"Le enigmatiche origini del Popolo Tibetano" di Federico Bellini

Le origini del popolo tibetano rimangono ancora del tutto ignote. Secondo la tradizione, il remoto antenato degli abitanti del Tibet sarebbe stato uno scimmione, considerato un’incarnazione della deità Chenrezig, sorta di orchessa venerata come nume tutelare della montagna (ancora una volta un Homo Erectus?) La loro unione avrebbe dato vita ad una bizzarra prole, strani esseri metà uomini e metà scimmie da cui, attraverso un considerevole numero di generazioni, si evolse gradualmente la razza tibetana; da un punto di vista dell’evoluzione, corrisponderebbe all’evoluzione delle diversificate specie di ominidi, e che hanno infine portato all’Homo Sapiens.
Dimensione mitica a parte, la moderna antropologia colloca i tibetani all’interno di quella vasta famiglia etnica nota con il nome di “ceppo mongoloide” e che comprende diversi popoli dell’area centro asiatica, seppure non è semplice, ancora oggi, determinare con certezza l’origine stessa degli abitanti del Tibet. Anche partendo da alcuni aspetti più grossolani, come la banale osservazione fisica dei tratti somatici, si constata immediatamente come alcuni di loro siano più simili ai nativi americani, mentre altri somiglino più alla popolazione cinese o giapponese. La stessa lingua tibetana presenta punti di contatto con il birmano, tanto che molti parlano il tibetano-birmano, o al contrario, alcuni dia-letti tipici della regione himalayana.
Le antiche tradizioni, al contrario, ci parlano di un’età mitica in cui governava una dinastia di Re Celesti, sorta di Dèi che esercitavano la loro funzione regale sulla Terra. Di giorno questi monarchi divini vivevano nel Mondo degli Uomini, mentre di notte salivano in Cielo tramite una corda che veniva descritta come una specie di arcobaleno (del tutto simile al Bifrǫst norreno). Questi Re Celesti, sempre secondo le cronache, governavano fino a quando il loro primogenito imparava a calvalcare (in genere verso i tredici anni), perché l’ingresso del giovane nell’età adulta, segnava il passaggio dei poteri dinastici, dopo che il vecchio re, metaforicamente “moriva”, nel senso che tornava definitivamente in Cielo per mezzo della corda-arcobaleno dalla quale era venuto.

(Lhasa, il Palazzo del Potala)

Il primo di questi sovrani discesi sulla Terra viene considerato Nyatri Tsempo, il quale giunto nella valle del fiume Yarlung (nel Tibet centrale), vi insediò la sua omonima dinastia. Pare che prima del suo arrivo, i tibetani non abitassero in edifici in muratura ma vivessero per lo più in caverne o in ripari naturali, Nyatri Tsempo, come molti Dèi in modo pressoché simile, fece compiere così un passo decisivo all’evoluzione del suo nuovo popolo, donando loro il concetto di Civiltà e edificando il primo palazzo, quello di Yumbulagang.
Nel Gyelrap, la genealogia dei Re Tibetani, si parla di ben ventisette Re Leggendari agli inizi della dinastia, e Sette di questi Sovrani Celesti erano scesi nel paese calandosi lungo la Scala o Corda del Cielo. Nell'antico testo sono chiamati “Dèi della Luce” e una volta compiuta la loro missione terrena scomparvero, ritornando nel luogo dal quale erano venuti; perfino i testi buddisti più arcaici sarebbero “caduti dal cielo, racchiusi in un piccolo scrigno”. Fu solo a partire dall’ottavo re, Drigum Tsempo, che la Corda Magica, in grado di assicurare ai sovrani la soprannaturale ascensione, venne tagliata e i loro cadaveri, dal momento che rimanevano sulla Terra, cominciarono ad aver bisogno di una tomba.
Il monumento funerario di Drigum Tsempo, che i tibetani chiamano ancora oggi la “Prima Tomba dei Re”, con la su presenza concreta prova che questo sovrano, molto probabilmente, è esistito realmente, e con lui le vicende del Tibet entrarono quasi nella storia, perché quella vera e propria iniziò all’incirca verso il settimo secolo d.C., quando in questo periodo si presentarono i tratti di una società feudale, fortemente gerarchizzata e posta sotto il governo di Songtsen Gampo (noto anche come Tride Songtsen) il trentaduesimo re di Yarlung. Songtsen Gampo riuscì nell'arduo compito di riunire sotto un unico comando quel variegato mondo di tribù dell'Asia centro-settentrionale che costituiscono l'elemento fondamentale dell'etnia tibetana, oltre a gettare le basi per la futura capitale Lhasa e la diffusione del più tardivo Buddhismo.

Eppure, non sono le uniche stranezze di quelle variegate tribù che formano la popolazione tibetana delle origini. Un altro popolo enigmatico del Tibet è quello degli Hsing Nu e del quale conosciamo pochissimo, se non che praticavano una curiosa religione astrale e per cui sono stati definiti da molti studiosi gli “Adoratori delle Stelle.” Di loro, e del mistero che li avvolge, ne parlò moltissimi anni fa anche il pioniere italiano dell’archeologia di frontiera, Peter Kolosimo.
Gli Hsing Nu, seppure considerati non di un alto livello civilizzato, le loro testimonianze, al contrario, ci indurrebbero a pensare il contrario. Sappiamo che abitavano una regione del Tibet settentrionale, a sud della grandiosa catena del Kun Lun, una zona ancora oggi desertica e in gran parte inesplorata. Non erano di origine cinese e si pensa fossero arrivati laggù dalla Persia o addirittura dalla Siria, infatti alcuni rinvenimenti effettuati, hanno dimostrato certe analogie con la Cultura di Ugarit, in particolare alcune raffigurazioni del tutto somiglianti al dio Baal dal lungo elmo conico e dal corpo ricoperto d’argento.
Quando nel 1725 l’esploratore francese, un certo Padre Duparc, scoprì le rovine della capitale di questo popolo annientato dai cinesi, potè ammirare i ruderi di poche costruzioni, tra cui una in particolare, e al cui interno s’ergevano più di mille monoliti che dovevano un tempo essere rivestiti con lamine d’argento (qualcuna, dimenticata dai predatori, era ancora visibile). Vide anche una piramide a tre piani, la base di una torre di porcellana azzurra ed il palazzo reale, con i seggi sormontati dalle immagini del Sole e della Luna. Duparc vide ancora la “Pietra Lunare”, un masso d’un bianco si dice irreale, circondato da bassorilievi raffiguranti animali e fiori sconosciuti.
Nel 1854 fu la volta di un altro francese, un certo Latour, che esplorò la zona e rinvenne alcune tombe, armi, corazze, vasellame di rame e monili d’oro e d’argento, ornati con svastiche e spirali. Le missioni scientifiche che più tardi si spinsero laggiù, ritrovarono solo qualche lastra scolpita, avendo la sabbia, nel frattempo, ricoperto i resti della grande città; fu solo nel 1952 che una spedizione sovietica tentò di portare alla luce almeno una parte dei ruderi. Questi ricercatori russi si sottoposero ad un lungo e massacrante lavoro, riuscendo a strappare al deserto soltanto l’estremità di uno strano monolite.
Dai monaci tibetani, però, gli studiosi sovietici, appresero un’infinità di informazioni sul popolo degli Hsing Nu, e furono loro a mostrare antichissimi documenti in cui la piramide a tre piani era descritta nei minimi dettagli, infatti, secondo tali descrizioni, dal basso all’alto le piattaforme avrebbero rappresentato: “la Terra Antica, quando gli uomini salirono alle stelle; la Terra di Mezzo, quando gli uomini vennero dalle stelle; e la Terra Nuova, il Mondo delle stelle lontane.”
Si racconta, inoltre, che quel popolo cercò nella religione il proseguimento dei loro viaggi nel Cielo, cullandosi nella credenza che le anime dei defunti, salivano verso lo spazio per trasformarsi in Stelle. Interessante è anche la descrizione dell’interno del Tempio che collima con il resoconto di Duparc, dove sull’altare era posta quella “Pietra portata dalla Luna” (portata, e non venuta), un frammento di roccia d’un bianco latteo circondato da magnifici disegni rappresentanti la fauna e la flora della Stella degli Dèi, mentre nei monoliti a forma di fusi sottili, rivestiti d’argento, vi erano impressi animali e piante di un luogo sconosciuto; forse la memoria di un lontano pianeta?

In Tibet, così come in molte altre popolazioni, esistono due antichissimi libri segreti, il Kanshur e il Tanshur. Il primo è costituito da centootto volumi in folio con nove sezioni suddivise in mille e ottantatré capitoli, dove sono raccolti i testi sacri del lamaismo, di cui il Tanshur (il secondo libro) con i suoi duecentoventicinque volumi, rappresenta il rispettivo commentario. Entrambi i testi, stampati col metodo xilografico praticato dai cinesi da tempi immemori, erano così ingombranti che li dovettero conservare distribuiti nelle cantine di parecchi villaggi delle alte valli tibetane; opere crittografiche, di cui soltanto la centesima parte degli originali è stata tradotta, mente si ignora ancora oggi la data in cui furono redatti.
In uno dei libri del Kanshur, intitolato “Raccolta delle Sei Voci”, nel capitolo che porta l’intestazione “Voce Divina” è detto testualmente: “Esistono diversi Cieli, che non sono accessibili a tutte le divinità. Gli Dèi, pur numerosi come sono, non possono mai infrangere le Tre Leggi Fondamentali che lassù sono chiamate Sfera del Desiderio, Sfera della Dilatazione, Sfera Senza Dilatazione. Le Tre Leggi si suddividono in paragrafi. Complessivamente vi sono ventotto Dimore. La ragione del Desiderio ne ha Sei.” Dopo questa esauriente descrizione delle diverse Sfere o Dimore temporali dove soggiornano le Divinità, il testo indica persino che per ogni regione, sono in vigore anni divini diversi e che, a loro volta, sono differenti da quelli umani.
«Nel Cielo dei Quattro Grandi Re, cinquant'anni terrestri corrispondono a un giorno e una notte. La durata della vita equivale a cinquecento anni, oppure, se la si calcola alla maniera terrestre, a nove milioni. Superato il Cielo dei Quattro Re, si giunge alla Seconda Dimora del Cielo... e qui un giorno e una notte contano per cento anni umani. La vita ne dura mille dei loro; ma se la si traspone in termini corrispondenti al nostro computo cronologico, dura 3.600x10.000 anni, ossia trentasei milioni. Al di sopra di questo cielo vi è un luogo simile nell'aspetto a un ammasso di nuvole, e qui si trovano i Sette Scrigni, grandi come il globo terrestre. Per gli Dèi che vi risiedono, un giorno e una notte equivalgono a duecento anni umani, e la loro vita ne dura duemila, il che equivale a centoquarantaquattro milioni dei nostri.... più in alto ancora si trova la dimora di Tusita e un giorno e una notte di questi Dèi comprendono quattrocento anni umani, e la loro vita ne dura quattromila, vale a dire 576 milioni di anni del nostro pianeta... dopo il Mondo delle divinità di Tusita... viene la Quinta Dimora... Gli Dèi che l'abitano si possono metamorfosare a loro piacere, assumendo ogni aspetto che vogliano, e possiedono i Cinque Elementi... Ottocento anni terrestri si riassumono per queste divinità in un giorno e una notte. Vivono diecimila anni, che calcolati in anni umani corrispondono a due bilioni e trecentoquattro milioni... Dopo il Quinto Cielo, più in alto ancora, si trova... la Sesta Dimora... Gli Dèi che vi risiedono hanno il potere di trasformare tutto e dispongono per il loro diletto di giardini, boschi, castelli e palazzi e di tutto quanto desiderano. Qui siamo al culmine della sfera dei desideri, dove sedicimila anni umani corrispondono a un giorno e una notte e dove le divinità ne vivono sedicimila, che trasposti in anni umani ne danno nove bilioni e duecentosedici milioni…»


Nascendo da una costola dell’Induismo, all’incirca attorno al VI secolo a.C., il Buddhismo fece proprie, fin dai primi albori le conoscenze mistiche e teologiche degli asceti e dei vari maestri indiani, riportando tutte queste conoscenze nella nuova filosofia, compresa la certezza che innumerevoli forme di vita popolano la vastità del Cosmo, abitato da tutti gli Dèi. Un passo emblematico e suggestivo a tale riguardo lo si trova nei testi più antichi del buddismo, l’Acchariyābbhūtadhamma Sutta, in cui vengono riportate le parole dirette di Siddharta Gautama, infatti parlando del luogo in cui risiedono e vivono gli Dèi, il Budda affermò che questi si trovano nelle "… nere, cupe regioni immerse nell’oscurità, tra i Sistemi dei Mondi, dove non può arrivare la potente e maestosa luce del nostro Sole e della Luna."
Addirittura, un altro riferimento attribuito al Budda sulla “pluralità di mondi abitati” è possibile trovarlo nel testo Tipitaka, “The Buddha’s Teachings in Three Divisions” (Vol. 11, p. 61 and Vol. 23, sutanta pidok 25, Thai Edition) in cui si parla nel dettaglio di tre pianeti extrasolari denominati Amornrakoyan, Buppaviteha e Auttrarakuru! Ma non è tutto. Agli inizi del 2000, John E. Mack docente di psichiatria ad Harward e studioso del Fenomeno Abductions, aveva avuto modo di interloquire con il sommo rappresentante del buddismo, il Dalai Lama (Tenzin Gyatso), e convenire sulla reale esistenza di esseri viventi su altri pianeti, nonché esporre i propri studi sul fenomeno dei Rapimenti Alieni.
Tale colloquio era stato inizialmente documentato e filmato per essere inserito nel documentario Dalai Lama Renaissance, (Wakan Films e Khashyar Darvich, 2007), ma in post-produzione gli autori avevano deciso di non includere tale sequenza. Un'intervista successiva rilasciata da John E. Mack, lasciava però nella storia una traccia di questo eccezionale incontro, infatti quanto espresso dal Dalai Lama poneva nuova luce su un concetto fondamentale, la presenza di altre forme di vita nel cosmo ma allo stesso tempo ci indicava una strada da seguire, un percorso che ritrovi nella purezza del cuore e delle emozioni una via di incontro ed una lezione di umiltà per saper accogliere ciò che apparentemente sembra diverso, considerandolo come uguale a noi.
 A questo proposito, nel maggio del 2013 durante un meeting tenutosi all’Università di Portland (Oregon, USA) intitolato Universal Responsibility and the Inner Environment, il Dalai Lama, ospite dell’evento, entrò nell’argomento ricordando come "Siamo tutti Uno", perché tutti gli uomini e ogni essere vivente possiedono dentro di sé una scintilla divina, dove è la paura di sentirsi diversi dagli altri ad ingenerare in noi la distanza interiore ed umana all’origine del disagio. Ampliando questo concetto, il Dalai Lama propose un semplice esempio: come percepiremmo esseri provenienti da altri mondi se li trovassimo davanti a noi? La diversità provocherebbe in noi paura! La diversa natura di questi esseri, rispetto alla nostra, genererebbe distanza tra le due realtà trasformandosi ben presto in terrore. A quel punto, il Dalai Lama tenne a precisare che, se un tale incontro si fosse un domani verificato, avremmo dovuto pensare a come accoglierli e considerarli "uguali a noi”.

Sempre nel Tanshur, nel secondo capitolo, il Citralakshana, si legge: “Quando la sua compattezza si dissolse, l'Uovo Cosmico Dorato eliminò le tenebre e tutto nacque dall'acqua. Da quell'Uovo Dorato uscì il progenitore della Terra.” L’Uovo Cosmico ricorre frequentemente nelle leggende tibetane, una delle quali dice: “Dall'essere increato emanò una luce bianca e dall'essenza di questa luce uscì un uovo formato: era luminoso all'esterno, era perfetto. Non aveva né mani né piedi eppure possedeva l'energia che lo faceva muovere. Non ali eppure volava. Non aveva né capo né bocca, non aveva occhi, eppure da lui usciva una voce. Dopo cinque mesi, l'uovo prodigioso si aprì e ne venne fuori un Uomo...”

Anche le tradizioni che risalgono alla cultura cinese Liao, raccontano che il nostro Mondo sarebbe uscito da un Uovo, dopo che i Primi Uomini, arrivarono sulla Terra dentro: “Uova di colore rosso dorato”, simili nell’aspetto a “grandi sacchi gialli”, che le cronache del periodo concordano nel descriverli muniti di sei zampe, quattro ali, nonché privi di occhi e di volto.[1] È evidente che il concetto mitico dell’Uovo Cosmico, risulti un tema centrale di tutte le mitologie, tanto che in una delle più arcaiche preghiere contenute nel “Libro dei Morti” dell’Antico Egitto, gli oranti invocano: “Uovo dei Mondi, esaudiscimi. Io sono Horo, [vivente] da milioni di anni. Sono il signore e padrone del trono, liberato dal Male, attraverso i tempi e gli spazi che sono infiniti.”
Anche nell’Inno dell’Origine delle Cose, che fa parte del Rigveda, la raccolta dei miti sacrificali indiani più arcaici, è riconoscibile il motivo dell’Uovo Cosmico: “Allora non c'erano né il non essere né l'essere, non c'era l'aria, né c'era, più in alto, il Cielo... Aleggiava, ai primordi, non portato dal vento, colui oltre il quale non c'era nessun altro. La notte era tutta coperta dalle tenebre, un oceano senza luce perduto nella notte. Allora si fece quant'era celato nel guscio, quello che nacque dalla vampa dell'intenso raggiare. Che cos'era quaggiù e che cosa lassù, quando tesero di traverso il loro nastro di misurazione? Chi ha saputo l'origine della creazione? Da li sono giunti gli Dèi in questo Mondo. Chi dirà mai da dove sono scesi?
Il “guscio nel quale si celava la forza vitale” si trovava nello “spazio privo di aria”, dove non esisteva “il Cielo”, e dal quale nacque, attraverso “la vampa dell’intenso raggiare”, colui il quale non c’era nessun altro: una perfetta descrizione del Big Bang o delle origini dell’Universo. Persino tra gli indios Chibcha, che vivono sugli altipiani andini della Colombia orientale, il cronachista spagnolo Pedro Simon, riportò questa testimonianza antica: “Era notte. Non esisteva ancora nulla del Mondo. La luce era racchiusa in un grande 'qualcosa come una casa' e uscì di là. Questo 'qualcosa come una casa' conteneva in sé la luce, affinché ne potesse erompere. Le cose incominciarono a essere nello splendore che essa diffondeva...” Una perfetta descrizione della nascita di una Stella.
E a volte l’ingegnosità con la quale i cronisti arcaici descrissero l’inimmaginabile, lascia veramente sbalorditi. Impressionante, ad esempio, è la metafora con la quale seppero rendere l’idea della più piccola parte degli elementi, l’Atomo, così descritto sempre nel Tanshur: “Otto atomi formano la punta d'un capello, così ci insegnano. Conoscendo questa misura, si arriva alla proporzione che la cima d'un capello equivale a otto lendini. Otto lendini insieme sono grandi quanto un pidocchio e otto pidocchi insieme sono grandi, così ci spiegano, quanto un chicco d'orzo.”[2]
I Miti sono la perfetta metafora per descrivere contesti così lontani nel tempo e nello spazio. In quelli presenti nel Buddismo Tibetano, compare sovente la figura del “Grande Maestro”, chiamato anche Padmasambhava (o anche U-Rgyan Pad-Ma), egli era disceso dal Cielo portando con sé scritti redatti in una lingua sconosciuta, che nessuno riusciva a decifrare, e che poi nascose in certe grotte al fine di conservarli per il tempo in cui saranno compresi. Durante il soggiorno in terra il “Grande Maestro” si scelse un discepolo prediletto, Pagur Vaircana, e lo autorizzò a tradurre, una volta che lui fosse risalito nell’empireo, alcuni dei libri scritti nel linguaggio misterioso.
Ancora oggi esistono testi tibetani scritti con un idioma che nessuno è in grado di decifrare, ed è anche grazie a questi retaggi che i miti assurgono legittimamente al rango di antiche realtà, e il discepolo prediletto descrisse addirittura l'ascesa del “Grande Maestro” con una tale efficacia da meritarsi un elogio: “Nel cielo comparvero una nuvola ed un arcobaleno, che si avvicinò di molto. Fra le nubi c'era un cavallo d'oro e d'argento... Tutti quanti poterono vedere come egli andava incontro a loro (gli Dèi), alzandosi nell'aria. Quando il cavallo si era già levato di un cubito al di sopra della terra, Padmasambhava si volse. 'Mi cercherete ma la ricerca non avrà mai fine'. Disse. E poi si allontanò sempre di più. Il Re e coloro che lo circondavano erano come pesci sulla sabbia... guardarono in alto e videro che Padmasambhava sembrava non più grande di un corvo; quando levarono nuovamente gli occhi era piccolo come un tordo, poco dopo soltanto quanto una mosca e infine lo distinguevano a malapena, minuscolo come un uovo di pidocchio. E quando levarono lo sguardo per l'ultima volta non lo scorsero più.”
Più volte abbiamo visto come i Miti si assomigliano in ogni parte del Mondo, questo a dimostrazione che alla base esiste un’unica fonte e che poi si è differenziata attraverso la commistione delle diverse culture, in cui quella stessa storia si è sviluppata, proponendo delle ulteriori varianti, spesso anche del tutto snaturate dall’originale. Anche nel caso di questo ultimo mito tibetano, le analogie con la descrizione dei voli cosmici, risulta ravvisabile anche in quelle bibliche di Etana, Ezechiele, Esdra, Elia, perché anche nella Bibbia, ovviamente, si parla di una salita nel Cielo su di un carro tirato da cavalli, dove lo stesso Elia era definito “Maestro”, analogamente al mito tibetano, e nel quale un suo discepolo prediletto, Eliseo, vide: “Ecco un carro di fuoco e dei cavalli di fuoco che li separarono l'uno dall'altro, ed Elia salì al Cielo in un turbine. Ed Eliseo lo vide e si mise a gridare: Padre mio, padre mio! … Poi non lo vide più... e raccolse il mantello ch'era caduto di dosso ad Elia, tornò indietro e si fermò sulla riva del Giordano.” (2 Re, 2, 11-14)



[1] Tale descrizione non è poi dissimile dal mito norenno di Sleipnir, il Cavallo di Odino. Di color grigio, dotato di otto zampe, era ritenuto il migliore cavallo che esista, il più veloce. Si pensa fosse in grado di cavalcare il Cielo e le Acque, e anche attraverso gli Altri Mondi. Il suo nome significa "colui che scivola rapidamente", e secondo alcune fonti Sleipnir portava delle rune incise sui denti.
[2] Naturalmente non bastano otto atomi per formare la punta d'un capello, però a nostro giudizio il narratore ebbe un'idea geniale per descrivere la più microscopica di tutte le cose, esemplificando meglio il concetto con l'aggiunta che otto pidocchi messi insieme sono grossi quanto un chicco d'orzo.


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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 9, 9.1 - Le enigmatiche origini del Popolo Tibetano

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