"Breve panoramica sui Nativi del Nord America" di Federico Bellini


«Un tempo il Sole appariva solo per un attimo: spuntava ad oriente e subito dopo spariva, senza fare un giro completo. Un fratello e una sorella che vivevano da soli nella foresta, procurandosi il cibo con la caccia e la pesca, temevano che, riscaldando la terra per un tempo troppo breve, le forme di vita, raffreddandosi, sarebbero andate tutte incontro alla morte. Essi erano degli abilissimi cacciatori, e decisero di costringere il Sole a compiere l'intero suo giro. Al mattino la sorella si recò nella foresta e legò tra le cime degli alberi alti lacci, molto più lunghi e resistenti. Quando ritornò nel bosco a controllare la sua trappola vide sulla cima di un abete la figura tonda del Sole che, preso al laccio, stava per soffocare, senza riuscire a liberarsi. Avvertì subito il fratello e, insieme, accorsero per impadronirsi del Sole intrappolato. Ma il Sole, temendo per la sua vita, li supplicò promettendo che, se lo avessero lasciato libero, ogni giorno avrebbe prolungato la sua corsa, diffondendo luce e vita sulla Terra. I due lo lasciarono andare e da allora il Sole compie nel Cielo il suo intero giro e risplende a lungo.» (La Leggenda del Sole, Nativi Americani)

Il 5 aprile del 1909 uscì in prima pagina su di un giornale americano, una singolare storia che descriveva una spedizione archeologica nel cuore del Grand Canyon, finanziata nientemeno che dalla Smithsonian Institution, e che aveva portato alla scoperta di insoliti reperti. Seppure il prestigioso istituto religioso americano abbia sempre smentito tale coinvolgimento, negando di avere documentazione o reperti di quell’impresa, si fecero comunque largo delle dichiarazioni e ulteriori speculazioni sul caso nel corso degli anni successivi. Uno dei protagonisti di questa impresa fu l’esploratore ed avventuriero G.E. Kincaid, personaggio ancora oggi in buona parte enigmatico e che a più riprese rivelò di aver individuato una “grande cittadella sotterranea” nel Grand Canyon, scavata da un’antica razza di origine orientale, forse proveniente dall’Egitto, un complesso, quindi consistente in una serie di gallerie e passaggi, con una camera a croce vicino all’ingresso contenente una statua.

«L’idolo somiglia a Buddha, anche se gli scienziati non sono certi sul culto religioso al quale possa riferirsi. Prendendo in considerazione tutto ciò che finora ho trovato, è possibile che questo culto somigli da vicino a quello dell’antico popolo del Tibet. - Egli inoltre sosteneva d’aver trovato uno sconosciuto metallo grigio, simile al platino, come pure piccole teste scolpite, sparse sul pavimento, mentre in un’altra stanza aveva trovato persino delle mummie - “Alcune delle mummie sono coperte di fango, e tutte sono avvolte in un involucro di corteccia.”» (Dall’articolo su G.E. Kincaid)

La caverna, quasi inaccessibile, fu rinvenuta a 1486 piedi verso il basso, su di una parete del Gran Canyon, in un’area del governo dove non è consentita alcuna visita da parte della popolazione, se non a personale specializzato. L’avventuriero racconta che stava viaggiando verso il basso Colorado in barca, alla ricerca di minerali, quando a circa quarantadue miglia lungo il fiume, El Tovar Crystal, notò sulla parete orientale delle macchie nella formazione sedimentaria a circa 2000 piedi sopra il letto del fiume. Non presente alcun sentiero, decise comunque di salire finché non giunse su di una piattaforma naturale, non visibile dal fiume, dal quale poté accedere alla grotta.
Dei gradini conducevano da questo ingresso, a circa trenta metri di distanza, sino a ciò che era stato il livello del fiume, nel momento in cui la grotta fu abitata. Notò segni di scalpello sulla parete vicino l’entrata, poi decise di addentrarsi decine di metri lungo il passaggio principale sino ad arrivare ad una cripta, dove trovò delle mummie. Ne mise alcune in posizione per fotografarle, raccolse degli oggetti che portò poi a Yuma, e dove furono poi spedite a Washington per essere esaminate.

«Ad una trentina di metri dall’ingresso c’è la sala d’incrocio, lunga diverse centinaia di piedi, in cui si trova l’idolo, o immagine, del Dio di quella gente, seduto a gambe incrociate, con un fiore di loto o giglio in ogni mano. L’aspetto del viso è orientale, come le decorazioni incise in questa caverna. L’idolo assomiglia al Buddha, anche se gli scienziati non sono certi per quanto riguarda il culto religioso, che esso rappresenta. Prendendo in considerazione tutto ciò che finora si è trovato, è possibile che questo culto assomigli a quello dell’antico popolo del Tibet. Intorno all’idolo vi sono immagini più piccole, alcune molto belle in forma, altre col collo storto e forme distorte, simboliche, probabilmente, del Bene e del Male. Ci sono due grandi cactus con bracci sporgenti, uno su ciascun lato del palco su cui questa divinità campeggia. Tutto questo è scavato nella viva roccia, simile al marmo.» (Dall’articolo su G.E. Kincaid)

Un Buddha nel Gran Canyon, una singolare scoperta, sempre se sia vera. Sappiamo per certo che la prima cultura ad occupare quella vallata fu quella degli Anasazi, i quali arrivarono nella regione attorno al 500 d.C. Verso l’anno 1000, la loro cultura era talmente avanzata che avevano iniziato a sviluppare un proprio stile distintivo di ceramica, con raffinati metodi di produzione agricola, nonché una singolare forma di dimora conosciuta come “Pueblo”. Il sito, infatti, è vicino ad un centro dei Navajo, uno dei popoli discendenti dagli Anasazi (che tra l’altro significa “Antichi”), come non è un caso che nel Canyon de Chelly si trovi anche la cosiddetta Mummy Cave, l’ultimo sito noto occupato dagli Anasazi nella zona. Gli Anasazi furono un popolo nativo del Nord America e che ha prosperato tra il VII e la fine del XIV secolo d.C., mentre oggi si preferisce chiamarli Popoli o Pueblo Ancestrali. Secondo alcuni studi condotti dall’astro-archeologo italiano Giulio Magli: «Gli Anasazi sono gli antenati degli odierni nativi americani Hopi/Zuni, tribù che vivono oggi lungo il Rio Grande, nel Nuovo Messico e l'Arizona.» Tracce archeologiche di questa cultura si ritrovano però più indietro nel tempo, attorno al 1500 a.C., seppure fiorì secoli più tardi, in una zona che corrisponde oggi al confine tra gli stati: Utah, Colorado, Arizona e Nuovo Messico. Riuscirono a costruire un'economia florida basata sulla caccia e su un'efficiente pianificazione agricola, nonché a vivere in villaggi caratterizzati spesso da un’architettura monumentale. Nel 1250 d.C. molti villaggi vennero abbandonati e altri furono costruiti in posizioni più difficilmente raggiungibili, quasi sicuramente a seguito di una minaccia ancora oggi del tutto sconosciuta. Privi di scrittura, gli unici loro resti sono delle cronache che ci consegnano grandi edifici, come il sito archeologico di Sand Canyon, con una struttura di 420 stanze, e che fu realizzato, abitato ed abbandonato nell'arco di soli cinquant'anni, intorno al 1200.

«Un gran magazzino non è ancora stato esplorato, in quanto si trova a dodici piedi d’altezza e può essere raggiunto solo da sopra. Due ganci di rame pendono sul bordo, il che indica che una sorta di scaletta era collegata. Questi granai sono arrotondati, e i materiali di cui sono costruiti, a mio avviso, sono fatti con cemento molto duro. Un metallo grigio si trova anche in questa caverna, un puzzle per gli scienziati, perché la sua identità non è stata stabilita. Somiglia al platino. Sparsi qua e là sul pavimento, ovunque, ci sono ciò che la gente chiama "occhi di gatto", una pietra gialla di non grande valore. Ognuna è incisa con una testa del tipo malese. Su tutte le urne, su pareti o porte, e tavole di pietra, sono state trovate immagini di misteriosi geroglifici. Le incisioni sulle tavole, probabilmente, hanno qualcosa a che fare con la religione di quella gente. Geroglifici simili sono stati trovati in Arizona meridionale. Tra i graffiti pittorici, si trovano solo due animali. Uno è di tipo preistorico.» (Dall’articolo su G.E. Kincaid)

Furono rinvenute in una delle camere più grandi, altre mummie, su diversi livelli all’interno di piattaforme scavate nella roccia. Alla testa di ciascuna vi si trovava anche un piccolo banco con tazze di rame e pezzi di spade rotte ed altre oggetti, mentre alcune mummie furono rinvenute ricoperte di fango o all’interno di involucri di corteccia. Essendo in buona parte di sesso maschile, ipotizzarono che si potesse trattare di una sorta di caserma di non meglio specificati guerrieri; un ulteriore stanza portò alla luce quella che doveva essere una sala da pranzo, con vari utensili da cucina.

«C’è una camera di passaggio priva d’aerazione, e quando ci siamo avvicinati siamo rimasti colpiti da un odore mortale, terribile, come una puzza di serpenti. La luce che avevamo a nostra disposizione non riusciva a penetrare nel buio, e non sappiamo ciò che la camera possa contenere. Alcuni dicono serpenti, ma altri rifiutano quest’idea e penso che possa contenere un mortale gas o sostanze chimiche utilizzate dagli antichi. Non si sentivano suoni, ma solo l’odore di serpenti. L’intero sotterraneo fa tremare i nervi. La tristezza vi pesa sulle spalle, e oltre le nostre torce e candele c’erano solo le tenebre più nere. L’immaginazione può sbizzarrirsi in congetture e sogni, per ripercorrere e ricostruire i secoli che sono trascorsi.» (Dall’articolo su G.E. Kincaid)

Che sia tutto vero o meno è singolare che in quegli stessi anni, l’allora presidente USA, Theodore Roosevelt, incluse, guarda caso, proprio il Grand Canyon all'interno di una National Forest, con la chiusura dell’attività mineraria o di qualsiasi attività di prospezione. Ancora oggi, il Grand Canyon, presenta molte buche e grotte, la maggior parte delle quali sono state scoperte da escursionisti anche in anni recenti.

«In una bella serata estiva, tanto tempo fa, in cielo splendeva una sottile falce di Luna che si affacciava fra le nuvole. Un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava senza sosta. I suoi ululati erano lunghi, ripetuti e disperati. La Luna, la regina d’argento della notte, ne fu infastidita e gli chiese perché si lamentasse tanto. Il lupo rispose che aveva perso uno dei suoi cuccioli e che ormai disperava di trovarlo. La regina della notte, dispiaciuta e desiderosa di aiutarlo, pensò di illuminare tutta la montagna per far sì che il lupacchiotto trovasse la via del ritorno. Così si gonfiò tanto da diventare un disco grande e luminoso. A quel punto il lupo ritrovò il suo cucciolo, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Lo afferrò in tempo, lo strinse forte, lo rincuorò e ringraziò infinitamente la Luna. Poi se ne andò col figlioletto, allontanandosi tra la vegetazione. Le fate dei boschi, commosse, decisero di fare un bellissimo regalo: una volta al mese la Luna sarebbe diventata un globo di luce grande e luminoso, visibile a tutti, in modo che ogni cucciolo del Mondo potesse ammirarla in tutto il suo splendore. Da allora, una volta al mese i lupi ululano festosi alla Luna piena.» (La Leggenda della Luna Piena, Nativi Americani)

Anche tra i Pellerossa non mancano storie e leggende tramandate da secoli, dove si descrivono chiaramente incontri con diversi Esseri venuti dal Cielo, di viaggi nello spazio e tra le Stelle, di misteriosi luoghi, simboli, etc. E se mentre la Civiltà cosiddetta Moderna, - la nostra -, ha riscoperto pienamente il fenomeno U.F.O. solo negli ultimi decenni, ponendosi domande infinite su tale mistero, i Nativi Americani, per contro, hanno da sempre avuto dimestichezza con tutte queste variegate “stranezze”, tanto da risultare, in molti casi, come parti integranti della loro complessa cultura.
I Nativi, del resto, sono ancora lì, nelle riserve dove la Civiltà li ha rinchiusi, privandoli di tutto il loro orgoglio indomito, della loro stessa identità, cercando di integrarli in quella stessa società che ha tentato in ogni modo di annientarli, una società che seppure non riconoscono come tale, ne hanno preso le peggiori abitudini, avendo riversato nelle riserve un alto tasso di povertà, di consumo di alcol, droghe, etc. Il fiero popolo che un tempo fu la Nazione Rossa, oggi è solo l’ombra di sé stessa, ma non si è ancora estinta, perché sotto continua a covare il proprio fuoco tra le ceneri ancora ardenti.
I più anziani, conoscono ancora oggi storie antiche che potrebbero possedere molte delle risposte che cerchiamo sulle origini della Terra, dell’Uomo, persino degli stessi Dèi, o di quelli che da sempre abbiamo considerato come tali. Vari studiosi delle tradizioni nativo-americane hanno trovato, analogamente ad altre culture sparse nel Mondo, leggende di Esseri Stellari che in un tempo remoto, avrebbero dato a quei popoli conoscenze, tecniche e saggezza, risollevandolo dal loro stato di vita primitiva e selvaggia, elevandoli alla condizione di “Umanità”. Tra gli indiani Hopi, gli Apaches e i Cherokee, fortunatamente, resiste ancora oggi la conoscenza di storie antiche di questi "Dèi venuti dal Cielo" e che avrebbero portato le leggi, le loro esperienze, il loro aiuto, ma che una volta ritornati al "Cielo" sarebbero rimasti in "Contatto" con i ministri del culto delle tribù.
Gli indiani Hopi, una tribù del Nuovo Messico, raffigurano con dei feticci il popolo dei "Katchinas", i "Maestri della Stella Blu", divinità a cui sono legati fenomeni naturali e mistici. Gli Hopi, indiani di ceppo etnico Maya, affermano che i Katchinas sono i loro civilizzatori, i maestri venuti dalle Stelle in un tempo remoto per donare la Civiltà attraverso messaggi che sono tuttora riscontrabili nei canti e nelle danze sacre.
Questi “Stranieri” discesero sulla Terra in quello che i Pellerossa chiamano “Il Tempo della Creazione”, e l’essere che si manifestò a loro come la rappresentante dei "Katchinas", in diversi momenti storici, fu chiamata "Donna Bisonte Bianco". Ella comparve in epoca remota per istruire il popolo scelto attraverso un sapere di tipo cosmico, intuibile all'interno dei rituali classici delle loro credenze e che ne ha plasmato il modello di vita, abitativo e religioso; l'utilizzo dell'abito bianco nelle cerimonie è dovuto proprio alla tradizione che si lega a questa figura.
Questo culto, tra l’altro, esiste in tutti i diversi ceppi linguistici degli indiani Hopi: Taroan, Keresan, Zuni e Uto Aztecan. Questa figura, una volta in procinto di ripartire, avrebbe promesso di ritornare prima del "cambiamento" che gli Hopi ancora oggi attendono, adorando nel frattempo, una pietra conosciuta come "Pietra della Profezia" (in base a quanto affermano gli Hopi, questa pietra venne portata personalmente dai "Maestri delle Stelle" alla loro Tribù), in cui sono state incise all'alba dei tempi le diverse epoche storiche e gli avvenimenti futuri che avrebbero interessato l'umanità.[1] Anche l'utilizzo delle penne nei costumi indiani sarebbe legato ad un culto di origine "stellare", infatti le tradizioni Hopi affermano che queste usanze provenivano dalle Stelle e furono iniziate con la razza degli Akhu, gli "Uomini Uccello", i portatori del fuoco, tanto che nei costumi indossati nelle danze rituali, gli Hopi indossano sempre due dischi dietro la schiena.

«In origine il Sole aveva un aiutante, che si chiamava Napi. Un giorno, dopo aver terminato il suo lavoro, Napi trovò un grosso pezzo di argilla e cominciò a lavorarla per trarne fuori qualcosa. Era un bravo artigiano e riuscì a realizzare la prima figurina, con una bella forma simmetrica; successivamente ne realizzò delle altre e così realizzò le figurine di tutti gli animali della Terra. Appena ne aveva completata una, vi soffiava sopra, le dava un nome e una destinazione. La figurina si animava e cominciava a popolare la Terra. Con l’ultima rimanenza di argilla realizzò una figura nuova; la chiamò Uomo e lo mandò a vivere con i lupi. Gli animali si lamentarono perché non riuscivano ad adattarsi all’ambiente loro assegnato, perciò Napi assegnò a ciascuno l’habitat ideale. Tutti gli animali furono soddisfatti, tranne l’Uomo, che vaga ancora alla ricerca di un luogo che possa soddisfarlo.» (La Leggenda della Creazione degli Animali[2], Nativi Americani)

Conosciuto anche come Pueblo, nome dato loro dagli spagnoli durante la conquista del nuovo continente, celebrano abitualmente una cerimonia chiamata "Oku Shadei", ovvero la "Festa della Danza della Tartaruga", esistente anche nel ceppo Sioux, una delle danze più sacre che viene svolta ogni solstizio d'inverno. Il canto che accompagna il ballo parla di due Katchinas vestiti di bianco, che vennero per portare insegnamenti a bordo di un'enorme tartaruga. La tartaruga è considerata un animale sacro, proprio perché legata ad un culto ancestrale che si rifà al mezzo attraverso il quale, i Katchinas, si manifestarono agli indiani.
L’accostamento tra l’enorme tartaruga sacra ed un oggetto volante è quanto mai evidente, inoltre, l'adorazione della tartaruga Hopi è riscontrabile anche in altre culture, quasi sicuramente contattate dagli stessi esseri. Monumenti con raffigurazioni della tartaruga si trovano ancora una volta in Messico, a Uxmal, dove la Casa della Tartaruga è stata decorata con pitture raffiguranti quest'animale, e a Chichén Itzà, dove era considerata animale sacro e quindi "totemico". Anche Itzamma, il dio principale della cultura degli Itzà, in Messico, è raffigurato in un bassorilievo che lo mostra emergere da un guscio di tartaruga. Un’altra leggenda presente in vari ceppi degli Indiani d'America è quella dell'Uccello del Tuono.

«Molto tempo fa, due cacciatori che risalivano un fiume durante una battuta di caccia, giunsero al lago situato in cima al monte. Fattosi scuro, si apprestarono ad affrontare la notte, coprendosi di fogliame per non sentire freddo. Ma mentre dormivano, un rumore assordante che sembrava venire dal lago, li svegliò. Si voltarono e videro al di sotto del livello delle acque un enorme uccello che sembrava avvicinarsi alla superficie. Una volta affiorato, i due cacciatori osservarono una folgore uscire dal becco e un impetuoso tuono scuotere la terra mentre questi sembrava spiegare le ali. Prendeva sempre più quota, generando fulmini tutt'intorno seguiti da urla tonanti, poi, all'improvviso, si immerse nuovamente. Il frastuono dei tuoni e le folgori furono avvertiti per qualche tempo, sin quando non rimase che un ribollire delle acque in superficie

Appare evidente che questo Uccello del Tuono potesse essere qualcosa di tecnologico, inoltre, sono legati ai suoi voli nel Cielo anche alcuni personaggi, tra cui spicca la figura di Wakon (da Wako o Wakan che significa “sacro”). Questi scese tra gli uomini alla testa di una moltitudine di Uccelli del Tuono, mentre in altre culture è raffigurato a bordo di una tartaruga, ma a questo punto, sia l'Uccello del Tuono che la Tartaruga Sacra potrebbero essere il ricordo distorto dello stesso oggetto volante da cui discesero esseri celesti, e chiamati, in base ai ceppi linguistici, Katchina o Wakon.
La stessa figura di Wakon, inoltre, è riscontrabile anche altrove: gli indios Waikano (il loro stesso nome è ben eloquente) del Mato Grosso, adorano anch'essi un dio "Wako", venuto dalla Terra oltre l'orizzonte, si racconta, risalendo il Rio delle Amazzoni con una flotta di canoe rotonde simili a gusci di tartaruga. Similmente nelle Antille, la tribù dei Karibi adora il "Grande Wako" che, vestito di un lungo abito bianco e dotato di poteri sovrannaturali (come il Viracocha degli Incas), arrivò a bordo di strani veicoli che si dice potevano volare nel Cielo

Per i Nativi Americani il moderno fenomeno degli U.F.O. non stupisce più di tanto la loro immaginazione, perché sin dalle loro origini sono stati abituati ad affrontarlo, a quanto pare, nel proprio quotidiano. Quei magici scudi volanti, chiamati sovente, paatuwvota, esistevano già in una precedente epoca, distrutta poi da un Colossale Diluvio, in un periodo dove furono costruite grandi città e rotte commerciali. Lo Scudo Volante, era non di rado associato anche a Sotuknang, il Dio del Cielo, e al riguardo una leggenda narrava che una devastante alluvione distrusse Palatkwapi, la “Città Rossa del Sud”, forse situata nel paese dalla roccia rossa presso Sedona, in Arizona.
In questa singolare storia, Tiwahongva e sua sorella Tawiayisnima, i quali erano stati dimenticati nel caos e abbandonati dai loro genitori in fuga, partirono in viaggio per ritrovarli, ma scesa la sera decisero di accamparsi e mentre stavano accingendosi alla cena, sentirono un gran boato sulle loro teste, tanto che i bambini si spaventarono. Il fratello strinse sua sorella al petto mentre una fantastica figura discese dal cielo, indossando un costume che scintillava, nel mentre la sua testa e il viso brillavano come una stella.
Questo strano personaggio disse loro di non avere paura, che si chiamava Sotuknang, e che colpito dalla loro situazione, era disceso per aiutarli. Li invitò quindi a salire sul suo paatuwvota per proseguire insieme il viaggio. A “bordo”, i due bambini affamati furono nutriti nel mentre potevano vedere a molte miglia di distanza, e li rincuorò che dovevano avere fiducia in lui e dei suoi insegnamenti, e che una volta lasciati, avrebbero comunicato attraverso i sogni. Alla fine, atterrò a poca distanza dal paese in cui i loro genitori si erano messi in salvo, li salutò e volò nuovamente tra le nuvole dalla quale era venuto, mentre il fratello e la sorella si avviarono verso il villaggio dove poi si ricongiunsero con i propri genitori. Poiché gli Hopi non avevano certamente oggetti che all’epoca potessero volare, diedero a quello strano oggetto un nome che potesse accostarsi ad un loro strumento, e proprio per la sua forma, gli dettero lo stesso nome dello scudo dei propri guerrieri, il tuwvota.

«Sulla seconda Mesa vicino a Mishongnovi un antico petroglifo raffigura un oggetto a forma di cupola, che poggia su una freccia che rappresenta il viaggio attraverso lo spazio, e la testa di una fanciulla Hopi che rappresenta la purezza incontaminata. Poiché gli Hopi credevano che altri pianeti fossero abitati, questo petroglifo rappresenta un paatuwvota o ’scudo volante’ simile ad un ‘disco volante’ che è venuto qui all’inizio. Così alla fine gli esseri sacri arriveranno da un altro pianeta, che dicono essere Venere, su dischi volanti. Molti tradizionalisti Hopi hanno recentemente segnalato di vedere dischi volanti, tutti pilotati da esseri che chiamano Kachina.» (Mexico Mystique, di Frank Waters)

I Kachina, comunque, non sono propriamente degli Dèi, ma degli Spiriti che hanno la funzione di essere dei mediatori eterici tra Dio e gli Uomini, e in quanto tali possono assumere ogni tipologia di forma: animale, vegetale, astrale, mitologica, totemica, etc. Tra la primavera e l’estate, gli Hopi compiono una serie di cerimonie e balli, mascherati come i Kachina, per attirare le piogge e il benessere sull’intera tribù. Ma come similmente viene raccontato nella Bibbia, in Genesi 6:1-4, anche i Kachina si sono talvolta accoppiati con le donne Hopi, come similmente fecero gli Angeli Ribelli o Caduti, generando poi dei figli ibridi.
Una leggenda, sempre Hopi, narra persino di una ragazza terrestre della tribù che, data in sposa al suo “bel marito” Kana Kachina, lo accompagnò nella sua dimora su di uno scudo volante, nel mentre, levandosi da terra, questo oggetto emetteva lampi e fulmini, e si sentiva un frastornante rombo di tuono. La loro presenza, rispetto ad altri miti, era però fisica e tangibile, e sentita o percepita direttamente su un livello materiale. Col passare del tempo, però, la corruzione sociale e religiosa, costrinse questo “Popolo del Cielo” ad abbandonare quei territori americani, e da quel momento, i Kachina decisero di apparire solo attraverso la forma di Spiriti

«Il figlio del Sole decise di uccidere quattro streghe: Freddo, Fame, Povertà e Morte, perché senza di loro l’Umanità sarebbe vissuta sempre felice. Incontrò la prima, che si chiamava Freddo. Lei gli disse che, se l’avesse uccisa, tutti gli uomini avrebbero sofferto il caldo e le piante si sarebbero tutte seccate. Allora il figlio del Sole decise di risparmiarla. Incontrò la seconda, la Fame, la quale gli disse che, se fosse morta, la gente si sarebbe ammalata per l’eccessiva nutrizione. La risparmiò e si mise alla ricerca delle altre due. Incontrò la Povertà, la quale gli disse che non voleva più vivere, perché era infelice, ma lo ammonì sul pericolo di dare troppo benessere alle persone, che avrebbero provato, assieme alla ricchezza e al benessere, anche la noia. Fu costretto a non ucciderla per evitare questi pericoli. Infine, incontrò la Morte, la quale gli disse che, senza di lei, la gente non sarebbe mai morta, ma che sulla terra ci sarebbero stati solo i vecchi. Il figlio del Sole risparmiò anche lei e, ritornato dai suoi compagni, spiegò a tutti la verità delle cose.» (La Leggenda delle Quattro Streghe, Nativi Americani)

Una storia simile al mito della greca Pandora, a dimostrazione di come una volta la base di queste storie sia comune e antichissima per tutti, ma che poi essendosi sviluppate in ambienti geograficamente lontani, anche nel tempo, si sono arricchite di varianti di non poco conto. Sempre tra gli indiani, questa volta tra i Navaho, sono ben presenti ulteriori leggende e ancestrali culti relativi al contatto con questi Esseri provenienti dal Cielo. Si racconta che in California, la celebre Death Valley (la Valle della Morte), fosse chiamata dai Navaho con il termine Tomesha, la Terra Fiammeggiante. Secondo i loro racconti è abitata nel sottosuolo da tempi immemorabili, e i suoi abitanti, gli Hav-Musuvs, sono capaci di viaggiare a bordo di canoe volanti simili alle aquile. Anche questi Hav-Musuvs indossano abiti bianchi e possiedono strane armature che generano una sensazione “tremenda” come una pioggia di spine di cactus. I Navaho sono convinti che ancora abitino in quei luoghi e che a volte si lascino mostrare nel Cielo, venendo scambiati per i moderni U.F.O.
Anche tra i Cherokee ci sono molte leggende che descrivono di contatti tra Entità sovrannaturali ed Umani, dove in molte storie, mentre tra i miti degli Irochesi, si racconta che il Dio Creatore fece uscire dal mare la Terra, ma all’epoca era tutto buio e gli animali si accorsero che non era possibile in quelle condizioni, perciò la Tartaruga organizzò un’assemblea per valutare la situazione e, dopo varie discussioni, tutti furono d’accordo che era necessario sistemare una grande luce nel Cielo, affinché la Terra fosse adeguatamente illuminata. Come non ravvisare in questo mito quello giapponese di Amaterasu, che si rintanò nella caverna e che fece piombare la Terra nel buio più completo, costringendo gli 80.000 Dèi della Galassia a trovare una soluzione?


«Un tempo c’era una giovane molto bella. Era rimasta orfana da molti anni e viveva col padre, Sette fratelli e una sorellina. Tanti giovani volevano sposarla, ma lei li respingeva tutti. Aveva un orso come amante e lo incontrava di nascosto quando i fratelli andavano a caccia col padre; in questi casi andava a far legna nel bosco, lasciando la sorellina sola in casa. Quando la sorellina crebbe notò che la sorella impiegava troppo tempo a prendere la legna, così un giorno la seguì e scoprì che era l’amante dell’orso. Corse a casa velocemente e raccontò al padre ciò che aveva visto. Il padre capì che era quella la ragione per cui la figlia maggiore non si voleva sposare; chiese aiuto a tutti i cacciatori e andò con loro nel bosco a uccidere l’orso. I cacciatori trovarono l'orso e lo uccisero. La giovane andò su tutte le furie; con la carne dell’orso morto, acquistò il potere di trasformarsi in orso, si recò nel villaggio e uccise tutti gli abitanti, poi riprese il suo aspetto normale. La sorellina raccontò tutto ai fratelli, essi ebbero timore che la sorella potesse ucciderle anche loro, e decisero di andarsene e partirono il più velocemente possibile. La sorella maggiore, allora, si trasformò in un'orsa per inseguirli. Stava per raggiungerli quando uno dei ragazzi prese un po' d'acqua e la spruzzò tutt'intorno, e immediatamente si formò un grande lago fra loro e l’orsa. I bambini si misero a correre mentre l'orsa li seguiva; furono raggiunti, ma uno di loro gettò per terra un aculeo di istrice, che si trasformò in un grande bosco folto d'alberi; ma l'orsa riuscì a superarlo e li raggiunse. Questa volta salirono tutti su un albero alto. L’orsa prese un bastone, lo tirò sull'albero e fece cadere quattro fratelli, che morirono. Un uccellino, che volava intorno all'albero, gridò ai bambini: "Colpitela alla testa!" Allora uno dei ragazzi lanciò una freccia alla testa dell'orsa, che cadde a terra morta. Poi scesero dall'albero. Il fratellino prese una freccia, la lanciò dritta nell'aria e, quando cadde, uno dei fratelli morti tornò in vita. Egli ripeté il lancio finché tutti resuscitarono. Alla fine, discussero fra loro: ormai erano soli al mondo; la loro gente era morta e non sapevano dove andare a vivere. Alla fine, decisero che avrebbero preferito vivere in Cielo. Chiusero gli occhi e iniziarono a salire. Sono rimasti per sempre lassù, dove brillano di notte. Il fratellino è la Stella Polare, i sei fratelli e la sorellina formano l'Orsa Maggiore. Tutti i fratelli sono disposti a seconda dell'età, cominciando dal più grande. Così sono nate le Sette Stelle dell'Orsa Maggiore.» (La Leggenda delle Sette Stelle, Piedi Neri, Nativi Americani)

Una leggenda straordinaria che fonde non solo le storie sui Sette Rishi che provenivano dal Grande Carro, ma anche tante altre vicende diventate famose nel Cinema, da Sette Spose per Sette Fratelli, I Sette Samurai, I Magnifici Sette, come già abbiamo affrontato nei precedenti capitoli, dimostrando una comunanza di fondo in miti così lontani nel tempo, ma in grado ancora oggi di raccontarci profonde ed imperiture verità celate. Una leggenda Abenaki narra la singolarissima storia del capo M'Sartto (Stella del Mattino) e di suo figlio, un ragazzo spigliato e indomito che lo preoccupava molto perché si allontanava spesso dalla tribù, scomparendo per giorni, viaggiando verso nord, e senza mai dare spiegazioni al ritorno.
Un giorno il padre si rese conto che era arrivato il momento di vederci chiaro e decise di seguirlo, percorse, perciò tutte le sue tracce a lungo sino a quando preso dalla stanchezza, chiuse gli occhi e quando li riaprì si ritrovò in un posto sconosciuto senza Sole, Luna o Stelle, avvolto da una luce soffusa e sinistra. Attorno a lui si erano radunati, nel frattempo, molti Esseri, diversi da lui e dalla sua gente e con i quali inizialmente non riusciva a comunicare perché parlavano una lingua sconosciuta. Finalmente, dopo qualche giorno “un vecchio” comunicò a M'Sartto nella sua lingua e gli disse che si trovava nel paese delle "Luci Settentrionali, Wa-ba-ban", e che lui era l'unico dal "paese inferiore" a capire la sua lingua. Parlarono a lungo e scoprirono che avevano seguito la stessa strada per arrivare sin lì, che attraverso la Pista degli Spiriti, ovvero la Via Lattea, chiamata nella loro lingua "Ket à gus wowt", erano riusciti a raggiungere quel regno celeste.
Ad un certo punto gli rivelò che il capo di “Wa ba ban” lo avrebbe aiutato a ritornare a casa, ma lui insistette per ritrovare suo figlio, a quel punto “il vecchio” parlò con le autorità perché tale desiderio si potesse esaudire. Il “Capo delle Luci Settentrionali” radunò, quindi, l’intero suo popolo per salutarli e li rimandò a casa, e ripercorrendo la Via Lattea a ritroso, ritornarono nel proprio villaggio sulla Terra. Anche i Lakota narravano di avere incontrato una bella donna vestita con una pelle bianca di bufalo e che portava sulle spalle uno strano “fagotto”. Diceva di provenire dalle profondità del Cielo ed era arrivata sulla Terra per insegnare loro l’agricoltura ed altre utili tecnologie e conoscenze, mentre è tra i Chippewa che abbiamo persino una delle prime testimonianze di un Crop Circle ante litteram, essendo un fenomeno poi non raro, dato che già i Nativi lo avevano denominato “Cerchio degli Spiriti”. Nota è la storia del cacciatore di nome Algon, che sul sentiero si imbatté in un circolo che sembrava pestato da molti piedi, malgrado al di fuori di esso non ci fossero impronte.

«Un giorno in un bosco alcuni arbusti secchi presero fuoco; le fiamme si innalzarono rapidamente, estendendosi dappertutto. La tribù si chiese come combattere quell’incendio e uno di loro propose di cercare l’Uomo del Ghiaccio, che viveva in una terra lontana del Nord. Furono inviati alcuni di loro per cercarlo e condurlo sul luogo. Quando lo raggiunsero, videro un uomo molto vecchio, con i lunghi capelli bianchi legati in trecce. Appena seppe qual era il problema, si sciolse le trecce e si batté i capelli tra le due mani. Subito si sollevò un gran vento; batté nuovamente i capelli tra le mani e scese la pioggia, rifece il gesto per la terza volta. Dal cielo caddero prima la grandine e poi fiocchi di neve. Disse loro di avviarsi, promettendo che li avrebbe raggiunti l’indomani. Tornati al loro paese, portarono la speranza ai loro compagni spaventati da quell’incendio indomabile. Il giorno dopo si alzò il vento e capirono che l’Uomo del Ghiaccio stava arrivando. Il vento sollevò ancora di più le fiamme; scese la pioggia, ma non bastò a spegnere l’incendio; caddero prima la grandine e poi la neve e l’incendio si spense. Al posto della radura incendiata ora c’era un grande lago.» (La Leggenda dell’Uomo di Ghiaccio, Nativi Americani)

Prima dell’arrivo degli europei, in America del Nord esistevano centinaia di tribù, clan e popoli dalle credenze e dai costumi più svariati, e se anche culture erano molto diverse tra di loro, le accomunava però una spiritualità intrisa di naturismo e animismo. Credevano, infatti, che l’Universo fosse popolato di Spiriti e che animavano ogni forma di vita naturale: piante, animali, uomini, compresi gli elementi, così come ogni cosa si dice fosse abitata dalla divinità.
Uno di questi popoli, i Creek (del sud-est degli Stati Uniti), conosciuti anche con il loro nome originario, i Muscogee (o Muskogee), discendevano presumibilmente dai Costruttori di Tumuli della Cultura del Mississippi, lungo il fiume Tennessee, e si pensa ebbero legami anche con gli Utinahica nella Georgia del Sud. I Muscogee, o Creek, vivevano nelle valli fluviali degli attuali stati americani del Tennessee, della Georgia e dell'Alabama, ed erano composti da numerosi gruppi etnici che parlavano diverse lingue distinte, come l'Hitchiti, l'Alabama, e il Coushatta; quelli che vivevano lungo il fiume Ocmulgee furono chiamati indiani “Creek” dai commercianti inglesi della Carolina del Sud, e in seguito questo termine fu dato a tutti gli indigeni della regione per meglio riconoscerli.

Ebbene, nella loro variegata e complessa cosmogonia si trova un’interessantissima storia della Creazione, che narra di un Creatore soddisfatto della propria opera, ma che dopo aver osservato gli oceani, le montagne, le pianure, i deserti, i laghi, i fiumi, le piante e gli alberi, notò che mancava ancora qualcosa. Niente si muoveva in quel mondo perfetto, quindi diede vita ad animali, uccelli, rettili e pesci, plasmandone di ogni forma e colore, e alla fine si compiacque nuovamente della sua opera, in quanto adesso vi aveva apportato anche un ulteriore bellezza al proprio disegno, e la vita sulla Madre Terra sembrò da quel momento svolgersi in perfetto equilibrio ed armonia.
Dopo molte lune, un giorno gli animali chiamarono a sé il Creatore, lo ringraziarono per tutto ciò che gli aveva loro donato, tuttavia gli fecero notare che non avevano alcuno scopo all’interno di quel perfetto equilibrio. Il Creatore stupito rifletté a lungo su quelle parole, e dopo un po’ rispose loro che gli avrebbe donato una nuova creatura, più debole, di cui occuparsi, curare e istruire, una creatura che non sarebbe stata perfetta come tutte le altre, ma debole, piccola e ignorante. A quel punto plasmò l’Uomo e la Donna e la pose in mezzo a loro, e gli animali iniziarono subito a prendersi cura di questi esseri inermi, ad insegnare loro come trovare cibo e rifugio, a mostrargli quali erano le erbe medicinali, etc.
Gli Umani, anche grazie alle cure di tutti gli animali, si moltiplicarono a dismisura e in breve divennero moltissimi, a quel punto gli animali iniziarono a preoccuparsi non appena gli uomini diventarono più forti ed arroganti, chiedendo sempre più cibo e soddisfazioni. Quando gli animali iniziarono a ritirarsi o a non soddisfare più le richieste dell’Uomo, questi, profondamente irato, raccolse una pietra e iniziò ad ucciderli. Fu a quel punto che l’Uomo scoprì che poteva nutrirsi della carne degli animali morti, ad usarne la pelle per coprirsi, con le ossa, le unghie e i denti avrebbe creato i suoi trofei, e quando tra di loro capirono che tutto questo poteva condurli verso una strada di potere e dominio, iniziarono a massacrare tutti gli animali un tempo loro fratelli e che vivevano attorno.
Il Creatore, che osservava dall’alto gli sviluppi, un giorno chiamò a sé gli animali e disse loro che aveva deciso di richiamarli tutti presso il suo Spirito e di lasciare gli Umani a regnare su Madre Terra per un periodo di tempo, fintanto non si fossero accorti dei loro tragici errori. Gli animali, però, spinti a compassione, sapendo che gli uomini non sarebbero sopravvissuti senza di loro, pregarono il Creatore di avere pietà, ed egli ascoltò la richiesta esaudendola con una precisa volontà.
Per proteggerli dall’Uomo tolse agli animali la possibilità di parlargli, infuse nel loro animo la paura per non farli avvicinare più a lui, ma al contempo creò anche uno Spirito Animale che li potesse rappresentare nel Mondo del Sogno. Questo Spirito Animale o Animale Totem, sarebbe andato solo da quegli uomini giusti, buoni e dal cuore nobile e puro, diventando così il Custode del loro Spirito, la Guida dalla quale imparare ad essere gentili e saggi.

«Un giorno un ragazzo, molto abile benché giovane, andò a cacciare e nel carniere raccolse diverse pernici. Mentre tornava verso casa avvertì una grande stanchezza e si poggiò vicino ad una grande roccia che somigliava ad una testa umana. Una voce parlò. A parlare era la grande pietra alla quale si era appoggiato per riposare. “Ti racconterò una storia, - disse -, io sono la Grande Roccia.” Così cominciò a parlare, raccontando la Creazione della Terra. Durante questa splendida narrazione, il giovane avvertì un grande calore, che sciolse il gelo e si sentì in pace. Alla fine, il ragazzo ringraziò e corse a casa per far conoscere quella magnifica storia alla famiglia. Entrato nella capanna annunciò di dover raccontare qualcosa di straordinario, tutti si radunarono intorno al fuoco e il giovane ripeté il lungo racconto della Grande Roccia. Le sue parole scacciarono il gelo dell'inverno e riscaldarono gli animi di tutti, e quella notte tutti dormirono in pace. Il giorno seguente, il ragazzo si recò nuovamente dalla Grande Roccia e le chiese di narrargli una nuova storia. Continuarono così per molti giorni, nel corso di tutto il lungo tragitto invernale, quando il gelo cerca di mordere il cuore degli uomini. Grande Roccia gli raccontò dei tempi antichi, quando il Cielo e la Terra erano nuovi e il Sole e la Luna dei giovani amanti. Giunta la primavera, la Grande Roccia non raccontò più, ma gli disse: “Ti ho raccontato tutte le mie storie. Ora dovranno essere custodite dal tuo popolo. Le racconterete ai vostri figli e loro ai nipoti e aggiungerete altre storie che verranno. Torna dai tuoi e vivi nella pace.” Fu così che le storie entrarono nella vita e nella cultura degli Indiani e sono raccontate ancora oggi davanti al fuoco durante le notti invernali, per riscaldare il cuore degli uomini.» (La Leggenda della Grande Roccia, Nativi Americani)



[1] Tra le profezie che sarebbero state "lette" sui simboli della pietra, si riscontra: il tempo in cui "l'uomo bianco avrebbe portato la distruzione", la Seconda Guerra Mondiale che sarebbe raffigurata sulla roccia con una svastica nazista, oltre ad una catastrofe peggiore che dovrebbe in futuro portare un cambiamento definitivo.
[2] Sempre secondo i Miti dei Nativi Americani, secoli addietro avevamo un corpo metà uomo e metà animale. Poi intervennero gli Dèi e lentamente perdemmo pelame, piumaggio, zoccoli e corna, fino a diventare umani.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 10, 10.4 - Breve panoramica sui Nativi del Nord America

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