"Viaggio tra gli Aborigeni australiani e i Nativi americani" di Federico Bellini

«Nel Mare Orientale si trova un animale che assomiglia a un Bue. È verde d’aspetto e privo di corna. Ha un piede solo. Quando entra nell’acqua o ne esce, provoca vento e pioggia. Il suo splendore è simile a quello del Sole e della Luna, il rumore che fa è simile al tuono. Il suo nome è Kui. Il grande Huang-di lo catturò e fece un tamburo con la sua pelle

Così raccontano le leggende nel sud-est asiatico, quando descrivono l’Essere con una Gamba, rintracciabile sotto svariati aspetti, a cominciare dallo Hunrakàn dei Maya, di là dall’Oceano Pacifico, il cui nome significa appunto “una gamba” e da cui deriva il nostro “Uragano”; non c’è da stupirsi, quindi, che egli distribuisca così generosamente vento, pioggia, tuono e fulmine. Pertanto, egli non incarna semplicemente una divinità del tempo atmosferico, ma anche uno degli aspetti di Tezcatlipoca stesso, nonché l’autentico Una-Gamba originario che guarda giù dal Cielo Stellato.
Da allora non sono certo mancati importanti personaggi con una gamba sola e che a più riprese hanno fatto capolino in varie parti del Mondo in modalità e quantità sbalorditive, tra cui si menziona la cerimonia del finto Re temporaneo del Siam, che portava l’altisonante titolo di “Signore degli Eserciti del Cielo” (una sorta di sostituto del Re noto fin dal periodo babilonese), dove in certi periodi di festa rappresentava il sovrano, nominato per le cerimonie espiatorie annuali, e che doveva stare in equilibrio su una sola gamba sopra una pedana d’oro, durante tutta la cerimonia dell’incoronazione. Su una sola gamba, come l’animale verde di aspetto, signore delle buie tempeste, stava anche l’Apopi egizio, o ancor più in generale il Serpente, dispensatore di conoscenze e tragedie nella grande Commedia Umana
Nel 1938 il dottor Andreas Lommel[1], membro dell’Istituto Frobenius di Francoforte, visse per di-versi mesi nella parte nord-occidentale dell’Australia, nella regione di Kimberly, con una tribù aborigena chiamata Unambal, una cultura che esiste da decine di migliaia di anni. Durante questo periodo annotò e fotografò la vita quotidiana di questi cacciatori-raccoglitori fermi all’Età della Pietra, ma ciò che catturò maggiormente la sua attenzione, fu la scoperta di una grotta ritenuta sacra dagli aborigeni e nella quale erano rappresentati degli enigmatici esseri: i Wandjina, pitture rupestri di esseri mitologici connessi con la Creazione del Mondo.
Kimberly è l’unico luogo al Mondo dove sono rappresentati questi strani figuri, e secondo i ricercatori si tratta di realizzazioni molto antiche, almeno quanto la cultura aborigena che li realizzò. La tradizione degli Unambal vuole che i componenti della tribù ridipingano le immagini, così da garantire la continuità e non perderne il ricordo. Questo espediente ha permesso alla loro cultura di sopravvivere sino ad oggi all’interno delle diverse tribù Worora, Ngarinyin e Wunumbul, le stesse che venerano i Wandjina e si considerano i custodi delle più antiche pitture rupestri di tutta l'Australia.
L’aspetto interessante di questa particolare storia è la tecnica e lo stile utilizzato dagli aborigeni per raffigurare questi enigmatici esseri divini: facce bianche, nessuna bocca, grandi occhi neri e una testa circondata da un alone, o un qualche tipo di casco. Guardando i pittogrammi di Kimberley, si nota immediatamente la straordinaria somiglianza con l’immagine stereotipata di un Extraterrestre, un Grigio per l’esattezza.
Questi strani esseri appaiono soli o in gruppo, in verticale o in orizzontale a seconda della dimensione della roccia, e possono essere rappresentati con figure e oggetti, come il Serpente Arcobaleno. Attorno alle teste dei Wandjina ci sono linee o blocchi di colore, raffiguranti fulmini, nuvole o pioggia, in quanto si dice che possono punire chi vìola la legge con alluvioni, fulmini e cicloni, tanto che gli aborigeni sono ancora convinti che le immagini abbiano dei poteri, e quindi devono essere avvicinate e trattate con rispetto.
Gli aborigeni vedono la Terra come il Grande Serpente Ungut, e con un simile parallelismo, anche la Via Lattea è vista come un altro Serpente, chiamato Wallanganda, e questi due serpenti hanno dato vita alla Creazione, sognando tutte le Creature che vivono sulla Terra, tra cui gli antenati spirituali degli aborigeni e gli stessi Wandjina, gli “Esseri del Cielo” o “Spiriti delle Nuvole” discesi durante il “Tempo del Sogno”, per insegnare le leggi, i precetti e le regole di comportamento.
Secondo la tradizione erano in grado di cambiare forma a piacimento, a volte potevano essere un Wandjina, in altre un essere umano, in altre ancora un animale, inoltre, quando i misteriosi visitatori lasciarono il pianeta, si divisero in due gruppi: il primo si nascose nelle viscere della Terra, mentre il secondo, invece, tornò nel Cielo. Gli aborigeni, inoltre, affermano che, anche dopo la loro dipartita, i Wandjina continuarono a controllare tutto ciò che accadde sulla Terra, nel Cielo e nel Mare, sino ad oggi. Recenti scavi e ritrovamenti di alcuni oggetti antichi nella regione, suggeriscono che la zona fu abitata già 174 mila anni fa, dato in contrasto con la teoria condivisa secondo la quale gli aborigeni sarebbero immigrati dall'Africa all'incirca 60 mila anni fa.[2]
Temehea Tohua è la casa ancestrale di Vaekehu, l'ultima regina di Taiohae. Il sito si trova su Nuku Hiva, l'isola maggiore dell'arcipelago delle Isole Marchesi, un'isola unica per le sue strane statue che secondo alcuni raffigurerebbero creature non propriamente terrestri... Sono in molti a voler svelare l'enigma delle sculture Temehea Tohua, perché guardandole ci si pone tutta una serie di domande: esse sono il frutto della fervida immaginazione dei coloni polinesiani, oppure la testimonianza di un antico incontro ravvicinato con esseri di Altri Mondi? Similmente come accaduto per i Wandjina, il loro significato originale e lo scopo di una grande quantità di opere d’arte preistoriche sfugge alla nostra comprensione, perché spesso, quello che era stato considerato come il frutto dell’immaginazione di un antico artista, si è poi rivelato essere un’accurata testimonianza di fatti storici.
Gli europei raggiunsero le isole Marchesi solo nell’ultimo decennio del XVI secolo, ma secondo alcuni studi recenti, i primi coloni di questa regione oceanica, giunsero da Samoa circa 2 mila anni fa. La leggenda vuole che ‘Ono, il Dio della Creazione, avesse promesso alla moglie di costruirle una casa in un solo giorno, così egli raccolse della terra e creò l’isola di Nuku Hiva. La cosa interessante, è che il nome originario delle isole marchesi fosse “Te Fenua `Enata”, che nel dialetto meridionale significa “Terra degli Uomini”, nome che secondo alcuni studiosi voleva segnare una differenza con la terra abitata dagli “stranieri”.


Infatti, in alcune statuette presenti sull’isola di Nuku Hiva, sembrano essere rappresentati degli Esseri provenienti da Altri Mondi, perché certamente, essi non assomigliano in alcun modo ai primi abitanti umani della zona. Alcune sculture mostrano delle teste sproporzionate e alquanto grandi, bocche spalancate, occhi enormi, dove una bizzarra miscellanea di tratti umani e alieni spesso si confonde, alcuni gruppi sembrano persino indossare quello che, agli occhi moderni, sembra essere un vero e proprio casco. La datazione delle statue, inoltre, risulta ancora incerta, perché secondo alcuni studiosi potrebbero risalire al II millennio d.C., anche se altri sostengono che possano essere molto più antiche. Certamente la loro origine e il significato restano e resteranno un mistero irrisolto, perché raffigurazioni simili a quelle dell’isola di Nuku Hiva, non solo si accostano molto ai Wandjina australiani, ma sono presenti in tutto il Mondo in moltissimi altri siti.

Simbolo universale del mistero cosmico, troneggia nell’Oceano Pacifico la splendida Isola di Pasqua, un vero e proprio Tempio delle Stelle, da cui seguire il corso dei mutamenti celesti, designata si dai primordi col nome di Mata-Ki-Te-Rani: “Occhi che guardano al Cielo”. Durante l’Era Glaciale, nel 10.000 a.C., insieme ad altre isole componeva un territorio vasto quanto la catena andina in Sud America, formato da cime altissime e rocce frastagliate, e i miti, tramandati da una generazione all’altra, raccontano che un gruppo di Sette Saggi (si, sempre loro!) di una terra lontana, Hiva (l’isola sopra menzionata?), in seguito ad una visione si recarono sull’Isola di Pasqua per costruire i “Monti di Pietra”.
Altre pietre, altre statue, ma per quale scopo? Dopo l’affondamento del loro Mondo, trecento persone raggiunsero l’Isola, guidati dal Re-Dio Hotu Matua, che ricreò dal nulla la Civiltà secondo i princìpi e le direttive celesti del regno perduto. Tra le antiche costruzioni rimaste, ancora oggi una possente piramide a gradini svetta in tutta la sua magnificenza dal picco più alto della baia di Anakena, a nord dell’Isola, sulla cui cima giace una piattaforma con sette enigmatiche figure di tufo vulcanico rosso e che fissano mute l’orizzonte: i famosi Moai che racchiudono nel loro sguardo segreti ormai perduti. Sormontati da un enorme copricapo, le statue, si dice, rappresentano i “Monti di Pietra” voluti dagli abitanti appena sbarcati, innalzati, si racconta, con la forza del pensiero e, al tempo stesso, raffiguranti gli originari colonizzatori del luogo.
Anche loro erano Giganti, come quelli descritti nella Bibbia, nei Miti dei Greci, etc., e che nel Libro di ciò che è nel Duat”, in Egitto, vengono descritti persino alti 6 metri. Queste sculture, pesanti svariate tonnellate, si dice ammontano nell’intera isola a poco più di 1000, facendo intendere che costituissero una linea guida per i nativi in grado di permeare il sostrato religioso e mondano della loro complessa società. Inoltre, disseminate sul cratere del vulcano Rano Raraku, centinaia di teste di Moai incomplete si trovano li abbandonate senza un motivo.
Antiche leggende narrano che questi colossi, addirittura, si muovevano da soli grazie ad una forza misteriosa e che solo alcuni sacerdoti sapevano controllare; un giorno però scomparvero e da lì il lavoro di costruzione di queste opere fu sospeso, per questo motivo una lunga schiera di esse è rimasta incompiuta. Nel 1987, il famoso ricercatore norvegese Thor Heyerdahl riportò alla luce un muro di blocchi giganteschi lavorati, il terreno circostante conservava, inoltre, un grande recinto di pietra a forma di nave, che richiamava le imbarcazioni solari rinvenuti nella Piana di Giza e ad Abydos, avvalorando le leggende oceaniche su re Hotu Matua, che “Scese dal Cielo sulla Terra… venne sulla nave… venne sulla Terra dal Cielo”, similmente all'egiziano Osiride.
I megaliti di Ahau Tahira a sud-ovest, formati anch’essi da rocce incastrate alla perfezione, sono praticamente identici ai monumenti incaici di Cuzco e Sacsayhuaman nel lontano Perù. Gran parte dei monumenti che costellano l’Isola, come Ahu Tepeu, Ahu Hekii, Ahu Tongariki e Vinapu, seguono il sorgere del solstizio d’inverno, mentre le Sette Statue rivolte verso il mare della maestosa struttura di Ahu Akivi, nella zona centrale del territorio, risorgono simbolicamente a metà inverno e all’inizio della primavera, concetto identico presso gli Egizi dove le immagini degli Dèi prendevano vita se i “Raggi di Ra entrano nel loro Corpo.
Il vocabolo raa, ad esempio, presso i nativi dell’Isola possedeva lo stesso significato, e il sito di Ahu Ra’ai, che forma un triangolo preciso con due vulcani, segnava anch’esso l’arrivo del Sole nel solstizio di dicembre. Ad Orongo, punta meridionale, vicino al cratere di Rano Kau, compaiono quattro buchi che costituiscono segnali permanenti per l’astro infuocato, mentre un insieme di 54 abitazioni ovaliformi copre il territorio circostante. Una roccia, addirittura, porta incisa la figura dell’uomo-uccello (Horus?), a ricordo di un’antica gara iniziatica per la ricerca del Primo Uovo della sterna grigia sull’isola di Moto Nui.
Una leggenda dell'Isola narra che un giorno giunsero dal Cielo questi uomini-uccello, il loro comandante si chiamava Makemake e la sua immagine venne scolpita su alcune rocce lì presenti. Makemake era il Dio Supremo, creatore dell'Umanità, il Dio della Fertilità e la divinità principale del Culto del Tangata Manu (uomo-uccello), che succedette al meglio noto Culto dei Moai; nella mitologia Rapa Nui, gli altri tre Dèi associati con lui erano Hawa-tuu-take-take (Protettore delle Uova), la moglie Vie Hoa e Vie Kanatea.
A due km da Anakena, nel sito di Ahu Te Pito Kura, una pietra tonda scolpita, circondata da quattro sfere più piccole, simboleggia l’Ombelico dell’Isola, punto centrale dotato di una propria energia.[3] Nella lingua dell’Isola di Pasqua, Te Pito Kura è “l’Ombelico di Luce”, simbolo del Sole, e forse l’Isola di Pasqua è realmente “l’Ombelico del Mondo”, una sorta di punto cardinale geodetico dove ancora una volta le tradizioni perdute, ma sempre vive nel cuore dei nativi, sembrano confermare il maestoso piano di misteriosi abitanti di quei luoghi in un lontano passato.

Nel 1929 fu l’anno di una misteriosa e alquanto insolita scoperta. Una mappa dipinta su pelle di gazzella, e che gli archeologi attribuirono ad un ammiraglio turco del XVI secolo di nome Piri Reis, cominciò a circolare dopo che venne rinvenuta durante i lavori di rifacimento della Biblioteca del Palazzo Topkapı di Istanbul, e dove era stata conservata da chissà quanto tempo.[4]
La cosa singolare è che in questa mappa, in netto contrasto con  le altre esistenti in quel periodo, sono rappresentate svariate terre emerse che all’epoca non erano state ancora esplorate, in essa, infatti, sono raffigurate le coste dell’Antartide così come oggi appaiono sotto l’attuale coltre di ghiaccio, facendo intendere che possa essere stata creata in un periodo in cui il continente artico era libero dal gelo e dai ghiacci, migliaia o forse milioni di anni fa.
La mappa, ancora oggi esistente, riporta i contorni dettagliati delle coste di Europa, Nord Africa e Sud America, seppure sia l’illustrazione della costa settentrionale dell’Antartide a sbalordire, dato che questa regione non sarebbe stata scoperta se non dopo altri 300 anni.
L’Antartide è ricoperta da ghiacci dello spessore di 1 chilometro ed oltre, e il radar, capace di leggere sotto il ghiaccio, fu inventato solo nel 1956, perciò una simile mappa datata 1513 e che mostra in maniera così accurata questa topografia, è alquanto fuori da ogni concetto lineare storico.
Sovrapponendo la Mappa di Piri Reis su una moderna cartina del Mondo attuale, si rimane stupefatti nello scoprire che questa antica carta è precisa fin nel più minuto dettaglio. Come potevano, pertanto, i disegnatori di questo manufatto vecchio di centinaia di anni, conoscere terre così lontane e che non erano ancora state scoperte? Singolare, inoltre, l’interesse delle autorità turche dell’epoca, dato che dopo la scoperta, le numerose note sulla mappa vennero tradotte nel 1935 - per esplicita volontà di Atatürk - da Bay Hasan Fehmi e Yusuf Akcura, per conto della "Società Storica Turca" (Turk tarihi kurumu). I due curatori allegarono l'integrale trascrizione delle legende della Carta di Piri Re'is (Piri Reis Haritasi), presenti a margine all'originale, in lingua turca moderna, tedesco, francese, inglese e in italiano.[5]

Migliaia di chilometri più a nord dell’Antartide, nel bel mezzo del Brasile, i Kayapo celebrano ogni anno l’arrivo del misterioso Bep-Kororoti, "Colui che viene dal Cosmo", indossando un curioso abito di vimini che ricorda molto una tuta spaziale moderna, e secondo i racconti dei leader della tribù, egli sarebbe giunto dalla catena montuosa del Pukato-Ti. Dopo l’iniziale paura, scatenatasi a seguito del primo incontro, lentamente la gente del villaggio iniziò a sviluppare una vera e propria adorazione verso questo straniero, motivata dalla sua bellezza, lo splendore bianco della sua pelle e la benevolenza che dimostrava verso la popolazione.
Si tramanda che questo strano visitatore, apparso dal nulla, fosse straordinariamente intelligente e che avesse consegnato, agli anziani della tribù, preziosissime conoscenze. La leggenda racconta che un giorno, però, Bep-Kororoti esplose in un attacco di rabbia, e con urla e minacce vietò ai membri della tribù di avvicinarsi a lui. Fu allora che la tribù vide andare lo straniero verso i piedi della montagna e fuggire nel Cielo in una tremenda esplosione che scosse tutta la regione. I nativi lo videro poi scomparire in una nuvola di fuoco e l'esplosione fu talmente intensa da distruggere un vasto territorio della giungla, nonché far scomparire gli animali, tanto che da quel momento la tribù soffrì un lungo periodo di carestia e di fame.
Quando l’etnologo Joao Americo Peret intervistò gli anziani della comunità indigena nel 1952, affermò che la vicenda di Bep-Kororoti risaliva ad un passato molto lontano. I ricercatori moderni, alla luce del fenomeno del Culto del Cargo, si chiedono, invece, quale tipo di persona possa aver visitato le tribù del Mato Grosso in un periodo così remoto, vestito di una tuta un po’ fuori dall’ordinario, e in possesso di una magia che, a dire dei Kayapo, era in grado di abbattere un animale con un semplice tocco.
Il fatto ancora più sconcertante di tutta questa vicenda è che la strana tuta di questo Essere, è diventata nel corso del tempo parte integrante delle cerimonie in memoria di Bep-Kororoti, ovviamente riprodotta con i semplici mezzi a disposizione nella foresta amazzonica. Eppure, la descrizione, "tra nuvole di fumo, di luce e rombi di tuono", richiama alla mente il comportamento di un motore a reazione moderno, e secondo i loro ricordi, quando il visitatore tornò a sedersi in questo albero speciale e, toccando i rami, avvenne una grande esplosione e l'albero scomparve in aria, è un azzardo pensare che si trattasse di un razzo spaziale?
Ad ulteriore dimostrazione che gli antichi culti sparsi in tutto il pianeta hanno avuto una comune origine, una delle pratiche più antiche, diffuse e sconcertanti fu quella della deformazione del cranio nei bambini, con lo scopo di conferire loro inusitate doti intellettive e l’aspetto degli stessi Dèi. I vari gruppi umani presenti sulla Terra presentano caratteristiche uniche che ne definiscono la cultura, la lingua, le usanze, la moda, le tradizioni, etc., e che si trasmettono da una generazione all’altra, l’insieme di tutti questi elementi fornisce, poi, informazioni preziose di uno specifico e determinato gruppo culturale.
Tuttavia, esistono anche una serie di usanze trasversali che vengono praticate in ogni continente del Mondo, quali la circoncisione, i rituali di sepoltura, e tra cui anche la deformazione cranica, conosciuta anche con il termine di Dolicocefalia. In sostanza, si tratta di tradizioni nate nel passato più remoto dell’umanità, tanto che il loro significato originario si è perso nella notte dei tempi. Una volta si credeva persino, che le deformazioni craniche, si fossero sviluppate originariamente in Egitto per poi diffondersi in tutto il Mondo, ma i ricercatori si sono resi conto che questa curiosa usanza non ha avuto origine in una zona geografica isolata, ma sorse tra diversi gruppi culturali in altrettanto diverse aree del pianeta, e in modalità del tutto indipendenti tra di loro.
Alcuni reperti archeologici dimostrano che la deformazione cranica era già in uso nel Neolitico, intorno al 10 mila a.C., sebbene fino al 5 mila a.C. tale pratica sembra essere stata episodica, ciò potrebbe essere dovuto all’esiguo numero della popolazione e degli individui sottoposti alla pratica, oppure al numero limitato di crani rinvenuti. I primi esempi di crani allungati più antichi sono stati scoperti nell’Australia sud-orientale, a Coobool Creek e Kow Swamp, mentre sorprendentemente, alcuni di essi della stessa epoca sono stati trovati anche nella Grotta Shanidar in Iraq; negli altopiani orientali del Brasile è stato recuperato un cranio risalente al 7.500 a.C.
Addirittura, a soli 300 metri dal villaggio di Onavas, nella parte meridionale dello stato di Sonora, in Messico, fu rinvenuta una sepoltura collettiva composta da 25 persone, 13 delle quali presentavano la strana deformazione del cranio. Cinque degli individui con il cranio deforme mostravano anche una mutilazione dentale, mentre altri scheletri presentavano ornamenti realizzati con conchiglie e lumache che si trovano nell'area del Golfo della California. Indipendentemente dal luogo del ritrovamento, la maggior parte dei crani modificati presenta analogie sorprendenti: scanalature trasversali o depressioni sono state osservate su tutti i teschi, chiari segni che l’allungamento era il frutto di una manipolazione intenzionale e non il risultato di problemi genetici o congeniti.
Oltre alla manipolazione fisica del cranio, in alcuni gruppi etnici i capelli venivano raccolti e intrecciati, nonché posti in un contenitore per accentuarne la forma allungata della testa. Analoga funzione lo aveva anche il copricapo allungato che adorna il capo di molti faraoni (e gli Dèi), ed in Egitto solo alla nobiltà era permesso di indossare oggetti simili come simbolo del loro status elevato; seppure la terra delle piramidi non sia il solo luogo dove si è registrata questa usanza.
Copricapi allungati in oro sono stati scoperti in Europa centrale, alcuni dei quali risalenti al 1400 a.C., ovviamente, anche in questo caso, si trattava di ornamenti che non erano utilizzati dagli uomini comuni. Nell’arte rupestre preistorica, vari personaggi indossavano curiosi cappelli a punta, ma anche al giorno d'oggi, durante le feste di compleanno, il festeggiato indossa un oggetto simile per simboleggiare la sua importanza tra i presenti. Potrebbe essere questa tradizione il residuo di una pratica dimenticata, atta ad assomigliare agli Dèi?
In alcune culture si tramanda che la pratica della deformazione cranica sia stata comandata dalle Divinità discese nei tempi antichi sulla Terra, difatti, un’antica tradizione polinesiana, ci informa chiaramente che questa tecnica era stata insegnata da un gruppo di persone dalla pelle chiara, la cui Casa era nel Cielo. In America Centrale ci sono racconti analoghi, che narrano che gli Dèi discesi dal Cielo, comandarono questa pratica agli antenati dei nativi americani, mentre in Perù si tramandava che il dio Manco Capac (nonché primo imperatore Inca), ordinò di praticare le deformazioni in modo che i loro figli sarebbero stati deboli, sottomessi e obbedienti. Più chiaro di così...

Tra il 1828 e il 1900 la Bolivia fu in guerra aperta, o latente, un po’ con tutte le nazioni confinanti (Perù, Cile, Paraguay, Brasile) per questioni legate al confine, il controllo dei giacimenti minerari e le risorse forestali. Una di esse fu la “Guerra del Acre” (1899-1900) per il controllo dell’estrazione del caucciù, soprattutto contro il Perù e, dopo estenuanti trattative, entrambi chiesero l’intervento dell’Inghilterra perché inviasse un esperto per fissare quelli che sarebbero stati i confini definitivi tra le due nazioni. Il governo inglese inviò così il colonnello Percy Fawcett, esperto coloniale e cartografo della “Società Cartografica Britannica”, appassionato esploratore e cultore delle civiltà del passato, che raccolse durante i suoi viaggi in quelle terre, tradizioni orali e leggende dagli Indios.
Percy Harrison Fawcett (1867-1925 o successivamente) è stato un militare, archeologo ed esploratore britannico. Assieme al figlio maggiore scomparve in circostanze sconosciute nel 1925 durante una spedizione alla ricerca di "Z", un'antica città perduta che lui ed altri collaboratori credevano di aver rinvenuto attraverso alcune tracce, nell’inesplorata giungla brasiliana, identificandola con El Dorado. La bramosia di Fawcett di ricercare risposte nell’ignoto non emerse dal caso, essendo cresciuto in una famiglia intrisa di cultura, con il proprio padre, indiano per nascita e membro della Royal Geographical Society (RGS), ed un fratello maggiore, Edward Douglas Fawcett (1866-1960), alpinista, occultista orientale e scrittore di libri di filosofia e di popolari romanzi d'avventura.
Nel 1886 arrivò il tanto sperato incarico che lo avrebbe condotto a ricercare proprio quelle risposte che avevano intriso i suoi studi giovanili, quando ricevette un lavoro nella Royal Artillery e prestò servizio a Trincomalee, Ceylon, dove incontrò la moglie. Sposò Nina Agnes Paterson nel gennaio 1901, dalla quale ebbe due figli maschi, Jack (nato nel 1903), Brian (1906-1984) e una figlia femmina, Joan (1910-2005). Entrò poi a far parte della RGS, come il padre, nel 1901, per poter studiare topografia e cartografia, lavorò quindi per il servizio segreto britannico in Nordafrica, divenne amico di scrittori come Henry Rider Haggard e Arthur Conan Doyle; quest'ultimo usò i resoconti di campo dell'Amazzonia redatti da Fawcett come ispirazione per il romanzo Il Mondo Perduto. E infine arrivarono anche le sue memorabili spedizioni.
La prima spedizione di Fawcett in America Latina risale al 1906 quando, all’età di 39 anni, si recò in Brasile per mappare una parte di giungla al confine tra Brasile ed Argentina per conto della RGS. Alla società era stato chiesto di mappare la zona come parte terza imparziale riguardo ai vari interessi locali, perciò giunse a La Paz, in Bolivia a giugno, e durante la spedizione nel corso dell’anno successivo, Fawcett disse di aver incontrato e sparato ad una Anaconda Gigante di ben 19 metri, dichiarazione che gli valse l’iniziale scherno della comunità scientifica; tra l’altro menzionò anche altri animali strani sconosciuti alla zoologia.
Svolse ulteriori spedizioni tra il 1906 e il 1924, si spostò tra i nativi grazie a regali, pazienza e un comportamento sempre gentile e rispettoso, nel 1908 rintracciò la sorgente del Rio Verde (Brasile) e nel 1910 fece un viaggio fino al fiume Heath (al confine tra Perù e Bolivia) per trovarne la sorgente. Durante questo periodo intercorso tra le sue spedizioni, e in base ad una propria ricerca documentaria, formulò le prime ipotesi circa una “Città Perduta di Z” in Brasile, più o meno intorno agli anni dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Tornò quindi in Inghilterra per il servizio militare, arruolandosi come volontario, destinato al fronte delle Fiandre e al comando di un gruppo di artiglieria, nonostante avesse quasi 50 anni, e dopo la guerra ripartì subito per il Brasile per effettuare ulteriori studi di zoologia ed archeologia.
Nel 1925 grazie anche al finanziamento di un gruppo di Londra chiamato Glove, Fawcett tornò in Brasile con il primogenito Jack ed un suo amico. Dopo aver studiato le antiche leggende e i documenti storici del luogo, si era convinto dell’esistenza di una città perduta da qualche parte nel Mato Grosso, una città che lui stesso denominò “Z”, rilasciando però una insolita richiesta, che se la spedizione non fosse tornata, non avrebbero dovuto organizzare nessuna spedizione di recupero. Avendo una lunga esperienza di viaggi con bagaglio a mano, aveva scelto uomini in salute, abili, leali, in grado di adattarsi ad ogni situazione, e in questo caso scelse il suo primogenito Jack e il caro amico Raleigh Rimmell, due soli compagni sia per poter viaggiare leggeri, ma anche per cercare di nascondersi dalle tribù che, in alcuni casi, erano ostili verso gli esploratori; molte di quelle tribù non avevano mai avuto contatti con i bianchi.
Il 20 aprile 1925 partì per la sua ultima spedizione da Cuiabá, oltre ai suoi due compagni, Fawcett fu accompagnato anche da due lavoratori brasiliani, due cavalli, otto muli e un paio di cani. L'ultima comunicazione della spedizione avvenne il 29 maggio 1925, quando scrisse una lettera alla moglie dicendo che era pronto ad entrare nel territorio inesplorato con solo Jack e Rimmell, consegnata al destinatario da un messaggero indiano. Si disse che avevano attraversato il fiume Xingu, un affluente sudorientale del Rio delle Amazzoni, poi da dopo quell’episodio si sono perse le loro tracce per sempre. In molti credono che gli indiani locali li abbiano catturati e poi uccisi, forse i Kalapalo che per ultimi li videro, o gli Arumá, i Suya o gli Xavante nel cui territorio stavano per entrare. I due ragazzi giovani erano zoppi e malati quando furono visti per l'ultima volta, seppure non ci sono prove che siano stati assassinati, è però plausibile che siano morti per cause naturali nella giungla brasiliana.
Nel 1927 una targhetta di Fawcett fu trovata presso una tribù indios, nel giugno del 1933 una bus-sola a lui appartenuta fu trovata nei pressi degli indiani Baciary del Mato Grosso dal colonnello Aniceto Botelho: la targhetta però risaliva alla spedizione di Fawcett di cinque anni prima ed era stata probabilmente donata al capo di quella tribù, mentre per la bussola, invece, si dimostrò che fu abbandonata prima di entrare nella giungla per l'ultima spedizione. Da lì iniziò la leggenda.[6]
Immediatamente furono organizzate spedizioni di salvataggio senza però dare nessun risultato. Si avvicendarono solo voci, oltre a vari racconti secondo i quali Fawcett sarebbe stato ucciso dagli indigeni o da qualche animale esotico, addirittura una delle storie più misteriose sosteneva che avesse perso la memoria e fosse diventato un capotribù di cannibali. Un’altrettanto strana storia, apparsa il 21 marzo del 2004 sul giornale britannico The Observer, a seguito di alcune dichiarazioni di un direttore televisivo, quale Misha Williams, che aveva studiato le carte private di Fawcett, sosteneva non avesse voluto tornare in Gran Bretagna preferendo fondare una comune nella giungla, basata sui principi teosofici e sull'adorazione di suo figlio Jack…

(Fotografia di Bruno Kelly, Reuters)



[1] Andreas Lommel (1912-2005) è stato un etnologo tedesco. Conseguì il dottorato nel 1937 sotto Leo Frobenius, dal 1937 al 1940 fu assistente scientifico presso l'Istituto Frobenius di Francoforte sul Meno. Dal 1957 ricoprì la carica di direttore del Museo Nazionale di Etnologia a Monaco, mentre il suo lavoro si concentrò sugli australiani indigeni. È stato insignito dell'Ordine al Merito Bavarese.
[2] Oggi, le varie tribù Worora, Ngarinyin e Wunumbul venerano ancora i Wandjina, e solo a pochi individui è permesso di rinnovarne le pitture.
[3] L’opera, secondo alcuni studiosi, rispecchia fedelmente un’incisione della tribù africana dei Dogon che rappresenta Giove, attorniato dalle sue quattro lune.
[4] La mappa rappresenta una parte di un documento più ampio, circa un terzo (o forse la metà) dell'estensione originaria.
[5] La Carta è stata nuovamente riprodotta nel 1966, anche in seguito all'approfondito studio di Ayşe Afetinan che, nel 1954, parlò dell'opera nel lavoro The oldest map of America.
[6] Civiltà Perduta (The Lost City of Z) è un film del 2016 scritto e diretto da James Gray. Basato sul libro Z, la città perduta di David Grann, il film ripercorre la storia vera dell'esploratore britannico Percy Fawcett, intento nella ricerca di una antica città perduta in Amazzonia, fino a scomparire nel 1925 assieme al figlio. Fawcett è interpretato da Charlie Hunnam, fanno parte del cast anche Robert Pattinson, Sienna Miller, Tom Holland e Angus Macfadye.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 10, 10.1 - Viaggio tra gli Aborigeni australiani e i Nativi americani

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