"Dal Tengri Khan a Gengis Khan" di Federico Bellini


  
Tengri Khan (605 circa - dopo il 620) anche conosciuto come Tsen srong, Yar Lun o YarLung, corrispondente all'epiteto della sua etnia tribale, fu il primo sovrano e condottiero mongolo, diretto progenitore della stirpe reale, tra cui Gengis Khan, quindi, primo Khan dei Mongoli e secondo figlio del 32° imperatore tibetano Namri Song Tsen.
Di lui poco è noto, tranne che fu costretto a dirigersi verso nord-est (oltre l'odierno Bhutan) negli altopiani transhimalaiani da un suo nemico. La sua figura fu poi mitizzata nelle epopee Turco-Mongole come reincarnazione dello Spirito degli Infiniti Cieli Blu, probabilmente sovrapponendolo al principale Dio dell'arcaico pantheon turco e unno. Nei secoli successivi, infatti, divenne una divinità assimilabile al Padre Celeste ricalcando alcuni culti Turchi, Altaici e Mongoli, e persino dello stesso Gengis Khan, - suo effettivo discendente diretto -, che dichiarò di essere stato investito del sommo potere dall'Eterno Padre Tengri che abita nei Cieli.
Tengri, infatti, incarnava il Dio Supremo dell’antica religione conosciuta anche come Tengrismo, presente in popolazioni come Xiongnu, Xianbei, Turche, Bulgare, Mongole, etc. Ad oggi non esistono simboli ufficiali di questo culto, seppure l’Albero del Mondo e i suoi quattro rami vi siano molto comuni. Il Tengrismo, a cui ci si riferisce occasionalmente, è inoltre un termine moderno per questa religione dell'Asia Centrale e che era caratterizzata da sciamanesimo, animismo, totemismo, e che includeva anche il politeismo e il monoteismo, così come l’adorazione degli antenati.
Storicamente fu la religione di massa dei Turchi, dei Mongoli, degli Ungari e dei Bulgari, come degli Xiongnu e degli Unni. Fu Religione di Stato di sei stati turchi dell'antichità: l'Impero Göktürk, il Khaganato degli Avari, il Khaganato Turco Occidentale, la Grande Bulgaria, il Primo Impero Bulgaro e il Regno dei Cazari.[1]
Ancora oggi, i Mongoli moderni pregano con le parole "Munkh Khukh Tengri" ("Cielo Blu Eterno"), riferendosi poeticamente in questo modo alla propria patria, come la Terra dal Cielo Blu ed Eterno. Anche gli Ashina, tribù e clan dominante delle antiche popolazioni turche che si mise in luce a metà del VI secolo, sulle regioni orientali e occidentali dell'Impero dei Göktürk, si consideravano come prescelti dal Dio Celeste, Tengri, e il Signore (Khagan) era l'impersonificazione del favore di questo Dio del Cielo nei confronti dei Turchi.[2]
Non di rado confuso con una religione solare, essendo il Sole uno dei suoi tanti simboli, a Tengri, in realtà, fu subito associato il Culto del Lupo, il quale simbolizzava l’onore ed era considerato come la Madre della maggior parte delle popolazioni turche. Le leggende raccontano che i capostipiti del popolo mongolo furono “Il Lupo Blu e la Cerva Selvatica”, e in virtù di queste origini, tutti i Mongoli si sono sempre sentiti dei lupi blu-grigi e cerbiatte fulve. Il Lupo, perciò, si incontrava con la Cerbiatta, il Cielo incontrava così la fulva Steppa e si amavano furiosamente, in questo modo i Mongoli diventa-vano animali e come loro si sentivano in grado di volare, nuotare, odorare, vedere di notte, ma soprattutto conoscere il futuro e le lingue segrete.
Nelle sconfinate distese della steppa, dove il Cielo rappresentava l’unica possibilità di orientamento, particolare rilievo era conferito alla Stella Polare, l’Asse del Mondo, dove sotto di essa aveva la sua sede il Signore dei Mongoli e li si trovava pure l’Ombelico del Mondo (probabilmente nella Costellazione dell’Orsa Maggiore), e in forza di tutto ciò, il popolo mongolo si arrogava la missione di sottomettere e riunire tutti i popoli dei “Quattro Angoli”, ovvero dei quattro punti cardinali.
Lo stesso Gengis Khan, il grande sovrano, “inviato del destino”, il cui potere derivava direttamente dal Dio del Cielo, Tengri, diventò, dopo la morte, una potenza celeste, nonché il più nobile degli antenati: i Mongoli attendevano il suo ritorno e la rinascita del suo impero. Al Cielo, dunque, si volge ancora oggi lo sguardo dell'antico cavaliere mongolo, perché nel Cielo ha la sua sede e questo Essere Supremo è alla testa di 99 Divinità, delle quali 34 vengono individuate nella zona orientale della volta celeste e 55 in quella occidentale; a queste 99 figure divine del Cielo, inoltre, corrispondono 77 Madri della Terra che, a volte sono complessivamente raffigurate dalla singola figura della Madre Terra, Etugen

Gengis Khan nacque nel 1162 nei pressi dell’alto corso del fiume Onon[3]. Cresciuto nel clan Borjigin della tribù dei Kereiti, Mongoli praticanti il cristianesimo nestoriano, oltre al Lupo e la Cerbiatta, contava tra i suoi antenati anche Dobun “l’accorto.” Dopo la sua morte, la moglie di Dobun, Alan-Kua «la bella», ebbe tre figli, e un giorno rivelò loro questa intima verità. «Ogni notte, un essere di abbacinante splendore, circonfuso di luce dorata, penetrava nella mia tenda, e si lasciava scivolare al mio fianco. È lui che, per tre volte, ha fecondato il mio ventre. Poi scompariva, portato da un raggio di Sole o di Luna. Sono certa che i tre fratelli sono figli di Tengri, il Cielo.»
Nella "Storia Segreta dei Mongoli", compilata nel 1240, si legge infatti che questo popolo aveva come capostipite "il Lupo Blu nato col suo destino fissato dal Cielo e la cui donna è la Cerva fiera." Particolarmente significative sono anche le leggende che circondano la nascita di Temüjin, il futuro Gengis Khan, perché si racconta che quando fu partorito, stringeva nel pugno un grumo di sangue nero, simbolo di regalità. Nella giovinezza Temüjin ebbe, probabilmente, esperienze sciamaniche: immaginò di diventare uccello o serpente, imitò il linguaggio degli animali, suonò il tamburo, salì con la fantasia lungo i rami dell'Albero Cosmico; si dice aveva a volte il viso acceso da un bagliore misterioso (come il biblico Mosè), e occhi grigioverdi da gatto o da girifalco.
Il suocero lo sognò nella forma di un falcone bianco, che stringeva fra gli artigli il Sole e la Luna, o come disse il condottiero e amico fraterno Jamuqa, «il suo corpo era temprato nel bronzo. Non lo trapasseresti con una lesina. Era forgiato di ferro. Non lo pungeresti con un ago». Nel 1206, Temüjin venne eletto Gran Khan, con il nome di Gengis, che, forse, significa «oceanico» o «incrollabile», ed era appoggiato dal più potente sciamano mongolo; poco tempo dopo, si liberò di lui facendogli spezzare la colonna vertebrale, ma «senza versarne il sangue».[4]
L’orfano miserabile che si cibava da giovane di bacche selvatiche e radici, da adulto dormiva in una grande tenda, protetto da centinaia di guardie. Lo stesso Tengri lo proteggeva e gli aveva rivelato: “Ti ho messo alla testa dei popoli e dei regni affinché tu strappi e atterri, dissipi e annulli, pianti e costruisca.” Col tempo, nelle regioni dell'Asia si diffuse «La Pax Mongola» e creò un impero universale, raccolse sotto di sé centinaia di razze e di religioni dove impose la fedeltà, preparò un sistema di leggi, portò l'ordine e la concordia dove aveva dominato, ma anche la furia e la lacerazione nei territori nemici.
I mercati portavano a Gengis una quantità enorme di mercanzie ed egli ne fissava personalmente ed equamente il prezzo. Dalla sua capitale partivano i messaggeri a cavallo con le lettere dell’Imperatore: indossavano una cintura circondata da sonagli e cavalcavano suonando e scampanellando fino alla successiva stazione di posta, dove altri messaggeri si precipitavano verso di loro, strappandogli la lettera dalle mani; questa musica di sonagli attraversava l’intero spazio del suo immenso impero, in tutte le direzioni.
Ma la morte si avvicinò anche per lui, Gengis Khan comprese che, come gli aveva assicurato un filosofo taoista, non esisteva nessuna possibilità di diventare immortale; ebbe un grave incidente di caccia dal quale non si riprese più e diede ai figli le ultime raccomandazioni. Morì l’agosto del 1227. Negli ultimi istanti forse immaginò che i suoi discendenti, vestiti di stoffe ricamate d'oro, si sarebbero dimenticati di lui, e della povera e austera Mongolia.
Nella giovinezza era andato a caccia nelle boscaglie del Burkhan Khaldun, il monte sacro, si stese sotto il fogliame di un grande albero isolato, vi sostò qualche tempo, come perso in un sogno a occhi aperti, e alzandosi dichiarò che voleva essere sepolto sotto quelle fronde. Lì venne sepolto. Dopo il funerale il luogo divenne un tabù, la foresta crebbe, si dilatò e nascose ogni cosa…




[1] Esiste anche come rinascenza moderna nelle attuali nazioni turciche dell'Asia Centrale, - tra cui il Tatarstan, la Buriazia, il Kirghizistan e il Kazakistan -, verificatasi negli anni seguenti alla dissoluzione dell'Unione Sovietica (dagli anni 90 ad oggi). È ancora praticata e in fase di rinascenza organizzata in Jacuzia, Chakassia, Tuva, e altre nazioni di etnia turchesca all'interno della Russia. Esiste anche il Burkhanismo, un movimento affine al Tengrismo concentrato sui Monti Altaj.
[2] Essi, come molti dei loro sudditi, veneravano gli antenati con cerimonie annuali che portavano alla caverna ancestrale da cui essi credevano fosse scaturito il Clan Ashina.
[3] La sua data di nascita è incerta: alcuni storici propongono come anno di nascita il 1155, altri il 1167, mentre le cronache cinesi indicano il 1162.
[4] Nell'era moderna, questa storia è affine, in modo sconcertante, a quella di Adolf Hitler e al mago-veggente Erik Jan Hanussen, (Vienna, 2 giugno 1889 - Berlino, 25 marzo 1933), nome d'arte di un illusionista austriaco. Herschmann Chaim Steinschneider era conosciuto con una dozzina di nomi d'arte, ma quello che più d'ogni altro lo rese famoso fu “Erik Jan Hanussen”. Ebreo di origini morave, convertito al protestantesimo, coetaneo di Adolf Hitler (era nato solo quaranta giorni dopo rispetto al Führer), nonché connazionale e suo astrologo preferito, nel decennio compreso tra il 1920 ed il 1930, nella Germania del periodo della Repubblica di Weimar divenne una celebrità seconda - per fama - solo a quella del suo contemporaneo Harry Houdini. Predisse con esattezza la data in cui Hitler sarebbe salito al potere (1933), ma di lì a poco venne arrestato dalla Gestapo, torturato, ucciso (ed il suo cadavere orribilmente sfigurato), probabilmente a causa della gelosia che alcuni gerarchi nazisti nutrivano nei suoi confronti, in considerazione del rapporto privilegiato che lo legava al dittatore nazista.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Approfondimento

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