"Dai Primati agli Uomini" di Federico Bellini


La genetica delle popolazioni è una branca degli studi concernenti la costituzione del DNA delle popolazioni mendeliane[1], in termini qualitativi e quantitativi, essa, pertanto, valuta le modalità con cui le caratteristiche genetiche sono state trasmesse alla progenie (evoluzione temporale), ed il variare delle stesse in relazione al territorio. Avvalendosi di metodi matematici, inerenti alla Teoria delle Probabilità e alla Statistica, ed una componente maggiormente empirica, - che rileva e quantifica la diversità genetica con meri scopi conoscitivi della storia naturale delle popolazioni -, unisce anche le peculiarità dei vari gradi di biodiversità, e dei conseguenti principi di conservazione.
L’evoluzione può essere vista, pertanto, attraverso tutti i cambiamenti delle frequenze geniche in una popolazione avente modeste dimensioni. Le maggiori forze dei processi evolutivi sono, perciò: la selezione naturale, la mutazione, la migrazione e la deriva genetica. La migrazione, inoltre, si è dimostrata essere la principale forza che muove contro il verificarsi della deriva genetica, dettata dalla sua stessa stagnazione; di pari passi, le mutazioni e la conseguente selezione naturale, sono invece i principali motori dei processi evolutivi.
Per evoluzione umana, Antropogenesi o Ominazione, si intende quel processo di origine ed evoluzione dell’Homo Sapiens, come specie distinta rispetto al mondo animale, e la sua conseguente diffusione ed espansione sul pianeta. Si tratta di una materia interdisciplinare che include la fisiologia, la primatologia, l’archeologia, la geologia, la linguistica e la genetica (a cui andrebbe aggiunta anche la mitologia, ad oggi ancora esclusa da questo iter di studi accademici). In senso tassonomico riguarda, oltre al genere Homo, anche le specie dei sette generi della sotto-tribù degli Hominina, di cui l’Uomo è attualmente l’unico rappresentate vivente o sopravvissuto.
L’evoluzione della vita sul nostro pianeta, come abbiamo ampiamente visto, iniziò il suo lungo cammino circa 4.5 miliardi di anni fa. 95-85 milioni di anni fa, durante il Cretaceo, alcuni mammiferi appartenenti alla classe dei Laurasiatheria formarono il superordine degli Euarchontoglires, e da esso si sarebbe poi originato l'ordine dei Primati, di cui fanno parte, attualmente con l'Uomo tutte le Scimmie. Nel Miocene, attorno ai 15 milioni di anni fa, da appartenenti di questo ordine (si specula in particolare a Proconsul, un arboricolo e frugivoro candidato ad entrare nella biforcazione evolutiva) si diramarono le scimmie antropomorfe (Hylobatidae, Kenyapithecus, Orango, Gorilla, Scimpanzé e Bonobo), riunite con l'Uomo, ad eccezione dei gibboni, nella famiglia degli Ominidi.[2]
In questo lungo periodo nell’ordine di poco più di una decina di milioni di anni, gli ominidi primitivi presero a colonizzare ambienti tropicali quali foreste, ma iniziarono a frequentare via via sempre più assiduamente anche le savane, specie in cerca di cibo. Una delle ipotesi sostiene che la pressione selettiva favorì quegli individui capaci di ergersi sugli arti posteriori, potendo, in questo modo, avvistare in anticipo i predatori, e teoria evoluzionistica vuole che iniziò così lo sviluppo fisiologico e poi culturale di questi primati. Secondo recenti studi, l’andatura bipede sarebbe persino più antica di quanto si pensasse, infatti è stato scoperto da alcuni fossili di Morotopithecus bishopi (un primate arboricolo vissuto circa 21 milioni di anni fa in Uganda), che essi presentavano nella struttura dello scheletro e delle vertebre, forti analogie con le caratteristiche che nell'essere umano hanno poi consentito di assumere la posizione eretta.
Il processo evolutivo riconosciuto e attestato, sovente in ambito accademico, sostiene che la sotto-tribù degli Hominina si sia evoluta nel Rift africano da un progenitore comune circa 6-5 milioni di anni fa, e che 2,4-2,3 milioni di anni fa dal genere Australopithecus si sia differenziato il genere Homo. Da una di queste diramazioni evolutive, emerse l’Homo Erectus, colui che fu in grado di diffondersi in tutto il mondo (fenomeno chiamato Out of Africa I), tra 1,8 e 1,3, milioni di anni fa, creando successivamente anche delle specie locali come l’Uomo di Neandertal in Europa. L'Uomo Moderno, poi, sviluppò le sue attuali capacità in Africa circa 200.000 anni fa e successivamente, 50.000 anni fa, iniziò a migrare anch'esso nei vari continenti (Out-of-Africa II), sostituendo progressivamente l’Homo Erectus in Asia e l’Homo Neanderthalensis in Europa[3].

Le specie che si attribuivano al genere Australopiteco (dal suo significato di “Scimmia del Sud”) e che quasi sicuramente vissero in Tanzania e in Etiopia per almeno 3 milioni di anni, finché non si estinsero circa 1 milioni di anni fa, sono suddivise in tre diversi generi (alcuni testi non riconoscono ancora il genere Paranthropus). Gli Hominina ad esse appartenenti in generale non si riteneva fossero capaci di costruire utensili, ma solo di utilizzare ciottoli per scopi semplici come spezzare o percuotere, facevano vita di gruppo, davano la caccia ad animali di piccola stazza e raccoglievano uova e semi.
Successivamente a queste prime ipotesi, artefatti in pietra lavorata furono ritrovati insieme a dei fossili datati 2,6 e 2,5 milioni di anni fa, utensili più antichi di quelli utilizzati dall’Homo Habilis, ritenuto un possibile antenato diretto dell’Uomo Moderno. Emblematica è la zona del fiume Auasc nella depressione desertica dell'Afar etiopico, dove furono rivenuti numerosi resti di animali con evidenti segni lasciati da utensili, ipotizzando così che gli australopitechi avessero già quelle prerogative del genere Homo, come la macellazione sistematica delle prede, che non si ritenevano esistenti prima di 1,8 milioni di anni fa; ulteriori ritrovamenti a Bouri, in Etiopia, hanno rilevato circa 3.000 utensili in pietra datati a circa 2,5 milioni di anni fa, in piena epoca "australopitecina".

·      Pierolapithecus Catalaunicus (13 ma)
·      Oreopithecus Bambolii (8,5 ma)
·      Sahelanthropus Tchadensis (fra 7 e 6 ma)
·      Ardipithecus Kadabba (fra 6 e 5,5 ma)
·      Ardipithecus Ramidus (4,5 ma)
·      Praeanthropus Tugenensis o Orrorin Tugenensis (6 ma)
·      Praeanthropus Anamensis o Australopithecus Anamensis (4 ma)
·      Praeanthropus Bahrelghazali o Australopithecus Bahrelghazali (fra 3,5 e 3 ma)
·      Praeanthropus Africanus o Australopithecus Africanus (fra 3 e 2 ma)
·      Paranthropus Aethiopicus o Australopithecus Aethiopicus (2,5 ma)
·      Paranthropus Robustus o Australopithecus Robustus (fra 2 e 1,5 ma)
·      Paranthropus Boisei o Australopithecus Boisei (fra 1,7 e 1,4 ma)
·      Australopithecus Afarensis (fra 4 e 3 ma)
·      "Lucy" (3,2 ma)
·      Australopithecus Platyops o Kenyanthropus Platyops (3,5 ma)
·      Australopithecus Garhi (2,5 ma)
·      Australopithecus Sediba (2 ma)
·      Homo Habilis (fra 2,5 ed 1 ma)
·      Homo Rudolfensis (2 ma)
·      Homo Ergaster (fra 2 ed 1 ma)
·      Homo Georgicus (1,8 ma)
·      Homo Erectus (fra 1,8 ma e 50.000 anni fa)
·      Homo Antecessor (800.000 anni fa)
·      Homo Heidelbergensis (fra 600.000 e 200.000 anni fa)
·      Homo Rhodesiensis (fra 300.000 e 125.000 anni fa)
·      Homo Floresiensis (fra ? e 50.000 anni fa)
·      Homo Neanderthalensis (fra 250.000 e 30.000 anni fa)
·      Homo Sapiens (da 200.000 anni fa ad oggi)

La prima specie del genere Homo conosciuta è l’Homo Habilis (ca 2 ma), per molti versi ancora simile all’australopiteco, l’Homo Habilis è stato poi ritenuto Uomo per le sue abilità manuali, già all’epoca più sviluppate, in quanto utilizzava strumenti rudimentali per la caccia. Un salto evolutivo arrivò poi con l’Homo Erectus (ca 1,8 - 1,3 ma), così chiamato perché si riteneva erroneamente che fosse stata la prima specie ad assumere la posizione eretta, specie, inoltre, con una maggiore capacità intellettiva e con un maggiore sviluppo tecnologico; si pensa, infatti, che in questo periodo, l’Uomo iniziò a padroneggiare il fuoco.


Vige anche un’ipotesi alternativa, quella dell’origine Euroasiatica (o Out of Eurasia), un’ipotesi paleoantropologica diversa dalle teorie dominanti come Out of Africa I e Out of Africa II. Con tale teoria, si possono intendere due diverse ipotesi, quella dell’origine asiatica dei primi Antropoidi, o la stessa origine asiatica dell’Uomo. Secondo la prima ipotesi, avrebbero avuto origine in Asia i primi (all'incirca tra i 45 ed i 37 milioni di anni fa), evolutisi successivamente in Griphopithecus (dai 16.5 ai 15 milioni di anni fa) e fino alle scimmie Orangutan e a Homo Erectus. Altri studiosi, invece, hanno ipotizzato che l’Homo Ergaster, sia migrato poi dall’Africa verso l’Asia, dove si sia evoluto infine nel-l’Homo Erectus, e che questi, tornando in Africa una seconda volta, sia diventato infine un Homo Sapiens.
A questo punto subentra un aspetto importante dell’evoluzione, non solo animale, ma soprattutto umana, ovvero le migrazioni, la diffusione delle specie sulla superficie terrestre e lo studio di esse su basi principalmente antropologiche, genetiche, linguistiche e socio-culturali. La maggior parte degli studiosi tende a convalidare le Teorie Out of Africa I e II, rispettivamente relative all’esodo dal continente africano in una prima antica ondata dell’Homo Erectus verso l’Asia, ed in una seconda molto più recente, dell’Homo Sapiens.
Ad oggi, l’ipotesi Out of Africa I è quella dominante tra le varie teorie proposte e che tendono a descrivere le prime presunte migrazioni umane avvenute, ad opera dell’Homo Erectus, da 1,8 a 1,3 milioni di anni fa. 2,6 milioni di anni fa, l’Uomo uscì dalla sua nicchia ecologica principale, all’epoca essenzialmente tropicale, e il fatto che una specie di scimmia catarrina (in prevalenza erbivora), entrò in competizione con alcuni carnivori, permise anche l’inizio di un primo scambio culturale, mediante un insieme di conoscenze acquisite e condivise da queste prime comunità, e trasmesse in modi sempre più sistematici alla propria progenie.
La dieta carnivora assunta, inoltre, oltre ad un cambio esistenziale, pose le basi anche per una diffusione della specie su territori sempre più vasti, e quindi per una serie di migrazioni successive e a tappe verso gli altri continenti. Infatti, la prima evidenza sicura di una migrazione di ampia portata fuori dall’Africa, da parte dell’Homo Erectus, risale attorno a 1,7 milioni di anni fa. Si ipotizza, perciò, che i primi membri del genere Homo Ergaster, Homo Erectus e Homo Heidelbergensis, circa 2 milioni di anni fa, migrarono dall'Africa durante il Pleistocene inferiore, e si diffusero per la maggior par-te dell’Europa, arrivando fino al sud-est asiatico.

Esiste un ulteriore Teoria, un’ipotesi che spiega come la flora e la fauna migrarono tra l’Eurasia e l’Africa, attraverso un ponte di terra levantina. Lunghi periodi di piogge abbondanti, periodi pluviali della durata di molte migliaia di anni, in Africa, portarono ad un “Sahara umido” e totalmente diverso da quello attuale, periodo durante il quale grandi laghi e fiumi poterono esistere con conseguenti cambiamenti faunistici dell’intera zona. Indipendentemente dall’aridità del Sahara, la migrazione lungo il corridoio fluviale, s’interruppe, presumibilmente, durante una fase desertica avvenuta circa 1,8-08, milioni di anni fa. Il Nilo, sembra, cessò completamente di scorrere, limitandosi a farlo solo in alcuni periodi.

(Homo Floresiensis)

Un primo periodo umido, restringendo le latitudini del deserto, consentì quindi la colonizzazione dei territori orientali del Sahara e del Nord Africa, mentre un successivo periodo più secco, indusse la colonizzazione del resto dell’Africa sub-sahariana. Se la colonizzazione dell’Asia ha quasi sicuramente seguito le direttrici del Sinai e dello Yemen, risultando essere, anche storicamente, un nodo gordiano di molte vicende umane, specie antiche, per quanto concerne la colonizzazione dell’Europa, i dati non sono ancora al riguardo soddisfacenti.
Tra 1,8-1,6 milioni di anni fa non ci furono periodi durante i quali il livello del mare si abbassò tal-mente tanto da formare un passaggio nello Stretto di Gibilterra o nel Canale di Sicilia, come risulta azzardato, seppure non sia da escludere, un qualche sviluppo primitivo o una capacità di navigazione ancora ad oggi sconosciuta; resta, pertanto, valido il passaggio dalla Turchia e/o dal Caucaso.
La data di dispersione oltre l’Africa, coincide comunque con la comparsa dell’Homo Ergaster e di strumenti litici Olduwaiani, e siti chiave per comprendere questa migrazione fuori dall’Africa, sono stati rivenuti a Riwat, in Pakistan (1,9 Ma), Ubeidiya nel Levante (1,5 Ma) e Dmanisi nel Caucaso (1,7 Ma). La Cina venne popolata più di un milione di anni fa, il Sud-Est asiatico (Giava) circa 1,7 milioni di anni fa, mentre l’Europa occidentale più tardi, attorno a 1,2 milioni di anni fa. È stato persino ipotizzato che l’Homo Erectus possa aver costruito zattere e navigato oceani, seppure sia una teoria che solleva ad oggi molti dubbi e polemiche.
Le diverse ondate migratorie, ebbero comunque esiti differenti, dall’occupazione effimera di un nuovo territorio sino ad una colonizzazione stabile e completa. Tale varietà ha condizionato fortemente il quadro archeologico e la sua ricostruzione, risultando una complessa lettura e in larga parte ancora oggi da decifrare, a cominciare da quante specie di Homo riuscirono a migrare, quando e fin dove si spinsero. Alcuni hanno, così ipotizzato, che il soggetto di tali migrazioni fu l’Homo Ergaster e che l’Homo Erectus si sviluppò, poi, in modo autoctono in Asia, poi migrato in Africa, seppure altri sostengano che invece viveva in Africa orientale, migrò poi in Asia e Nord Africa e solo successivamente avrebbe colonizzato il resto del continente.

Per quanto concerne l’Uomo Contemporaneo, invece, l’origine africana dell’Homo Sapiens è ancora oggi il modello paleoantropologico dominante tra le tante Teorie che tendono a descrivere l’origine e le successive migrazioni. L’ipotesi dell’origine unica, propone che gli uomini moderni si siano sviluppati ed evoluti in Africa, migrando poi all’esterno del continente sostituendo tutti gli altri ominidi presenti nel Mondo. Su di essa sussistono una infinità di evidenze paleoantropologiche, date da diverse migliaia di ritrovamenti fossili, archeologici, linguistici, climatologici, genetici, etc., tanto che anche i dati molecolari condotti mediante marcatori non ricombinati, come il DNA mitocondriale, vertono a suffragio di tale possibilità.
Un’interessante analisi filo-geografica ha inoltre mostrato che il popolamento da parte dell’Uomo Moderno dei continenti, è stato sovente preceduto da ondate successive a partire da quello africano. Calcolando una velocità di migrazione in 1 km all’anno via terra e 3-4 km annui lungo le coste, si è potuto stabilire quanto segue:

·  75-70.000 anni fa (o in un’epoca da precisare), dall’Africa del nordest partì un’espansione che seguì lungo la costa meridionale dell’Asia fino all’India ed al sud-est asiatico;
·   Dal sud-est asiatico partirono due rami: uno verso Nord, in Cina (67.000 mila anni fa), Vietnam, sempre lungo la costa, mentre un altro ramo si diresse a sud, sino alla Nuova Guinea e l’Australia (60-55.000 anni fa);
·  Navigando lungo la costa est dell’Asia, risalirono verso Nord tra 50-30.000 anni fa, allora si ebbe il primo passaggio della Beringia (sconosciuta è la modalità, se via terra o navigazione, in quanto la Beringia rimase emersa solo tra il 25-10.000 anni fa): iniziò così il popolamento delle Americhe;
·  Iniziò anche il popolamento dell’Asia centrale, mentre 45-40.000 anni fa, avvenne il popolamento del Medio Oriente, a partire dall’Asia del sud e dall’Africa nord-orientale;
·  45-40.000 anni fa, iniziò il popolamento dell’Europa dal sud-est (Medioriente) e dell’est (Asia);
·  25-10.000 anni fa ci fu, infine, un ulteriore popolamento dell’Africa a nord dell’equatore.

Il Nord del Medio Oriente venne poi occupato da una popolazione in partenza dalla Turchia e successivamente dalla regione Kurgan, ambedue parlanti lingue indoeuropee, diretti verso l’Europa. L’ultima grande espansione, ancora oggi in corso, è quella delle lingue altaiche, iniziata 2300 anni fa, che sta sostituendo le lingue indoeuropee parlate in precedenza in Asia centrale e in Turchia.



[1] Una popolazione mendeliana è definita come un gruppo di individui interfertili (o interfecondi) che condividono un insieme di geni in comune. Questo insieme di geni, e quindi il totale di tutti gli alleli, rappresenta la struttura genetica di una popolazione ed è definito pool genico.
[2] La Teoria della Scimmia Acquatica è un'ipotesi evoluzionistica posta per la prima volta nel 1942 dal patologo tedesco Max Westenhöfer, e poi indipendentemente 1960 dallo zoologo britannico sir Alister Hardy. Secondo tale ipotesi il progenitore dell'uomo sarebbe stato un primate che, per l'arsura del clima africano avrebbe spostato la sua residenza negli habitat fluviali, per poi ritornare alla savana come Homo Sapiens Moderno. Questa ipotesi è una delle molte che tenta di spiegare l'evoluzione dell'uomo attraverso un unico meccanismo causale, ma non vi è alcun supporto da parte dei reperti fossili finora ritrovati. Il maggior sostenitore di tale Teoria è stata la scrittrice Elaine Morgan, e continua ad essere sostenuta da teorici e amatori. Alcuni autori ipotizzano che sia stato il progenitore dei primati ad essere acquatico, e che gli altri primati si siano sviluppati per progressiva desominazione.
[3] Un'ipotesi alternativa suggestiva è quella che sostiene che l’Homo Erectus, lasciata l'Africa 2.000.000 di anni fa, si sia evoluto in Homo Sapiens in diverse parti del mondo (Ipotesi multiregionale).

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte II - Antropogenesi / Lezione 7, 7.2 - Dai Primati agli Uomini

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