"Breve excursus sui miti dell’Africa subsahariana" di Federico Bellini

La lunghissima fase della Storia dell’Uomo, antecedente all’invenzione della scrittura, a rigor di logica dovrebbe iniziare all’incirca 300-200.000 anni fa, quando nella regione dell’attuale Sudafrica, apparve un nuovo tipo di Uomo, l’Homo Sapiens, che dal punto di vista anatomico e morfologico, risulta pressoché identico all’attuale specie umana. Seppure la storia ufficiale ci abbia convinto del contrario, dopo recenti studi, sembra che la tecnologia abbia compiuto i suoi iniziali passi prima di quanto ci si aspettasse, dal momento che la datazione di molti manufatti rinvenuti in varie parti del Mondo, hanno rimesso in discussione tali certezze.
Gli Erectus, come sappiamo, apparvero circa 1,8 milioni di anni fa e si pensa che si estinsero solo 50.000 anni fa, in pieno periodo di espansione degli Homo Sapiens, poco più di 1 milione di anni fa sappiamo, inoltre, che iniziarono ad espandersi in tutto il continente africano, e circa 900.000 anni fa, avvenne la migrazione verso l’Asia e l’Europa. Circa 400.000 anni fa avvenne la presunta scoperta del fuoco, le prime tracce in tal senso furono rinvenute in Cina, mentre 300-200.000 anni fa, apparve infine l’Homo Sapiens, mentre in Europa, circa 100.000 anni dopo, dalla specie ivi presente si originò la specie dell’Homo di Neanderthal, che si estinse circa 30.000 anni fa dopo l’arrivo in Europa dell’Homo Sapiens, diretto progenitore del Moderno Uomo.
Eppure, 500.000 anni fa, in una zona del Sudafrica, venivano già fabbricate alcune rozze tipologie di armi, fatte da pietre appuntite e montate su lance, circa 200.000 anni prima di quanto fosse stato in precedenza ipotizzato, in piena epoca Erectus. All’epoca si pensava che questi ominidi si nutrissero di carcasse di animali morti, oppure che cercassero di catturarli e/o ucciderli, spingendoli verso alcuni dirupi o luoghi rinchiusi. Del resto, risale a 34-24.000 anni fa la più antica espressione artistica mediante la scultura con le famose Veneri in pietra, mentre solo a 20.000 anni fa l’invenzione del-l’Arco, seppure la lancia, a quanto pare, fosse già utilizzata da centinaia di migliaia di anni prima.
Risulta chiaro che il lungo periodo in cui vissero gli Homo Erectus, presenta aspetti alquanto insoliti e ancora in buona parte misteriosi, lo abbiamo visto in precedenza attraverso i miti indiani, mentre adesso ci rendiamo conto di come anche in Africa, avessero già perfezionato tecniche con migliaia di anni in anticipo e che gli avevano permesso di colonizzare buona parte del Mondo con modalità tali, che solo più di un milione di anni dopo, riuscirà a fare l’ultimo arrivato, l’Homo Sapiens. Ed è per questo motivo che, sempre in Africa, si ravvisano altrettanti miti antichi degni di nota e di essere menzionati, perché ci aiuteranno a comprendere maggiormente come buona parte delle antiche conoscenze che abbiamo, siano originarie in epoche molto più indietro nel tempo, rispetto a quanto la storia ufficiale vuole ancora insegnarci.

In Africa orientale vive ancora oggi la numerosa tribù dei Masai, ricorda nei suoi miti antichissime divinità rosse, azzurre, bianche e nere, le quali “provenivano tutte dal paese delle nubi, e dove delle coppie divine generarono il luminoso ed immortale popolo celeste.” Per i Masai le divinità erano dei guerrieri molto bellicosi dall’aspetto umano, e raccontano, inoltre, che nel Cielo vivevano anche animali, dato che il Dio Bianco, creatore del Sole, della Luna e le Stelle, nonché delle piante, portò sulla Terra questi animali per assicurare una fauna abbondante. Tali racconti si riscontrano anche in altri popoli africani, come tra i Gialuo che narrano di Apodho, il capostipite che scese quaggiù dal Cielo insieme alla moglie, e che portò agli uomini tutti i beni culturali e materiali. I Madi-Moru, raccontano analogamente che i primi uomini abitavano nel Cielo, e fintanto che l’uccello azzurro non distrusse a furia di beccate la scala dalla quale vi si saliva, gli scambi tra Cielo e Terra erano continui ed intensi.
I Ganda, invece, raccontano che le prime due donne comparse sulla Terra erano cadute dal Cielo, mentre per i Nyoro, Dio, quando sistemò il Mondo, inviò poi sulla Terra, dal Cielo, la prima coppia umana. Tutti e due, raccontano, erano forniti di coda e generarono due figli e un figlio, dai quale nacquero rispettivamente il Camaleonte, il Padre del genere umano e la Luna. Anche i Pigmei del bacino del Kivu, raccontano di un analogo capostipite venuto dal Cielo, lo stesso i Kuluwe, nonché del fatto che la prima coppia umana arrivò sulla Terra, sempre dal firmamento, portando questa volta anche le sementi, il rastrello, l’ascia, il mantice, etc. I Bena Lulua, raccontano che il loro Dio inviò sulla Terra i suoi quattro figli, mentre gli Ashanti, hanno il racconto di Sette Uomini, creati, che si calarono sul pianeta attaccandosi ad una catena; dopo che ebbero generato altri uomini, ritornarono poi dal loro luogo di origine.
In maniera non meno dinamica si svolsero i miti degli Ziba, una popolazione appartenente alla famiglia dei Bantù stanziatisi in Tanzania, che veneravano un Dio più arcaico chiamato Rugaba. Saggiamente, essi non lo invocavano e non gli offrivano sacrifici, perché sapevano che la sua residenza era lontanissima nel Cosmo, dove viveva circondato da esseri sovrannaturali con i quali trascorse un tempo assai lungo nelle Tenebre, inoltre, sempre questo Dio, si racconta che creò il primo essere umano dopo che queste Tenebre scomparvero o si dissolsero.
Nel racconto di queste tribù primitive, si riscontrano anche dei particolari ancora più intriganti, come in Kenya, tra la steppa dei Masai e il Lago Rodolfo, dove vive la tribù dei Nandi, insieme con quella affine dei Suk. La loro divinità suprema, Torotut, raccontano che abitava in Cielo, dall’aspetto fisico era uguale ad un uomo ma possedeva un paio di “ali che, con un colpo, generavano il fulmine e che sbattendo, diffondevano il brontolio del tuono.” I Nandi, inoltre, hanno anche un Dio dal nome che sembra un inspiegabile scioglilingua, Chepkeliensokol, e che tradotto in termini comprensibili significa “la cosa con le nove gambe a raggi.”
I Pangwe (o Fan) anch’essi membri della vastissima famiglia Bantù[1], si tramandano da chissà quante generazioni il mito qui di seguito riportato, degno di nota per la sua stranezza: “il fulmine era racchiuso in un Uovo tutto particolare e da questo fulmine la nostra progenitrice ricevette il Fuoco. L'Uovo si ruppe a metà e dai due gusci uscirono tutte le cose visibili. La metà superiore si trasformò in un Fungo Arboreo e s'innalzò fino al Cielo. La metà inferiore rimase quaggiù.” Enigmatica è anche la storia del “Signor Sole e della Signora Luna” che i Nbonga-Ambo continuano ancora oggi a raccontarsi, dove si dice che un tempo il Sole e la Luna avevano l'abitudine di prendere i pasti in comune, ma un giorno la Luna fece bruciare un intero fegato, allora il Sole andò in collera: “Hai trasgredito le regole!” gridò ustionandogli il volto, e da quel tempo la Luna è rimasta sfigurata dalle cicatrici. Non è che una storiella, ma è singolare riscontrare che questa popolazione africana, in tempi primitivi, era già a conoscenza che la superficie del nostro satellite è segnata da delle profonde “cicatrici…
E che dire dei Bemba (Wemba), una tribù Bantù dello Zambia e dei loro miti? Sostengono che agli inizi la nostra Terra era un’unica immensa distesa fangosa e deserta, poi venne il dio Kabezya e la mise in sesto, regolò il corso delle acque, creò le piante, e infine vi portò dal Cielo gli animali e, nella stessa occasione, fece cadere da lassù e sulla superficie del pianeta anche una coppia umana, la quale provvide a popolarlo con i propri mal riusciti discendenti; un po' come i nostrani Adamo ed Eva, caduti dal Giardino dell’Eden direttamente sulla nuda Terra. Nel Congo meridionale, anche i Pende, altra tribù Bantù, raccontano che al principio dei tempi non esisteva niente e dappertutto vi erano le Tenebre. Sulla Terra, sebbene piovesse incessantemente, non c’erano fiumi e soltanto quando le piogge cessarono, il Dio Supremo, Mawese, costrinse le acque ad incanalarsi in un letto, processo che al suo termine lo vide impegnato a creare anche degli Uomini, ignoranti e incompleti, fatti di solo Corpo.
Persino l’intero Universo e le Stelle sono una sua opera, in qualità di Demiurgo o Maestro, e come grande conoscitore dei misteri del Cosmo, insegnò a coltivare il sorgo, il mais e le palme, etc., sino a quando, stanco della solitudine, Mawese prese in moglie Muvadila e, procreando infaticabilmente, diventò il Padre di tutti i Popoli della Terra. Alla fine, quando si rese conto di aver colonizzato abbastanza il pianeta quanto bastava, o poteva essergli utile, ritornò in quel Cielo da dove era venuto, portandosi appresso alcuni degli uomini da lui generati, e che più tardi, si racconta ricondusse nuovamente sulla Terra con il Fuoco.
I Bantù Bushongo (Bakuba) descrivono, nel loro mito, il processo cronologicamente ineccepibile della Creazione. Infatti, raccontano che all’inizio, la Terra era ricoperta dalle acque e avvolta nelle tenebre, poi comparve Bumba, un gigante dalla pelle chiara e che un giorno fu colto dai crampi di stomaco e incominciò a vomitare. Dapprima vomitò le Stelle, il Sole e la Luna, nel mentre il calore del Sole prosciugò le acque ed emersero così i banchi di sabbia. Un figlio di Bumba produsse una pianta dalla quale crebbero poi tutte le altre, e soltanto dopo popolò la Terra di creature viventi, incominciando dagli animali sino ad arrivare all’Uomo.
Da questo punto in avanti toccò agli animali di perpetuare la Creazione”, infatti dopo che, a furia di vomitare, ebbe creato la Terra, Bumba si recò nei villaggi degli Uomini per istruirli sui divieti alimentari e scelse fra loro il primo Re, che sarebbe stato un Dio in Terra oltre a governare la popolazione in sua vece; alla fine si sollevò in aria e scomparve nel Cielo. Ebbene, se trascuriamo il modo alquanto disdicevole con cui Bumba creò la Terra e tutto il resto dell'Universo (non dissimile anche ai vari miti nordici o asiatici, descritti nella prima e seconda parte di questo Libro), dobbiamo ammettere che i particolari delle condizioni primigenie del nostro pianeta sono di una precisione strabiliante (si noti, inoltre, che per noi si tratta di conoscenze acquisite scientificamente soltanto da dopo gli anni ’50 del XIX secolo).
I Pigmei erano così chiamati dai Greci, per via della loro piccola statura, pygmaios, ossia “alti quanto un pugno” (pygmé o nani), ed è un popolo che ancora oggi stanzia ai tropici, nelle foreste pluviali intorno al lago Kivu. Il loro dio Laman, invece, risiedeva ben alto nel Cielo dove però non oziava, perché fu lui a creare gli Uomini, infatti, il mito che lo riguarda narra che: “Dio creò anche Rurema, che scese insieme con lui per creare la Terra. Rurema, sebbene sia un abitatore del Cielo, produsse tutto quanto esiste al Mondo e ha un Corpo. Anche i Fabbri[2] vivono lassù e non vennero mai sulla Terra... il luogo in cui soggiornano è il Cielo... la Terra era una foresta che crebbe da [...], e tuttavia è Rurema il suo creatore.”
I Pigmei Mbuti che vivono nella foresta pluviale dell’Ituri, nello Zaire, raccontano che la divinità più importante del loro pantheon è Khonvoum, Dio Supremo creatore degli Uomini, che li modellò di differenti colori, solo perché utilizzò tipi diversi di creta: nera per dare origine ai Neri, bianca per i Bianchi, e rossa per creare il popolo dei Pigmei, anche se li fece tutti della stessa materia, l’Argilla. Essi, ancora oggi, credono che alla fine delle sue giornate di caccia nella savana, questa divinità si incammina nel Cielo e passa la notte a raccogliere Stelle e che, prima dell’alba, getta nel Sole per ravvivarne la sua luce, come si fa con la legna quando è necessario ravvivare il focolare, perché: “Così è da sempre e sempre sarà così, dicono i piccoli uomini della foresta.”
I Luba (Baluba) sono una popolazione formata da molte tribù e che parlano dialetti diversi, tutti comunque appartenenti sempre al gruppo linguistico dei Bantù, nel Congo meridionale, nella regione compresa fra il Lualaba, uno dei rami del corso superiore del fiume e del lago Tanganica. Tutti loro riconoscono come divinità principale il Mukulu, anch’esso dimorante nel Cielo e che creò dapprima le Stelle, il Sole e la Luna, poi, dopo che accese le lampade celesti fece la Terra alla quale fornì subito l’acqua, i semi da cui crebbero le piante e gli animali che la popolarono.
Terminati questi preparativi da buon padre di famiglia, sopraggiunse un altro dio, Kyomba, che inviò quaggiù il Primo Uomo in compagnia di due donne. Egli portava tra i capelli anche preziosi semi di piante che lasciò sul pianeta, nonché “la cosa che accende il fuoco.” Questo essere, si dice antropomorfo, insegnò inoltre agli inesperti abitatori della Terra (come un novello Osiride), i nomi delle cose che non conoscevano e li ammaestrò a servirsene utilmente (così come Adamo farà nella Bibbia riconoscendo gli animali e le piante, ed iniziando a servirsene).
Anche i Bassari, (popolo africano che vive in un territorio tra il Senegal, il Gambia, la Guinea e la Guinea Bissau), raccontano del Signore del Cielo, dal simpatico nome di Unumbotte, che consegnò ai terrestri i semi affinché coltivassero le piante che ne sarebbero nate, ma ammonendoli a: “dissodare il terreno che non era mai stato lavorato”; un utile consiglio specie in un periodo dove non si usava sfruttare la terra sino all’esaurimento con i fertilizzanti chimici, donando loro ottimi consigli ecologici.  Anche i Tussi del Ruanda (Burundi) narrano che agli inizi della loro esistenza, il Cielo si aprì e tutte le sementi in esso contenute caddero sulla Terra, allora il Principe del Cielo, Mugulu, capostipite del popolo Giagga, scese quaggiù portando con sé una banana, una patata, un fagiolo, una pannocchia di granturco ed una gallina, e dato che aveva dimenticato il becchime per i polli, fu costretto a risalire per prenderlo ma non lo rividero mai più; si dice fosse morto, condividendo il destino degli uomini, dimostrando come non fosse immortale e che quel Cielo non era poi un Paradiso dalla felicità eterna, tutt’altro.
Analoga sorte toccò anche ad Unyoro, la donna divina, dopo che in una storia simile, dopo essersi dimenticata di prendere, insieme con gli altri semi, alcune graminacee, l’Eleusine, risalì nella sfera celeste proponendosi di ritornare al più presto, mentre invece vi morì senza più fare ritorno. Se i miti dei Masai, come abbiamo visto, danno da pensare grazie al loro dinamico Dio Bianco che creò il Primo Uomo, quello di Maitumbe risulta essere persino un personaggio, seppure africano, del tutto simile al biblico Noè, dacché lo dichiararono capostipite della nostra razza. Senza il concorso di una compagna di sesso femminile, infatti, il pluridotato Maitumbe, generò persino Sette Esseri Umani, in quanto era ermafrodito, essendo sia maschio che femmina…


1931. Un antropologo francese, il dottor Marcel Griaule, si recò a scopo di studio presso la tribù dei Dogon. I Dogon sono una popolazione che vive in una landa desertica del Mali, in prossimità del confine con il Burkina Faso, luogo che li accolse dopo la loro fuga per sottrarsi alle pressioni espansionistiche dei grandi imperi medievali, avvenute attorno all’anno 1000 d.C., durante le feroci battaglie sulle sponde del fiume Niger. Tra lo studioso francese e questo popolo si instaurò subito una singolare sintonia, dopo che lui rimase affascinato, quanto sconcertato, nel momento preciso in cui venne a conoscenza della loro complessa mitologia, collegata a determinate nozioni astronomiche.
Queste tribù celebravano (e celebrano ancora oggi), cerimonie che vengono ripetute soltanto una volta ogni cinquantanni e, per ogni ricorrenza successiva, approntano nuove maschere rituali che conservano con cura da secoli, di generazione in generazione, come una sorta di archivio del villaggio, destinato ad essere rivelato solo ai propri discendenti. Nel 1946, Griaule volle ritornare tra i Dogon e questa volta venne accompagnato dall’etnologa Germaine Dieterlen, allora segretaria della Société des Africanistes con sede a Parigi presso il Musée de l'Homme.
I due studiosi, insieme, durante questo soggiorno, poterono raccogliere i frutti dei loro quattro anni di ricerche in un saggio che comparve nel 1951 con il titolo di Un systéme sou-danais de Sirius. Inizialmente noto solo tra una cerchia ristretta di persone, venticinque anni dopo dalla sua pubblicazione divenne un fenomeno a livello mondiale. Cosa raccontavano di così tanto straordinario riguardo ai miti dei Dogon? La coppia di studiosi aveva potuto accertare che le conoscenze astronomiche da loro in possesso, circa la Costellazione del Cane Maggiore, erano comuni a quattro gruppi etnici africani: i Dogon del Bandiagara, i Bambara, i Bozo stanziati nella regione di Ségou e i Minianka, insediati nel distretto di Koutiala.
Come già accennato, i Dogon celebrano ogni cinquantanni la “Festa del Sigui”, una cerimonia che in sostanza intende esprimere il desiderio di rinnovamento del Mondo, dove il momento preciso dell'inizio viene segnato da Po Tolo, la “Stella del Sigui”. Il Po è una graminacea dai chicchi piccolissimi che i Dogon coltivano come cereale, la Digitaria Exilis, e sotto il nome di Digitaria, il piccolo Po è entrato nella letteratura per indicare la “Stella Invisibile”. Ebbene, questa Digitaria, come raccontano i Dogon, compirebbe una rivoluzione completa intorno al luminosissimo Sirio una volta ogni cinquantanni, oltre a risultare sempre invisibile, inoltre, la tradizione Dogon, tramanda ancora un'altra informazione, secondo la quale questa Digitaria sarebbe “la Stella più pesante” e che determina la posizione di Sirio, “mentre gli gira intorno percorrendo la propria orbita...”
Per i Dogon, questa compagna (o Sirio B) fu la prima stella creata da Dio e rappresenta il fulcro dell’Universo, da essa, poi, si sviluppò tutta la Materia, comprese le Anime, in seguito a un complesso moto a spirale, lo stesso che viene simboleggiato nei canestri intrecciati, tempi che venivano a loro volta scanditi da particolari calendari utilizzati: uno per il Sole, uno per la Luna, uno per Sirio e uno addirittura per Venere.

La mitologia Dogon risale ad un passato arcaico impossibile da datare, allora viene da domandarsi da dove provengono queste conoscenze su Sirio A e B e che noi abbiamo scoperto soltanto dalla seconda metà del 1800? Sirio è la stella principale della Costellazione del Cane Maggiore, il cui nome è ad oggi superato perché si riferisce al tempo lontano in cui Sirio sorgeva durante i giorni della canicola, vale a dire durante il periodo in cui si instaurava, piuttosto regolarmente, la stagione della massima calura annuale, tra la fine di luglio e la fine di agosto. Sappiamo, inoltre, che per effetto del movimento giroscopico dell’asse terrestre, si ha ogni ventiseimila anni circa una retrogradazione del punto d’intersezione (Equinozio di Primavera) dell’equatore celeste, con l’eclittica (orbita terrestre), cosicché subiscono una modifica tutte le coordinate degli astri.
Sirio è una stella di prima grandezza nell’emisfero celeste australe, oltre ad essere la più luminosa di tutte quelle che vediamo dalla Terra, splendente di una luce bianchissima e che si trova ad una distanza di soli 8,5 anni luce. L’astro, inoltre, è accompagnato costantemente da una seconda stella bianca di nona grandezza, la cui esistenza fu ipotizzata soltanto nel 1844 dall’astronomo Friedrich Wilhelm Bessel, mentre fu osservata per la prima volta nel 1862 da un ottico e meccanico americano di nome Alvan Clarke. Ora, mentre Sirio è una stella “normale”, la sua compagna Sirio B, invece, appartiene alla classe delle stelle nane bianche di grandissima densità.
Quando il glottologo americano Robert Temple[3], tracciò basandosi sui dati ricavati dai miti dei Dogon, come dai risultati ottenuti dalle più recenti ricerche astronomiche, alcuni diagrammi dell’orbita percorsa da Sirio B, poté trarre la seguente conclusione: “l'analogia è a tal punto strabiliante che perfino l'occhio più inesperto è in grado di constatare l'identità delle due rappresentazioni, sin nei minimi dettagli. È inutile che i perfezionisti mettano mano agli strumenti di misurazione esatti al millimetro. Il dato di fatto, pienamente dimostrato, dice che la tribù dei Dogon conosce molto bene, per quanto incredibile possa sembrare, le leggi alle quali obbediscono Sirio B e la sua orbita intorno a Sirio A.”
Quando i Dogon ripetono, di generazione in generazione, che Digitaria impiega un anno per girare intorno a sé stessa, non è possibile stabilire se si riferiscono ad un anno terrestre oppure all’orbita della “Nana Bianca”, tuttavia a nostro parere, è già sbalorditivo che una tribù di primitivi africani, avesse un’idea del movimento di rotazione di un corpo celeste. Evidentemente, la scoperta che il nostro pianeta ruota intorno al proprio asse, non è poi molto antica, dato che per i Dogon era noto questo meccanismo celeste sin da tempi immemorabili, in quanto il “movimento fondamentale dell’Universo è rotatorio.
Ma non è tutto, perché spostandosi a migliaia di chilometri più a nord-est, in Persia, l'astronomo Abd al-Rahmān al-Sūfi (903-986 d.C.) indicava Sirio come “Colei che ha attraversato”, e riportava un antico mito dei nomadi del deserto secondo i quali la stella dovette attraversare la Via Lattea per raggiungere la regione celeste più a sud. La cosa sorprendente è che solo i nostri astronomi contemporanei, studiando il lentissimo moto della stella, hanno scoperto che negli ultimi sessantamila anni, Sirio, ha effettivamente dovuto attraversare la Via Lattea da una parte all'altra. Quindi, viene lecito chiedersi come facessero questi nomadi ad avere tali conoscenze.
Ritornando ai nostri Dogon, è bene sapere che le loro conoscenze astronomiche sul sistema solare di Sirio non si fermano qui, ma proseguono! Infatti, sono a conoscenza che Sirio B non è affatto l’unico accompagnatore del luminosissimo Sirio A, dato che i loro miti ci parlano anche della Stella Emme Ya, il sorgo femmina più grande della stella detta Digitaria, ma con una densità quattro volte minore, che percorre anch’essa, nell’arco di cinquantanni e nella stessa direzione di Sirio B, un’orbita ovviamente più lunga. Inoltre, Emme Ya, sarebbe addirittura accompagnata da un satellite che essi chiamano la “Stella delle Donne”, e parlano inoltre di un terzo accompagnatore di Sirio, cui hanno dato il nome di Calzolaio; questo Calzolaio si troverebbe ad una distanza maggiore di Sirio e di tutti gli altri suoi ipotetici pianeti, e percorrerebbe un’orbita in senso opposto a tutti gli altri.
Seppure ad oggi le indicazioni relative a Emme Ya e al Calzolaio non sono verificabili con i nostri mezzi, nonostante da alcuni decenni disponiamo di strumenti satelittari in grado di scovare eventuali esopianeti orbitanti intorno alle altre stelle, l’analisi del moto orbitale della coppia Sirio A-B, però, ha più volte lasciato sospettare la presenza di una debole sorgente perturbativa, un terzo corpo che è stato poi definito Sirio C. Solo recentemente sono arrivate conferme circa la sua esistenza, in quanto orbitante attorno all’astro maggiore, orbita con un periodo di 6,3 anni anche Sirio C, con una massa nettamente inferiore a Sirio B; quasi sicuramente si tratta di una minuscola Nana Rossa (o forse un pianeta), avente una luminosità milioni di volte inferiore a Sirio A.
Ma i Dogon non si sono ovviamente fermati ad una conoscenza astronomica così lontana, tutt’altro, perché in base ai racconti che avevano registrato Griaule e Dieterlen, si poté dimostrare che le loro nozioni astronomiche riguardavano anche informazioni sul nostro Sistema Solare, in particolare Venere, Giove e Saturno. I Dogon, infatti, sanno che Saturno è cinto da un alone, nello stesso modo in cui gli antichi Assiri descrivevano il gigante gassoso circondato da un “anello di serpenti”, come sanno inoltre che il pianeta Giove ha attorno a sé “quattro compagne” e che corrispondono esattamente alle sue quattro lune principali.
Sempre i Dogon raffigurano la Terra come una sfera e sanno che gira intorno al proprio asse, come al tempo stesso, insieme ad altre sfere (i pianeti), lo fa intorno al Sole. Non ultimo, e non meno sorprendente, gli anziani del loro popolo, descrivono la nostra Galassia come un’immensa forma a spirale, concetto che iniziò ad essere divulgato dai nostri astronomi occidentali solo all’inizio del XIX secolo.

Non penserete certo che sia finita, perché questa sorprendente storia continua. I Dogon possiedono anche una complessa Cosmogonia, basata sulla fede in un Dio Creatore di nome Amma, e in una creazione prodotta dai movimenti dell’Uovo del Mondo. In base a queste credenze, i “Nommo”, gli otto progenitori dei Dogon (i quali presentano forti affinità con gli Xian, gli Otto Immortali della mitologia cinese), portarono sulla Terra una cesta con dentro dell’argilla necessaria per costruire i depositi di grano dei loro villaggi.
Un’immagine all’apparenza semplice e priva di particolare significato, ma che in realtà nasconde una conoscenza assai profonda dell’Universo e dei corpi celesti in esso contenuti. Il granaio è la rappresentazione dell’Universo, le sue scale simboleggiano sia le coppie di maschi e di femmine che generarono i Dogon, sia le varie Stelle e Costellazioni. Il Nommo, inoltre, era una creatura metà uomo e metà anfibio che atterrò nella Terra della Volpe, un territorio a nord-est di Bandiagara nella regione di Mopti, e si dice fosse di un colore rosso ma quando toccò la terra divenne bianco.
Il nome Nommo deriva da una parola che tradotta letteralmente significa “far bene”, ma spesso viene ricordato come il “Maestro dell’Acqua”, “l’Ammonitore” o il “Distruttore”. Ogotemmeli, un sacerdote dei Dogon, così si esprime: “L'energia vitale della Terra è l'acqua... questa energia è contenuta perfino nella pietra, perché l'umidità è dappertutto... Nommo scese sulla Terra, portando fibre di piante che già crescevano nei campi celesti... Dopo che ebbe creato la Terra, le piante e gli animali, Nommo creò la prima coppia umana, dalla quale nacquero poi gli otto antenati degli uomini. Questi proavi vissero infinitamente a lungo.”
Lo stesso tipo di creatura, inoltre, è presente in una storia della Mesopotamia scritta durante il III secolo a.C. dal sacerdote Beroso, quando viene descritto l’Oannes, dal corpo simile ad un pesce e che viveva soltanto nell’acqua e aveva piedi simili a quelli umani. Per assonanza, non dimentichiamoci anche il dio pesce Dagon dei Filistei, come lo stesso simbolo del pesce era anche quello con il quale i primi cristiani erano soliti rappresentare la deità. Resta comunque il fatto che questa antica e primordiale figura, occupa un posto di rilievo in tutta la cultura africana, e non di rado, nelle zone più interne dell’Africa, gli indigeni si rivolgono ai sacerdoti dei villaggi perché, in situazioni di estrema difficoltà, invochino l’assistenza benevola del Nommo



[1] Il nome Bantu (o Bantù) si riferisce a un vasto gruppo etno-linguistico che comprende oltre 400 etnie dell'Africa subsahariana e distribuite dal Camerun all'Africa centrale, orientale e meridionale. Questa famiglia di etnie, pur largamente diversificata, condivide sia tratti linguistici che culturali, retaggio di una storia comune. I gruppi etnici che appartengono al gruppo Bantu sono suddivisi in due sottofamiglie principali, divisesi circa 3500 anni fa: i Bantu orientali includono i Kikuyu (Kenya), gli Zulu (Sudafrica), gli Xhosa (Sudafrica), i Tswana (Botswana) e gli Shona (Mozambico, Zimbabwe, Zambia), i Bantu occidentali comprendono gli Herero (Namibia, Botswana, Angola), i Tonga (Zambia, Zimbabwe) e i Tonga del Malawi (Malawi), etc.
[2] Interessante il riferimento alla figura del Fabbro creatore o Demiurgo.
[3] Robert K.G. Temple (1945) è uno scrittore statunitense. Ha studiato lingue e letterature orientali, tra cui il sanscrito, presso l'Università della Pennsylvania a Filadelfia. È autore di un famoso e controverso libro, The Sirius Mystery, iniziato nel 1967 e terminato nel 1976, in cui sostiene che la popolazione africana Dogon avrebbe contatti con una presunta Civiltà Extraterrestre proveniente da un pianeta del sistema stellare di Sirio. Egli afferma che tali tesi sui Dogon, che non trovano nessun riscontro scientifico, sarebbero basate sull'interpretazione dei lavori degli etnologi Marcel Griaule e Germaine Dieterlen.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte III - Mitogenesi / Lezione 8, 8.3 - Breve excursus sui miti dell’Africa subsahariana

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