"I Miti degli abitanti delle paludi della Finlandia" di Federico Bellini

«Ti rendi conto di una base mitologica condivisa dai vari popoli della Terra, quando dal Caucaso finisci in India, poi su sino alla Siberia, ti sposti ad ovest, nella penisola Scandinava, e infine ti fiondi in Africa (passando come di rito dalla Grecia), e ti addentri tra le sabbie del Sahara, sul massiccio dell'Ahaggar...» (Federico Bellini)

La Finlandia (in finlandese: Suomi, in svedese: Finland), ufficialmente Repubblica di Finlandia, è un paese dell'Europa del nord, facente parte della regione nota come Fennoscandia e della penisola scandinava. Confina con la Svezia a ovest, la Norvegia a nord e la Russia ad est, inoltre, si affaccia a sud sul golfo di Finlandia, sulla cui sponda meridionale si trova l'Estonia; è uno Stato appartenente alla Unione Europea. Attualmente è abitata da 5,4 milioni di persone, concentrate soprattutto nelle regioni meridionali, seppure in termini di superficie sia essere l’ottavo stato più grande dell’Europa, e al tempo stesso quello con più bassa densità di popolazione nell’UE.[1]
La Finlandia (Suomi o Suomenmaa «terra paludosa», di cui «Finlandia», o «Fenland», nella traduzione svedese), con un'estensione superiore a 373.000 chilometri quadrati, è abitata, secondo alcuni studiosi, dagli ultimi resti di una razza spintasi in occidente, in tempi remoti, da delle tribù che avanzarono da est. Questi Suomilainen, gli «abitanti delle paludi», sono forti, resistenti, con facce luminose ed intelligenti, zigomi alti, capelli biondi in gioventù ma che degradano a castani durante l’età adulta; dal temperamento mite e gioioso, sanno anche essere molto riservati e dediti alla pratica della sauna, tanto che nei runot del “Kalevala”, il loro poema epico per eccellenza, e di cui parleremo a breve, si fa spesso riferimento «alla pulizia e alle virtù curative dei vapori del bagno riscaldato».
Si ritiene essere un popolo molto antico, e tra i primi tra le varie nazioni europee, nell’aver raccolto e conservato il proprio antico corpus folklorico. Menzionati da Tacito, che all’inizio del secondo secolo dell’era cristiana li cita come i Fenni, nel quarantaseiesimo capitolo della Germania, scriveva: «i finni sono estremamente selvaggi e vivono in miserabile povertà. Non hanno armi, né cavalli, né abitazioni; vivono di erbe, si vestono di pelli e dormono per terra. Unico affidamento sono le loro frecce, che per la mancanza di ferro hanno punta d'osso».
Anche Strabone e Tolomeo menzionarono questa “gente curiosa”, sostenendo che un tempo fossero diffusi in vaste aree dell’Europa settentrionale e dell’Asia Occidentale. Possiedono anche una delle lingue più musicali e flessibili e che, similmente al magiaro o all’ungherese, mostra segni evidenti di una somiglianza comune. Infatti, appartiene al ceppo Ugricofinnico delle lingue agglutinanti, quelle che meglio hanno conservato le radici delle parole, ed effettuano poi mutamenti grammaticali tramite desinenze suffisse al tema originale. Una delle caratteristiche di questa lingua, così come per il magiaro, il turco e altri idiomi affini, consiste nell’uso assai frequente di diminutivi e vezzeggiativi.
Il finlandese è perciò una lingua di un popolo che ha sempre vissuto a stretto contatto con la natura, tra animali selvatici, bestie e uccelli, venti, boschi, panorami mozzafiato, acque, neve e gelo, tutti descritti con vocaboli corrispondenti da un sempre mutevole effetto acustico. Così non è poi assurdo pensare che nei primi tempi, questi popoli adorassero gli oggetti visibili insiti in quella stessa natura in cui si scelsero di vivere, e dove tutte le Entità, come il Sole, la Luna, le Stelle, la Terra, il Mare, l’Aria, etc., si tramutarono in persone, esseri viventi e autocoscienti. Il passo fu breve, poi, nel riconoscere l’esistenza di agenti di energie invisibili, attribuiti ad esseri che divennero nel corso dei secoli, sempre più superiori ed astratti, che vivevano tra l’altro in modo indipendente dalle Entità visibili, seppure restandovi ad esse connesse.
L’idea di base della mitologia finnica risiede nella certezza che le essenze della natura, siano in realtà governate da divinità invisibili, chiamate haltiat, «reggenti» o «genii». Questi haltiat, come i componenti di una famiglia tipicamente umana, avrebbero distinti il Corpo e lo Spirito, seppure quelli minori risultino essere immateriali e senza forma, condividendo però la stessa capacità immortale. Le classi più basse degli Dèi finnici, come similmente è accaduto per altri miti (basti pensare agli Igigi Sumeri), erano sovente subordinati alle divinità dai poteri maggiori, specie coloro che governava-no gli Elementi o le forze naturali. Così, anche le divinità dei primi popoli della Finlandia, come quelli dell’Italia o della Grecia antichi, erano generalmente rappresentati in coppia, sovente sposati, con le loro proprie dimore, circondati dalle rispettive famiglie.
Il Cielo visibile, con il Sole, la Luna, le Stelle, le fantastiche aurore boreali, le tempeste, i tuoni ed i lampi, fu pensato come un luogo dove le divinità dimoravano, concezione di un “Cielo Personificato”, che divenne la sede per il Supremo Signore, Jumala, la “Casa del Tuono”, seppure più tardi, quando giunsero a concetti religiosi più astratti, chiamarono quel luogo Taivas, e il Dio del Cielo divenne Ukko. La parola, imparentata al magiaro “agg”, dal significato di “vecchio”, indica un Vegliardo, e che venne alla fine utilizzato esclusivamente come il nome della più alta divinità del loro Pantheon Divino.
Le intemperie, i cambi stagionali, la stessa notte e il giorno, si credevano essere opera delle mani di Ukko, il quale controllava le nuvole (e in quanto tale era il “Signore delle Nubi”, il “Pastore delle Nuvole”, il “Dio delle Brezze”, il “Re Dorato”, “l’Argenteo dominatore dell’Aria” e il “Padre del Cielo”), brandendo i fulmini, abbattendo gli Spiriti Maligni che si nascondevano sulle montagne, risultante essere un Diorumoroso”, “tuonante”, come il greco Zeus. E come il Padre degli Dèi Greco, anche Ukko era rappresentato seduto su di una nuvola nell’alto della volta celeste, con il firmamento alle spalle, immaginato così come il “Perno del Cielo”, armato come un guerriero implacabile di frecce forgiate nel rame, dal fulmine, e con la spada rappresentata dall’Arco dell’Arcobaleno (Ukkon Kaari).[2]
Nonostante il suo enorme potere, non è comunque superiore al Sole, alla Luna e agli altri corpi celesti, risultando non influenzati dal suo volere e considerati divinità a sé stanti a pieno titolo, fu così che Päivä arrivò a significare sia il «Sole» che il «Dio del Sole», come Kun sia «Luna» che la stessa «Dèa della Luna».[3] Il Sole e la Luna, gli Astri e gli altri dignitari celesti, inoltre, avevano i propri rispettivi consorti con tanto di prole, rappresentati come fanciulli/e giovani e belli, spesso seduti sui rami degli alberi della foresta, sugli orli delle nubi, sull’arcobaleno, la stessa Cupola del Cielo.
Il compito del Sole, a volte però, sembrava deviare dal proprio percorso abituale, portando i suoi doni anche ad altri adoratori più lontani e ritenuti in difficoltà. Un Mito, ad esempio, racconta di quando la Stella e la Luna rifiutarono di dare informazioni alla Vergine Marjatta circa il luogo in cui si potesse trovare il suo bambino dorato, e in un sincretismo ante litteram, senza precedenti, ritroviamo strati di miti che presentano insieme la Vergine con il Bambino (dorato), e il Cristo, identificato persino con una Mela d’Oro (il Pomo del Giardino delle Esperidi, o dell’Eden).

«Il tuo caro figliuoletto,
la tua mela d'oro bella,
nel pantano è fino al petto,
nella landa fin l'ascella

Così avviene anche quando la devota madre dell’eroe Lemminkäinen (tagliato a pezzi dai figli di Nana, come nel mito di Osiride) ne raccolse le parti smembrate del corpo dal fiume di Tuoni (il Regno dei Morti), e nel mentre temendo che gli Spiriti del Fiume dei Morti si sarebbero potuti risentire della sua intrusione, vide il Sole in risposta alle sue preghiere, gettare i potenti raggi sulle temibili Ombre, immergendole in un sonno profondo, permettendole di riunire le parti martoriate del Corpo.
Tra le Divinità dell’Aria si ricordano le Luonnotar, fanciulle mitiche, tre delle quali furono create dallo stesso Ukko, sfregandosi le mani sul ginocchio sinistro, e che immediatamente andarono a posizionarsi sui bordi cremisi delle nuvole, spruzzando di latte bianco, rosso e nero, le colline e le montagne, diventando così anche le “Madri del Ferro”, come riportato nel nono runo del Kalevala. E così, nelle più alte regioni del Cielo, vi dimorava anche Untar o Undutar, Signore delle Nebbie e delle Foschie, le quali venivano prima passate in un setaccio d’argento per poi essere lasciate scorrere sulla Terra. Come non potevano mancare anche divinità stagionali, come Suvetar (da suve, il sud e l’estate), Dèa del Vento del Sud, che guariva i malati e gli afflitti con del miele che veniva lasciato cadere dalle nuvole, oltre a vigilare e rendere prosperi i campi, i boschi e i pascoli.

Matthias Alexander Castrén circa i miti Finlandesi, così scriveva: «[…] appena l'animo del selvaggio comincia a sospettare che il divino sia spirituale, al di là del sensibile, allora, anche se egli continua a venerare la materia, in generale le assegna un valore tanto più grande quanto meno è compatta. Egli vede da un lato come sia facile perdere la vita nelle onde agitate, e dall'altro vede che da queste stesse acque è alimentato e la sua vita prolungata». Ed è per questo motivo che ancora oggi quelle terre pullulano di nomi come Pyhöjärvi («lago sacro») e Pyhäjoki («fiume sacro»), tanto che è sopravvissuto in alcune zone rurali, l’offrire capre e vitelli a queste sacre acque in sacrificio, così come alcune tribù lo fanno con le renne che vengono donate al fiume Ob.

(Dipinto di Nicolai Kochergin, 1897-1974)

E l’Atlantide? Non poteva certo mancare anche lassù un mito che riportasse a questa leggendaria e perduta Civiltà. Il Dio dell’Acqua si chiamava Ahto, che in finlandese significa che “fa poca luce”, considerato quindi il “Signore dei Flutti” e che viveva con la sua “fredda coniuge dall’animo crudele”, Vellamo, in fondo al mare nelle voragini delle Rocce dei Salmoni, dove sorgeva il suo palazzo, Ahtola. Egli, nella sua dimora, possedeva anche un tesoro inestimabile, il Sampo, che Louhi, la Signora di Pohjola, aveva trascinato in mare cercando di riprenderlo agli eroi di Kalevala. Ma il termine indicava che persino gli altri Signori dell’Acqua, i quali vivevano non solo in mare, ma anche nei fiumi, i laghi, le cascate, etc., si chiamassero Ahtolaiset[4] (gli «Abitanti di Ahtola»), o «Popolo dell'Acqua», o «Popolo della schiuma e dei marosi», o «Popolo eterno di Vellamo».[5]
Singolare è anche la descrizione di divinità minori, tra cui spicca il Pikku Mies (“Pigmeo”)[6], il quale come riportato in un mito, quando la vasta chioma della quercia primordiale oscurò dalla luce del Sole le terre del nord, impietosito dalle suppliche di Väinämöinen, emerse dal mare, tutto vestito di rame e con un'ascia di rame nella cintura (tipico dei Nani) e che da piccolo diventò gigantesco, in grado così di abbattere l’enorme albero con tre colpi della sua ascia.
Ma la poesia dell’immaginazione finlandese considerava anche la Terra come un essere divino (e come non poteva essere altrimenti), con personali poteri, concependola come una benefica madre che dona pace ed abbondanza. Egli era Maa-emä «Madre Terra», e Maan-emo «Madre della Terra», così come lo sarà la Demetra greca, una divinità dai grandi poteri, sempre in procinto di aiutare gli inermi, i più deboli e i sofferenti, secondo alcune mitologie sposata con Ukko, come Gea era sposa di Urano, e Frigg lo era di Odino, etc.
Straordinariamente anche una primitiva scena del Presepe si presenta magicamente, quando arriviamo a menzionare gli Dèi Minori della Terra, che erano incaricati di governare sulle piante, gli alberi, i raccolti, dove uno dei quali Virokannas, è menzionato sempre nel Kalevala. Si dice che una volta, questo «sacerdote della foresta vestito di verde», abbandonò temporaneamente la sua presenza sui cereali per andare a battezzare il neonato della Vergine Marjatta, incarnando così insieme, sia la figura del Battista, dei Re Magi e del semplice Pastorello!
Vi erano anche le Divinità della Foresta, uno dei quali era Tapio, “l’Amico delle Foreste”, mentre la sua consorte era Mielikki, la “Madre dei Boschi ricca di Miele”, padrona delle valli e delle foreste, detentrice delle chiavi del tesoro di Metsola, dimora del marito, dove viveva insieme anche al figlio Nyyrikki, un giovane alto e maestoso, impegnato a gettare ponti sulle paludi e sui ruscelli aiutando così le mandrie ad attraversare lungo il loro cammino verso i pascoli boschivi. Questo giovane Dio era incaricato anche di marchiare le rocce e gli alberi per guidare gli eroi nelle loro imprese, mentre la sorella Sima-suu (“Bocca di Miele”), suonava il sima-pilli, il magico flauto, anch’esso di miele, guida dei cacciatori più meritevoli.
La Dèa dell’Amore era Sukkamieli (“Amante delle Calze”), ma aveva anche una sua controparte in Lempo, Demone del Male, in quanto consideravano l’amore come una passione incontrollabile, una frenesia, una follia, evocato sovente da un incantatore malvagio in grado di regnare sui sentimenti umani. E infatti, in tutta questa poesia non poteva mancare anche il lato oscuro, impersonificato da Hiisi, il diavolo finnico, chiamato anche Juutas, Piru e appunto Lempo, capo dei Demoni della Foresta. Egli fu messo al mondo da Syöjätär, col cui sputo, come cantato nel Kalevala, aveva creato il Serpente. Estremamente malvagio, crudele, orribile, odioso e assetato di sangue, fu sempre considerato l’autore di tutte le più tremende malattie e disgrazie che affliggono i mortali, ritenuto, così, il responsabile di tutto il Male compiuto sulla Terra.
Poi vi erano anche il Dio del Sonno, Uni, dei Sogni, Untamo, della cura degli occhi, Munu, della medicina, Lemmas, della tintura e della tessitura, Sinettaret e Kankahattaret, delle strade e della cura dei cavalli, Matka-Teppo, dei tesori nascosti, Aarni, compito condiviso anche da un’orribile vecchia divinità di nome Mammelainen, la femmina maligna, che similmente alla Lilith mesopotamica, incarna la matrix serpentis, divitiarum subterranearum custos, «donna maligna, madre del serpente, custode dei tesori sotterranei.»
Ovviamente esisteva anche un culto dei morti, infatti i Finni credevano che gli spiriti rimanessero nelle tombe fino alla completa disintegrazione dei corpi, sui quali presiedeva Kalma (come non notare la somiglianza con il Karma induista), il Dio delle Tombe, con la sua nera e malvagia figlia. Dopo essere stati completamente purificati, venivano poi ammessi al Regno sotterraneo di Manala o Tuonela, solo dopo aver attraversato nove mari e percorso un fiume, simile allo Stige greco, ma in questo caso nero, profondo e violento, pieno di gorghi e impetuose cascate.
Come lo Helheimr[7] della vicina mitologia scandinava, Manala, o Tuonela, era considerato come un Mondo corrispondente a quello Superiore. Seppure il Sole e la Luna visitassero questo luogo, paludi e foreste offrivano rifugio a lupi, orsi, alci, serpenti[8], ma anche salmoni, merluzzi, lucci, ospitati però dalle «acque di Manala nere come il carbone». Tuoni o Mana, il Dio del Mondo Sotterraneo, era rappresentato come un vecchio personaggio, dal cuore duro e spaventoso nell’aspetto, con tre dita dalla punta di ferro su ciascuna mano e con indosso un cappello calcato fino alle spalle.
Similmente all’Ade della Grecia, Tuoni era ritenuto condurre i morti alla loro casa sotterranea, divenendone il loro consulente, custode e governante, e in quanto tale era assistito anche dalla moglie, una vecchia strega, odiosa e orribile, con «deformi dita di rame con le punte di ferro», la testa e i lineamenti distorti, che nel Kalevala viene spesso citata ironicamente hyvää emäntä, la «buona signora»; tra le sue migliori ricette di cucina si dice che c’erano ingredienti come lucertole, vermi, rospi e serpenti. Questa coppia aveva anche un pargoletto, Tuonen Poika, il «dio delle guance rosse», così chiamato a causa del suo carattere sanguinario e della sua costante crudeltà, così come erano ricordate anche tre figlie: la prima, una ragazza piccola e nera, ma estremamente cattiva; la seconda figlia di Tuoni era Loviatar[9], nera e cieca, descritta ancora più maligna e disgustosa della precedente, e che una volta fecondata dal vento dell'est, generò gli Spiriti delle Otto Malattie più temute dall'umanità, come descritto nel XLV runo del Kalevala:

«Fece l'uno Maldipetto,
fece Colica quell'altro,
fu la Gotta il terzo figlio,
diventò la Tisi il quarto,
ebbe il nome il quinto Piaga,
ed il sesto fu la Rogna,
Cancro il settimo figliuolo
e l'ottavo Pestilenza

 (“The River of Tuonela” di Akseli Gallen-Kallela, 1903)

La terza figlia, invece, combinava i malefici e i più ripugnanti attributi delle due sorelle, e veniva rappresentata come la Madre e la Signora delle Malattie impersonali dell’Umanità, infatti i Finni consideravano tutti i disturbi come Spiriti Maligni o Diavoli Parassiti, alcuni senza forma, altri assumenti le forze più odiose, come animali, vermi, acari, o persino di forma umana, etc. Presiedendo al giudizio dei morti, come similmente faceva la dèa Kalī (anch’essa nera) della mitologia indù, dimorava sopra una roccia, chiamata Kipukivi o Kipuvuori, sulla quale erano imprigionati gli Spiriti di tutte le Malattie, macinando i suoi prigionieri con un’enorme ruota (la macina) fino a quando non scappavano per andare a torturare e uccidere i figli degli uomini.
Anche altri Dèi o Dèe erano tenute in grande considerazione, come Tonttu, lo Spirito Benigno della Casa, Para, mitica creatura a tre zampe, i Maahiset, i nani che abitavano sotto ceppi, alberi, sassi, soglie e focolari, che seppure estremamente minuti e invisibili, avevano comunque sembianze umane (seppure siano irritabili e vendicativi, puniscono spesso con ulcere, dermatiti, tigna e brucoli coloro che li escludono dalla preparazione della birra o del pane, punendo anche coloro che entrano in casa senza essersi inchinati ai quattro angoli, prestandogli le dovute attenzioni, o nei confronti di coloro che vivono in case disordinate); i Kirkonväki (il «Popolo delle Chiese») piccoli esseri deformi che si dice vivevano sotto gli altari delle chiese, e che si credeva fossero in grado di aiutare i fedeli sofferenti.
Anche alcuni tipi di animali erano considerati sacri, come l’orso Otso, nato sulle spalle di Otava, nelle regioni del Sole e della Luna, «fu allevato dalla dèa dei boschi in una culla dondolata da bande d'oro tra i rami flessibili dei giovani abeti»; i cani rapidi si dice fossero i figli di Ahava, il vento dell'ovest, e Penitar, una vecchia strega cieca di Sariola, così come similmente i cavalli di Achille, Xanto e Balio, discendevano da Zefiro e dall'arpia Podarge; l’Anatra o l’Aquila, secondo le tradizioni, deposero l’Uovo del Mondo prendendo parte alla Creazione, come di quest’ultima, si dice che Puhuri, il vento del nord, il padre di Pakkanen «gelo», fosse talvolta personificato attraverso le sembianze di un gigantesco rapace; Linnunrata («via degli uccelli») era il nome dato alla Via Lattea, probabilmente a causa di un mito, simile a quello slavo e svedese, in cui assumeva la forma di colombe bianche; il cuculo, invece, è tuttora considerato sacro, e si crede che abbia fecondato la Terra con il proprio canto.
Anche insetti, le api del miele, chiamate mehiläinen, erano particolarmente sacre, come nei miti di molte altre nazioni, così come Ukkon-koira («Cane di Ukko»)[10] era il nome finlandese per la farfalla, considerata un messaggero della Divinità Suprema, come il Cane (Sirio), era il compagno di caccia del gigante Orione (o Osiride e la compagna Iside). E i Giganti? Certamente non si potevano non menzionare, perché erano presenti nella mitologia finnica, distinguendosi per astuzia, ferocia, ma anche bonari mostri, così come lo sarà Soini (un sinonimo di Kullervo), l’eroe di uno degli episodi più tristi del Kalevala, che a soli tre giorni di età strappò le sue fasce a brandelli, e dopo essere stato venduto ad un fabbro della Carelia, gli fu ordinato di accudire un bambino a cui cavò gli occhi, uccidendolo e bruciandone la culla; talmente sordo nel ricevere ordini che dopo che gli fu chiesto, in un’altra occasione, di recintare i campi, costruì una recinzione dalla Terra al Cielo, utilizzando interi alberi di pini, intrecciandone i rami con serpenti velenosi; o dopo avergli richiesto di pascolare le mandrie nel bosco, non solo le sostituì con lupi ed orsi, ma li condusse anche a casa, affinché uccidessero la padrona.
Infine, non potevano mancare anche gli Eroi. I più importanti, Väinämöinen, Ilmarinen e Lemminkäinen, si dice fossero i discendenti della Vergine Celeste, Ilmatar, fecondata dai venti, quando Ilma («Aria»), Luce e Acqua erano le sole esistenze materiali. Similmente, gli Estoni consideravano questi eroi come figli del Grande Spirito, generato prima che la Terra venisse creata, e che risiedeva con il loro Signore Supremo in Jumala. Eppure, per quanto un Finno non sia un Greco, il Kalevala possiede gli stessi meriti di un Iliade, rivendicando il posto tra i poemi epici nazionali più importanti al Mondo, a fianco di quelli ionici, il Māhabhārata in India, la Bibbia, il Libro dei Re e il Canto dei Nibelunghi, etc.
Perché Kalevala significa, appunto «Terra degli Eroi», narrando così i mutevoli contrasti tra i Finni e gli “scuri” Lapponi, come nell’Iliade si scontrarono i Greci e i Troiani, un confronto tra Luce e Tenebre, Bene e Male, dove ovviamente i Finni erano la Luce/Bene e i Lapponi le Tenebre/Male. E come i Nibelunghi, gli eroi finni corteggiarono le fanciulle del nord, nel mentre compivano frequenti incursioni nel paese dei Lapponi per entrare in possesso del loro invidiato tesoro, il misterioso Sampo, che equivalente del Vello d’Oro del mito greco, ricalcava la spedizione ben più famosa degli stessi Argonauti.
Il Kalevala è quindi il poema nazionale finlandese, elevato a tale rango dopo che un personaggio straordinario come il medico e filologo Elias Lönnrot (1802-1884), lo pubblicò per intero in due edizioni (del 1835 e del 1849), collezionando e giustapponendo canti popolari raccolti dallo stesso, e da altri folkloristi, dalla viva voce dei Cantori di Finlandia e Carelia. Composto, nella sua definitiva versione, da cinquanta canti, o runot, per un totale di 22.795 versi, è un poema pressoché unico al Mondo, perché è intriso di poesia, mito, sciamanesimo, pervaso da un profondo senso della natura, di una devozione nei confronti del potere della musica e del canto.
Alcuni antichi cantori come un certo Arhippa Perttunen (come venne chiamato dallo stesso Lönnrot, nella prefazione dell'edizione del 1835), si dice conoscesse a memoria più di mille canti, e seppure la modernità abbia lasciato il passo ad altre necessità quotidiane, il poema è tuttora cantato e conosciuto a memoria da alcuni anziani bardi dell'area dei laghi, in cui il Kalevala è nato e si è diffuso nei secoli. I versi che lo compongono, venivano cantati durante le buie sere invernali, quando i convenuti si sedevano attorno al fuoco, ad ascoltare le gesta dei vari eroi, creatori del mondo e delle loro terre. Il racconto, in metrica, veniva così scandito dal ritmo di un tamburo col bordo di betulla e la pelle di renna, creando un effetto ipnotico, che unito ovviamente al canto dei versi, riproduceva un vero e proprio stato di trance, infondendo ai presenti anche valenze sciamaniche e veicolando contenuti esoterici. 
E i protagonisti erano eroi come maghi, cantori, fabbri, abili nella poesia e meno nelle armi, che non cercavano gloria ma l’amore delle belle fanciulle lapponi, o restavano meravigliati di fronte ai misteri della natura, l’origine delle cose, chiedendosi il perché delle tribolazioni umane, cercando di conoscere sempre più nel profondo il funzionamento della stessa mente umana o la forza della natura. Ed è nel confronto con una forza maligna, che l’eroe, ferito, malato o assalito da una bestia feroce, o un serpente velenoso, raggiunge il suo scopo cantando l’origine della forza assalitrice, perché il pensiero di base è che il Male potrebbe essere eliminato solo conoscendone la sua origine e come sia riuscito ad arrivare fin lì, riassumendo in questo modo tutte le dinamiche dell’intera storia umana. I personaggi principali sono Väinämöinen, l'antico cantore, Ilmarinen, l'eterno fabbro, e Lemminkäinen, l'intrepido mago, concepiti come esseri di origine divina, o comunque esseri sovrumani e magici, come lo sono buona parte dei personaggi che agiscono all’interno del poema.
Persino le protagoniste femminili lo sono, in quanto maghe potenti, celebre ad esempio è la Signora di Pohjola, che fronteggia il potere di tutti gli incantatori di Väinölä messi assieme. In questo senso, la magia è una delle caratteristiche principali e più notevoli del poema, perché le canzoni di Väinämöinen disarmano i suoi avversari, calmano il mare arrabbiato, danno calore al nuovo Sole e alla nuova Luna che suo fratello, Ilmarinen, forgia da metalli magici, così come donerà la vita alla sposa di Ilmarinen, che «l'eterno artista dei metalli» forgia con oro, argento e rame.
Un tempo, quindi, dove la Magia era parte integrante della vita di questi popoli, come quasi sicuramente della primitiva umanità in cui questo poema apparve, perché il Kalevala è estremamente antico, non solo per i miti che esso contiene e che sono confrontabili e sovrapponibili ai tanti altri miti sparsi nel Mondo, ma perché al suo interno non si menzionano le popolazioni ad oggi confinanti della Finlandia come la Russia, la Germania, la Svezia, un’epoca dove i Finni e gli Ungheresi erano ancora fusi in un solo popolo, risalente ad oltre tre/quattro mila anni fa…



[1] Politicamente è una repubblica parlamentare con un governo centrale con sede nella capitale di Helsinki, città che conta un milione di abitanti, e nel quale un terzo del prodotto interno lordo del paese è lì realizzato. Altre grandi città sono Tampere, Turku, Oulu, Jyväskylä, Lahti e Kuopio.
[2] Come il dio germanico Þórr, Ukko brandisce un martello.
[3] Tähti e Otava indicano rispettivamente la Stella Polare e l'Orsa Maggiore, così come le loro divinità.
[4] Ahtolaiset, Atlantide, Aztlan, etc.
[5] Tra i suoi abitanti, si menzionano anche: Allotar («Dèa delle Onde»), Koskenneiti («Fanciulla delle Cascate»), Melatar («Dèa del Timone»), etc.
[6] Il nome "pigmeo" deriva dal greco πυγμαῖος pygmâios ("alto un cubito") che i Greci utilizzavano per riferirsi ad un leggendario popolo di Nani, localizzato a sud dell'Egitto o in India. Ad oggi i Pigmei sono un gruppo etnico diffuso in gran parte dell'Africa equatoriale, sono di bassa statura (inferiore ai 150 cm) e caratterizzati da pelle scura (o color rame?), capelli crespi, naso schiacciato e cranio brachimorfo.
[7] Nella mitologia norrena, il Regno di Hel, era uno dei Nove Mondi della cosmologia scandinava, la dimora dei morti. Dimora della regina dei morti Hel, e dalla quale prende il nome, era conosciuto anche come Helheimr (appunto "Regno, mondo, patria di Hel"). Si dice che la regina avesse un aspetto raccapricciante, dal colorito parzialmente cadaverico, e abitava in un palazzo privo di qualunque agio, circondata da un mondo descritto come una landa oscura, gelata, sferzata dal vento e dalla pioggia, popolato di ombre di persone morte che si erano macchiate di gravi colpe (tradimenti, assassinii), o di anime di coloro che erano morti senza gloria o per malattia.
[8] Tra i Serpenti si ricorda il Verme di Tuoni, che si dice avesse preso i denti dai semi dei campi e dei boschi della Terra dei Morti.
[9] Per le sue capacità è assimilabile al mito greco di Pandora, ma anche al biblico Leviatano (livyatan o liwyāṯān, sempre col senso di "contorto, malvagio, avvolto"), creatura mostruosa e temibile presente in diversi contesti culturali. Si tratta di un terribile mostro marino dalla leggendaria forza presentato nell'Antico Testamento, seppure non compare mai con questo nome. La citazione più importante è nel Libro di Giobbe: «Fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso di unguenti. Nessuno sulla Terra è pari a lui, fatto per non aver paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è il Re su tutte le bestie più superbe.» (Giobbe 40:25-32, 41:1-26). Allegoricamente rappresentava il Caos Primordiale e la potenza priva di controllo.
[10] Interessante osservare che i Bretoni chiamano le farfalle «Piume dalle ali di Dio.»

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 12, 12.1 - I Miti degli abitanti delle paludi della Finlandia

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