"Il Laboratorio Terrestre" di Federico Bellini


«L'Umanità ha sempre scelto di vivere nella più completa ignoranza, perciò nell'ignoranza vivrà finché non comprenderà la stessa illusione che ha contribuito a creare.» (Federico Bellini)

Guadalcanal (nome in lingua originale Isatabu) è un'isola situata nell'Oceano Pacifico, appartenente all'arcipelago delle Isole Salomone. L'isola, la più estesa dell'arcipelago con i suoi 5336 km², è quasi interamente ricoperta dalla giungla (93%) e su di essa è situata la capitale dello stato delle Isole Salomone, Honiara. Ad essa è legata una leggenda, quella dei “Giganti di Guadalcanal” che vivrebbero all'interno delle catene montuose fra le immense foreste pluviali, nonché disporrebbero di vasti reticoli di caverne che coprono l'intera lunghezza della stessa isola. Molte persone del luogo, sostengono che attraverso questi reticoli sotterranei, i Giganti possano percorrere tutta l’isola senza vedere la luce del giorno, mentre altri ancora, pensano che la loro presenza numerica si possa contare nell'ordine delle migliaia; gli abitanti di Guadalcanal sono convinti che al di sotto delle montagne esista persino un'enorme Città dei Giganti.
Di questi Giganti, secondo le varie testimonianze, ne esistono di tre tipi diversi, o specie: i più grandi, avvistati abbastanza frequentemente, sono alti più di tre metri ed hanno una lunga peluria castana o rossastra, inoltre presentano doppie sopracciglia molto sporgenti, protuberanti occhi rossi, naso piatto e una bocca dalla grande apertura. La versione intermedia, invece, presenta minori dimensioni e peluria meno fitta, mentre le versioni più piccole, meno pelose delle altre, per quanto più grandi dei comuni esseri umani, sono come dei selvaggi che vivono nella giungla.
Nel 1998, presso Gold Ridge dove si stava allestendo una miniera, potenti bulldozer iniziarono a costruire strade e a spianare il terreno. La miniera confina con la zona dei Giganti e sembrerebbe che questi ultimi abbiano un forte senso del territorio, tanto che quando una di queste imponenti macchine si ruppe, durante i lavori, ritrovandosi con uno dei giunti della pala fuori uso, essendo pomeriggio inoltrato gli addetti decisero di lasciare lì la pala e di riportare il bulldozer in officina per ripararlo durante la notte, e per poter riprendere l'attività la mattina successiva; il giorno dopo, però, la pala era sparita e tutti restarono interdetti. Come poteva essere sparito un oggetto così pesante, di oltre dieci tonnellate di peso? Iniziarono a perlustrare la foresta e capitò loro di notare delle impronte gigantesche, lunghe circa un metro, vicino al punto in cui avevano lasciato la pala che ritrovarono ad un centinaio di metri di distanza e su di una piccola collina. In base a ulteriori esami delle impronte, dedussero che i Giganti non l'avevano trasportata sin lì, ma bensì lanciata…
Dell'antica città di Nan Madol, invece, ad oggi non restano che delle rovine situate lungo la costa orientale dell'isola di Pohnpei, una delle quattro suddivisioni amministrative degli Stati Federati di Micronesia. L'area archeologica è composta da circa 100 piccoli isolotti artificiali collegati fra loro da una rete di canali artificiali e con una estensione di circa 18 km². La più grande struttura ancora in piedi è il Nan Douwas, le cui mura perimetrali si innalzano per 8 m e gli edifici interni contengono cripte funerarie. Secondo analisi effettuate con il radiocarbonio, la costruzione di Nan Madol risalirebbe al 1200 d.C., ma dagli scavi archeologici effettuati si presume che la zona, forse, fosse abitata fin dal 200 a.C. Nan Madol resta comunque uno straordinario sito archeologico che, insieme a diversi altri sparsi nell'area dell'Oceano Pacifico, costituisce uno dei grandi misteri della storia.
Forse, a ritardare l'esigenza di uno studio serio e approfondito sulle rovine di Nan Madol, ha contribuito il fatto che uno dei primi ad occuparsene è stato, tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, un personaggio che non godeva di alcun credito presso la “scienza ufficiale": il già citato colonnello britannico James Churchward, convinto sostenitore del Continente Perduto di Mu e controverso studioso delle cosiddette Tavolette Naacal, trovate - a suo dire - in alcune località dell'India e, poi, della Mesoamerica, scritte in un linguaggio sconosciuto e che lui stesso avrebbe decifrato, ricavandone informazioni sconcertanti sulla storia più antica dell'umanità. Per Churchward, il Continente di Mu, situato nella parte centro-meridionale del Pacifico, come sappiamo sarebbe stato la sede di un Impero del Sole, che avrebbe dato origine a tutte le antiche civiltà del pianeta, prima di essere distrutto da una serie di cataclismi naturali.

«Qui si trova ciò che considero il reperto più importante tra quelli rinvenuti in tutta l'area dei Mari del Sud. Si tratta delle rovine di un grande tempio, una struttura che misura 90 metri di lunghezza e 18 di larghezza, con mura che nel 1874 erano alte nove metri e che a livello del suolo presentavano uno spessore di un metro e mezzo. Sulle pareti sono tuttora visibili i resti di alcune incisioni che rappresentano molti simboli sacri di Mu. L'edificio presentava canali e fossati, sotterranei, passaggi e piattaforme, il tutto costruito in pietra basaltica. Sotto il pavimento di forma quadrangolare vi erano due passaggi di circa nove metri quadrati, posti l'uno di fronte all'altro, che conducevano a un canale. Al centro della vasta superficie quadrangolare si trovava la stanza piramidale, senza dubbio il "sancta sanctorum". Secondo le leggende indigene, molte generazioni fa, il tempio venne occupato dai superstiti di una nave pirata che aveva fatto naufragio. Resti umani si trovano tuttora in uno dei sotterranei che i fuorilegge avevano usato come magazzino. Nessun nativo si avvicina volentieri alle rovine, che hanno fama di essere infestate da spiriti malvagi e fantasmi chiamati "mauli". A Ponape vi sono anche altri reperti, alcuni adiacenti alla costa, altri sulla sommità delle colline, alcuni addirittura in radure al centro dell'isola; tutti però sono accomunati dal fatto di essere stati eretti in zone da cui era possibile vedere l'oceano. In una radura c'è un cumulo di pietre, che occupa una superficie di cinque o sei acri e che pare essere collocato su una base sopraelevata; intorno ad esso si notano i resti di ciò che un tempo poteva essere un fossato o un canale. Ai quattro angoli delle rovine, che corrispondono ai punti cardinali, i mucchi di pietre sono più alti, dal che si desume che l'edificio aveva presumibilmente forma quadrata. Personalmente ritengo che i resti di Ponape appartengano a una delle città principali della Madrepatria, forse una delle Sette Città Sacre. È impossibile stimarne la popolazione, di certo era una città di grandi dimensioni, forse abitata da centomila persone.» (Mu, il Continente Perduto, James Churchward)

Churchward considerava Nan Madol come uno dei numerosi tasselli del mosaico che faceva, a suo dire, emergere i resti dello scomparso Continente di Mu. Tra gli altri, egli cita (oltre ai resti dell'Isola di Pasqua): le due enormi colonne sormontate da un arco dell'atollo corallino di Tonga-Tabu; le piramidi delle isole di Guam, di Tinian e dell'isola Swallow; le ciclopiche mura delle isole di Lele e di Kusai (sempre nelle Caroline); le mura delle Isole Samoa; le colonne di pietra, a forma di tronco di piramide delle Marianne; la grande rovina sulla collina di Kuku, a 30 miglia da Hilo, nell'arcipelago delle Hawaii; i reperti delle isole Marchesi nella Polinesia orientale, ed altro ancora.

«La zona delle rovine è sorprendentemente grande, si tratta di costruzioni simili a colonne di basalto esagonali e ottagonali (si dice che in tutto siano 400.000), disseminate su una lunghezza di oltre 24 km.; alcune superano in grandezza e in peso i blocchi della Piramide di Cheope. In passato il luogo portava il nome di Soun Nal-Leng, ossia "scogliera del cielo" e le leggende della Micronesia affermano che i massi giunsero sul posto in volo; vi sono mura alte fino a 10 metri. Costituiscono un enigma le pietre da catapulta perfettamente levigate e grandi quanto un uovo di struzzo rinvenute fra le rovine, dacché in tempi storici la catapulta non fu una macchina di guerra nota ai micronesiani. Aperture praticate nel suolo immettono in camere sotterranee. La maggior parte delle costruzioni (mura, strade, canali) giace sommersa nel mare che le circonda; quindi è possibile che Nan Madol rappresenti le vestigia di una cultura del Mari del Sud, scomparsa per una catastrofica inondazione e della quale ignoriamo sia l'epoca che l'origine. Dalle prove col metodo C14 le costruzioni risalirebbero al 1180 d.C., ma è una data che sembra troppo recente per questa straordinaria, deserta città di pietra dove i micronesiani odierni non osano inoltrarsi per timore degli spiriti. Nelle loro leggende spesso figurano dei protagonisti giganti (kauna) e nani preistorici che vivevano sottoterra, nonché un drago esperto di magia che aveva collocato alloro nei blocchi facendoli volare. Strana è la notizia diffusa dai giapponesi prima del 1939, i quali assicuravano di aver trovato tesori sommersi nelle acque dell'arcipelago Platin. (...) Nan Madol significa "luogo dello spazio", un termine ambiguo che potrebbe significare molte cose. Le rovine furono esplorate nel XIX secolo dal missionario J. Hale. I nativi si tramandano inoltre, nelle loro leggende, l'episodio di un'occupazione dell'isola di "uomini con la pelle così dura che li si sarebbe potuti ferire soltanto colpendoli agli occhi". Può darsi però che questo sia il ricordo di uno sbarco e di successivi scontri con i portoghesi, che nel 1595 incrociavano in queste acque, e che la "pelle dura" di cui parlano fossero semplicemente le armature che li proteggevano.» (Dizionario UFO, Ulrich Dopatka)


Non è possibile dire, allo stato presente delle nostre ricerche e conoscenze, se vi sia qualcosa di vero nelle teorie del colonnello Churchward, ovvero se Nan Madol sia una delle vestigia del mitico Continente Scomparso di Mu, ma moltissimi altri siti archeologici anomali si trovano sparsi in tutti i continenti, aspettando ancora di trovare una soluzione agli enigmi che ci mostrano attraverso le loro mute vestigia.
Oltre ai misteri dell’archeologia, nel corso di questi ultimi anni ci sono pervenute anche storie ano-male di isole che appaiono e scompaiono. Una di queste è Sandy Island (talvolta chiamata in francese Île de Sable) una vera e propria isola fantasma del Mar dei Coralli tra l'Australia e la Nuova Caledonia, in acque territoriali francesi. L'isola appare su alcune mappe, tra cui quelle disegnate da James Cook nel 1774, così come su Google Maps, mentre su Google Earth sono visibili solo dei pixel neri. Nel 1979 il servizio idrografico francese, in seguito ad una campagna di rilevazioni aeree, rimosse l'isola dalle sue mappe, mentre fino a quella data molte di esse indicavano, accanto alla denominazione dell'isola, l'abbreviazione ED (esistenza dubbia), riportandone la possibile presenza per un principio di estrema cautela.
Nel 2000, alcuni radioamatori della DX-pedition affermarono che l'isola non esiste, mentre una ricerca del 2004, analizzando un'eruzione del 2001-2002 di un vulcano presso le isole Tonga, dimostrò che la pietra pomice galleggiante, eruttata dal vulcano stesso, era passata a 20 km di distanza dal punto in cui l'esistenza di Sandy Island era indicata, proponendo l'ipotesi che quanto visto dai navigatori, e riportato sulle mappe, fosse in realtà un aggregato di pietra pomice di passaggio. Nel 2012 una spedizione di scienziati australiani del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation ha certificato che non ci sono isole in quella zona e che il mare è profondo oltre 1.400 metri.
Ma la vicenda di Sandy Island, si ricollega stranamente a quella raccontata nella serie televisiva Lost creata da J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber[1]. Luogo di ambientazione principale della serie è una misteriosa isola del sud del Pacifico sulla quale precipita il Boeing 777 del volo Oceanic Airlines 815. Essa presenta proprietà scientifiche straordinarie, tra le quali la possibilità di curare alcune malattie, viaggiare nello spazio-tempo, oltre alle sue strane proprietà elettromagnetiche dovute alla presenza di una sacca energetica sotterranea, e che ne rendono molto difficoltoso il raggiungimento via mare o per via aerea.
Infatti, l'Isola di Lost è circondata da uno scudo di energia elettromagnetica che causa una dislocazione temporale e la morte di chi tenti di attraversarla. Il Progetto DHARMA riuscì poi a localizzare l'isola apprendendo le informazioni della sua ubicazione dall'esercito americano. Il Progetto, infine, si stabilì sull'isola e costruì il 'Lampione', una stazione situata fuori dall'isola, nei sotterranei di una Chiesa di Los Angeles, che aveva lo scopo di individuare e prevedere la posizione dell'isola durante i suoi spostamenti; tale isola, tra l'altro, poteva essere fisicamente spostata nello spazio, come molti dei suoi personaggi.
Altre isole, però, condividono questa strana particolarità di apparire e scomparire, proprio come raccontato in Lost. Anticamente era conosciuta Antilia, o Antillia, isola leggendaria localizzata nell'Oceano Atlantico occidentale, nota anche come l'Isola delle Sette Città o Isola di San Brendano. L'origine del nome non è chiara, perché "Antilia" sembra significare anti-isola, ossia isola opposta, forse opposta al Portogallo, oppure isola posta simmetricamente al di là delle Colonne d'Ercole. La parola in qualche modo può richiamare Atlantide e non è escluso che i due miti si siano parzialmente sovrapposti, o che Antilia sia una versione ridotta di Atlantide.
Nella Vita di Sertorio (capitolo 8 di Vite Parallele) Plutarco scrive che il comandante romano Quinto Sertorio, dopo una campagna in Mauretania (odierno Marocco), incontrò dei marinai che affermavano di essere tornati dalle Isole dei Beati, distanti dall'Africa 10.000 stadi (2.000 km) con un clima tropicale ed una vegetazione lussureggiante. Nel corso dei secoli, Antilia è stata oggetto di numerose ricerche, sia immaginarie che reali, tanto che nel 1447 vi sarebbe arrivato un vascello portoghese, trovandovi una popolazione che parlava la stessa lingua; meno fortunate furono le spedizioni reali, dei due Fernão, Telles e Dulmo, che nel 1475 e nel 1486 cercarono invano l'isola favolosa.
Nel Cinquecento, esploratori come Álvar Núñez Cabeza de Vaca e Francisco Vásquez de Coronado, continuarono a cercare le Sette Città di Cibola, ma nel sud-ovest del Nord America. Altra isola dalle stesse caratteristiche era anche Hy Brazil o Brazil o Brasil, un'isola leggendaria che si pensava si trovasse nell'Oceano Atlantico. Plinio il Vecchio la chiamò insulae purpuraricae e per secoli si ritenne la sua esistenza certa tanto che i geografi la disegnarono sulle loro carte fino al 1853. Generalmente si ritenne che Hy Brazil si trovasse nel mezzo dell'oceano, a centinaia di miglia ad ovest dell'Irlanda. Secondo la leggenda scomparve inghiottita dal mare, non si sa come e né quando, e sempre secondo la leggenda, quest'isola, dalla forma stranamente “tonda”, era formata da un'unica città, la quale era piena di templi ed abitata da una civiltà antica ma molto progredita.

Arrivati a questo punto sarà bene vertere la ricerca verso una realtà altra, ma co-presente alla nostra, e che potrebbe vedere l’esistenza di più Pianeti Terra Paralleli al nostro. Come? Con la Teoria dell’esistenza degli Universi Paralleli. Dietro tale Teoria si trova uno dei postulati più interessanti di tutta la Fisica Moderna, un’ipotesi al momento ancora teorica e non corroborata da evidenze scientifiche certe, ma comunque già ampiamente supportata dalle tante teorie quantistiche e relativistiche, come dalla più moderna Teoria delle Stringhe, tutte teorie in buona parte già trattate nei primi capitoli di questo corso.
In sostanza, la Teoria dei Multiversi ipotizza che possono esistere infiniti “universi specchio” nella nostra dimensione in cui sarebbero presenti, e si manifesterebbero altre “realtà”, oltre a quella che già sperimentiamo; questi mondi, inoltre, avrebbero un diverso svolgimento e/o ambientazione rispetto alla nostra stessa realtà. In campo filosofico, uno dei primi indagatori di questa possibilità fu Auguste Blanqui, che nel 1872 indagò gli aspetti teorici e filosofici di un Universo ad infinite dimensioni nell'opera L'Eternité par les astres; opera anomala nella produzione di Blanqui, essa anticipa elementi che si ritrovano anche in Jorge Luis Borges.
Nella narrativa fantascientifica, il concetto di Universi Paralleli venne introdotto per la prima volta dallo scrittore statunitense Murray Leinster nel 1934, per essere ripreso in seguito da molte opere successive divenendo così un tema classico della letteratura di genere. Al di là di una concezione scientifica o fantascientifica, l’intera questione sembra però affondare le sue radici in ben più antiche conoscenze e che ci conducono sino nel bacino dell’Oceano Indiano, ai primordi della cultura vedica.
Una sua possibile formulazione, a metà strada tra la visione scientifica e quella religiosa, si può riscontrare nientemeno che nel corpus di tradizioni induiste presenti in testi come il Bhagavata Purana. Nel Brahma Vaivarta Purana, uno degli otto Purana maggiori, in cui tra le varie realtà si parla anche della Creazione dell’Universo, troviamo un riferimento esplicito sull’esistenza di Mondi o Universi Paralleli.

«... e chi cercherà attraverso le estese infinità di spazio per contare i lati degli universi uno accanto all’altro, ognuno contenente il suo Brahma, il suo Vishnu, il suo Shiva? Chi può contare gli Indra in tutti loro - quelli Indra fianco a fianco, che regnano in una sola volta in tutti gli innumerevoli mondi; quegli altri che sono passati prima di loro, o anche gli Indra, che si susseguono in ogni linea, ascendendo alla divina regalità, uno per uno, e, uno per uno, passando via?»

Perciò, una Dimensione o un Universo Parallelo, definita anche Realtà Parallela, Universo Alternativo, Dimensione o Realtà Alternativa, è un ipotetico luogo separato e distinto dal nostro ma coesistente con esso, nella maggior parte dei casi immaginato e identificato con un altro continuum spazio-temporale, nel mentre l’insieme di tutti gli eventuali Universi Paralleli è detto Multiverso.
Durante gli anni Novanta e i primi anni Duemila, in ambito cosmologico furono elaborate diverse tipologie di possibili Universi Paralleli o coesistenti. Si pensò alla presenza di veri e propri universi in serie o contigui, in quanto collocati a fianco del nostro in un bulk[2], che può arrivare ad ave re una Quinta Dimensione (o Quarta Spaziale) e che farebbe da contenitore alle loro rispettive estensioni, aventi tutte proprietà metriche tridimensionali (o quadrimensionali, comprendendo anche la dimensione-tempo). Essi, pertanto, sarebbero posizionati uno accanto all’altro come fogli racchiusi in un libro, un libro composto da pagine bidimensionali ma che nel loro insieme sono inserite in un contenitore, il libro stesso, con tre dimensioni. Questo significa che all’interno di un ampio vuoto iperspaziale, tanti Universi non dissimili dal nostro, possono essere così contigui da sfioraci ma senza poterli percepire direttamente, in quanto le forze naturali, lo stesso elettromagnetismo, sono captabili da apparati sensoriali e/o tecnologici confinati nelle dimensioni del loro luogo cosmico originario.
I piani su cui materialmente risiederebbero tali Universi vengono definiti “membrane” o “brane”, e secondo alcune visioni potrebbero trattarsi di un unico, infinito, piano spaziale ma ripiegato più volte, simile ad un nastro a tratti curvato su sé stesso, in strati geometricamente paralleli. Questo modello spiegherebbe, almeno in parte, anche la ragione di quella che comunemente viene denominata Materia/Massa Oscura, astronomicamente rilevata indirettamente, per effetto gravitazionale, e che empiricamente risulta estendersi intorno alle Galassie e ai raggruppamenti che esse formano nel Cosmo visibile.
Anche l’ambito Metafisico, Spiritualista e Spiritico si è occupato di eventuali Dimensioni Parallele, a cominciare dal medico statunitense Walter Semkiw, nel saggio "Return of the revolutionaries: the case for reincarnation", un libro che si basa su coincidenze considerate non casuali e reperti (visivi) giudicati non artificiosi, con un impianto generale che riprende alcuni temi già conosciuti o acquisiti dalla tradizione medianica, occultista o da influenze mistiche orientali, dove si riscontra anche un riverbero della cognizione indù del Karma.
In sintesi, sostiene la presenza di un piano con proprietà fisiche che ripetono, con diverse qualità, sovente superiori, quelle terrestri, oltre ad essere adatto alla prosecuzione di una vita dopo quella terrena, e a seconda dei casi quasi speculare ad essa. Tale regione dovrebbe essere strutturata in graduali livelli, che vanno dai meno ai più evoluti, nei quali è contemplato anche il noto “Piano Astrale”. Insomma, veri e propri Livelli Spaziali Paralleli, riservati a soggetti deceduti e adeguati alle rispettive virtù ed imperfezioni morali espresse nell’esperienza terrena.
Un Corpo di leggera sostanza eterea, contenuto in quello umano, e composto di Materia pesante, ma ad esso esteticamente somigliante, si trasferirebbe subito o poco dopo la morte, in questo “altro luogo”, in questa probabile altra Dimensione Parallela a quella terrestre. Liberati dal fardello carnale, i Corpi, così meno grevi, continuerebbero a vivere con modalità di riproduzione simili al nostro mondo materiale, potendo addirittura praticare le stesse attività, sia intellettuali, professionali, ludiche, sessuali, in condizioni in apparenza simili sebbene molto più funzionali.
Inoltre, i dimoranti, di tanto in tanto, cercherebbero di comunicare con noi, che ci troviamo ancora di qua, mediante l’utilizzo di apparecchiature tecnologicamente affini alle nostre, appositamente costruite e migliorate da innovazioni a noi sconosciute. Per questo sarebbero udibili e visibili, a volte fra le immagini dei consueti schermi televisivi o fra le onde captate dai comuni radioricevitori, etc. In questo modo riuscirebbero a mettersi in contatto con amici, colleghi o parenti ancora vivi, mediante la "ITC: Instrumental Trans Communication”, il sistema di presunti contatti e il loro studio sistematico.
Anche in questo nuovo stato di Corpi Eterei non è preclusa la possibilità di poterli abbandonare, mediante una sorta di seconda morte o ulteriore trapasso, per il compimento di evoluzioni spirituali verso altri Livelli Dimensionali. Inoltre, non è escluso che queste Essenze possano tornare nella nostra vita materiale mediante la reincarnazione, manifestando proprietà fisiche, somatiche, mentali e comportamentali della loro precedente esistenza, sovente mantenuta anche nell’altra dimensione. Non di rado anime reincarnate sarebbero recenti mentre altre proverrebbero da epoche storiche più lontane, con la possibilità di condividere e incontrare nuovamente persone già incontrate in un loro comune passato, che però rinascendo inconsciamente dimenticano o di cui ricordano solo qualche vago ed indistinto riverbero[3].
Un’ulteriore teoria quotata da una buona parte di stimati fisici contemporanei, risulta essere l’interpretazione a Realtà Parallele, appartenente alla disciplina della Meccanica Quantistica o Ondulatoria, denominata da Bryce DeWitt[4], "A Molti Mondi" (a volte riportata, in acronimo anglosassone, come MWI: Many Worlds Interpretation), seppure sia stata elaborata e proposta da Hugh Everett III[5] a partire dagli ultimi anni Cinquanta.
Attualmente uno dei maggiori sostenitori della Teoria è il fisico David Deutsch[6], dell'Università di Oxford, il quale nel suo noto saggio La Trama della Realtà definisce genericamente la Fisica Quantistica (con evidente riferimento ad Everett), come "La Fisica del Multiverso". Attraverso la continua diramazione dell'intera Realtà/Universo che contiene i Molti Mondi, coerentemente con gli stati risultanti e secondo le probabilità con cui essi possono manifestarsi, anche l'osservatore, necessario per la rilevazione dello stadio conclusivo del sistema, si ritroverebbe suddiviso in più repliche di : una per ogni misurazione alternativa che l'evolversi quantistico consente. Però in tal contesto, prescindendo dall'opera di preparazione degli eventuali esperimenti, egli resta spettatore dell'effetto ri-levato, essendo gli sviluppi, teoricamente considerati, del tutto oggettivi e determinati dalle stesse Leggi della Natura, e non dall'atto osservativo stesso.

Singolare che una certa letteratura, specie di genere fantasy e fantascientifico, sia stata anticipatrice di molte delle teorie che la scienza ha successivamente elaborato e studiato. Clive Staples Lewis, nel suo Ciclo delle Cronache di Narnia, terminato e pubblicato poco prima della tesi proposta da Everett, l'autore (all'incirca nel 1950) nel romanzo Il Leone, la Strega e l'Armadio pose queste battute in bocca a due suoi protagonisti: «... chiese Peter: “Ci sarebbero davvero altri mondi accanto al nostro?” “Niente di più probabile.” rispose il Professore...e borbottando: “Ma cosa diavolo insegnano, dico io, nelle scuole?”»
Attorno a queste ipotesi nel corso del Novecento, sino ai giorni nostri, sono state create numerose opere tra libri, film, fumetti e serie televisive, con lo stesso comune denominatore sulla possibilità di viaggiare o interagire con Mondi esistenti nelle varie dimensioni teorizzate, sia in ambito filosofico che scientifico. Ma simili concetti, non solo sulla pluralità dei Mondi Abitati o che al di fuori della Terra ne possano esistere di numerosi, - come altri pianeti o universi e che ospitino vita ed esseri intelligenti -, alimentarono il dibattito filosofico e tutta una serie di speculazione sin dai tempi di Talete, nel lontano 600 a.C.
In età greca, il dibattito fu ovviamente in gran parte filosofico e non conforme alle attuali nozioni cosmologiche, ma assunse la forma di un corollario di nozioni di infinito con la pretesa moltitudine di Mondi in quanto culle di vita, con concetti simili ai nostri Universi Paralleli, come a Sistemi Solari differenti. Diogene Laerzio riferisce come Anassagora ritenesse la Luna abitata, e nella sua visione cosmologica, sosteneva che i semi, unendosi e separandosi, formavano Sistemi Planetari simili al nostro, dimostrando così l’esistenza di altri Corpi Celesti analoghi al Sole, la Luna e la Terra. Nella sua opera, “De rerum natura” (70 a.C. circa), Lucrezio speculava apertamente della possibilità di vi-ta su questi Mondi.

«Pertanto, dobbiamo capire che esistono altri Mondi in altre parti dell'Universo, con tipi differenti di Uomini e di Animali.»

Dopo Talete e il suo allievo Anassimandro, che aprirono le porte ad un Universo Infinito, da parte degli Atomisti venne presa una forte posizione sulla pluralità, in particolar modo da Leucippo, Democrito ed Epicuro. Per quanto fossero pensatori di spicco, Platone e Aristotele ebbero un’influenza maggiore, specie nel sostenere l’unicità della Terra e della non esistenza di Altri Sistemi e Mondi. Tale presa di posizione, specie di Aristotele, in seguito venne ripresa e ulteriormente ampliata con la concezione dominante nel Cristianesimo, che si richiamava all’autorità della visione del pensatore greco. Il Medioevo vide rigettare l’Atomismo, considerato eretico dalla Chiesa, decretò la sconfitta di ogni immagine astronomica alternativa a quella avallata dalla stessa Chiesa, dato che nella Bibbia, come abbiamo già letto, era lo stesso Dio ad aver intimato agli uomini di non occuparsi delle cose del Cielo, luogo inerente alle attività del divino e non dell’umanità.


Per fortuna, quest’onda oscurantista religiosa non soppresse completamente il dibattito e che continuò nel tempo, sebbene fosse portato avanti da pochi pensatori, almeno sino all’invenzione del telescopio, comunque in quel periodo rimase valida l’idea che le stelle e i pianeti, fossero dei semplici punti luminosi fissati nel firmamento, e non veri e propri Corpi Fisici. Dante (1265-1321), nel suo Paradiso, descrisse mirabilmente l’ascesa del narratore attraverso le Sfere Celesti della Luna, i pianeti da Mercurio a Saturno, e da lì si spinse persino alla sfera delle Stelle fisse e al Cielo degli Angeli, sostenendo, inoltre, che la luce di tali Mondi fosse una combinazione di luce impartita dalla volontà divina e dallo splendore dei beati che li abitano, pur essendo eterei e possedendo una luce, ma non una forma fisica o geografica.
Il cardinale e teologo Nicola Cusano, nella sua opera De docta ignorantia del 1440, ammetteva la possibilità che Dio potesse aver creato Altri Mondi con altri esseri razionali in uno Spazio senza Limiti. Ma il sistema geocentrico tolemaico-aristotelico venne infine sfidato da filosofi come Guglielmo di Occam o dai successivi seguaci di Niccolò Copernico, specie dopo che il telescopio dimostrò che una moltitudine di forme esisteva nel Cielo, seppure avversari teologici potenti, continuarono ad insistere sulle loro posizioni. Celebre è la storia del filosofo e frate domenicano, Giordano Bruno[7], condannato come eretico e messo al rogo nel 1600, semplicemente perché immaginava un Universo Infinito, popolato da infinite Stelle come il Sole, ciascuna circondata da pianeti, e dove su alcuni sosteneva che potevano crescere e prosperare esseri intelligenti come l’Uomo.

«Io dico Dio tutto Infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno e infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de l'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito, possono esse chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello.» (De infinito, universo e mondi, Giordano Bruno)

Tale concetto, ovvero che i pianeti fossero veri e propri Corpi Fisici, non venne preso seriamente in considerazione sino a quando Galileo Galilei, scoprì tra il 1609 e il 1610, attraverso una serie di osservazioni visive con il suo telescopio, che la Luna aveva rilievi sulla sua superficie e che persino gli altri pianeti avrebbero potuto quantomeno essere risolti in Dischi. Già nel 1543 Copernico aveva postulato che i pianeti orbitavano attorno al Sole, come la Terra, e la combinazione di questi due concetti condusse al pensiero che i pianeti avrebbero potuto essere “Mondi” simili al nostro.
Fu una vera e propria rivoluzione, quella copernicana, specialmente decenni più tardi grazie alla diffusione del telescopio di Galileo e dei suoi ulteriori studi. Per contro ci fu un numero di teologi sempre crescente che si occuparono della questione, tanto che dal Settecento, specie in ambito anglosassone, evangelico ed anglicano, vi fu un vero e proprio boom di studi e pubblicazioni, tra i quali quelli di Vincenzo da Sant’Eraclio che nel 1760 esaminò, nel suo Esame Teologico-Fisico, la possibilità dell’esistenza di mondi abitati da ragionevoli creature.
Durante l’Illuminismo, questi tesi divennero una possibilità, e libri come Le Conversazioni sulla pluralità dei mondi (Entretiens sur la pluralité des mondes) di Bernard le Bovier de Fontenelle del 1686 fu una delle opere divulgative più importanti di questo periodo, che speculava sulla pluralità e descriveva la nuova cosmologia copernicana. In un viaggio straordinario all’interno del Sistema Solare, l’autore spiegava con efficacia le sue nuove concezioni scientifiche, narrando persino della presenza di Civiltà su Mercurio, Venere e Saturno. Tali idee affascinarono anche grandi filosofi come Locke, astronomi come William Herschel e anche politici, tra i quali John Adams e Benjamin Franklin.
L'astronomo francese Camille Flammarion fu uno dei principali sostenitori della pluralità durante la seconda metà del XIX secolo. Il suo primo libro, La pluralità dei mondi abitati (1862), fu un grande successo popolare, con ben 33 edizioni nei vent'anni successivi alla sua prima pubblicazione. Si deve inoltre a Flammarion il primato di proporre l'idea che gli esseri Extraterrestri fossero davvero Alieni, e non semplicemente variazioni delle creature terrestri. Tali opere e supposizioni spalancarono la strada alle moderne teorie, che tra l’Ottocento e gli inizi del Novecento furono superate dal-l’avanzare della conoscenza scientifica, mentre anche l’Arte e la Letteratura ne furono influenzate con modalità senza precedenti. Il "Portale verso un altro Mondo" divenne, così, nel corso del tempo una delle più comuni icone della fantascienza, benché sia un espediente essenzialmente utilizzato nel fantastico.
Il concetto di base di un portale è quello che conduce un soggetto in movimento in un altro punto nello spazio, all’interno dello stesso Universo o in uno Parallelo. Identificato sovente con svariati nomi, tra cui anche varco spazio-temporale, generalmente ha un suo principio di funzionamento spiegato in modo vago o del tutto assente, spesso considerato come scontato e affidato ad una sorta di sospensione di incredulità da parte del fruitore. Non di rado sono presenti dispositivi tecnologici, specie in molte opere di genere fantascientifico, o come oggetto magico, in varie opere fantasy, dove spesso ha assunto forma di specchi, quadri, armadi, cancelli, o descritti come vortici di energia o buchi spaziali.
Fu così che Lewis Carroll, nel 1871, scrisse il romanzo Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, così come C.S. Lewis, decenni più tardi, nelle sue Cronache di Narnia, faceva transitare i giovani protagonisti al mondo favoloso da lui descritto, passando attraverso un vecchio armadio, indossando anelli o venendo risucchiati da un dipinto. Ovviamente dobbiamo al cinema la mole visionaria di tali Realtà Alternative, a cominciare dal film 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick, dove l'astronauta David Bowman viaggia attraverso un portale interstellare in una dimensione che la sua intelligenza umana (e quella dello spettatore) non è in grado di comprendere, o il film Stargate del 1994, e le sue successive serie televisive, dove in essi, l’omonimo dispositivo è frutto di una avanzatissima ed antica tecnologia aliena e che permette di raggiungere altri pianeti abitati della Via Lattea.



[1] Prodotta da ABC, Bad Robot e Grass Skirt Productions, la serie è stata trasmessa negli Stati Uniti dal 2004 al 2010.
[2] In Cosmologia e Fisica Teorica, il Bulk è una massa, in particolare nella Teoria delle Stringhe, l'iperspazio in cui si troverebbero i vari mondi-brana.
[3] Questa Teoria è seguita, specie negli USA, con un certo interesse attivo, anche da e fra esponenti dediti a normali attività scientifiche, tanto che nel corso di questi ultimi anni vari centri di studio e ricerca -, a tratti con qualche partecipazione accademica e collaborazioni qualificate di medici, neurologi, psicologi, etc. -, si sono sempre fatti più numerosi.
[4] Bryce Seligman DeWitt (1923-2004) è stato un fisico statunitense, tra i protagonisti della Fisica Teorica Moderna. DeWitt si è occupato soprattutto di Meccanica Quantistica e Cosmologia, elaborando l'attuale formulazione della gravità quantistica e fornendo importanti contributi alle teorie di scala, al comportamento delle radiazioni nello spaziotempo curvo e all'analisi numerica della relatività. Viene spesso indicato come uno dei principali sostenitori della teoria dei "Molti Mondi" di Hugh Everett, per quanto tale argomento sia sempre stato ai margini dei suoi interessi scientifici.
[5] Hugh Everett III (1930-1982) è stato un fisico statunitense. Attivo principalmente all'Università di Princeton, è divenuto celebre tra i fisici per aver formulato nel 1957 l'interpretazione A Molti Mondi della Meccanica Quantistica. Il titolo originario della sua Teoria era "Relative State formulation of Quantum Mechanics”. Solo in seguito, nella rielaborazione effettuata da Bryce DeWitt, fu ribattezzata con la denominazione con cui si è affermata.
[6] David Elieser Deutsch (Haifa, 18 maggio 1953) è un fisico britannico. Premiato con il Premio Dirac nel 1998, è professore presso il dipartimento di fisica atomica e laser presso il centro per la computazione quantistica, nel laboratorio Clarendon dell'Università di Oxford. È un pioniere dei computer quantistici, avendo formulato una descrizione della Macchina di Turing Quantistica, e un promotore di varie versioni dell'interpretazione A Molti Mondi della Meccanica Quantistica, basate sugli studi e sulle idee formulate da Hugh Everett III negli anni Cinquanta.
[7] Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno (1548-1600), è stato un filosofo, scrittore e monaco cristiano italiano appartenente all'ordine domenicano, vissuto nel XVI secolo. Il suo pensiero, inquadrabile nel naturalismo rinascimentale, fondeva le più diverse tradizioni filosofiche - materialismo antico, averroismo, copernicanesimo, lullismo, scotismo, neoplatonismo, ermetismo, mnemotecnica, influssi ebraici e cabalistici - ma ruotava intorno a un'unica idea: l'Infinito, inteso come l'Universo Infinito, effetto di un Dio Infinito, fatto di Infiniti Mondi, da Amare Infinitamente.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte II - Antropogenesi / Lezione 6, 6.4 - Il Laboratorio Terrestre

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