"A spasso nella valle del Tigri e dell’Eufrate" di Federico Bellini

Nella Lista Reale Sumerica, è riportato che Etana regnò per almeno 1500 anni. Questo antico testo in lingua sumera, di cui se ne conoscono sedici versioni diverse, annota le varie dinastie dei Re che regnarono in quella terra,[1] registrando le città, i nomi dei sovrani e dei governanti che detennero il potere ufficiale con la relativa durata. I Sumeri credevano che la regalità, diventata nel frattempo patriarcale e a discapito di quella matriarcale[2], fosse donata direttamente dagli Dèi e che potesse passare da una città all’altra attraverso le varie conquiste militari, mescolando tra l’altro Re anti-diluviani e mitici, che regnarono per migliaia di anni o secoli, con regni che presentano datazioni più plausibili con la vita umana, rintracciabili anche “storicamente”.
I Sumeri (abitanti di Šumer o ki-en-gir, da ki = terra, en = titolo usualmente tradotto come Signore, gir = colto, Civilizzato, quindi, "Luogo dei Signori Civilizzati") furono, molto probabilmente, la prima popolazione sedentaria al Mondo. Appartenenti ad un’etnia della Mesopotamia meridionale (l’odierno Iraq sud-orientale), quasi sicuramente lì stanziatasi dopo esservi migrata prima del 4000 a.C., vengono considerati uno dei più antichi popoli organizzati del pianeta, e che fissò per primo la sfera delle idee morali e delle prime concezioni religiose, oltre al primo nucleo di leggi (il Codice di Ur-Nammu fu redatto quasi tre secoli prima del Codice di Hammurabi).
Preceduta da una scrittura fondamentalmente figurativa e basata sui pittogrammi, la sua successiva stilizzazione condusse alla scrittura cuneiforme, precedendo ogni altra forma di scrittura codificata, apparsa attorno alla fine del IV millennio a.C., dando così inizio a quella che chiamiamo la storia ufficiale e la prima forma di letteratura, segnando un distacco netto con la fase precedente preistorica. Ovviamente la prima scrittura sumera era molto più simile a quella cino/giapponese, composita di ideogrammi o un cuneo, e che poteva indicare non solo un oggetto ma anche altri, idee o gesti correlati allo stesso.
Questo condusse in errore non poche volte i primi sumerologi, ma mano che gli studi sulla loro conoscenza progredivano, si scoprì un Mondo sempre più complesso fatto di Uomini, Eroi e Dèi (gli Annunaki), strettamente legati gli uni agli altri ed alla natura stessa, in un mondo civilizzato ancora giovane, che da poco aveva preso coscienza di sé e della propria collettività, facendoci intuire che non erano apparsi dal nulla dai meandri di una preistoria oscura, ma che avevano già alle spalle un’esperienza più grande e che affondava le proprie radici a ritroso nel tempo, sino ad un tempo mitico, tra l’altro ricordato da tutti i popoli più antichi della Terra.
Pertanto, non è nemmeno un caso, come similmente è presente nei miti egiziani o di altri popoli, che tra i numerosi ed incredibili reperti recuperati nei vari siti archeologici iracheni, dove un tempo sorgevano le fiorenti città sumere, sia stata rinvenuta anche questa Lista Reale Sumerica e del tutto inconsueta. Ciò che rende questo manufatto così unico nel suo genere è l’elencazione, sia dei governanti predinastici, ovvero vissuti prima del Diluvio, sia di quelli storici, dai quali la ricerca ufficiale ne ha poi attestato la reale esistenza. Seppure l’archeologia, per le sue dovute limitazioni accademiche, riconosca la lista storica ma bolli come fantasiosa quella pre-diluviana, c’è comunque chi è fermamente convinto che essa faccia riferimento ad una reale epoca antichissima e che poi finì con uno sconvolgimento planetario.
Il primo frammento di questo testo fu individuato dallo studioso tedesco-americano Hermann Volrath Hilprecht (1859-1925), su di una tavoletta antica di 4 mila anni, rinvenuta nel sito archeologico dell’antica Nippur. Tale scoperta fu poi pubblicata nel 1906 e poco dopo vennero rinvenuti altri 18 esemplari della Lista, dove la maggior parte dei reali risalivano alla dinastia Isin (2017-1794 a.C.), e seppure presentino notevoli discrepanze tra di loro, tuttavia, gli studiosi ritengono che il materiale comune a tutte le versioni della lista, sia sufficiente per ritenere che derivino da un unico testo preesistente ed originale.

Tra i vari esemplari esistenti di questa Lista, la versione più completa ad oggi rinvenuta è quella rappresentata dal prisma Weld-Blundell, conservato nel Museo di Oxford, un parallelepipedo alto circa 10 cm, con i quattro lati maggiori completamente incisi con caratteri cuneiformi.[3] Questo prisma elenca i governanti dell’era antidiluviana fino al sovrano dell’ultima dinastia conosciuta, Isin (1763-1753 a.C.), iniziando dai primi e che regnarono in un periodo antecedente una grande inondazione. Sembra poi evidente che dopo questo evento catastrofico, non solo si ridimensionarono le lunghissime aspettative di vita, ma le varie città-stato e le loro dinastie iniziarono anche a farsi guerra.
La Lista ad oggi conosciuta inizia con l’origine stessa della regalità, vista come un’istituzione di origine Divina: “Dopo che la regalità calò dal Cielo, il regno ebbe dimora in Eridu. In Eridu, Alulim divenne Re; regnò per 28.800 anni”. I regni erano misurati in “sar”, un periodo che corrisponde a 3600 anni, e in “ner”, unità che ne vale 600, rivelando una serie di Regni incredibilmente longevi: Alulim di Eridu: 8 sars (28.800 anni); Alalgar di Eridu: 10 sars (36.000 anni); En-Men-Lu-Ana di Bad-tibira: 12 sars (43.200 anni); En-Men-Gal-Ana di Bad-tibira: 8 sars (28.800 anni); Dumuzi di Bad-tibira, il pastore: 10 sars (36.000 anni); En-Sipad-Zid-Ana di Larag: 8 sars (28.000 anni); En-Men-Dur-Ana di Zimbir: 5 sars e 5 ners (21.000 anni); Ubara-Tutu di Shuruppak: 5 sars e 1 ner (18.600 anni).
In sostanza, solo i primi sovrani coprono un totale di ben 241.200 anni, ovvero, dal momento in cui la “Regalità calò dal Cielo”, mentre come riporta lo stesso documento, “Dopo che il Diluvio spazzò via ogni cosa e la regalità fu discesa dal Cielo, il regno ebbe dimora in Kish”, assumendo tempistiche più propriamente “umane”. Alcuni studiosi hanno tentato di spiegare tale lista liquidandola come un tentativo di mitizzare figure storiche, sottolineandone con le cifre, il potere e l’importanza, seppure non sia comprensibile del perché abbiano dovuto scegliere dei tempi così estremamente lunghi, dilatati in un tempo all’epoca quasi sicuramente inconcepibile, specie per dei popoli che si ritengono ancora oggi “appena usciti dalle caverne”.
Dall’altra ci sono numerosi studiosi, magari di confine, i quali sostengono che tale Lista abbia comunque un fondamento di verità e che questi primi sovrani fossero stati esseri non propriamente umani, o di un Altro Mondo, i quali furono in grado di vivere molto più a lungo dei comuni esseri umani. L’archeologo e ricercatore biblico, Bryant G. Wood (1936), richiamò l’attenzione sulla presenza di notevoli corrispondenze tra questa Lista Reale Sumera e quanto riportato nella Bibbia. Sappiamo che l’Antico Testamento fu scritto nel periodo in cui gli Ebrei erano stati deportati in Mesopotamia, e che quindi la prima stesura di questo testo risentì delle conoscenze della popolazione in cui si trovarono a vivere in “cattività”.
In Genesi, infatti, storie come quella della Creazione del Mondo, dei primi uomini, del Diluvio e lo sforzo di mettere in salvo tutte le specie, presenta anche una linea dinastica tra Adamo e Noè, simile a quella della Lista Sumera, dove i primi patriarchi vissero una vita estremamente longeva (pensate al mito di Matusalemme.[4]) Parallelamente, dopo il Diluvio, sia nella Lista Sumera, come nella Genesi, si registrò un accorciamento della durata dei regni e quindi, di pari passo, anche una graduale diminuzione della longevità degli stessi uomini.

Ovviamente è in questo complesso sistema che dobbiamo inquadrare l’emergere di una Civiltà, dove le contraddizioni ed un’anima poetica, ma dotata di una profonda sensibilità e sete di conoscenza, lasciò tracce talmente indelebili in tutte le culture coeve e successive. Nella visione cosmogonica sumerica, in principio vi era il Mare Primordiale (Nammu), probabilmente non creato e da considerarsi eterno, da questo Mare, poi, ebbe origine la Montagna Cosmica e che aveva per base gli strati più bassi della Terra, mentre la cima era la sommità del Cielo; la Montagna, pertanto, era sia formata dal Cielo e la Terra, uniti insieme e non distinti.
Il Cielo, nella personificazione del dio An, e la Terra, in quello della dèa Ki, generarono il Dio dell’Aria, Enlil. A questo punto avvenne una separazione, An, tirò il Cielo verso di sé mentre Enlil verso la Terra, e dall’incesto tra Enlil e Ki nacquero tutti gli esseri viventi: Déi, Uomini, Animali, e Piante. In questo contesto i Sumeri introdussero anche il concetto di Me, di cui ancora non conosciamo l’esatto significato di questa idea, ma sembrò già da allora, definire la capacità di alcune energie, o stati o azioni create dalle Forze Divine, di mantenersi in esistenza ed in moto continuo, grazie ad una spinta propria, indipendente e a sé stante.
Consideravano, inoltre, l’Universo visibile sotto forma di una semisfera, avente per base la Terra, e per calotta il Cielo (An-Ki), il pianeta, a sua volta descritto come un disco piatto circondato dal mare (Abzu) e galleggiante su di esso. Al di sotto stava un ulteriore semisfera diametralmente opposta a quella del Cielo, non visibile, che conteneva le regioni infernali (Kur). Già in questa primitiva visione, l’Universo era già concepito come una sfera, divisa in due orizzontalmente dal piano diametrale, costituito dalla Terra.[5] Tra il Cielo e la Terra, esisteva anche un terzo elemento, una sorta di “vento” o “soffio” (lil), le cui caratteristiche erano l’espansione e il moto (ad oggi potremmo identificarle con quelle atmosferiche), dove anche gli elementi cosmici come il Sole, la Luna e le Stelle, si ritenevano composte della stessa materia, ma in quanto in essere, luminosa, mentre all’esterno della sfera universale, si estendeva all’infinito un Oceano Cosmico, un Mare Primordiale misterioso ed invisibile.
Questa concezione del Mondo, con i suoi “Regni”, i vari “Cieli” sovrapposti e gli “Inferi” corrispondenti, con il “Pilastro del Mondo” passante per il centro dell’intero sistema, coronato dal “Chiodo del Nord” o “Chiodo del Mondo” (la stella Polare), risulta presente anche in altre civiltà precedenti o successive, come quella indiana o iranica, e lo stesso processo di conoscenze lo ripercorreva anche il sacerdote mesopotamico, che salendo sulla cima della sua Piramide a Sette Piani, la Ziqqurat, rappresentava l’ascesa alle Sfere Planetarie.
Che gli Dèi reggono o incarnano i diversi Livelli, Piani o Sfere Planetarie non è un concetto nuovo, ma comune a tutte le antiche mitologie terrestri, ed astronomicamente parlando, i mesopotamici sarebbero persino riusciti a valutare con una certa precisione la dimensione dei cinque pianeti visibili, ed allora ovviamente conosciuti, nonché a mettere a punto una teoria eliocentrica ben prima che il greco Aristarco la proponesse, tra l’altro senza successo, nel III secolo a.C.

«... gli specialisti hanno trascurato una prova molto particolare. Se i Babilonesi battezzarono Giove, il più grande pianeta del Sistema Solare, con il nome del loro dio Supremo Marduk, devono averlo fatto sapendo che Marduk-Giove era il pianeta più grande tra i cinque che conoscevano. Ma come facevano i Babilonesi a saperlo senza l'uso del telescopio?»  (George A. Kyrala)

Giove non è né il pianeta più luminoso e né il pianeta col diametro angolare apparente più grande, e se i Mesopotamici riuscirono a capire che Giove-Marduk era effettivamente il più grande, devono aver potuto confrontare non solo il suo diametro angolare, ma anche la distanza dalla Terra con i relativi dati agli altri pianeti allora conosciuti, ovvero Mercurio, Venere, Marte e Saturno. Perciò, se i imposero il giusto nome a Giove-Marduk, dobbiamo dedurre: che sia una fortunata casualità; che erano in possesso di strumenti astronomici e una conoscenza scientifica di alto livello; o che qualcun altro li aveva istruiti a questo, impossessandosi poi di tali conoscenze.
E di tali conoscenze si impossessarono poi anche tutte le Civiltà successive, perché nella più tarda mitologia norrena, ritroviamo lo stesso concetto di Albero del Mondo, lo Yggdrasil, il frassino con una delle sue radici, la prima, che appartiene, si dice, agli Aesir in Cielo e dove sotto di essa si trova la fonte di Uror, sommamente sacra, mentre la seconda radice, invece, si trova nelle contrade dei Giganti della Brina, “la dove una volta c’era il Ginnungagap” e dove ora trova la fonte Mimir; la terza, infine, appartiene a Nifllheimr, il Regno dei Morti, mentre sotto questa radice si trova Hvergelmir, il Gorgo.
L’Asse, compresi il coluro[6] equinoziale e solstiziale, attraversa i “Tre Mondi” che sono (leggete bene): il Cielo a Nord del Tropico del Cancro, vale a dire il Cielo propriamente detto, Dimora degli Dèi; il Mondo abitato dello Zodiaco, compreso fra i due tropici, la Dimora dei Vivi; il Cielo a Sud del Tropico del Capricorno, ossia l’Oceano d’Acqua Dolce, il Regno dei Morti. E per chiarire l’esatta estensione di questi Mondi, si dovrebbe elaborare tutta la storia delle “Vie di Anu, Enlili ed Ea”, e il modo in cui queste “Vie” o “Strade Celesti” vennero adattate, mutate, e ridefinite dai numerosi eredi dell’antica tradizione astronomica orientale.

Tutti i popoli, in qualsiasi punto della Terra si trovino ad abitare, possono vedere le Stelle, e tutti, seppure in modalità diverse, le hanno organizzate raggruppandole in Costellazioni e donandogli un nome; in molti casi diverso seppure le motivazioni di base presentino analogie a volte sorprendenti. La nostra società attuale, sostanzialmente, ha ereditato i nomi delle Costellazioni dagli antichi Greci, e che a loro volta le avevano acquisite da conoscenze più antiche, perché specie negli ultimi decenni, si sono fatte sempre più numerose le prove che il nostro Cielo non è affatto così “greco” come pensavamo, e gran parte di tali conoscenze provengono direttamente dalla Mesopotamia.
Nella Terra tra i fiumi Tigri e l’Eufrate, i Sumeri cominciarono a individuare e battezzare le Costellazioni oltre 5.000 anni fa, poi proseguirono in tale compito i Babilonesi e gli Assiri, i quali tra il 1.300 e il 1.000 a.C. avevano definito completamente il loro panorama celeste e che, verso il 500 a.C. migrò verso la Grecia. Uno dei più importanti documenti mesopotamici e soggetto astronomico, è rappresentato da tre tavolette cuneiformi note come il Mul-Apin, “Stella-Aratro”, un testo che ci è pervenuto in copie databili tra il VII e il III secolo a.C., ma derivate da un originale composto attorno al 1.300-1.000 a.C., secondo alcuni persi-no in un periodo anteriore al 2.000 a.C.
Questo compendio enumera 71 tra Stelle, Costellazioni e ovviamente i cinque pianeti noti, oltre al Sole e la Luna. Le 18 Costellazioni, poi ridotte a 12 attorno al 600 a.C., o verso la metà dell’VIII secolo a.C. erano ordinate in base alle tre fasce parallele in cui era diviso il Cielo babilonese con dei pittoreschi titoli, quali: Sentiero di Anu, Sentiero di Enlil e Sentiero di Ea, vere e proprie Stra-de Celesti dedicate alla più celebre Trinità Divina della storia antica, quasi a dimostrare che le Tre Potestà, avessero una loro corsia preferenziale per viaggiare nel Cosmo
L’Assemblea degli Annunaki (così erano chiamati gli Dèi, i “Figli di An”), si componeva di Sette Supremi (sempre Sette!), compresi “Quattro Dèi Creatori”, con il compito di decidere i destini di Uomini e Dèi, e di 50 Dèi minori”, chiamati “Grandi Dèi”, che risiedevano in un meglio precisato luogo al di sopra della Montagna Cosmica, “nel luogo dove spunta il Sole”. I “Quattro Dèi Creatori” erano noti con i nomi di Anu, Enlil, Enki/Ea e Ki/Ninhursag, corrispondenti ai quattro princìpi creatori: Cielo, Aria, Acqua e Terra. A capo, inizialmente, fu il Dio del Cielo, Anu, a sostenere il ruolo di divinità principale, ma poco alla volta venne, nell’immaginario collettivo, sostituito da Enlil, il Dio dell’Aria (come similmente accadrà in Egitto per Ra, sostituito da Amon e dal suo potente clero).
Non sappiamo con certezza quale fu il processo che lo portò ad essere la divinità più importante, inizialmente, del pantheon sumerico, ma si suppone che il motivo possa essere stata la sua identificazione con il “soffio” o il “principio vitale”, e che da al Mondo vita e lo mantiene in costante mutamento. Seguivano nell’elencazione delle “Quattro Divinità Principali”, il dio Enki, Signore dell’Oceano e dell’Abisso (Abzu), mentre ultima era la dèa Ninhursag, in origine chiamata Ki, la Terra, che era detta anche Nintu, cioè "colei che partorisce", considerata, perciò, la “Madre di tutti gli Esseri Viventi.” Ulteriori storie però si dipanano in questo complesso scacchiere mitologico, riscontrando delle sconcertanti analogie con altri miti coevi e successivi apparsi in varie parti del Mondo.
Quando l’Uomo non era ancora stato creato, la città di Nippur era la dimora del dio Enlil, della dèa Ninlil e di Nunbarshegunu, la madre di lei, ed è singolare che delle divinità abitassero già in una città costruita, a quanto pare, prima ancora della creazione umana. Quest’ultima decise di maritare la figlia con Enlil e un giorno le disse di bagnarsi, come una Ninfa, nel ruscello Nunbirdu, in modo che il Padre Enlil potesse accorgersi di lei. Così avvenne, ma Ninlil non si sentì pronta a cedere alle tentazioni carnali, ("le mie labbra sono troppo piccole, non conoscono i baci"), Enlil allora, consigliato dal suo visir Nusku, invitò la Dèa ad un giro in barca ed abusò di lei; in quell'istante venne concepito il Dio-Luna, Sin.
Gli Dèi, indignati da un tale comportamento, intimarono ad Enlil di allontanarsi dalla città ed egli obbedì dirigendosi verso gli Inferi (Kur). Ninlil, incinta, decise comunque di seguirlo, ma Enlil, pensò che in questo modo, suo figlio, destinato a dimorare invece nel Cielo, sarebbe stato costretto a vivere nelle viscere delle regioni infernali. Ideò allora un ulteriore diabolico stratagemma, poiché sulla strada degli Inferi vi si trovavano tre Dèi Minori, che il viandante doveva incontrare (Il Guardiano delle Porte dell’Inferno, L’Uomo del Fiume dell’Inferno e L’Uomo della Barca), Enlil decise di assumere di volta in volta le sembianze di questi tre personaggi, fecondando Ninlil di tre divinità infernali che andarono poi a sostituire il figlio Sin negli stessi Inferi.
Nel paese di Dilmun (oggi il Bahrain), si racconta, ad esempio, che non esistevano malattie e né morte, e grazie a queste peculiarità, gli Dèi decisero di crearvi il loro Paradiso. Tuttavia, a Dilmun mancava l’acqua dolce, indispensabile alla vita degli animali e delle piante, così Enki, Dio dell’Acqua, chiese al Dio del Sole, Utu, di farla scaturire dal suolo in modo da poter irrigare la Terra. Dilmun diventò, grazie a questo espediente, un lussureggiante giardino in cui Ninhursag, la Dèa-Madre, mise al Mondo tre generazioni di divinità, operazione in cui fu aiutata da Enki che fecondò le figlie della stessa Ninhursag.
Come non riscontrare in questa storia, la stessa narrata nella Bibbia e dove si racconta che Mosè ed Aronne, dopo le insistenti richieste del popolo che soffriva una gravosa mancanza di acqua nel deserto, chiesero al Signore di far sgorgare dell’acqua in mezzo alla sabbia? Appaiono sempre più evidenti questi parallelismi con la Genesi biblica, il più sorprendente ad esempio fu scoperto dal sumerologo Samuel Noah Kramer, analizzando le storie delle gravidanze delle Dee. In una di queste, si racconta che dopo aver dato vita alle Divinità, Ninhursag fece spuntare otto piante ed Enki, alquanto curioso di assaggiarne i frutti, li fece cogliere dal suo messaggero Isimud. Quando le mangiò in successione, questo atteggiamento fece scaturire la collera della Dèa, che lo maledisse e lo destinò alla morte, e per non incorrere in un ripensamento, decise persino di scomparire.
Enki, iniziò subito ad accusare malanni in tutto il corpo e nessuno degli altri Dèi riuscì ad aiutarlo, facendoci intuire che non solo erano di carne, ma anche soggetti ad ammalarsi e, nonostante la loro potenza, trovarsi impotenti di fronte all’eventualità della morte. La storia poi continua in modo lacunoso ed insolito, perché si rammenta di una volpe che si offrì di ricondurre Ninhursag a più miti consigli, essendo l’unica in grado di salvarlo, ed ovviamente dietro lauto compenso; Enki quindi accettò, la volpe riuscì nell’impresa, e riportò la Dèa che creò allora tante Divinità quante erano le malattie di Enki, in modo che potesse guarirlo.
In questo mito non solo è ravvisabile la storia della greca Pandora, che aprì lo scrigno lasciando spargere nel Mondo tutti i mali, per poi riaprirlo in un secondo momento, permettendo di far uscire anche il rimedio ad essi (la Speranza), ma quando Ninhursag creò la dèa Ninti per guarire la costola di Enki, che in sumero indica sia la "costola", sia la "vita, far vivere", di conseguenza, questo straordinario popolo arrivò ad identificare la stessa Dèa, "Signora della Costola", con "Colei che fa vivere", ossia, per traslazione, la “Madre dei Viventi”, la Eva biblica che fu “la Prima Madre di tutti gli Uomini.”
Prima di arrivare alla Creazione dell’Uomo, sarà bene menzionare anche tutte quelle storie che ci raccontano di come il Mondo fu “preparato” ad accogliere una così grande novità. Enlil, il Dio dell’Aria, si racconta che decise di fare di Sumer un paese rigoglioso, facendovi spuntare tutte le specie di alberi e piante, a questo scopo creò Emesh, Dio dell’Estate, ed Enten, Dio dell’Inverno, assegnandoli i propri compiti: al primo, fu dato il compito di “Fattore degli Dèi”, accudendo il bestiame, costruire i nidi degli uccelli, far si che i pesci depongano le uova e gli alberi facciano i loro frutti, mentre il secondo doveva regolare la crescita delle messi, la costruzione delle case, i templi e le città, far prosperare gli animali e la vegetazione, etc.
All’interno di questo contesto o “Giardino”, però, gli Igigi avevano trovato difficoltà a procurarsi da soli del cibo, e decisero di esporre questa ed altre lamentele ad Enki, Dio dell’Acqua ma anche della Saggezza. Nammu, madre di Enki, si recò da lui nelle profondità marine e gli comunicò il problema, ed egli consigliò di creare dei “servi” che potessero svolgere il lavoro al posto degli Igigi; così, dopo aver riflettuto, consigliò, quindi, di creare delle forme con l’argilla degli abissi (l’Abzu) e di imprimere su di esse l’immagine degli stessi Igigi, forme che sarebbero poi state chiamate “Uomini”.
Per festeggiare questo evento, gli Igigi organizzarono un banchetto, durante il quale Enki e Ninmah, Dèa del Parto, si ubriacarono a tal punto da perdere la lucidità. Ninmah, prese quindi un po’ di argilla dell’Abisso e con essa forgiò sei individui anormali, sfidando il Dio a trovar loro una qualche utilità, Enki accettò la sfida e riuscì a finire l’opera decretando il loro destino e dandogli da mangiare del pane. Sulle imperfezioni dei primi quattro non si hanno notizie, mentre degli ultimi due, sappiamo che erano una femmina, incapace di procreare, mentre l’altro era un essere asessuato.
Enki, a sua volta, per dimostrare di non essere da meno rispetto alla Dèa, forgiò a sua volta una creatura (senza però conoscerne il modo), ma era inanimato, debole nel corpo e di Spirito. Gli offrì del pane, ma non riuscendo a muovere la mano non poté nutrirsi, e non rispondeva neanche se gli si parlava; inoltre non riusciva a stare in piedi, né seduto o a piegare le ginocchia. Chiese a Ninmah di dargli una mano, ma anche lei non fu in grado di poter fare qualcosa per questa creatura. Ne nacque quindi un ulteriore discussione dove alla fine la Dèa maledì Enki per aver creato un essere così miserevole, seppure probabilmente doveva trattarsi di un neonato, data la sua impossibilità di far nulla e nell’essere accudito.

«E i grandi Dèi, là presenti, con gli Anunnaki che assegnano i destini, risposero in coro ad Enlil: “Nella fabbrica della carne Duranki [Nippur] dobbiamo immolare due (?) alla divini, e dal loro sangue far nascere gli Uomini! Il lavoro degli Dèi sarà il loro lavoro: delimiteranno i campi una volta per tutte, e prenderanno in mano zappa e cesta, per il profitto della Casa dei grandi Dèi, degna sede dell'alto podio! Aggiungeranno zolla a zolla, delimiteranno i campi una volta per tutte. Metteranno in funzione il sistema d'irrigazione per irrigare ovunque e far germogliare ogni specie di pianta...”» (KAR 4 [16-29])

Un ulteriore variante, non meno interessante, è quella che racconta di come le Divinità inferiori, gli Igigi, che lavoravano per la classe più elevata degli Annunaki, e che vivevano tranquillamente nella più sfrenata agiatezza, si ribellarono perché non potevano più sostenere tale situazione, e in questa rivolta furono capeggiati dal dio Wê-ilu. Gli Annunaki, allarmati da tale comportamento, si riunirono per cercare una soluzione ed il loro re Enlil, minacciò di ucciderli. Il fratello Ea (nome accadico per il sumerico Enki), avendo capito che questo non avrebbe risolto il malcontento, propose di creare l’Uomo.
Questi sarebbe stato in tutto simile agli Dèi (o agli Igigi), seppure non avrebbe avuto il dono del-l’immortalità, e avrebbe lavorato per nutrire gli Dèi mediante i sacrifici. La proposta fu accettata da tutti, l’uomo sarebbe stato modellato nell’argilla ma con l’aggiunta del sangue del Dio che si era ribellato, e Wê-ilu venne immolato per la circostanza. La Dèa Madre Ninmah, infine, dall’insieme di questa mistura, donò la vita all’essere così creato, sputandovi al suo interno, e da quel momento l’Uomo sarebbe stato l’Ordinatore dell’Universo.
Addentrandoci più in profondità all’interno di questo mito, si vengono a scoprire dei particolari estremamente interessanti. Appena creata questa “Argilla Vivente”, Nintu chiamò a sé tutti i grandi Dèi, termine che non comprendeva solo gli Annunaki ma anche per la prima volta gli stessi Igigi, divenuti ormai loro pari, invitandoli a sputare nell’impasto. In quel preciso istante, tutti gli Dèi corsero grati ad abbracciare le ginocchia di Nintu/Mami, e che la rinominarono come Bêlit-kala-ilî «Signora di tutti gli Dèi.»
Dall’informe argilla, i primi essere umani dovevano essere tratti, quindi si spostarono nella “Sala dei Destini”, dove diversi processi portarono alla formazione del feto, della permanenza nell’utero e sino alla sua espulsione al momento del parto. In questa sala entrarono Enki e Nintu, portandovi l’impasto di argilla, carne e sangue, Enki provvide a plasmare l’argilla sotto gli occhi della Dèa, la quale ripeteva le sue stesse formule.
Terminato il rituale, Nintu staccò Quattordici Pani di Argilla, ne mise sette a destra e altri sette a sinistra. I Quattordici Pani, - non poi dissimili dai Quattordici Pezzi del Corpo smembrato di Osiride, poi ricomposto, o dalle Quattordici Costellazioni iniziali -, furono poi pressati dentro degli stampi o “uteri”: da sette di essi nacquero degli uomini e dagli altri sette le donne, disponendosi poi in coppia. Fu così che venne generata la prima coppia umana: Ullegarra e Annegarra, rispettivamente «Creato per il Cielo» e «Creato per l'Eternità», a cui vennero affidati i compiti di far prosperare i campi di grano degli Annunaki, curare il bestiame, accrescere l’abbondanza del paese e celebrare a tempo debito le feste degli Dèi e omaggiarli con i sacrifici.

«[Marduk] aprì dunque la bocca e disse a Ea
spiegandogli il progetto che aveva chiuso nel cuore:
“Voglio condensare del sangue, costituire un'ossatura
e creare così un prototipo di essere che si chiamerà Uomo!
Questo prototipo, questo Uomo, voglio crearlo
perché gli siano imposte le fatiche degli dèi e che essi abbiano tempo libero.
Nuovamente, voglio render più gradevole la loro esistenza,
affinché anche se separati in due gruppi siano ugualmente onorati.”
Come risposta, Ea gli pronunciò queste parole,
comunicandogli il suo progetto per il divertimento degli dèi:
“Che mi sia dato uno dei loro fratelli:
costui perirà perché siano creati gli uomini!
Che i grandi dèi si riuniscano
affinché sia scelto il colpevole, gli altri saranno sani e salvi!”
Marduk, radunati dunque gli dèi,
li comandò benevolmente e diede i suoi ordini;
e quando aprì la bocca tutti gli dèi ascoltarono con rispetto.
Il re [Marduk] rivolse dunque queste parole agli Anunnaki:
“Fino ad ora voi non avete mai detto che la Verità, certo!
Ebbene, non pronunciate ancora che parole veritiere!
Chi ha ordito il combattimento,
spinto alla rivolta Tiâmat e organizzato la battaglia?
Che me lo si porti, colui che ha ordito il combattimento,
che gli infligga il suo castigo affinché voi stiate in ozio!”
Gli Igigi, i grandi dèi, gli risposero,
a lui, lugal-dimmer-an-ki-a, il Re del Cielo e della Terra, loro signore:
“Qingu soltanto ha ordito il combattimento,
spinto alla rivolta Tiâmat e organizzato la battaglia!”
Venne dunque [Qingu] incatenato e messo di fronte ad Ea:
poi per infliggergli il suo castigo, fu dissanguato,
e con il suo sangue Ea creò l'Umanità
alla quale impose il lavoro degli dèi liberando questi ultimi
(Enûma elîš [VI: 3-34])



[1] La Lista dei Re babilonesi e la Lista dei Re assiri, di epoca posteriore, sono documenti simili.
[2] La lista accenna soltanto ad una donna re, Kug-Baba, la "donna custode della taverna", che da sola rappresenta la terza dinastia di Kish.
[3] Si ritiene che in origine ci fosse un fuso di legno che passasse nel suo centro, così da poter essere ruotato e letto su tutti e quattro lati
[4] Matusalemme visse sino all'età di 969 anni, sette giorni prima dell'inizio del Diluvio Universale. Figlio di Enoch e nonno di Noè, il suo nome o la frase "Vecchio come un Matusalemme", vengono comunemente usati per riferirsi a qualsiasi essere vivente che raggiunga un'età estremamente avanzata.
[5] Da alcuni frammenti pare, addirittura, che i sumeri considerassero il Cielo formato di un qualche metallo dai misteriosi riflessi bluastri.
[6] Il coluro, in astronomia, è uno dei due principali meridiani della sfera celeste. Il coluro equinoziale e il coluro solstiziale, entrambi passano dai poli celesti, ma il primo passa dai punti equinoziali mentre il secondo dai punti solstiziali. Il coluro equinoziale è il meridiano della volta celeste passante per i poli celesti e i punti equinoziali, cioè il primo punto dell’Ariete (punto γ o punto vernale) e il primo punto della Bilancia (punto Ω o punto dell'equinozio d'autunno). Nel sistema delle coordinate equatoriali, è il meridiano fondamentale dal quale si misura l'ascensione retta di un punto della volta celeste. Il coluro solstiziale, invece, è il meridiano della volta celeste passante per i poli celesti e i punti solstiziali, cioè il primo punto del Cancro (punto del solstizio d'estate) e il primo punto del Capricorno (punto del solstizio d'inverno).

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 11, 11.3 - A spasso nella valle del Tigri e dell’Eufrate

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