"Il Diluvio Universale, tra Scienza e Mito" di Federico Bellini

(Glaciazione tra 20.000 e 8.000 anni fa)

Durante l’ultima Era Glaciale, l’Artide sembrò attraversato da alcune fasi climaticamente anomale. Secondo il controverso studioso tedesco Herman Wirth (1885-1981), la Groelandia, l’Islanda e le Isole Spitzbergen, tra il 40.000 e il 28.000 anni fa, presentavano una flora e una fauna che nello stesso periodo non avrebbero potuto essere presenti nel nord America, e in molte zone dell’Europa. Riportando grandi quantità di dati geologici, climatici e botanici, dimostrò che tra i 70 e gli 80 gradi di latitudine nord, vi fosse all’epoca, una temperatura media annua intorno ai 10 gradi, così come lungo la dorsale di Gakkel, vennero individuati una serie di vulcani e delle sorgenti calde che avrebbero potuto interferire con questa particolare condizione ambientale.
Le Glaciazioni sono un fenomeno periodico del tutto naturale e che, a più riprese, si sono presentate sul nostro pianeta dall’inizio della sua formazione, in particolare, per quanto concerne le nostre ricerche, l’attuale Era Glaciale è iniziata circa 40 milioni di anni fa con la crescita della calotta glaciale antartica, intensificandosi nel Pleistocene, attorno a 3 milioni di anni fa. Da allora vi sono stati periodi di glaciazione della durata di migliaia di anni, durante i quali le calotte si sono estese e ritirate periodicamente.
In Europa si distinguono, inoltre, quattro periodi glaciali, denominati dal più antico al più recente: Günz (da circa 680.000 a 620.000 anni fa), Mindel (da circa 455.000 a 300.000 anni fa), Riss (da circa 200.000 a 130.000 anni fa) e Würm (da circa 110.000 a 12.000 anni fa), separati da tre fasi interglaciali (rispettivamente chiamate Günz-Mindel, Mindel-Riss e Riss-Würm) intercalate tra le quattro glaciazioni.[1] Nelle fasi maggiormente fredde del Wurm, il livello marino era più basso di circa 120 metri, e territori come la Beringia erano emersi, così come infinite distese pianeggianti oggi ricoperte dal mare, correvano lungo tutta la linea costiera dei vari continenti del Mondo. Perciò, in paesi come la Groenlandia, l’Islanda, le Faroer e la Scandinavia, sorgeva una vasta area di terre attualmente inabissate, dove l'Artico era un bacino meno profondo ed esteso di oggi, quasi completamente chiuso come l’attuale Mediterraneo, e che quindi, potenzialmente, poteva essere stato più caldo.
Del resto, è la parola stessa di quei territori a darci indicazioni importanti, o forse risolutive. Groelandia deriva direttamente dalla lingua scandinava, Grønland, dove il norvegese Erik il Rosso fu esiliato dall'Islanda per aver commesso un omicidio, e che costretto a salpare con la sua famiglia e i suoi thrall (schiavi), si diresse verso una terra a nord-ovest di cui aveva sentito parlare, insediandovisi e chiamandola Grønland ("Terra Verde"). Sappiamo che Erik il Rosso visse attorno all’anno 1000 d.C, in un periodo “caldo” del Medioevo, dove questo territorio era più verde e meno ghiacciato, dimostrando come periodicamente, queste regioni siano soggette a cambiamenti e trasformazioni anche profonde.
Inoltre, sappiamo persino che la distribuzione delle calotte glaciali in questo periodo preistorico, era addirittura asimmetrica rispetto al Polo Nord attuale, con un baricentro spostato tra la Groenlandia e l’intero blocco del Canada e del nord degli Stati Uniti, e un Mare Artico meno coinvolto rispetto alla situazione attuale, rilevando che al tempo, l’intero bacino fosse più temperato, almeno in prossimità delle coste siberiane, norvegesi e groenlandesi, permettendo a quest’ultima regione, in special modo nella sua parte più settentrionale, di beneficiare di un clima mite a partire da circa 50 mila anni fa. Molte isole dell’Oceano Artico rimasero libere dai ghiacci, e in Norvegia, oltre il circolo polare artico, furono rinvenuti reperti di una florida fauna risalente a ben 40 mila anni fa, così come ampie zone della Siberia erano popolate da animali ed umani.
L’ultimo periodo glaciale, denominato come Wurm, è stato caratterizzato da continue variazioni dell’estensione delle calotte glaciali. Iniziato 80-75 mila anni fa, il ghiaccio si impossessò del Nord America e del Nord Europa, e alcune parti della Siberia, così come le catene delle Alpi, dell’Himalaya e delle Ande, si ricoprirono di una coltre di ghiaccio perenne e che durò sino a circa 10 mila anni fa. Fu in questo periodo che il moderno Homo Sapiens, approfittò della condizione climatica per conquistare ogni angolo del pianeta, adattandosi anche ai continui cambiamenti, soprattutto quando la fase più breve e meno catastrofica, attorno a 52 mila anni fa, coinvolse solo il Nord America e la Scandinavia. Questa fase, che durò sino a 45 mila anni fa, lasciò spazio ad una fase più mite della durata di altri 20 mila anni successivi, anche se a fasi alterne, le temperature ritornarono ad essere più rigide.
In questo periodo si svilupparono tutte quelle prime civiltà paleolitiche in un momento dove il clima era favorevole, ma che ben presto, lasciò spazio ad una recrudescenza del freddo, che attorno ai 25 mila anni fa riportò il Mondo ad essere ricoperto di ghiacci in vaste zone dell’America, dell’Europa e dell’Asia, sino a quando non venne raggiunto il massimo glaciale attorno ai 22 mila anni fa, costringendo le popolazioni a rifugiarsi a latitudini più basse, come nell’area franco-cantabrica, i Balcani, sulle rive dell’ex Oceano di Paratetide (o Oceano Scitico), composto dagli attuali Mar Nero e Mar Caspio, etc. In questo periodo emerse anche la Terra di Beringia, ponte di terra dove ora si trova lo Stretto di Bering, consentendo all’uomo di invadere nuovamente l’America intorno a 20-16 mila anni fa.
Durante quest’ultima fase della più recente glaciazione, corrispondente a circa 12.000 anni fa, il Mare del Nord e quasi tutte le isole britanniche erano coperte dai ghiacci, e il livello del mare era di circa 120 metri inferiore a quello attuale. Il fiume Reno scorreva verso nord, attraversando una terra all’epoca emersa a cui è stato dato il nome di Doggerland. In questo periodo, pertanto, parte del Mare del Nord e del Canale della Manica si presentava come una distesa di bassa tundra, e 8.000 anni fa circa, era formata da lagune, coste, spiagge, ed una interna e vasta pianura ondulata, ricca di acqua e vegetazione.
Attorno al 5.000 a.C., l’innalzamento del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacci, causò la graduale sommersione di questo territorio che divenne poi un’isola più elevata, l’attuale secca detta Dogger Bank, mentre la Gran Bretagna si staccò dal continente e divenne un’isola con al fianco l’Irlanda. Doggerland, quindi, fu un habitat ricco di insediamenti umani nel periodo Mesolitico, rilevante è la zona del Middeldiep, una regione del Mare del Nord a circa 16 km al largo della costa della Zelanda, dove fu rinvenuto il cranio di un Neanderthal, datato oltre 40.000 anni fa, e le ricostruzioni sino ad oggi acquisite fanno ritenere che questa zona europea, fu in assoluto una tra le più ricche di flora e fauna, habitat ideale per i popoli primitivi.
Nel 6.200 a.C, la frana di un enorme massa di ghiaccio sulle coste della Norvegia, conosciuta come Storegga Slide, provocò un catastrofico tsunami che devastò l’isola rimasta, all’epoca estremamente bassa, seppure molto estesa (circa 17.000 km²), e che venne sommersa completamente dalle acque, anche in concomitanza del rapido aumento del livello marino a causa della fusione dell’enorme ghiacciaio Agassiz in Canada. Appare evidente, che le glaciazioni sono un fenomeno di così vasta portata geologica da cambiare non solo ampie porzioni di territorio, ma eventi talmente potenti da condizionare persino la stessa evoluzione e storia della flora, della fauna e di quella umana.
Ed è in questo lunghissimo periodo di deglaciazione, verificatosi ovviamente a fasi alterne, che nacque il Mito del Diluvio e che affascinerà l’immaginario collettivo di tutti i popoli antichi della Terra, perché con le stesse modalità, si verificò più o meno in ogni angolo del Mondo. Come sappiamo, durante il massimo glaciale, 20 mila anni fa circa, il livello marino era di circa 120 metri inferiore a quello attuale, pertanto immense distese di terra emerse si potevano scorgere attorno a tutti i continenti del pianeta, come quasi sicuramente furono abitati dai tanti popoli primitivi.
Con il progressivo aumentare delle temperature, i ghiacciai iniziarono a sciogliersi, alimentando corsi d’acqua, laghi, mari interni e che restituirono poi agli oceani tutto il ghiaccio che era stato accumulato sulle terre emerse. Di conseguenza, il livello oceanico si innalzò, e territori in ogni angolo del Mondo furono invasi dall’acqua, e a più riprese, sino a circa 10/8.000 anni fa. Ed è qui che si inserisce un’interessantissima teoria proposta da Andrey Tchepalyga dell'Accademia Russa delle Scienze, il quale propose l’ipotesi secondo cui, il riscaldamento globale che iniziò attorno al 14.000 a.C., causò la fusione dello strato di ghiaccio scandinavo, producendo massicci carichi fluviali o disastrose alluvioni che fluirono nel Mar Caspio, incrementandone il suo livello ad oltre 50 metri sopra il livello attuale, inondando una zona che andava dalla costa nordoccidentale del bacino del Caspio, attraverso la Depressione di Kuma-Manych, e lo Stretto di Kerch, fino all'attuale costa orientale del Mar di Azov, nell'antico bacino del Mar Nero[2], contribuendo in questo modo alle prime leggende sul Diluvio Universale, presente anche nei più tardivi miti mesopotamici e biblici.
Episodi analoghi accaddero anche in Nord America, con conseguenze forse più catastrofiche che di quelle prodotte in Europa o in Asia. Nel continente nordamericano, durante il culmine dell’Era Glaciale, i Grandi Laghi a noi oggi conosciuti non esistevano ancora, erano molto diversi ed erano affiancati anche da dei laghi “proglaciali” che andarono a formarsi sulla linea di fronte il ghiacciaio. Questi laghi insistevano, così, sulle aree dei laghi attuali ma il deflusso delle loro acque, sovente avveniva verso sud, nel sistema fluviale del Mississippi, o verso nord, nell’Oceano Artico, o ad est, nell’Oceano Atlantico.
Durante la deglaciazione l’aumento delle temperature venne interrotto da almeno tre episodi di temporaneo raffreddamento, i Dryas (l’Antichissimo, tra i 18 e i 15 mila anni fa; l’Antico, tra i 14 mila e i 13.700 anni fa; il Recente, tra i 12.900 e 11.500 anni fa), poi seguì una fase climatica intermedia e post-glaciale che si verificò attorno ai 12/11 mila anni fa, ed iniziò poco dopo il periodo interglaciale, e che corrisponde a quello in cui attualmente viviamo. Verso i 12.000 anni fa, il Lago Livingston si riversò nell’Atlantico facendo salire il livello dei mari di oltre 10 metri in 300 anni, e da dopo questo evento, il tasso di risalita diminuì progressivamente, sempre in quel periodo anche il Lago Bonneville esondò in maniera catastrofica, producendo un rapido svuotamento causato dall’erosione di una gola che lo frenava e dallo scioglimento dei ghiacci che ne causarono l’incremento idrico.
Nel 9.500 a.C., collassò anche il Lago Glaciale del Baltico e il Lago Agassiz, che si riversò nel Golfo del Messico, contribuendo ad una crescita dei mari di 7,5 metri in 160 anni. L’ultimo di questi immensi bacini proglaciali nordamericani, a nord degli attuali Grandi Laghi, è stato chiamato, Lago Glaciale Ojibway. Si stima che raggiunse il suo massimo volume attorno al 6.500 a.C., quando si congiunse con il Lago Agassiz, ma il suo emissario, essendo bloccato dal grande muro di ghiaccio, drenava le sue acque attraverso i fiumi Ottawa e San Lorenzo più a sud.
Tra il 6.300 e il 5.700 a.C. circa, la diga di ghiaccio all’estremità meridionale della Baia di Hudson, si restrinse a tal punto che la pressione delle acque infiltratesi alla base dei ghiacci, ne fece collassare l’intera barriera. Si stima che il livello del lago si trovasse a 250 mt sopra il livello del mare, con un volume di circa 163.000 km3, sufficienti a ricoprire con uno spessore di 10 mt una superficie pari a quella dell’Antartide; in breve questa enorme massa idrica si aggiunse a quella degli oceani.
Sempre attorno al 6.000 a.C. crollò anche la Laurentide, la calotta glaciale a nord-est del Canada, e i livelli marini salirono di colpo, addirittura di almeno 25 metri in poche centinaia di anni. Il continuo riscaldamento fu accompagnato da un conseguente innalzamento del mare, dando così origine a quella che viene definita la Trasgressione Flandriana, la quale causò un ulteriore aumento del livello marino sino a circa 6.000 anni fa, dove grandi estensioni di territori costieri un tempo emersi, vennero completamente sommersi dalle acque.
Arriviamo, poi, al 5.600 a.C., data a cui si fa riferire il crollo della diga del Bosforo, e del riversarsi delle acque del Mediterraneo nel Mar Nero, creando una catastrofe naturale che portò le popolazioni li stanziate a migrare verso altre terre, tra cui la Mesopotamia, dando origine alle prime Civiltà organizzate della storia, con un corpus di leggende e/o miti, ancora oggi impressi nell’immaginario collettivo. Storie alimentate, inoltre, da episodi alluvionali successivi, come quello del 3.500 a.C. nel Golfo Persico, quando la piana di Sumer si alzò di 3 metri, penetrando nell’entroterra, già eroso da episodi precedenti, per almeno 70 chilometri (Diluvio di Wooley). Le coste raggiunsero, infine, il loro attuale livello attorno ai 3.500/3.000 anni fa, e si stima che la deglaciazione abbia fatto perdere complessivamente 25 milioni di chilometri quadrati di terra.

Dopo questa panoramica sugli effetti delle ultime glaciazioni, delle relative e conseguenti alluvioni catastrofiche causate dallo scioglimento dei ghiacci, e dei tanti problemi che, con molta probabilità, causarono alle popolazioni primitive, si può comprendere come da tali esperienze, in modo più o meno omogeneo e collettivo, si sono sviluppati, tra queste Civiltà, i ricordi di un’inondazione colossale, inviata dagli Dèi; ma quello che ancora più sconcerta è il ritrovare la stessa storia di base, con gli stessi personaggi e modalità, in tutti i popoli della Terra, facendoci così intuire che questo Mito nacque in un luogo ben preciso, e che poi si diffuse nel Mondo, sovrapponendosi ad un ricordo ance-strale preesistente.
Un fatto assai notevole, a sostegno di questa tesi, è quello che nelle varie tradizioni d’America si trovino narrazioni del Diluvio, estremamente simili a quelle presenti nella Bibbia o nella religione Caldea, ancor più che tra le altre tradizioni dell’Europa. Non trovando corrispondenze simili ma alquanto variate, sia tra le popolazioni siberiane e mongole, dalle quali discendono i Nativi del Nuovo Mondo, è da presupporre che successive ondate migratorie portarono con sé la versione ultima di un ricordo di questo Diluvio, e che poi si diffuse anche nelle Civiltà delle Americhe.
Tra le varie tradizioni americane, quella messicana sembra essere la più convincente a sostegno di questa tesi, perché non soltanto gli Aztechi condividevano con noi occidentali il ricordo di una mitica isola o civiltà perduta (Aztlan), o la fondazione della loro città dopo una migrazione dalle terre del nord, durata secoli (come similmente avvenne nell’Esodo biblico), ma persino condividevano con noi la memoria di un Diluvio dove il Noè messicano, di nome Coxcox, chiamato anche Teocipactli o Tezpi, si era salvato insieme alla moglie Xochiquetzal, su una corteccia, o, secondo altre tradizioni, su una zattera fatta di legno di cipresso (Cupressus disticha).
Un Mito condiviso non solo tra gli Aztechi ma anche tra le popolazioni dei Miztechi, gli Zapotechi, i Tlascaltechi e i Mechoacaneses. La tradizione di questi ultimi è ancora più evidente, perché quasi ricalca quella biblica, e vi racconta come Tezpi, s’imbarcò su una nave spaziosa con la moglie, i figli, vari animali e il grano, necessari per la sussistenza del genere umano, e quando il grande dio Tezcatlipoca decretò che le acque si ritirassero, Tezpi inviò un avvoltoio dalla sua imbarcazione e l’uccello, nutrendosi di carcasse trovate sulla terraferma di nuovo emersa, non tornò. Inviò, quindi, altri uccelli dei quali ritornò solo il colibrì con un ramo verde nel becco; constatò, così, che la vegetazione aveva ripreso a crescere, e lasciò la sua nave-corteccia sul monte di Colhuacan per ripopolare il Mondo.
Uno straordinario documento che fornisce informazioni più precise e preziose per quanto riguarda la Genesi dei Messicani, è quello noto come “Codex Vaticanus”, dalla biblioteca in cui, ovviamente (e non poteva essere diversamente!), è conservato. Compilato a Chobula da un manoscritto anteriore alla conquista, accompagnato da un commento di Pedro de los Rios, un monaco domenicano che, nel 1566, cinquantanni dopo l’arrivo di Hernán Cortés, si dedicò alla ricerca delle tradizioni indigene, notò che esso era costituito da quattro immagini simboliche rappresentanti le Quattro Età del Mondo che hanno preceduto l’attuale.
Ci sono state, quindi, secondo gli Aztechi, quattro Età: la Prima fu l’epoca dei Giganti che vennero annientati dalla fame, la Seconda finì con un Incendio, la Terza fu quella ritenuta essere delle Scimmie, mentre la Quarta, denominata Atonatiuh o “Sole d’Acqua” (da notare la somiglianza anche con l’Aton, divinità solare egizia), finì con una grande inondazione, il Diluvio, dove tutti gli uomini furono tramutati in pesci ad eccezione di una coppia, che si salvò grazie ad una corteccia ricavata dal tronco di un cipresso.

«Questo è chiamato il sole Nahui-atl. Ora l’acqua rimase tranquilla per quarant’anni, più dodici, e gli uomini vivevano nei periodi terzo e quarto. Quando venne il sole Nahui-atl, erano passati quattrocento anni, più due secoli, più settantasei anni. Allora tutta l’umanità andò perduta e annegata, e si trovarono trasformati in pesci. Il cielo si avvicinò all’acqua. In un solo giorno tutto era perduto, e il giorno Nahui-xochitl, distrusse tutti i nostri simili di carne. E quello fu l’anno di Ce-calli, e il giorno Nahui-atl tutto era perduto. Anche le montagne affondarono in acqua, e l’acqua vi rimase tranquilla per cinquantadue primavere. Ora, alla fine dell’anno il dio Titlacahuan aveva avvertito Nata e sua moglie Nena, dicendo: “Non fare il vino più d’agave, ma inizia a scavare un cipresso grande ed entra in esso, quando nel mese Tozontli l’acqua si avvicinerà al cielo.” Allora vi entrarono e quando il dio ebbe chiuso la porta, disse: “tu mangerai una sola pannocchia (orecchio) di mais, e una anche tua moglie.” Ma, non appena ebbero finito, uscirono e l’acqua rimase calma, il legno non era più mosso, e, aprendolo, cominciarono a vedere i pesci. Poi accesero un fuoco, strofinando insieme pezzi di legno, e arrostirono il pesce. Gli dèi Citlallinicué e Citlalatonac guardarono in basso e dissero: “Divino Signore, che cos’è quel fuoco che sta ardendo lì? Perché sale il fumo sino al cielo?” Allora Titlacahuan-Tezcatlipoca discese. Cominciò a rimproverarli, dicendo: “Chi ha fatto questo fuoco?” E afferrò il pesce, lo modellò con fianchi e teste, e lo trasformò in cani (chichime).» (“Codex Chimalpopoca”, Aztechi, traduzione dell’abate Brasseur de Bourbourg)

In questo Mito si nota una sovrapposizione di più basi narrative, che quasi mettono in relazione quello dell’Atlantide descritto da Platone, con quello più antico del Diluvio biblico, dove tutte queste somiglianze, se ci pensiamo un attimo, non possono essere casuali, né possono essere state eventuali e successive interpolazioni dei missionari cristiani. Lo stesso nome del protagonista della storia azteca, Nata, non è poi dissimile dal Noach (Noè) biblico, e come abbiamo visto, tale nome, non ha radici semitiche, ma indoeuropee, in quanto Na, comune a tali lingue, è allegato al significato di acqua: in greco naein = scorrere; nama = acqua; Ninfa, Nettuno = divinità delle acque; così come la ritroviamo nella radice Na ripetuta nel nome di questo Noè centroamericano, Na-ta, probabilmente derivato dalla parola “Na-hui-atl”: l’Età dell’Acqua.

«Allora le acque furono agitate dalla volontà del Cuore di Cielo (Hurakan), e una grande inondazione arrivò sulla testa di queste creature…. Furono travolte, e uno spessore resinoso scese dal cielo… Il volto della terra fu oscurato e iniziò una pioggia pesante che oscurava l’aria - pioggia di giorno e pioggia di notte… Ci fu un gran rumore sopra le loro teste, come prodotto da un incendio. Poi si videro gli uomini correre, spingersi l’un l’altro, pieni di disperazione, volevano salire sulle loro case, e le case, cadendo, erano abbattute a terra, volevano salire sugli alberi e gli alberi crollavano loro addosso, volevano entrare in grotte e le grotte si chiudevano davanti a loro… L’acqua e il fuoco contribuivano alla rovina universale, nel momento dell’ultimo grande cataclisma che ha preceduto la quarta creazione.» (Popol Vuh)

Il problema di noi occidentali è che abbiamo un concetto alquanto errato sugli Indiani d’America e che da sempre abbiamo considerato alla stregua di rozzi selvaggi, quando in realtà hanno dimostrato di essere popolazioni dalla profonda conoscenza e il rispetto per la Natura, per i “Mondi Invisibili”, conoscitori di arcaiche tradizioni e conoscenze, nonché di un’eccezionale moralità, sovente spirituale, persino anche quando nelle Civiltà più tarde del Centro e del Sud America, il sacrificio, anche umano, divenne parte integrante della loro complessa ritualistica.

«In passato il padre delle tribù indiane dimorava verso il Sole nascente. Dopo essere stato avvertito in sogno che stava arrivando un Diluvio sopra la terra, costruì una zattera, su cui si salvò, con la sua famiglia e tutti gli animali. Galleggiò così per diversi mesi. Gli animali, che in quel momento parlavano, si lamentavano a gran voce e mormoravano contro di lui. Finalmente una nuova terra apparve, alla quale approdò con tutti gli animali, che da quel tempo hanno perduto il potere della parola, come punizione per i loro mormorii contro il loro liberatore.» (Mito degli Indiani dei Grandi Laghi)

Padre Charlevoix[3], missionario che nel XVIII secolo si avventurò in quelle terre, riferì che le tribù del Canada e della valle del Mississippi narravano di una storia dove tutta l’umanità era stata distrutta da un’Alluvione, e che lo Spirito Buono, per ripopolare la Terra, decise di mutare gli animali in uomini.

«Lo hanno informato che una delle loro più antiche tradizioni era che, molto tempo fa, avevano un padre comune, che viveva verso il sorgere del Sole, e governava il Mondo intero, che tutti i capi dei bianchi erano sotto i suoi piedi, che aveva dodici figli, con i quali gestiva il governo, che i dodici figli si comportarono molto male, e tiranneggiavano la gente, abusando del proprio potere, che il Grande Spirito, essendo così in collera con loro, tollerò che i bianchi introducessero bevande alcooliche tra di loro, li facessero ubriacare, e togliessero loro lo speciale dono del Grande Spirito, e in questo modo i bianchi usurparono il potere su di loro, e da allora i capi degli indiani furono sottomessi ai piedi dei bianchi.» (Boudinot, Star in the West)

Nel 1836 C.S. Rafinesque[4] pubblicò a Philadelphia, in Pennsylvania, un’opera chiamata “The American Nations”, in cui citava storie e canti di Lenni-Lenapi, ossia degli indiani Delaware, la tribù che in origine abitava lungo il fiume omonimo. Dopo aver descritto un tempo dove non c’era altro che l’acqua del Mare, o di un Oceano Primordiale, sulla parte superiore della Terra, passò poi alla creazione del Sole, della Luna, delle Stelle, della Terra stessa e dell’Uomo, e che avvenne in un secondo momento; la leggenda annota anche un Età dell’Oro e la caduta degli Uomini.

«Tutti di buon grado erano contenti, tutti erano di facile pensare, e tutti erano colmi di gran felicità. Ma dopo un po’ un serpente-sacerdote, Powako, portò sulla terra segretamente il culto del Serpente (Initako), del Dio dei Serpenti, Wakon. E venne cattiveria, criminalità, e infelicità. E vennero brutti tempi, giunsero guai, arrivò la morte. Tutto questo è accaduto molto tempo fa, nella prima terra, Ne-tamaki, al di là del grande oceano Kitahikau

A questa storia fa seguito anche la canzone del Diluvio, dove scopriamo che la Terra che fu distrutta era la “Prima Terra”, e che si trattava di un’isola “al di là del Grande Oceano” (ma quale Oceano?), dove le genti, un tempo felici e pacifiche, divennero poi malvagie, dedite al “Culto del Serpente”, come similmente nella Genesi avvenne per la “Caduta dell’Uomo”, nel Giardino dell’Eden. L’Eroe di turno, Nana-Bush, divenne il capostipite della razza superstite, un nome che ricorda il Nata Azteco o il Noach (Noè) ebraico, e che dopo la grande alluvione vi fu una dispersione della popolazione, e una netta separazione tra i cacciatori nomadi e i coltivatori sedentari.
Alla fine di questo straordinario viaggio, arriviamo ad un ulteriore impressionante mistero: gli Indiani Mandan. Appartenenti ad una tribù di nativi americani localizzati nel North Dakota, ad oggi circa la metà risiede ancora nella riserva che fu loro assegnata, mentre la restante parte si è diffusa negli Stati Uniti e nel Canada a causa delle loro particolari caratteristiche. Storicamente vivevano nei pressi del fiume Missouri e degli affluenti Hearth e Knife, zona che coincide con i moderni territori di North e South Dakota.
Ad essi è associata la lingua siouan, hanno sviluppato una cultura sedentaria legata all'agricoltura, arrivando a creare dei veri e propri villaggi permanenti, costituiti da grandi abitazioni di forma circolare con diametro attorno ai 12 metri, disposte attorno ad un piazzale centrale, cosa atipica per una popolazione indigena nomade; nonostante i bisonti costituissero un elemento principale del loro regime alimentare, essi si dedicarono anche all'allevamento, oltre a restare in buoni rapporti con le altre tribù delle Grandi Pianure.
La popolazione Mandan, intorno al XVIII secolo contava circa 3600 individui, ma nel 1836 i Mandan purosangue si aggiravano intorno ai 1600, e nel 1838 il numero scese drasticamente ad appena 125 individui. In un censimento del 2010 è stato rilevato che 1171 persone derivano da questo popolo, di cui 365 risultano essere dei Mandan purosangue, mentre la restante parte è composta da persone con parziali discendenze da questa etnia.
Perché tanto interesse nei confronti di questa tribù? Perché erano uomini dalla pelle bianca, gli occhi color nocciola, grigio e azzurri, con sfumature di colore dei capelli dal nero al bianco puro e che raccontavano leggende relative ad un’alluvione, ma ancor più sconcertante, conservavano la tradizione di un Arca custodita di generazione in generazione!

«Nel centro del villaggio c’è uno spazio aperto, o piazza, di 150 piedi di diametro e di forma circolare, che viene utilizzato per tutti i giochi pubblici e festival, spettacoli e mostre. Gli alloggi fronteggiano questo spazio aperto, con le porte rivolte verso il suo centro, ove si trova un oggetto di grande venerazione religiosa, a causa dell’importanza che esso riveste in relazione con le cerimonie religiose annuali. Questo oggetto ha la forma di una botte di grandi dimensioni, di circa tre metri d’altezza, fatta di assi e cerchi, e contiene alcuni dei loro misteri o farmaci più scelti e segreti. La chiamano la “Grande Canoa”.» (George Catlin, resoconto di un suo viaggio del 1830-40)

Come non ravvisare in questo oggetto una rappresentazione dell’Arca, sia biblica come di quella raccontata anche nel mito dell’Arca di Deucalione? Singolare, inoltre, come questa tradizione si fosse perpetuata nel cuore dell’America sino ai giorni nostri, mostrando non solo forti analogie con i miti euro-asiatici, ma persino una somiglianza genetica del tutto simile a quella indoariana (più precisamente Caucasica), recentemente confermata anche da studi genetici. Come è stato possibile che un gruppo di individui, dalle rive del Mar Caspio, si fosse spinto così lontano, da creare chissà quanti millenni fa, un piccolo popolo di indigeni nel bel mezzo del territorio nordamericano?
Come se non bastasse, nei loro rituali religiosi veniva messa in scena la comparsa di Nu-mohk-fango-a-nah (il Primo o solo Uomo) il cui corpo, quasi completamente nudo, veniva dipinto con argilla bianca, in modo da assomigliare ad un “uomo bianco”, il quale entrando nella Casa della Medicina (che similmente ricalca un po’ la Tenda del Convegno ebraica), eseguiva cerimonie misteriose, poi ne usciva e piangendo si recava dal proprietario di ogni casa, finché non arrivava qualcuno a chiederli chi fosse, e lui narrava di quanto la grande catastrofe sconvolse il Mondo, le acque strariparono, e che lui era l’unico ad essersi salvato, ed era approdato con la sua Grande Canoa su un alto monte, in Occidente, dove ora risiedeva.
Dopo aver visitato tutte le case del villaggio, e ricevuto un regalo da ciascuno degli abitanti, li collocava poi nella Casa della Medicina e, l’ultimo giorno della cerimonia, venivano gettati nell’acqua del fiume, come sacrificio allo Spirito delle Acque. Ma nella Casa della Medicina erano conservati anche altri oggetti sacri, come quattro otri d’acqua denominati Eeh-teeh-ka, cuciti insieme, ciascuno di essi nella forma di una tartaruga sdraiata sul dorso, con un mazzo di penne d’aquila attaccato alla coda. Dicevano che al loro interno erano contenute le Acque dei Quattro Angoli del Mondo, e che “quelle acque erano state in esse contenute sin dall’acquitamento delle acque stesse.”
Infine, svolgevano persino una danza compiuta da dodici uomini attorno a questa Arca, due dipinti completamente di nero (la razza nera?), due di colore vermiglio (la razza rossa?), altri di bianco (la razza bianca o il Primo Uomo?), e dopo essersi disposti ai quattro punti cardinali, danzavano con indossando delle corna in testa, il ballo di “Bel-Lohck-na-pie”, come similmente in Eurasia si celebrava il dio Baal o la festa druidica del “Fuoco Luminoso” di Beltane. Per concludere questo insolito ed affascinante viaggio nel popolo Mandan, cito il resoconto di un ulteriore leggenda, raccolta dal maggiore USA, James W. Lynd, dove sostenevano, nientemeno di provenire da un popolo che dimorava nelle acque di un lago sotterraneo, nelle viscere della Terra, proprio come nel mito di Agarthi.

«La loro credenza in un futuro Stato è collegata a questa teoria della loro origine. Tutta la nazione risiedeva in un gran villaggio sotterraneo, nei pressi d’un lago sotterraneo. Una pianta di vite estendeva le proprie radici sino a sotto la loro abitazione, e dava loro una visione della luce. Alcuni dei più avventurosi salirono sulla vite, e si rallegrarono con la vista della Terra, che videro coperta di bufali e ricca d’ogni tipo di frutta. Ritornarono con i grappoli d’uva che avevano raccolto, e il loro popolo era così soddisfatto del gusto che tutta la nazione decise di lasciare la propria residenza noiosa per il fascino della regione superiore. Uomini, donne e bambini salirono arrampicandosi sulla vite ma, quando circa la metà della nazione aveva raggiunto la superficie della Terra, una donna corpulenta, che si stava arrampicando sulla vite, la ruppe con il suo peso e chiuse su sé stessa e sul resto della nazione la luce del Sole

Sempre secondo il maggiore Lynd (che ricordiamo, aveva vissuto con queste popolazioni per molti anni, imparando a conoscerle e studiandole), tutte le tribù indiane esistevano già in precedenza, e tutte abitavano insieme su di un’isola, o comunque al di là del grande mare verso est, dove sorge il Sole. Attraverso l’Oceano, in una Canoa, o nuotando, arrivarono in America, e notò inoltre che descrivevano anche un mezzo ben più possente, una imbarcazione enorme, in cui i vecchi Dakota raccontarono di aver galleggiato per molte settimane, finché non raggiunsero la terraferma.

 «Tra gli Irochesi c’è una tradizione che il mare e le acque inondarono la Terra, in modo che tutta la vita umana fu distrutta. I Chickasaw affermano che il Mondo una volta fu distrutto dall’acqua, ma che una famiglia si salvò, e due animali di ogni specie. I Sioux dicevano che c’è stato un tempo in cui non c’era terra asciutta, e tutti gli uomini erano scomparsi dall’esistenza”.» (James W. Lynd, “MS. History of the Dakotas”, Biblioteca della Società Storica del Minnesota)

Gli abitanti del Nicaragua credevano che molto tempo addietro, il Mondo fu distrutto da un’alluvione, in cui perirono la maggior parte degli uomini, sino a quando i Teotes, o Dèi, non ripristinarono la Terra come era in principio. Così i Pima, una tribù indigena alleata dei Papago, narrano di una singolare storia riguardo al Diluvio, nella quale il figlio del Creatore, Szeu-kha, si era salvato galleggiando su una palla di gomma o di resina. La catastrofe arrivò dopo che un tuono causò un terribile incidente, una montagna divenne verde d’acqua che sollevò la pianura (uno tsunami?), tagliata ripetutamente dal fulmine, spinta come da una bestia; al mattino non si vedeva più nulla, nemmeno un uomo, ma solo Szeu-kha si era salvato, e che dopo aver ucciso l’Aquila messaggera, ripopolò la Terra.

«Gli Okanagau hanno un dio, Skyappe, e anche uno chiamato Chacha, che sembrano essere dotati di onniscienza, ma la loro divinità principale è la loro grande sovrana mitica ed eroina, Scomalt. Molto tempo fa, quando il Sole non era più grande di una stella, questa forte donna-medicina governò quella che sembra essere ormai un’isola perduta. La pace dell’isola, poi, fu distrutta dalla guerra, e il rumore della battaglia era tanto forte che fu sentito da Scomalt, la quale si adirò, dopo di che si alzò nella sua forza e guidò i suoi sudditi ribelli ad un’estremità dell’isola, e staccò il pezzo di terra su cui si erano rifugiati e lo spinse verso il mare, alla deriva. Quest’isola galleggiante fu sballottata qua e là e squassata dal vento sino a che tutti, tranne due, morirono. Un uomo e una donna fuggirono in canoa, e arrivarono sulla terraferma, e da questi gli Okanagau discendono.» (Bancroft, “Native Races”)



[1] Il periodo attuale è definito “postwurmiano”.
[2] In realtà, tale evento, non avrebbe fatto altro che alimentare il già presente mare interno, molto più antico, conosciuto come Oceano di Paratetide, noto anche agli antichi greci come Oceano Scitico.
[3] Pierre-François-Xavier de Charlevoix, è stato missionario ed esploratore (San Quintino 1682 - La Flèche, Sarthe, 1761). Compì un viaggio a Quebec (1705) e quindi visitò (1720-22) l'America Settentrionale, dai Grandi Laghi del Canada, all'Illinois, al Mississippi, e l'isola di San Domingo. Tra le sue opere: Histoire du Japon (1736); Histoire et description génerale de la Nouvelle France (1744).
[4] Constantine Samuel Rafinesque-Schmaltz (Galata, 22 ottobre 1783 - Filadelfia, 18 settembre 1840) è stato un biologo e archeologo statunitense, di origine franco-tedesca. Personaggio dal comportamento eccentrico e per tale motivo spesso non compreso dai suoi contemporanei, alternava il suo interesse tra la zoologia, la botanica, la malacologia, la meteorologia, la teoria dell'evoluzione e la letteratura.


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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 12, 12.2 - Il Diluvio Universale, tra Scienza e Mito

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