovuto abbandonare la regione in cui erano vissuti e cominciare a spostarsi verso sud, fino a quando non avrebbero visto “un’aquila divorare un serpente.”; solo dopo questa visione si sarebbero potuti fermare e lì fondare le basi per un nuovo grande popolo.
La regione a quel tempo era abitata dagli Aztechi in territorio oggi considerato nordamericano, probabilmente tra gli stati dell’Arizona e dello Utah, pertanto tale peregrinazione fu notevolmente estesa, perché fu di almeno 3000 chilometri e durò per ben 302 anni! Dopo tutto questo tempo, alla fine trovarono una piccola isola in mezzo ad un lago, e lì trovarono anche un’aquila che stava divorando un serpente in cima ad un fico d’India: quella piccola isola si trovava esattamente dove oggi si trova l’impressionante Piazza della Costituzione, detta el Zócalo, al centro di Città del Messico.
Gli Aztechi, appena arrivati, non si dettero per vinti e subito iniziarono una febbrile attività di costruzione, influenzati anche da altri popoli che in precedenza si erano distinti per le loro grandi opere, gli Olmechi e i Toltechi, e ben presto convertirono quei luoghi pantanosi ed umidi nella grandiosa città nella quale si imbatterono gli Spagnoli quando arrivarono all’inizio del XVI secolo. Oggigiorno rimane appena qualche resto d’acqua del lago Texcoco, ma quando vi giunsero gli Aztechi, intorno all’anno 1325, il lago occupava una superficie notevolmente superiore a quella della Valle del Messico, e li su alcune isolette, un po’ come è accaduto per la nostra Venezia, gli aztechi costruirono la loro capitale: Tenochtitlán.[1]
La cosa che più sconcerta sono tutta una serie di parallelismi tra il popolo Azteco e quello Ebraico, che lasciano davvero sconcertati, a cominciare dalla personalità di YHWH, simile a quella di Huitzilopochtli, con facente funzione di protettori o padri ma tremendamente esigenti e implacabili nei loro ordini, castigando in modo furente tutti i dissidenti, e dimostrandosi inclini ad un carattere sanguigno, vulcanico e in preda all’ira. Non solo decisero di accompagnare direttamente i loro protetti durante tutto il tragitto, aiutandoli a superare le difficoltà (o castigandoli all’occorrenza), ma entrambi si presentavano a loro sotto strane colonne di fuoco, o fumo[2], illuminando la notte o donando loro l’ombra durante il giorno, indicando il cammino da percorrere, svolgendo mansioni, ritirare le acque del mare o dei fiumi.
Questo peregrinare non durò giorni o settimane ma secoli, per gli Ebrei, infatti, durò quarant’anni nell’inospitale deserto del Sinai (quando avrebbero potuto compiere quel cammino in pochi mesi), mentre per gli Aztechi, oltre due secoli, come nemmeno fu breve la loro distanza da percorrere, 300 km, ma che YHWH inspiegabilmente prolungò ad oltre 1000 per gli Ebrei, e di ben 3000 chilometri per gli Aztechi. Durante questo cammino, inoltre, dovettero affrontare innumerevoli tribù e popolazioni che già risiedevano nella “Terra Promessa”, i primi infatti si scontrarono con gli Amorrei, i Filistei, i Gebusei, i Gabaoniti, gli Amaleciti, etc., mentre i secondi lo furono con i Chichimechi, i Tlaxcaltechi, gli Otomi, i Tepanechi, gli Xochimilcos, etc.
Entrambi i popoli furono indottrinati al rito della circoncisione, così come presero ad esigere dai loro popoli sacrifici di sangue, aspetto che comunque accomunava tutti gli antichi popoli della Terra. Per gli Ebrei questo sangue era essenzialmente di animale, seppure come abbiamo visto, si svolsero anche esecuzioni ed uccisioni di massa nei confronti dei dissidenti, mentre gli Aztechi ovviarono a tale problema, utilizzando frequentemente anche il sacrificio umano, come ad esempio avvenne per la consacrazione del grande Tempio di Tenochtitlán, dove secondo gli storici vennero sacrificati migliaia di prigionieri, aprendo loro il petto con uno squarcio e strappando il cuore che ancora pulsante, sanguinava e veniva così offerto a Huitzilopochtli.[3]

Un altro aspetto che accomuna YHWH quanto Huitzilopochtli, è che entrambi abbandonarono in modo repentino ed inspiegabile i rispettivi popoli non appena questi ne avevano bisogno. Il primo si era già dileguato da vari secoli e scomparve definitivamente con l’arrivo dei Romani, il secondo fece più o meno la stessa cosa quando sbarcarono gli Spagnoli; quest’ultimi arrivati, poi, si dissolsero nel variegato incrocio di razze della successiva nazione messicana, mentre i primi riuscirono a mantenere stabile una certa identità di fondo, seppure ad un livello genetico siano dovuti scendere a compromessi con svariati popoli, specie europei.
Frate Diego Durán, uno dei tanti frati francescani che scrissero le cronache dei primi periodi della scoperta delle Americhe, basate in quello che gli stessi indigeni gli raccontavano, riporta: “la prima cosa che avrebbero fatto appena arrivati in un luogo sarebbe stata quella di costruire un piccolo tempio atto a depositarvi l’Arca che trasportavano, e mediante la quale comunicavano con il loro Dio.” Come similmente gli Ebrei fecero con la Dimora o il successivo Tempio, nella quale riposero l’Arca dell’Alleanza, contenente non solo le Tavole della Legge, ma con la quale comunicavano con il Signore, anche gli Aztechi, a quanto pare, avevano un oggetto del tutto simile e con le stesse funzioni.
Ma un’ultima strabiliante analogia è quella tra i profeti-condottieri di entrambi i popoli, perché quel-lo azteca si chiamava Mexi, come quello ebraico ovviamente Mosè, così come entrambi avevano anche un influente sorella, Malínal il primo e Miriam il secondo. Questi sono i principali parallelismi tra le storie di questi due importantissimi popoli, per alcuni forse il frutto di normali coincidenze, ma per altri tremendamente sospette, dato che ulteriori di queste similitudini le ritroviamo, e con grande abbondanza, anche in molti altri popoli della Terra, separati non solo da migliaia di anni, ma anche da migliaia di chilometri di distanza…



[1] L'etimologia del nome, Tenochtitlán, non è del tutto chiara. Tradizionalmente, si fa derivare il suo nome da quello del leggendario sovrano Ténoch, ma proposte più recenti prevedono che esso si sia formato col suffisso locativo -ti-tlan ("sotto, alla base di"). La prima parte di questo composto è indubbiamente tetl, ovvero "pietra, roccia", mentre il secondo elemento è probabilmente identificabile con nōchtli, che indica il fico d'India. Dunque, il suo nome significherebbe letteralmente "il luogo del fico d'India alla base della roccia". La città fu poi rasa al suolo nel 1521 dai conquistadores spagnoli, e sulle sue macerie fu costruita Città del Messico, così come nel corso dei secoli gran parte del lago Texcoco venne prosciugato.
[2] Huitzilopochtli accompagnò gli Aztechi sotto la forma di una grande aquila bianca.
[3] Ambedue i popoli, similmente, erano stati istruiti dettagliatamente riguardo su dove e come costruire il grande Tempio, nel luogo in cui si sarebbero ovviamente insediati definitivamente, dettaglio non secondario, specie per tutte le apparizioni religiose avvenute lungo l’intero arco della loro storia.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 11, 11.1 - Il Leggendario Mosè e il suo omonimo Azteca

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