"Lo strano caso di Hanuman e degli Erectus" di Federico Bellini

(Homo Erectus Pekinensis & Hanumān)

Sri Pada (in sanscrito “Piede Sacro), conosciuto anche come il Picco di Adamo, è una montagna ritenuta sacra dello Sri Lanka, situata nella parte centrale del paese (nel distretto di Ratnapura nella provincia di Sabaragamuwa). La montagna raggiunge i 2.243 metri sul livello del mare ed è meta di pellegrinaggio ancora oggi, sia per buddisti, induisti, musulmani e cristiani, perché sulla vetta si trova un monastero dove all’interno è posta una grande impronta di piede (lunga 1,8 metri). I buddisti credono sia un’orma lasciata dal Buddha, gli Induisti pensano sia l’impronta di Shiva Adipadham, mentre per i Musulmani e i Cristiani, vi ravvisano quella di Adamo, il Primo Uomo.
La presenza del capostipite dell’umanità, in questa regione esotica del Mondo, non è però del tutto nuova, perché nello stretto di Palk, Oceano Indiano, si trova anche una particolare conformazione geologica, una sottile striscia di terra che unisce l’India meridionale con lo Sri Lanka. Denominato “Ponte di Adamo” (guarda caso), secondo alcuni potrebbe essere ciò che resta di un antichissimo ponte risalente ad un’epoca pre-diluviana. Secondo alcuni ricercatori, potrebbe quindi trattarsi di uno dei più sorprendenti indizi di una Civiltà fiorita in epoca anteriore a 13 mila anni fa, perché questa striscia di terra lunga 30 km, - da lungo tempo ritenuta essere un lembo di terra formatosi naturalmente -, tramite alcuni immagini satellitari, si è iniziato poi a speculare dai primi anni 2000 che in realtà sarebbe di origine artificiale.
Le immagini, del resto, mostrano la curiosa conformazione dello stretto di Palk, molto simile ad un lungo ponte distrutto, ormai quasi del tutto sommerso dall’Oceano. Alcune rocce risultano emerse, mentre altre si trovano al di sotto dell’acqua ad una profondità variabile di 1-10 metri, e secondo alcune fonti storiche, nel XV secolo la striscia di terra si dice fosse ancora praticabile a piedi, dopo che nel 1480 venne definitivamente distrutta da un ciclone o uno tsunami. E come sovente accade durante la lettura di questo libro, è di nuovo la mitologia a darci una mano nello spiegare questo mistero, perché nella tradizione Indù, si afferma da tempi immemori che questo lembo di terra è si, un ponte, ma costruito da loro amato dio Rama, come raccontato nel poema epico Ramayana, attribuito a Valmiki, perché da sempre è conosciuto con il nome di Ponte di Rama o Rama Setu.
Rama è stata ed è la più famosa e popolare manifestazione del Dio Supremo per una grande maggioranza degli induisti di ogni epoca, compresa quella attuale, riconosciuto come immagine, consapevolezza e spirito incarnante l’intero Induismo, la religione organizzata più antica conosciuta e ad oggi ancora praticata. All’interno del Ramayana, che letteralmente significa “Il Viaggio di Rama”, si narra di un tempo in cui gli Dèi viaggiavano a bordo di navi volanti (i Vimana) e di Giganti che camminavano sulla Terra. Sempre secondo questo racconto, Sita, la moglie di Rama, venne rapita da Ravana, il re-demone a 10 teste di Lanka, e il marito, nel tentativo di salvarla, radunò un esercito di Uomini-Scimmia, i Vanara. Dopo aver scoperto che Sita era tenuta prigioniera nell’isola di Lanka (l’attuale Sri Lanka), e impossibilitato a muovere il suo esercito attraverso l’Oceano, chiese aiuto a questi Vanara per costruire un ponte tra la terra ferma e l’isola. Fu così che i Vanara edificarono una strada rialzata con rocce e massi, alcuni descritti grandi quanto montagne, una costruzione che richiese almeno “cinque giorni” e che, una volta completata, permise a Rama di invadere l’isola e di raggiungere la dimora di Ravana e liberare l’amata moglie.

«Yatra Yatra Raghunath Kirtanam
Tatra Tatra Krita Mastaka anjalim
Bashpawari Pari purna lochanam
Marutim nammascha rakshas antakam»

«Ovunque le gesta di Sri Rama sono cantate,
in tutti questi posti Hanuman piange lacrime di devozione e gioia,
in tutti questi posti la sua presenza scaccia la paura dei demoni
(Ramayana)

Ma chi erano questi Vanara o Uomini-Scimmia? Nell’Induismo, Hanumat o Hanumān, anche noto come Anjaneya, è una delle figure più importanti del poema epico indiano Ramayana, un Vanara, Spirito dall’aspetto di Scimmia[1] e che aiutò il signore Rama (Avatar di Visnu) a liberare la sua consorte. Al di là della sua descrizione mitologica, in quanto incarnazione della saggezza, la giustizia, l’onestà, la forza, la dedizione nei confronti del proprio padrone prescelto, sappiamo, sempre dai miti, che nacque nel Treta Yuga, figlio di Anjana, anch'egli una Vanara. Vanara è una parola sanscrita che significa "con pelo o coda di scimmia"; il nome indica una razza di uomini-scimmia mitologici, naturalmente coraggiosi e curiosi.
Secondo il Ramayana, i Vanara vivevano principalmente nella regione di Kishkindha, nell'attuale Sud dell'India, dove Rama li incontrò durante la sua ricerca di Sita, e per come sono descritti nell'epica, abbiamo una loro descrizione come di esseri divertenti, infantili, leggermente irritanti, importuni, iperattivi, avventurosi, di un'onestà disarmante, leali, coraggiosi, e di buon cuore; sono un po' più bassi di un essere umano e sono coperti da una leggera pelliccia, generalmente marrone.
Come spiega anche la dottoressa Rita Louise su “Ancient Origins”, secondo il poema di Valmiki, Rama visse durante il Treta Yuga, la seconda delle quattro ere di evoluzione della Vita (Yuga), un periodo della durata di ben 1.080.000 anni terrestri. Seppure non sappiamo ancora oggi il reale calcolo del computo induista e la corrispondenza[2] con le epoche umane e terrestri, conosciute ad oggi anche dalla Scienza, si ravvisa però una singolare coincidenza circa l’esistenza, durante questo antico periodo mitologico, quantificato in poco più di un milione di anni, della presenza di questi Vanara, gli “Uomini Scimmia”, con la curiosa presenza sulla Terra di un ominide preesistente all’Homo Sapiens, ravvisabile nell’Homo Erectus.
I Vanara, secondo quanto riportato nel Ramayana, erano i Figli degli Dèi, umanoidi dalle sembianze scimmiesche e dal cuore buono, così come non è un caso che circa 2,5 milioni di anni fa, l’evoluzione umana subì un’importante svolta con la comparsa del genere Homo. L’Homo Habilis, come abbiamo studiato, fu il primo primate in grado di utilizzare degli strumenti, e all’incirca 1,8 milioni di anni fa, l’Homo Erectus fece il suo debutto, comparendo soprattutto in Eurasia, per poi estinguersi solo 50.000 anni fa, in pieno periodo di espansione dei nuovi venuti, gli Homo Sapiens. Questi ominidi, sappiamo che vivevano in piccole comunità, utilizzavano rifugi temporanei, usavano utensili e indossavano i primi abiti, come si pensa iniziarono a padroneggiare il fuoco, mostrando così i primi segni di una civilizzazione che l’Homo Sapiens porterà a compimento.
È possibile che i Vanara del poema epico indù, fossero gli Erectus? Un’ipotesi suggestiva, come del resto è interessante menzionare che il nome “Ponte di Adamo”, derivi da una leggenda islamica, secondo la quale il primo uomo apparso sulla Terra, aveva attraversato questo ponte dopo essere stato espulso nientemeno che dal Paradiso


Ma c’è dell’altro, perché in India, la casta più istruita dei Brahamani, ancora oggi usa il calendario Tamil “Tirukkanda Panchanga”, derivato da non meglio precisati dati astronomici arcaici. Questo calendario, attribuito all’astronomo Asuramaya, contiene un calcolo di quasi due miliardi di anni per l’età del nostro Sistema Solare, ed un periodo di poco più di diciotto milioni di anni dall’apparizione della nostra umanità, calcoli alquanto complessi per dei popoli che venivano considerati primitivi. Secondo alcuni ambienti esoterici, questa figura, nota anche come Mayasura, fu un astronomo atlantideo, ritenuto un grande mago e stregone, a cui si deve la donazione ai Pandava di una serie di conoscenze, tra cui l’arte di volare con veicoli, la meteorologia, l’alchimia, la minerologia, la geologia, la fisica, l’astronomia, nonché l’aver determinato con precisione la durata di tutti i periodi passati, geologici e cosmici e la lunghezza di tutti i cicli a venire.
Il Surya Siddhanta, narra che l’astronomo Asuramaya visse verso la conclusione del Krita Yuga, un’età che si è conclusa circa 2.165.000 anni prima del presente, e questo lo collocherebbe a più meno 2,5 milioni di anni fa, proprio nel momento più importante e di passaggio tra le varie specie umane di primati ed ominidi, e vicino all’epoca in cui apparvero gli Erectus, ovvero in un tempo coincidente al Treta Yuga (ovviamente seguendo sempre questi calcoli).
Eppure, sempre i testi indiani raccontano di epoche così remote e lontane dalla nostra concezione da lasciare semplicemente interdetti. Si, perché in moltissimi passi famosi del Ramayana o del Mahabharata, vengono descritti i Vimana, o aeronavi vediche, come l’utilizzo di altre armi strabilianti che a quei tempi venivano regolarmente utilizzate, senza contare la mole impressionante di informazioni sull’Universo stesso in cui abitiamo. La Galassia, ad esempio, per gli Indù era rappresentata dal Gange in modo quasi identico, come per gli Egizi lo era il Nilo. Ganga nasce da Via Lattea e il Visnu-Purana dice:

«Le sue sorgenti sono nell’unghia dell’alluce del piede sinistro di Visnu, quindi ella viene accolta da Dhruva (la Polare) che la sostiene notte e giorno devotamente sul suo capo; e da li i Sette Rsi praticano l’esercizio dell’ascesi nelle sue acque, cingendosi con le sue onde le chiome intrecciate. Il globo lunare, avvolto nella sua corrente accumulata, da questo contatto deriva un maggior splendore. Cadendo dall’alto, a mano a mano che esce dalla Luna, ella scende sulla vetta del Meru (la Montagna del Mondo posta a nord) e da li scorre verso i quattro punti cardinali della Terra per purificarla… il luogo donde procede questa corrente, per la purificazione dei tre mondi, è la terza divisione delle regioni celesti, la sede di Visnu

Si narra di eventi così colossali e di una tale violenza che poterono essere smorzati dalla forza di Siva (Shiva) che l’accolse nelle sue chiome, con le quali riuscì nell’intento “per più di cento anni, per impedirle di cadere troppo improvvisamente sulla montagna”, anche perché, se i suoi capelli non avessero fatto da sbarramento e raccolta, la Terra sarebbe stata inondata dalle “Acque Superne” (es-se provengono dalla terza regione del cielo, il “Sentiero di Visnu”, tra l’Orsa Maggiore e la Polare). Rispetto ad altri miti coevi, di cui abbiamo superstiti alcuni passaggi tradotti, il poema epico indiano del Mahabharata risulta essere, indiscutibilmente, la più vasta storia in versi di un popolo di cui si abbia una versione completa. Delle diciotto sezioni nella quali sono suddivisi i centottantamila versi, ne citiamo alcuni che parlano del “Viaggio di Arshuna (Arjuna) nel Cielo di Indra[3].

«Quando i Custodi dei Mondi se ne furono andati, Arshuna, terrore dei nemici, si augurò che Indra gl'inviasse il suo carro celeste. E con i Maalis comparve ad un tratto, avvolto nella luce, il carro, scacciando dall'aria le tenebre e illuminando tutte le nuvole intorno, colmando di un frastuono simile al rombare dei tuoni tutte le regioni del Mondo. Era una magica visione celeste, incanto per gli occhi. Indi salì sul carro, splendente come il signore del giorno. Partì con il magico oggetto, col carro simile a un sole, col carro celeste si alzò gioioso il bianco rampollo della stirpe di Kuru. E nell'avvicinarsi alla regione invisibile ai mortali peregrinanti sulla Terra, vide a mille i carri celesti, meravigliosi. Non splende il Sole lassù, né la Luna né ardono i fuochi, ma brillano di luce propria, accese di pura energia, quelle che sulla Terra son viste come stelle, simili a lumini per l'immensa distanza, benché siano grandi Corpi [Celesti]

Un testo così chiaro non pensiamo abbia bisogno di spiegazioni, in quanto si parla di luce simili ad un faro, a veicoli che viaggiavano fuori dal nostro Sistema Solare in quantità innumerevole, precisando che le stesse Stelle, viste sulla Terra sono simili a lumini per l’immensa distanza, quando in realtà sono dei veri e propri Corpi Celesti… ripeto, conoscenze alquanto complesse per delle popolazioni che, secondo la Scienza Ufficiale, erano uscite fuori da poco tempo dal loro utero primitivo. Eppure, sempre questi popoli, nei loro testi sacri ci raccontano anche di guerre nucleari, armi micidiali che solo in parte abbiamo riscoperto nel XX secolo, velivoli incredibili che solcano i cieli, comprese Teorie come quella della Relatività, della Fusione dell’Atomo, combinazione con diverse leghe metalliche, conoscenze scientifiche e metallurgiche, etc., tutte contenute in testi quali il Mahabharata, il Samarangana Sutradara, il Ramayana, la Mahavira Chiarita.
Quando uno dei principali traduttori di tali testi, P. Chandra Roy, terminò il suo lavoro sul Mahabharata e scrisse, nel 1884, la prefazione al libro, rivelò che: “in questo libro vi sono molte cose che appariranno ridicole al lettore tipicamente inglese.” E in effetti, la descrizione di aeronavi spaziali (i Vimana), di armi paralizzanti (Mohanastra), di cannoni cilindrici (Agneyastras), di carri celesti a due piani, di razzi, proiettili di vario tipo, esplosivi potentissimi, etc., forse dovettero sembrare dei voli pindarici ai lettori della seconda metà dell’800 in Europa, un’epoca dove ancora doveva arrivare il periodo in cui, molti decenni più tardi, si sarebbero inventati l’aeroplano, i gas nervini, i razzi con equipaggio umano e persino le bombe atomiche.
Non essendoci ancora adeguate conoscenze scientifiche e terminologiche, risulta ancora oggi sconcertante la possibilità che non ci siano state contaminazioni linguistiche, perché semplicemente all’epoca non esistevano metri di paragone per poter descrivere tali eventi, a dimostrazione della genuinità di tali conoscenze. Inoltre, la stessa antica cultura filosofica e scientifica del Vaisesika, sviluppò e conservò teorie sugli atomi in continuo movimento, come nel Mahabharata non si parla solo di usi, costumi, religione, ma anche del Cosmo, di storie e leggende degli Dèi, dei loro mezzi volanti e/o spaziali, sulle loro capacità tecniche e di volo, i materiali di costruzione, e persino del tipo di propellente utilizzato, il Mercurio Rosso! Ma se volevate stupirvi ancora, non manca addirittura la descrizione di una vera e propria guerra atomica (o similare).

«Un solo proiettile, carico di tutta la potenza dell’Universo. Una colonna incandescente di fuoco e fumo, lucente come diecimila soli, si levò in tutto il suo splendore [...] Era un’arma sconosciuta, un fulmine di ferro, un gigantesco messaggero di morte, che ridusse in cenere l’intera razza dei Vrishnis e degli Andrakas […] I cadaveri erano così bruciati da essere irriconoscibili. I loro capelli e le loro unghie caddero, il vasellame si ruppe senza causa apparente, e gli uccelli divennero bianchi. Nel giro di poche ore, tutti i cibi erano diventati infetti [...] per sfuggire a questo fuoco, i soldati si gettarono nei fiumi, per lavarsi e lavare i loro equipaggiamenti […] Quella potente arma portò via masse di guerrieri, cavalli, elefanti e carri, come fossero foglie secche degli alberi [...] Grandi nuvole che si aprono l’una sopra l’altra come una serie di giganteschi parasoli […] L’arma misurava tre cubiti e sei piedi [...] era rovinosa per tutte le creature viventi […] le due armi si scontrarono in cielo. Allora la Terra, con tutte le sue montagne, i mari e gli alberi prese a tremare, e tutte le creature viventi furono riscaldate dall’energia delle armi e gravemente danneggiate, i cieli avvamparono e i dieci punti dell’orizzonte si riempirono di fumo [...]»

Ebbene, in certe regioni dell’Asia (ma anche in altre parti del Mondo), sono presenti quelle che potremmo definire le “cicatrici atomiche”, conformazioni venutesi a creare millenni prima dell’avvento della nostra era nucleare, e zone come la Siberia, l’Iraq, la penisola del Sinai e anche l’India, così come altre regioni tra i quali il Colorado (USA), sono dei veri e propri rebus dal punto di vista scientifico. Nel 1947 in Iraq, durante alcuni scavi che portarono alla luce antiche tracce di un insediamento umano, che andava dai resti della civiltà babilonese ed assira, a quelli molto più remoti risalente ad un periodo compreso tra il 7-6.000 a.C. (per finire addirittura a tracce di culture del periodo Magdeliano di circa 16.000 anni fa), venne riportato alla luce un vero e proprio piano di cristallo fuso, simile a quello che venne a formarsi nel deserto del New Mexico[4], dopo l’esplosione della prima bomba atomica…
È evidente che gli Dèi erano (e sono) corporei, e che potevano disporre di un arsenale di armi micidiali da fare invidia ai militari di oggi da ogni parte del Mondo. Nell’Adi Parva, uno dei libri che compongono il Mahabharata, il dio Agni consegnò all’eroe Vasudeva il Disco Chakra, assicurandogli che con questo oggetto avrebbe potuto sconfiggere qualsiasi nemico: “compiuta l'opera sua, l'arma ritornerà immancabilmente da te.” Il prode Vasudeva, trovandosi in pericolo di vita, scagliò il Chakra contro Shisupala, il suo avversario, e come similmente accade nel mito di Perseo[5]: “il disco colpì il Re decapitandolo, e poi ritornò in possesso di Vasudeva.”
Si direbbe che fosse stato una sorta di boomerang tagliente come un rasoio, ma in realtà era qualcosa di ben diverso, dacché il misterioso dono del “Dio del Fuoco”, era avvolto nel fuoco stesso, tanto che se Vasudeva l’avesse preso in mano, ne avrebbe riportato terribili ustioni. Arjuna, il personaggio centrale del poema epico, sapeva che questi Dèi, scesi tra gli uomini, disponevano di armi incredibili, perciò anche lui si rivolse a Shiva con la preghiera di averne una in dono, ed egli gliela consegnò, insegnandoli persino ad usarla: “O eroe potente, ti darò pashupat, la mia arma preferita. Tuttavia, devi fare attenzione a non impiegarla in modo sbagliato. Se tu la scagliassi contro un nemico debole, pashupat, distruggerebbe il Mondo intero. Nessuno si potrebbe salvare se fosse colpito con quest'arma. Dopo il sacrificio di purificazione Siva lo iniziò ai segreti dell'impiego. Quindi invitò Arjuna nel regno degli Dei, Arjuna si prosternò davanti a Siva, il Signore dell'Universo, che scomparve insieme con la sua sposa Uma fra le nuvole, come il Sole al tramonto...”
Dal dio Kureva, Arjuna ottenne un ulteriore arma, Antardhana, preziosa e innocua, dato che aveva la proprietà di addormentare l’avversario, ma dopo averla presa in consegna gli apparve Indra, Signore del Cielo che: “insieme con la sua sposa Sachi, sul carro di guerra celeste, invita l'eroe a salirvi per recarsi con lui in cielo.” In queste cronache di guerra descritte nel Mahabharata, si parla della lotta di potere fra la dinastia dei Kaurawa e dei Pandawa, alla quale parteciparono anche gli Dèi e dove furono le loro armi a deciderne l’esito. In uno di questi scontri venne impiegata l’arma Narayana: “un rumore assordante riempiva il campo di battaglia. L'arma detta Narayana volava per l'aria, ne uscivano frecce a migliaia. Simili a serpenti sibilanti, e piombavano da ogni parte sopra i guerrieri.” Gli Dèi, perciò, avevano arsenali terrificanti e Arjuna ne era l’esecutore materiale. «Le armi solcavano rapide l'aria, a grande altezza, e ne uscivano fiamme violente simili al fuoco immane che divora la Terra alla fine di un’epoca. Dal cielo piovevano a migliaia le stelle cadenti. Gli animali acquatici e terricoli tremavano di paura. Tutta la Terra sussultava.» (Aunshana Parva del Mahabharata)
Queste armi descritte negli antichi testi indiani superavano di gran lunga, non solo le capacità tecniche dei terrestri di allora, ma anche dei primi traduttori alla fine del XIX secolo, così come alcune armi descritte non sono ancora state inventate dall’uomo contemporaneo. Perciò viene da domandarsi da dove poteva provenire tutta questa tecnologia così avanzata, se non da degli Esseri provenienti dalle profondità del Cosmo e che questi primitivi uomini scambiarono per divinità? Si racconta, ad esempio, che nel pieno infuriare della battaglia, intervenne anche il saggio Veda Vyasa, che ordinò alle due parti in lotta, che si accingevano allo scontro finale, di non usare l’arma più potente perché: “… la Terra si sarebbe isterilita per dodici anni… sarebbero morti perfino i bambini non ancora nati nel ventre materno.” Ma tali guerre non si svolgevano soltanto sul suolo terrestre, ma persino nei Cieli, oltre l’atmosfera del nostro pianeta o nelle profondità degli abissi oceanici! Nei capitoli 168, 169 e 173 del Vanaparvan (un ulteriore parte del Mahabharata), si descrive la battaglia tra il divino Arjuna e gli Asura (o Demoni).
«Arjuna salì al cielo per ottenere dagli esseri celesti armi divine e comprenderne il loro uso. Nel corso di questo soggiorno, Indra, Signore del Cielo, chiese ad Arjuna di distruggere tutto l’esercito degli Asura. Questi trenta milioni di Demoni vivono in fortezze situate nelle profondità degli oceani. Indra, Signore del Cielo, cedette in tal senso la sua propria nave spaziale ad Arjuna, pilotata dal suo abile aiutante Matali. Questa nave era anche capace di muoversi sott’acqua. Nella feroce battaglia che seguì, gli Asura provocarono piogge diluviali, però Arjuna gli oppose un'arma divina, che riuscì a disseccare tutta l’acqua. Gli Asura furono sconfitti, e dopo la battaglia Arjuna discese nelle città dei Demoni sconfitti. Rimase affascinato dalla bellezza e dal lusso delle città sottomarine. Arjuna chiese a Matali circa la storia di tali città e venne informato che originariamente furono costruite per gli Dèi per il loro uso particolare

Nel capitolo 102 del Vanaparvan si può leggere come gli Asura erano emersi dalle loro città sotterranee, importunando in egual modo gli Umani e gli Dèi. Quando Arjuna ritornò al Cielo con il suo indistruttibile veivolo volante-anfibio, scoprì una meravigliosa città che si muoveva sul proprio asse al centro dello Spazio. La visione doveva essere così concreta da averla descritta in tal modo: "La città appariva radiante, bella, piena di edifici, alberi e cascate di acqua. Possedeva quattro accessi, tutti sorvegliati da vedette provviste delle più diverse armi." Arjuna incuriosito cerco di carpire l’origine di tale città, e venne informato che fu Brahma in persona ad averla costruita, una vera e propria città roteante celeste chiamata Hiranyapura (Città Dorata).
Ma la città, si racconta, che fu conquistata dagli Asura tempo addietro, riuscendo ad allontanare persino gli stessi Dèi, e dal momento che Arjuna voleva combattere contro i Demoni in ogni modo, fu spinto da Matali a distruggerla. Nel tentativo, i Demoni-Asura si difesero con ogni mezzo e utilizzando armi potentissime: "Si innescò una terribile battaglia, nel corso della quale la città spaziale fu violentemente gettata per aria, e poi di nuovo in direzione della Terra, scaraventata da una parte all’altra, immergendola anche nelle profondità marine. Trascorso molto tempo dalla battaglia, Arjuna sparò un proiettile mortale che distrusse l’intera città in mille pezzi, lasciando cadere i frammenti sopra la Terra. Gli Asura sopravvissuti lasciarono le rovine e continuarono a combattere duramente. Però Arjuna terminò la battaglia con l’aiuto della potente Pasupata. Tutti gli Asura furono distrutti. Indra e gli altri Dèi celebrarono Arjuna come eroe."


Anche nel capitolo 3 (versi 6-10) del Sabhaparvan (ugualmente parte del Mahabharata) si parla di avveneristiche Città Celesti. Si dice che Maya, l’architetto degli Asura, aveva progettato per Yudhisthira, il maggiore dei Pandavas, una meravigliosa sala di assemblaggio in oro, argento e altri metalli che, equipaggiata da 8.000 lavoratori, fu traslocata in Cielo, e quando Yudhisthira chiese al saggio Narada se antecedentemente fu fatta costruire una sala così maestosa, egli rispose che esistevano parecchie sale celesti similari, una per ciascuna delle divinità: Indra, Yama, Varuna, Kuvera e Brahma. Secondo il sempre il saggio Narada, la sala delle riunioni di Indra possedeva le dimensioni (espresse in cifre attuali) di ben 16 chilometri di altezza, 1.200 chilometri di lunghezza e 8 chilometri di larghezza (pensate, che per avere un raffronto, la lunghezza della nostra penisola è di circa 1.000 chilometri!)
Ma non è tutto, perché racconta ancora che: "La città spaziale di Indra rimase permanentemente nello Spazio. Fu costruita interamente di metallo e conteneva edifici, alloggi e impianti. Le entrate erano così ampie, che anche piccoli oggetti volanti potevano entrare in esse. La sala delle riunioni di Yama aveva una lunghezza di 750 chilometri, fu costruita di forma simile, ed era provvista di tutti i servizi per una vita confortevole. Era circondata da una parete bianca, che produceva fulmini quando il suo veicolo si spostava nel firmamento. La sala di Varuna si trovava sott’acqua e si muoveva liberamente nelle profondità degli oceani. Nemmeno qui mancavano le comodità di una vita lussuosa. La sala delle riunioni di Kureva era la più incantevole di tutto l’Universo. Misurava 550 per 800 chilometri, sospesa liberamente nell’aria, e al suo interno vi erano palazzi dorati. Però il più fenomenale luogo delle riunioni era quello di Brahma. Era il più difficile da raggiungere e costituiva un vero paesaggio quando avanzava per l’Universo. Anche il Sole e la Luna impallidivano accanto ad esso." Nel Mahabharata si descrivono ben cinque città di tali dimensioni, tutte costruite da tecnici e capaci di restare anni nell’aria, provviste di ogni comodità ma anche di terrificanti armi. Inoltre, in sanscrito, la parola “sabha” significa inequivocabilmente “riunione di persone”, così come questa “assemblea” risulta ormai chiaro che fosse ubicata nello spazio esterno, nel Cosmo, in connessione con tutte le divinità celesti.



[1] Secondo alcuni studiosi, la sua epica avrebbe ispirato nella mitologia cinese la figura di Sun Wukong.
[2] Le interpretazioni sono ancora oggi discordanti.
[3] Indra, la più grande divinità dei Deva, signore della folgore e dio del temporale, delle piogge e della magia.
[4] Trinity è stato il primo test per un'arma nucleare. È stato condotto dagli Stati Uniti il 16 luglio 1945 nell'ambito del Progetto Manhattan.
[5] Così come il Disco lanciato da Perseo, deviato malauguratamente, colpì il nonno Acrisio che assisteva allo spettacolo, uccidendolo.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 8, 8.2 - Lo strano caso di Hanuman e degli Erectus

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