"L’Isola Bianca nel Deserto del Gobi" di Federico Bellini

L’Asia Centrale, lontana dai mari, presenta attualmente un clima continentale, torrido in estate e gelido in inverno, ma in un lontano passato, a quanto pare, sembra che non fosse così. Nadira Yuldasheva, ricercatrice dell’Istituto d’Immunologia dell’Accademia delle Scienze di Tashkent, in Uzbekistan, ha affermato in un suo studio che: “Intorno ai 40-50 mila anni fa l’Asia Centrale era ricca di alberi tropicali, nonché di un ambiente adatto alla caccia e alla pesca.” In seguito, l’ambiente è cambiato radicalmente e a causa della desertificazione, avvenuta per dei fattori ancora sconosciuti, e alcuni gruppi di uomini si ritrovarono costretti a migrare verso l’Europa Occidentale, altri verso la Siberia e da lì verso l’America del Nord: “L’Asia centrale si conferma un serbatoio importantissimo di diversità genetica, nonché la fonte di tre diverse ondate migratorie verso l’Europa, l’America e l’India.
Oltre alle spettacolari pareti di ghiaccio dell’Himalaya, si trovano anche due dei deserti più sterili al Mondo, quello del Takla Makan e del Gobi, circondati dai monti del Tien Shan, del Pamir, del Kun Lun e dell’Altai. Un’ampia regione composita di deserti e picchi nevosi, scarsamente popolata e divisa da barriere e confini politici, tra le ultime regioni al mondo a mantenere intatto un mistero, un grande vuoto storico e di memoria in cui la sabbia del tempo ha coperto e occultato manufatti, comprese città che attendono ancora oggi di essere riscoperte. Pensate che la regione del deserto del Takla Makan è una meta sconsigliata dalle agenzie turistiche, perché quando scoppia un’improvvisa tempesta, l’oscurità avvolge tutto e strani suoni, schianti, si sentono risuonare, fra inquietanti ruggiti e sinistri ululati provenienti dalla bufera, mentre enormi vortici di sabbia mista a sassi vengono sollevati in aria, colpendo terrorizzati uomini e bestie.
Le sabbie del Takla Makan avvolgono quasi sempre la regione del Kashgar, nascondendo agli occhi degli uomini i “Demoni del Cielo” che si dice dimorano in quel luogo. Il Deserto del Gobi, invece, è un territorio enorme, esteso su ben 1.295.000 chilometri quadrati, situato tra la Mongolia meridionale e la Cina settentrionale. L’area presenta notevoli escursioni termiche tra il giorno e la notte, con punte anche sopra i 40 gradi, con paesaggi desolati ed affascinanti, terreni aridi, sassosi e dai colori accesi, interrotti da brulle sterpaglie e arbusti rinsecchiti, rare distese sabbiose (solo il 3% della sua superficie) e molte cavità, caverne, laghi salati e pochi animali selvatici (come l’asino Koulan).
Ma le varie leggende dell’Asia centro-orientale ci riportano di un tempo molto antico, dove il Deserto del Gobi, aveva una geologia ben diversa e dove si sarebbe esteso un grande mare. Si narra di una terra leggendaria abitata da un’antichissima Civil vissuta all’epoca in cui vi sarebbe stata un’isola in mezzo a questo grande mare, popolata da varie creature umane dai capelli biondi e gli occhi azzurri (in netto contrasto con le etnie del luogo). E proprio da queste creature, che si dice provenienti dal Cielo, gli abitanti dei territori appresero importanti insegnamenti sull’agricoltura, le scienze, la stessa Civiltà, etc.
Ci sono antichissime tradizioni, riprese e reinterpretate dalle più recenti correnti dell’Esoterismo, tra le quali la Teosofia, che parlano di quando “Uomini discesi dalla grande Stella Bianca” (si pensa da Venere o da Sirio), abbiano preso a dimorare nell’Isola del Mar del Gobi, nell’anno 18.617.841 a.C. (una data tratta da enigmatiche cronologie del brahamanesimo), erigendo fortificazioni, strutture e gallerie sotterranee e sottomarine. Persino il famoso esploratore austriaco, Heinrich Harrer[1], scrisse in un suo libro di essere venuto a conoscenza, in Tibet, di cronache arcaiche narrate in una colossale raccolta di scritture religiose di 109 volumi e con 225 libri di commentari (forse si riferiva a il Kanshur e il Tanshur), redatti nella lingua degli Dèi e da Esseri provenienti da Altri Mondi (Dhyani).


Ancora oggi diverse zone del territorio di questo grande deserto sono traforate da aperture che conducono a piazze sotterranee da cui si dipartono gallerie inaccessibili, dipinte in alcuni casi da graffiti con simboli e disegni indecifrabili, sovente ostruite da tratti crollati, e secondo certi Miti tramandati da tempi immemorabili, le gallerie collegherebbero località molto distanti tra di loro. Alcuni Sciamani del luogo, sacerdoti di culto di un animismo antico (il Tengrismo) e che ancora vive tra le zone brulle della Mongolia meridionale, quando cadono in trance al ritmo ossessivo dei tamburi, affermano di mettersi in contatto telepatico con una dimensione popolata da creature da incubo, Umanoidi Neri, ingobbiti con mani grosse ed artigli; essi sarebbero in grado di togliersi la loro pelle per rivelare sembianze fittizie ed umane, così da poter camminare in mezzo a noi senza poter essere riconosciuti, ma se vestiti della loro pelle nera, vagherebbero tra le acque e nei cieli, a bordo di grosse conchiglie volanti, chiamando a sé i morti.
Tratti consistenti di questo deserto sono cosparsi addirittura dalle cosiddette tectiti, scaglie di pochi centimetri dall’aspetto vetroso, secondo lo studio del ricercatore russo Mikail Agrest (che ha pubblicato diversi articoli in proposito sulla Literaturnaya gazeta) sarebbero costituite da frammenti che si staccarono, durante la preistoria, da presunti oggetti cosmici non identificati, per via del forte calore che accompagnava la loro penetrazione nell’atmosfera terrestre.[2] Nel mondo, le tectiti sono state principalmente rinvenute nella zona mediorientale e che corrisponde al luogo delle città bibliche di Sodoma e Gomorra, nella Valle Della Morte, al confine tra la California e il Nevada e, appunto, nel Deserto del Gobi, del quale vi sono alcuni tratti che appaiono come fatti di vetro, e non di roccia o di sabbia; tutte indicazioni che ancora una volta confermano il verificarsi di un evento catastrofico che colpì alcune regioni del Mondo, coinvolgendo i primi stanziamenti umani organizzati.
In alcune caverne del deserto, degli studiosi provenienti dall’ex-URSS, reperirono, attorno agli anni ’50, degli strani oggetti in un certo qual modo simili al cosiddetto Geode di Coso[3], rinvenuto in California, fatti di una sostanza come ceramica e di un materiale vitreo a forma di emisfero, con la punta simile ad un cono e con all’apice una goccia di mercurio. Eppure, nei Vimana indiani, descritti con dovizia di particolari nei testi sanscriti come il Ramayana e il Drona Parva, sappiamo che viaggiavano nel Cosmo per effetto del Mercurio (il già citato Mercurio Rosso), che scatenava una specie di “Vento Solare”, o propulsore attorno all’astronave!
Molti decenni fa venne rinvenuta nelle caverne del distretto di Bohistan (oggi Kohistan), nella zona himalayana del futuro Pakistan, una vera e propria mappa celeste (tra l’altro pubblicata in America nel 1925 dal National Geographic). Molti astronomi notarono che, pur essendo esatta, non corrispondeva a quelle attuali, perché su quella mappa le stelle erano disposte nella posizione che occupava-no quasi 15.000 anni fa; notarono anche un dettaglio singolare sulla mappa, nella quale erano presenti delle linee che uniscono la Terra con Venere.
Nel 1778 Jean-Sylvain Bailly, politico, matematico e astronomo francese, esaminando certe carte stellari portate dall’India da alcuni missionari, constatò che dovevano essere vecchie di molti millenni, ma che, comunque, non potevano essere state realizzate in India, poiché vi erano segnate stelle non visibili dal presunto luogo di origine. I calcoli svelarono a Bailly il punto di osservazione da cui le mappe erano state disegnate: proprio la zona dove si trova oggi il Deserto del Gobi. Evidentemente quegli indiani avevano ereditato queste carte da una civiltà più antica e progredita della loro, forse quella che abitava l’isola in mezzo al mare, su quel territorio dove ora si estende il deserto?
A questo punto del nostro cammino sarà bene fare la conoscenza di un personaggio poliedrico e che nella sua vita rivestì vari ruoli, tra cui quello di: esploratore, archeologo, antropologo, pittore, disegnatore e costumista, scrittore, viaggiatore e diplomatico, conferenziere ed occultista, ovvero di Nicholas Konstantinovic Roerich. Nato a San Pietroburgo nel 1874, e incoraggiato dal pittore Mikhail O. Mikhesine, iniziò a dipingere iscrivendosi poi all'Accademia di Belle Arti, nello stesso tempo proseguì anche gli studi di legge, per volontà del padre che era avvocato. Nel 1898 ottenne una sua cattedra nell’Istituto Imperiale Archeologico; tre anni dopo si sposò con Elena Ivanovna Shaposnikov, nipote del celebre musicista Modest Mussorgskij, e che gli diede due figli.
Ai primi del Novecento, Roerich era già una figura di spicco del mondo culturale della capitale russa, interessandosi di svariate discipline tra cui l’archeologia, la pittura, la scenografia. Suoi furono i disegni e le scene dei costumi per l’impresario teatrale Sergej Djagilev, per il celebre balletto di Igor Stravinsky, La Sagra della Primavera. Membro dal 1909 dell’Accademia Imperiale Russa di Belle Arti, nel 1917 fu anche per brevissimo tempo presidente del Comitato degli Artisti, creato dallo scrittore Maksim Gor'kij, che si riuniva nello storico Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo (ribattezzata nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Pietrogrado, per ragioni di germanofobia).
Dopo la Rivoluzione di Ottobre, Roerich dapprima trasferì la sua famiglia in Finlandia, poi, nel 1920, decise di accettare l’invito del direttore dell’Istituto d’Arte di Chicago ed emigrò negli Stati Uniti, che divenne la sua seconda patria. Nel 1923 alcuni suoi ammiratori fondarono il Roerich Museum, che si arricchì di un gran numero di opere dell’artista, mentre egli partiva, insieme alla moglie, per un lungo viaggio nelle regioni più interne e meno conosciute dell’Asia Centrale, visitando l’India, il Sikkim, il Tibet, la Cina e infine la Mongolia.[4]
Recentemente sono stati tradotti e pubblicati in italiano due volumi di scritti relativi al suo grande viaggio esplorativo fra le montagne e i deserti dell’Asia Centrale, che hanno riproposto i temi ormai «classici» relativi alla mitica Shambhala e al regno sotterraneo di Agharti, di cui aveva parlato, sempre a quei tempi, anche un altro grande viaggiatore polacco, Ferdinand Ossendowski, specialmente nel suo celebre libro, "Bestie, Uomini, Dèi", autore che approfondiremo nei capitoli successivi.
In “Shambhala, la risplendente”, Roerich scrive che in Kashmir, a Srinagar, esiste la tomba del grande Issa, ovvero nientemeno che di Gesù, e raccontano le popolazioni locali che come il Messia fu crocifisso ma non morì, e che dopo averlo portato in salvo, i discepoli lo aiutarono ad andarsene alla ricerca della Perduta Tribù di Israele, predicando lungo il cammino il Vangelo. A Kashgar, invece si trova la tomba della madre di Issa, la Vergine Maria, dove sembra vi morì dopo esservi rifugiata.
Racconta, sempre in questo libro, di come ogni grotta suggerisca che qualcuno vi sia già penetrato, e di come ogni corso d’acqua, specie quelli sotterranei, volge l’immaginazione verso mondi paralleli ed inesplorati. In diverse zone dell’Asia Centrale si parla degli Agharti, il popolo che dimora all’interno della Terra, e molte leggende ne delineano la storia che racconta, di quando i migliori abbandonarono la superficie, cercando salvezza in contrade nascoste in cui acquisire rinnovate, forti e po-tenti energie. Fu sui molti Altai, nella bella valle di Uimon, che un vecchio venerabile gli rivelò di questo fantastico regno.

«“Vi proverrò che la storia dei Chud, il popolo che vive all’interno della Terra, non è solo frutto dell’immaginazione! Vi condurrò all’ingresso di questo regno sotterraneo.” Sulla strada che attraversa la valle circondata da montagne innevate, il mio ospite ci raccontò molte leggende sui Chud. È notevole che la parola “chud”, in russo, abbia la stessa origine della parola meraviglia. Allora, forse potremmo considerare i Chud come una tribù meravigliosa. La mia barbuta guida spiegò: “Una volta, in questa valle, viveva la potente e fiorente tribù dei Chud. I Chud erano in grado di fare prospezioni minerarie e di ottenere i migliori raccolti. Davvero pacifica e industriosa era questa tribù. Ma un giorno venne uno Zar Bianco, con innumerevoli orde di crudeli guerrieri. I pacifici e industriosi Chud non erano in grado di opporre resistenza agli assalti dei conquistatori, e siccome non volevano perdere la libertà, rimasero quali servitori dello Zar Bianco. Allora, per la prima volta, crebbe in quella regione una betulla bianca e, secondo le antiche profezie, i Chud capirono che era giunta l’ora di partire. E i Chud, non volendo rimanere sotto il giogo dello Zar Bianco, se ne andarono sottoterra. Solo qualche volta potete udire cantare il sacro popolo; ora le loro campane risuonano nei templi sotterranei. Ma verrà il giorno glorioso della purificazione umana, e, in quei giorni, i grandi Chud riappariranno in tutta la loro gloria.” Così concluse il vecchio credente. Ci avvicinammo a una piccola collina pietrosa e, orgoglioso, egli mi indicò: “Eccoci: qui c’è l’ingresso del grande regno sotterraneo. Quando i Chud penetrarono dai passaggi sotterranei chiusero l’entrata con le pietre. In questo momento siamo proprio accanto alla sacra entrata.”» (Shambhala: in Search of the New Era (1930), traduzione italiana di Daniela Muggia, Edizioni Amrita, Torino, 1997)

Durante il tragitto vide enormi tombe circondate da grosse pietre, nel Khotan, gli zoccoli dei cavalli risuonavano a vuoto come se stessero cavalcando sopra delle grotte o delle cavità, ed ogni storia rimandava alla credenza di questo grande Regno e del popolo che vive all’interno, perché in tutta l’Asia, attraverso i vasti deserti, dal Pacifico agli Urali, si può ascoltare e raccontare sempre le stesse leggende. Talvolta la Città Santa è sommersa, come nel folclore dei Paesi Bassi e della Svizzera, e questa leggenda non soltanto diede luogo a numerose varianti, ma ispirò anche numerosi compositori e artisti moderni, e Roerich, uomo di grande cultura quale era, si rammentò della bella opera del russo Rimsky-Korsakoff, “La Città di Kitezh.”
In Siberia, Russia, Lituania e Polonia, rammentava delle numerose leggende e fiabe sui Giganti che un tempo vivevano in quei paesi, ma che in seguito, non amando i nuovi usi e costumi delle sopraggiunte popolazioni, scomparvero. Gli innumerevoli Kurgan delle steppe meridionali sono circondati da molte storie che parlano dell’apparizione di un guerriero sconosciuto di cui nessuno rammenta la provenienza, così come i monti Carpazi, in Ungheria, conservano storie simili di sconosciute tribù, guerrieri Giganti e città misteriose. Un giorno, poi, incontrò un vecchio missionario cattolico che casualmente gli raccontò che il luogo dove sorge Lhasa (la capitale del Tibet, sede del Palazzo del Potala del Dalai Lama) era un tempo chiamato Gotha, mentre nella regione trans-himalaiana, a un’altitudine tra i quindicimila e i sedicimila piedi, trovò insieme alla sua spedizione, parecchi gruppi di menhir, sconosciuti al resto del Mondo.
«“Cosa sono quelle pietre, su quel pendio?” chiedemmo alla nostra guida tibetana. “Oh - rispose - sono dei doring, delle pietre lunghe: è un antico luogo sacro. È molto utile mettere del grasso in cima alle pietre, così le deità locali aiutano i viaggiatori.” “Chi mise qui queste pietre?” - “Nessuno lo sa. Ma, dai tempi antichi, questo distretto si è sempre chiamato Doring, ‘le pietre lunghe’. La gente dice che, molto tempo fa, da qui passò un popolo sconosciuto.”»
A sud del bacino del Tarim si trovano i monti dell’Altyn-Tagh e, proseguendo verso la Mongolia, i monti Altai, verso occidente si trovano il Karakorum, il Pamir e l’Hindukush, mentre ancora più a sud si trovano i monti del Kunlun e l’Himalaya. Situati a Nord del Taklamakan e delle montagne del Tien Shan, al confine tra la Cina, la Russia e la Mongolia, si trovano, oltre ai monti dell’Altai anche le Cinque Montagne Sacre. L’Altai e l’Himalaya sono in realtà un unico sistema di montagne, dove il quadro storico delle antiche migrazioni dei popoli si è fatto più chiaro con la scoperta, sui monti dell’Altai, di Menhir e pitture rupestri di cervi e stambecchi non tanto dissimili dagli stessi disegni rinvenuti nelle grotte o nelle caverne europee.
Ai piedi di questi monti, sul versante sud-orientale, nello Xinjiang, al confine con la Mongolia, sparse per la prateria si trovano la maggior parte di queste vestigia. Solo la zona di Bayan-Olgiy ha più di centinaia, forse migliaia di pietre scolpite in forma umana, Menhir incisi con figure di cervo, e altrettante migliaia di tombe antiche, tanto che ancora oggi, le distese dell’Asia Centrale rimangono il più grande Museo all’aria aperta di tutto il Mondo. Scriveva Roerich, ammirato e stupito di quanto vide nel corso della spedizione sui monti Himalayani: “Se osservate questi tibetani, rimanete profondamente colpiti se, da sotto il cappello di pelo, spunta chiaramente il viso di uno spagnolo, di un ungherese o di un francese del sud. Si deve ammettere che hanno lineamenti in qualche modo distorti, ma essi non hanno nessuna relazione col tipo mongolo o cinese. Si può solo mettere in rapporto con gli europei…
Il piccolo distretto di Lahaul-Spiti si trova nello stato indiano dell’Himachal Pradesh, una zona montuosa tra il Ladakh e il Tibet a nord e la Valle di Kullu a sud: la lingua, la cultura di queste popolazioni sono tibetana e indo-ariana. Roerich scriveva, a tal proposito di questi luoghi in “Urusvati”: “Sulle pietre di Lahaul sono incise due figure di un uomo e una donna, alte nove piedi (2,7 mt), che indicano l’antica statura degli uomini che in un lontano passato sostarono in quei luoghi. Il grande Arjuna creò un passaggio sotterraneo da Naggar a Manikaran, dalla Valle d’Argento alle calde sorgenti. Più a nord si trova Il villaggio di Manali.” Si racconta che quella fosse la statura degli antichi abitanti di quei luoghi.
Nel Mahabharata si narra che, terminata la guerra, Arjuna e i suoi si incamminarono verso il lago Manasarovar, posto ai piedi del Kailash, la grande e leggendaria montagna sacra dalla cima di ghiaccio, per giungere in un luogo antico, a Naggar, nella Valle di Kullu, dove ancora oggi si possono vedere le rovine del loro castello. Nel suo libro “Heart of Asia”, del 1928, sempre Roerich racconta: «Notiamo qualcosa di lucente, che vola molto alto da nord-est a sud. Prendiamo nelle tende tre potenti binocoli e osserviamo l’enorme sferoide che brilla ai raggi del Sole, visibile chiaramente sullo sfondo azzurro del Cielo, mentre si muove a grande velocità. Poco dopo notiamo che cambia bruscamente direzione volando da sud a sud-ovest, e scompare dietro i picchi innevati della Catena di Humboldt. L’intero campo segue l’insolita apparizione e i Lama bisbigliano: Il Segno di Shamballah

(Nessun aeromobile di quella forma, grandezza e velocità, era ancora stato inventato nel 1928!)

Nella valle visse anche Vyasa, il compilatore del Mahabharata, e qui si fermò l’avanzata in Oriente di Alessandro Magno. La Valle di Kullu, che giace nascosta ai confini di Lahaul e del Tibet, ha diciotto templi dedicati ai Naga e dove, tra l'altro, vi passa l’antica strada per il Ladakh e il Tibet.[5] Roerich pensava, senza qualche difficoltà, che questa valle fosse l'Arya-Varsa o Aryavarta, la Terra degli Ariani. Questo, infatti, era l’antico nome dell’India del Nord, dove lo stesso popolo Indo-Ariano chiamava sé stesso Aryavarta. Nel Manu Samhita, si legge che dopo il Diluvio che aveva distrutto il Mondo, Vaivasvata-Manu fece il primo passo sulla Terra scendendo dalla Barca o Arca, stabilendo la sua dimora a Manali, nome che deriva da “Manu-Alay”, la Dimora di Manu, e nella Valle di Kullu, verso le cime montuose a 3000 metri di altezza, si trova, per l'appunto, un luogo di notevole interesse: Malana.
La gente di questo nido montuoso parla ancora oggi un linguaggio incomprensibile, indossa alti copricapi conici neri, lunghi orecchini, abiti bianchi, e solo raramente i loro rappresentanti scendono a valle per visitare i templi del Dio Jamlu. Roerich, aggiunse anche un particolare importante: questa divinità, il Jamlu Rishi, aveva soggiornato in quei luoghi stabilendo norme e regolamenti, un po' come il dio biblico YHWH fece con Mosé e il popolo ebraico[6]; e la stessa venuta di Jamlu, guarda caso, risalirebbe ai tempi che gli storici moderni attribuiscono alla comparsa degli Ariani.
Il Bacino del Tarim, nella regione cinese dello Xinjiang, prende il nome dal fiume che lo attraversa, il fiume Tarim e che nasce fra le montagne di Kunlun, scorrendo attraverso il deserto di Taklamakan e la catena montuosa di Tien Shan (le Montagne Celesti), lungo un’estesa zona scarsamente popolata e dai confini incerti e politicamente instabile. A tutt'oggi è uno dei luoghi meno esplorati della Terra, il suo deserto si estende per ben 400.000 chilometri quadrati con estati molto calde, inverni freddissimi, e le cui condizioni climatiche risultano peggiori del vicino Deserto del Gobi; una combinazione ambientale ideale per la conservazione dei corpi e dei materiali.
Il Deserto del Taklamakan, un tempo era ricoperto dalle acque, un mare, e attorno ad esso fiorivano e prosperavano Civiltà ancora oggi sconosciute. Come accadde similmente per il Mare del Sahara, divenne dapprima un enorme lago, poi una palude, infine un acquitrino e poi della semplice sabbia. La scoperta recente di cadaveri di uomini con spiccate caratteristiche caucasiche, i cui antenati si erano stabiliti da quelle parti migliaia di anni fa, non appartiene al ventesimo secolo, ma persino a quello precedente. Fu la teosofa Helena P. Blavatsky che nel 1888, all’interno del primo volume della sua “Dottrina Segreta”, nell’introduzione, fece una serie di affermazioni risultate poi profetiche.

«L’Oasi di Cherchen situata a circa 4.000 piedi sul livello del fiume Cherchen Darya, è circondata in tutte le direzioni dalle rovine di grandi e piccole civiltà arcaiche. Circa 3.000 esseri umani rappresentano i resti di un centinaio di nazioni e razze estinte i cui nomi sono sconosciuti ai nostri etnologi (…) I discendenti di queste razze antidiluviane sanno così poco dei loro antenati (...) Solo la tribù di Khorosan sostiene di provenire dall’attuale Afghanistan molto prima di Alessandro (Magno) (…) Un viaggiatore russo Colonnello (ora Generale) Prjevalsky ha trovato presso l’Oasi di Cherchen le rovine di due enormi città, la più antica delle quali secondo la tradizione locale, fu distrutta 3.000 anni fa da un eroe gigantesco (…) Il famoso viaggiatore aggiunge che, durante il viaggio a Cherchen Darya, udirono leggende su altre ventitré città sepolte da secoli sotto le sabbie del deserto

Dopo le rivelazioni della Blavatsky nella “Dottrina Segreta”, e le scoperte fatte dal Generale Prjevalsky nell’Oasi di Cherchen, negli anni fra le due guerre mondiali, il Sinkiang e in particolare la regione del Lop Nor furono oggetto delle ricerche dell'esploratore Sven Hedin. Queste ricerche furono finanziate nientemeno che da un’associazione tedesca nazista, la Società Ahnenerbe, “Società di Ricerca dell’Eredità Ancestrale”, e che almeno nelle intenzioni delle autorità coinvolte, aveva lo scopo apparente di localizzare la patria primordiale della Razza Ariana.
Da allora le scoperte non sono tardate ad arrivare: a Cherchen, nel sud del Tian Shan (le Montagne Celesti), ai margini del bacino del Tarim, gli archeologi cinesi nel 1978 portarono alla luce svariate decine di cadaveri disidratati, mummificati, di tipo caucasico e dalla pelle tatuata; furono rinvenuti, sempre in queste zone desertiche, i resti mummificati anche di circa 200 persone di razza bianca, dal naso aquilino, i capelli biondi e gli occhi tondi occidentali, vestiti di colori sgargianti, adoranti il Sole; un altro cadavere mummificato, sempre con sembianze non orientali, ma simili piuttosto ad un “guerriero vichingo” con tanto di trecce bionde, fu rinvenuto sempre negli stessi luoghi, e si dice appartennesse ad un popolo denominato Tocari, risalente a oltre 4.000 anni fa.
Uno dei ritrovamenti di Cherchen meglio conservati e più sconcertanti fu quello di una famiglia costituita da un uomo, una donna e una bambina, tutti individui che risultarono essere di alta statura. L’uomo di due centimetri inferiori ai due metri, dal naso aquilino, i capelli rossi, presentava una fitta barba, carattere del tutto assente tra le popolazioni asiatiche, ed era vestito di una tunica di lana rosso scuro con ghette colorate, mentre la donna raggiungeva l’altezza di un metro e novantadue centimetri.
Sempre presenti i simboli solari, con spirali e svastiche, raffigurati nei finimenti dei cavalli, come rilevante fu anche il ritrovamento di un tessuto incredibilmente identico ai tarta celtici trovati in Danimarca! Gli archeologi rimasero sconcertati, si credeva che queste tecniche fossero state inventate in Egitto verso il 1500 a.C., senza contare che la scoperta delle mummie portò ad ulteriori incredibili sorprese: i tratti somatici distintamente caucasici; il rinvenimento di grano ed orzo in zone dove non doveva esserci, perciò importato da luoghi molto lontani; gli esami del DNA sulle mummie che geneticamente dimostrarono la loro vicinanza con gli svedesi, i finni e persino i toscani, i corsi e i sardi…



[1] Come è noto, Harrer, iniziò la sua carriera aderendo alle SS il 1° aprile 1938. Nel 1939, fece parte di una spedizione tedesca in Kashmir (allora sotto controllo britannico) dove i membri della spedizione furono arrestati dagli inglesi e internati in un campo di prigionia; fu solo nel 1944 che riuscì a fuggire in Tibet con un compagno. Coincidenza o destino, divenne tutor personale del giovane Dalai Lama fino a primi anni Cinquanta. Fu l’ultimo occidentale a vivere nel Tibet libero, per sette anni da tibetano tra i tibetani, e sotto l’influenza del giovane Kundun e del buddismo locale, divenne un’attivista per i diritti umani di questo popolo. Fino alla sua morte nel gennaio 2006, il Dalai Lama ne è rimasto intimo amico e 'Sette anni in Tibet” è la sua celebre autobiografia, trasposta poi in un film noto al grande pubblico.
[2] La loro composizione le differenzia nettamente dalle meteoriti, perché esse sono state rinvenute in regioni molto circoscritte e l’analisi chimica della loro struttura induce a credere che l’origine non sia terrestre, in quanto le tectiti si devono essere solidificate roteando nel vuoto prima di toccare terra.
[3] Il Geode di Coso fu ritrovato nell'omonima località della California, negli anni '60, in una sfera incrostata di conchiglie fossili. Una radiografia mise in evidenza l'interno, formato da una sottile anima di metallo, circondata da una sezione circolare di materiale ceramico durissimo (tale da consumare la sega al diamante utilizzata per il taglio), con un cappuccio esagonale. L'oggetto fu datato a 500.000 anni fa.
[4] Nel corso di quel viaggio Roerich si imbatté anche in alcune testimonianze relative alla presenza di Gesù Cristo nella regione dell’Himalaya e, addirittura, del suo presunto sepolcro nella città di Srinagar, nel Kashmir, tuttora venerato come quello di un grande santo venuto a predicare dal lontano Occidente.
[5] Recentemente, questa regione himalayana, è stata menzionata spesso nelle notizie relative al fenomeno U.F.O. per via di avvistamenti di luci misteriose che avvengono in modo piuttosto regolare, segnalate dalla gente del posto da tempo immemore.
[6] A tal proposito si invita a rileggere l’analogia tra i Rishi della filosofia indù, le Sette Stelle dell’Orsa Maggiore e la loro comunanza con lo YHWH dell’Antico Testamento, spiegato nella seconda parte di questo libro, Antropogenesi, nel capitolo 5.1 - Metamorfosi alchemica del Sistema Solare.


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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 9, 9.2 - L’Isola Bianca nel Deserto del Gobi

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