"L'Influenza di Saturno" di Federico Bellini

Si dice che nell’Arte e nella Filosofia, il Cubo (e quindi il Quadrato), rappresentino la Terra o il Creato e la sua perfezione, contrapposto alla Sfera (e al Cerchio), che vogliono illustrare, invece, la Perfezione Celeste. Il Cubo rappresenta una forma rigida, le sue facce sono tutte uguali tra loro, come ogni quadrato è composto da lati identici e sovrapponibili. Anche Platone, il nostro celebre filosofo greco, già molte volte menzionato in questo studio, riflette sulle figure geometriche perfette, tanto che parlerà dei Solidi, definiti Platonici, tra i quali rientra anche il Cubo. Nel Timeo, argomenta una dottrina cosmologica di sua ispirazione, secondo la quale i Cinque Solidi costituiscono l’Universo intero.
Più anticamente, osservando le antiche statue egizie, non si può fare a meno di notare come Re e Divinità, siano sovente seduti su dei Cubi, forme stabili, concrete e resistenti, o come nella cultura ebraica coeva, intimamente legata anche a quella egizia, o alla dottrina filosofica conosciuta come la Cabala (da Cubo?) si menzioni il Cubo di Metatron, figura che fa parte dei più complessi disegni dell’Albero e del Fiore della Vita. Così come non è un caso che sia spesso in molte rappresentazioni massoniche, simbolo del lavoro e della dimensione umana, nonché alchemica, o sia presente anche nell’Arte, specie nel cinema, in film come “The Cube” e “Hypercube”, thriller visionari e contorti che sviluppano la poca trama proprio intorno a questa forma geometrica, o come in alcune serie TV, tra le quali menziono “Legion” della Marvel, che nella seconda stagione, l’arredamento di quasi ogni puntata è caratterizzato da un onnipresente ed ossessiva forma geometrica, l’Esagono.
Innegabilmente, però, due Cubi al mondo sono celebri e famosissimi, il primo è la Kaaba alla Mecca, conosciuta da miliardi di fedeli mussulmani (e non solo), mentre il secondo è l’altrettanto famoso Cubo di Rubik. Composto, nella classica versione, da 9 quadrati di 6 diversi colori, venne ideato da Ernő Rubik, un giovane matematico, scultore e architetto ungherese, con la passione della didattica creativa, brevettandolo nel 1975. Il primo Cubo di Rubik venne messo in commercio nel 1977 nella solo Ungheria con il nome di bűvös kocka (“Cubo Magico”). Ma quando nel 1979, alla Fiera del Giocattolo di Norimberga, fu fatto notare a Tom Kremer, fondatore della Seven Towns (sempre il Sette!), una società di “idee” americana, li piacque a tal punto che nel 1980 un’azienda di New York, la Ideal Toy, lo distribuì con il nome di Rubik’s Tube; da allora il suo successo planetario è inarrestabile.
Si calcola che siano oltre 43 trilioni, per l’esattezza 43.252.003.274.489.856.000 (43 per 1018), le combinazioni possibili per risolvere il terribile rompicapo sistemando faccia dopo faccia, a forza di permutarne i vertici, le 54 tessere quadrate che lo compongono. A questo punto è singolare una straordinaria coincidenza, e che ha a che fare con la Cosmologia, sia induista che moderna. Alcune teorie contemporanee più accreditate, descrivono un Universo che sembra come “pulsare”, ovvero, teorizzano che si espande per miliardi di anni per poi contrarsi, fino a collassare in un piccolo punto, per poi in seguito tornare nuovamente ad espandersi, come in un eterno ciclo: la Teoria dell’Universo Oscillante.
Anche la filosofia indiana aveva proposto, già nell’antichità, una simile idea, mediante una realtà cosmica che si contrae ed espande ritmicamente nell’arco di miliardi di anni, attraverso degli enormi cicli conosciuti come i “Respiri di Brahma”. Secondo questa cultura, il divino, si trasmuta nel Mondo allo scopo di perpetuare il Gioco Cosmico (Lila), in cicli senza fine dove l’Uno si scinde virtualmente in molte forme, e dove le molte forme si dissolvono tornando all’Uno. Ora, il tempo cosmico è misurato per mezzo degli “anni divini”, nei quali ogni anno corrisponde a trecentosessanta di quelli umani, scoprendo che sono necessari ben 12 mila anni divini per formare un solo “Giorno di Brahma”, denominato Kalpa[1].
Come ci descrive Ambra Guerrucci nel suo mirabile libro “La Via della Saggezza Indiana”: <<dodicimila anni divini, perciò, equivalgono a 4.320.000 anni umani, formando un Mahā Yuga, dal sanscrito "grande generazione” diviso in altri quattro cicli chiamati Yuga minori, ognuno dei quali possiede caratteristiche distintive ed un nome originato dal lessico del gioco indiano dei Dadi (il Cubo!). Il Kṛta Yuga, generazione associata al punteggio quadruplo (quindi vincente), rappresenta l’Età dell’Oro, in cui sulla Terra regnarono l'armonia e la ricchezza spirituale, e per questo viene spesso paragonata ad un tavolo (un Quadrato) con quattro gambe, essendo un’epoca di grande stabilità e tra tutte quella più duratura: ben quattromila anni divini, ovvero 1.440.000 anni umani.
Il Tretā Yuga, o generazione del punteggio triplo, è il periodo in cui il conseguimento della virtù non è più spontaneo come nell’età precedente e si predilige la pratica religiosa della conoscenza. Possiamo dire che è in questo contesto che ha inizio il declino, infatti è un’epoca associabile ad un tavolo a tre gambe, avente una discreta stabilità e durata: tremila anni divini, ovvero ben 1.080.000 anni umani, mentre la vita media è 300 anni umani.
Nel Dvāpara Yuga, letteralmente generazione del punteggio doppio, incominciano a sorgere le passioni e l’aspetto egoico insito nel carattere umano, la pratica religiosa è guidata dalle norme etiche, l’armonia con l’esistente, la durata della vita è di 200 anni umani. Per comprendere questo Yuga possiamo richiamare l’immagine di un tavolo a due gambe, quindi caratterizzato da una scarsa stabilità e durata: duemila anni divini, ovvero 720.000 anni umani.
Il Kali Yuga[2], dal significato di generazione dal punteggio singolo (per questo perdente), rappresenta il tempo delle violazioni spontanee delle leggi universali e delle norme etiche, dove ci si arricchisce rubando o addirittura per mezzo di delitti; qui ignoranza, violenza, confusione e corruzione la fanno da padrone, perché l’uomo ha dimenticato la propria essenza divina e si lascia guidare dall’Ego, dai suoi automatismi e dai più bassi istinti. È possibile paragonare questa Era ad un tavolo con una sola gamba, poiché non c’è equilibrio, la pratica religiosa è anch’essa molto materialista, si tratta della donazione, e gli uomini vivono al massimo per 100 anni ed è in assoluto il ciclo più corto: complessivamente termina entro mille anni divini, ovvero 360.000 anni umani.
Ogni Era ha inoltre un periodo di nascita ed uno di crepuscolo da sommare alla durata di ogni Yuga, corrispondente più o meno al 10% del suo totale: 288.000 anni umani (800 anni divini) per il Kṛta Yuga; 216.000 anni umani (600 anni divini) per TretāYuga; 144.000 anni umani (400 anni divini) per il Dvāpara Yuga; 72.000 anni umani (200 anni divini) per il Kali Yuga. Sulla base di quanto detto possiamo affermare che, tra periodo pieno, fase di nascita e crepuscolo, l'attuale Kali Yuga durerà per 432.000 anni umani e, considerando la data tradizionale di avvio del Kali Yuga, coincidente con la morte di Kṛiṣṇa e fatta risalire al nostro 18 febbraio 3103/3102 a.C., si calcola che esso terminerà il 17 febbraio 428.897/428.896 d.C., segnando non solo l’inizio di una nuova Età dell’Oro, ma anche del prossimo Mahā Yuga.
Mille MahāYuga, quindi 12.000 di anni divini, corrispondono alla durata di un eone, chiamato tradizionalmente Kalpa ed equivalente a 4.320.000.000 anni umani: questo è il periodo di manifestazione del Cosmo, chiamato anche “Giorno di Brahma”, alla fine del quale l’Universo viene parzialmente distrutto, segnando l’inizio di una “Notte di Brahmā” che dura esattamente quanto il giorno.
Durante il "giorno" regnano quattordici incarnazioni di Manu (divinità e progenitore degli uomini), mentre la “notte” rappresenta il periodo di latenza nel quale tutto l’esistente è riassorbito nella notte cosmica, pronto a riemergere con una nuova emanazione di Brahmā.
Trenta giorni e notti, quindi in tutto sessanta Kalpa, costituiscono un mese di Brahma.
Dodici mesi di Brahma (360 giorni e notti) costituiscono un suo anno e 100 anni rappresentano la sua intera vita, durata della manifestazione dell’intero Universo, dalla sua nascita alla sua dissoluzione. Questo periodo di esistenza cosmica è detto Mahā Kalpa (Il Grande Kalpa) e la sua durata equivale a qualcosa come 311.040.000.000.000 di anni umani e 864 miliardi di anni divini, un battito di palpebre del Dio supremo Nārāyaṇa.
Secondo questa visione stiamo attualmente vivendo il cinquantunesimo anno e ci troviamo quindi a metà della grande fase esistenziale dell’Universo, al termine del quale avviene una distruzione totale della forma, in cui ogni cosa torna ad essere parte del divino e così rimane per altri cento anni di Brahma, dopodiché il ciclo ricomincerà da capo.>>


«Esiste un altro non manifestato, eterno, che, anche quando tutti gli esseri periscono, non perisce. È detto l’Imperituro, il Non Manifestato. È Lui che si proclama essere il fine supremo. Quando lo si è ottenuto, non si rinasce più. È la mia sede suprema.» 
(Bhagavad Gita)

Insomma, alla fine di tutto questo complicato computo, è interessante notare come le combinazioni del Cubo di Rubik siano calcolate in 43 trilioni, ovvero 43.252.003.274.489.856.000 (43,25 miliardi di miliardi), non poi dissimili dai 4.320.000.000 di anni umani di un Kalpa, un “Giorno di Brahma[3]: 4-3-2… 1, ovvero l’Uno.
 L’altro celebre Cubo, si trova in Arabia Saudita, proprio al centro della Mecca, nella Sacra Moschea, costituendo il luogo più sacro dell’Islam, si tratta della Kaʿba (o al-Kaʿba) anche nell'adattamento in italiano, Caaba o Kaaba - che deriva dal sostantivo kaʿb -, significa, per l’appunto, "Dado" o "Cubo". In età preislamica, il termine era attribuito a varie costruzioni simili, a dimostrazione della preesistenza di un culto, come nel XIV secolo, ad un edificio cubico di fattura araba sito a Naqš-e Rostam, vicino Persepoli, gli fu dato il nome di "Kaʿbaye Zardošt" (La Kaʿba di Zoroastro): costruzione in tutto paragonabile alla struttura, parimenti araba, situata a Pasargadae, chiamata Zendāne Solaymān. Fatto accertato è che nel VII secolo, alla Mecca, un edificio più modesto dell’attuale, era dedicato al culto della divinità maschile di Hubal, ma venne poi successivamente inglobato dall’Islam.
Singolare la storia di questo Hubal, perché come abbiamo già visto nel capitolo precedente, era identificato con il dio Baal, dal significato semitico di “Dio”, che nel successivo periodo islamico, vedrà lo stesso Allah, usare il termine di Rabb al-Bayt, "Il Dio (Signore) del Santuario", la medesima formula usata precedentemente per Hubal[4]. La tradizione islamica, comunque, ci ricorda come il primitivo edificio fosse stato distrutto dal Diluvio Universale, non prima che se ne fosse messo in salvo un pezzo, la celebre Pietra Nera, nascosta nelle viscere di una montagna presso la Mecca, ed estratta durante la sua opera di riedificazione nientemeno che da Ibrāhīm (l'Abramo biblico), aiutato dal figlio Ismāʿīl (Ismaele), che collocarono la Pietra Nera all'altezza di circa un metro e mezzo dal suolo, nell'angolo di sud-est dell'edificio, dove rimase anche dopo la sua ricostruzione, necessaria per riparare i profondi danni subiti in un successivo incendio.
L’edificio centrale misura 11,30x12,86 metri, per un’altezza di 13,10 metri. Detta anche "Scatola Nera", tale termine è dovuto alla kiswa che normalmente la ricopre, un preziosissimo velario serico dal colore nero, riccamente intessuto di lamine d'oro e d'argento che ripropongono scritte coraniche[5]. Sul lato nord-est vi è la porta di accesso, mentre a breve distanza dal lato nord-occidentale corre un basso muretto (hatīm) che delimita un'area interdetta al calpestio e che si crede sia stato il luogo di sepoltura di Ismaele e della madre Hāgar, mentre tutta l'area circostante l'edificio (matāf) sarebbe stato il luogo d'inumazione di un altissimo numero di profeti che avrebbero preceduto Maometto.
Nell'angolo est della Kaʿba è incastonata a circa un metro e mezzo d'altezza la Pietra Nera, un blocco minerale nero grande quasi come un pallone, di probabile origine meteoritica. All'interno, inoltre, normalmente accessibile solo agli inservienti e alle personalità più illustri che ne hanno la custodia (attualmente la famiglia reale saudita), la Kaʿba ospita un pozzo, ormai essiccato, che in antico era chiamato al-Akhsaf o al-Akhshaf. Anticamente, prima dell'arrivo dell'Islam, era destinato a raccogliere il sangue delle vittime sacrificali e a conservare il tesoro della Divinitàma quali erano queste Divinità?

Insieme al Culto Solare e Lunare, quello di Saturno risulta essere tra i più antichi conosciuti al Mondo, così ben radicato nelle tradizioni che ancora oggi, sembra non essersi del tutto estinto, ma addirittura continuerebbe a perpetuarsi con forme e modalità diverse, più o meno esplicite ed evidenti. Saturno ha assunto sicuramente svariate forme e nomi durante il corso di tutta la storia umana, è stato Kronos per gli antichi Greci, Seth per gli Egizi, El per i popoli di origine semitica, Il Signore degli Anelli per i Celti (e per lo stesso Tolkien), e la sua simbologia circolare, del tutto simile agli anelli che circondano l’omonimo pianeta, si riscontra anche in una millenaria ritualistica, che va dalle fedi nuziali che sanciscono le unione, le aureole dei santi, o i cerchi presenti dietro le antiche croci celtiche, così come la sua impronta terminologica si è incisa anche nel considerare il sabato (Saturday, il Giorno di Saturno), il sesto giorno della settimana, quello più quotato per riposare e festeggiare, proprio come fece il biblico YHWH.
In epoca romana, Saturno era considerato un Titano, sovrano del Tempo, della Terra e della Materia, proprio come il Demiurgo di idea platonica, e in suo nome, Cronos, da cui deriva il sostantivo Corona, quindi il copricapo reale (tipico di tutti i regnanti e gli dèi antichi, vedasi Brahma, Baal, Osiride, etc.), ci si rivolgeva anche per avere una: “divina sentenza della prima ora”. I Romani, inoltre, celebravano Cronos durante la Festa dei Saturnalia che si tenevano al solstizio invernale: “Saturno era celebrato insieme alla nascita del nuovo Sole, durante il solstizio invernale, ovvero nel periodo di Natale: in questa festa chiamata Saturnalia si propiziavano periodi prosperi in cui non fosse necessario lavorare la terra. Perciò durante la ricorrenza uno schiavo veniva vestito da re per un giorno e gli venivano dati frutti e cibo.”
I Padri Romani, però, conoscevano bene e sapevano limitare e controllare questa forza, perché durante le feste tutto era invertito, ed ogni cosa incarnava l’opposto della normalità, un sovvertimento dell’ordine che nella nostra attuale epoca, dove la calunnia, la corruzione, la violenza, la pedofilia, lo stupro sono diventati la norma, senza freni e contrappesi, dimostra quanto l’influenza saturnina sia ancora ben presente e radicata, forse in modo molto maggiore che in passato.

Nell’insieme di tutte queste mitologie si riscontra, però, una particolarità di non poco conto, ovvero che a lui veniva associata una ben precisa forma geometrica, quella di un Cubo dal colore nero. Il Cubo è un solido platonico che il filosofo greco aveva associato a quelle forme che il Demiurgo aveva utilizzato per plasmare l’Universo primordiale, così come successivamente nelle varie tradizioni misteriche, in ogni epoca, ha raffigurato il simbolo stesso della Materia, opposto alla Sfera, che invece rappresenta lo Spirito. Del resto, tale simbolo, spesso associato all’Esagono, è possibile rinvenirlo un po’ ovunque nel Mondo, sia nell’iconografia ebraica come in quella mussulmana (come abbiamo visto alla Kaaba della Mecca) e che, in un sincretismo senza precedenti, avrebbe portato alla nascita della Kabbalah, che sarebbe nientemeno che il culto esoterico al “Dio Cubo”.
Adesso, se si sottrae la tridimensionalità alla rappresentazione di un Cubo si ottiene un Esagono, mentre applicando la terza dimensione ad un Esagono, si forma un vero e proprio Cubo, ovvero 6 lati monodimensionali per così dire “proiettati” nella terza dimensione. In base alle conoscenze e alle dissertazioni cabalistiche, si riscontra ad esempio una speculazione circa questa stessa proiezione, come nel 6° giorno della settimana, il 6° pianeta del Sistema Solare (Saturno), la Stella di David a 6 punte con all’interno un Esagono, così come il famigerato “Numero della Bestia” menzionato nell’Apocalisse di Giovanni (13,16-18), il 666 che corrisponde, guarda caso, al nome della Bestia che divora e devasta.
Eppure, ad una più attenta osservazione, noteremo come la Natura sembra essersi, per così dire, innamorata di questa forma geometrica. Dai composti chimici, alle celle delle Api, alle rocce basaltiche che vengono a formarsi durante il raffreddamento della lava, persino in un insieme di bolle di sapone, i fiocchi di neve, la corazza delle testuggini, alcuni crateri meteoritici osservati su alcune lune del Sistema Solare, etc. Senza alcun dubbio, però, la forma esagonale più sconcertante venne rinvenuta per la prima volta negli anni’80, quando la connessione tra il pianeta Saturno e la figura dell’Esagono fu sancita da una scoperta astronomica senza precedenti, nel momento in cui due sonde del programma Voyager, fotografarono una struttura perfettamente esagonale presente nei pressi del polo nord del pianeta, rilevata in seguito anche dalla sonda Cassini.
Pensate che i lati di questa gigantesca struttura sono lunghi circa 13.800 km, più del diametro della Terra, ruota con un periodo di 10h 39m 24s, ovvero con lo stesso periodo dell'emissione radio interna del pianeta, e non si sposta longitudinalmente come le altre nuvole presenti nell'atmosfera… È mai possibile che 5 mila anni fa, l'umanità, o una parte di essa, fosse a conoscenza di questa caratteristica morfologica nell'atmosfera del pianeta Saturno, al punto da raffigurarlo e farne un simbolo esoterico[6] e religioso?


Del resto, basta farsi un viaggio intorno al Mondo per notare quanti Cubi sono disseminati qua e là, a cominciare da una delle attuali istituzioni mondiali, crocevia delle finanze di mezzo Mondo, come la sede delle Nazioni Unite (ONU) a New York, dove nella “Meditation Room” è allestita una scultura dalle fattezze cubiche, come in altre zone della città sono sparse altre sculture a forma di Cubo, come davanti alla sede dell’Apple Store. E il Cinema non poteva essere da meno, perché quando nel 1968 il genio di Stanley Kubrick decise di portare sul grande schermo un celebre romanzo di fantascienza di Arthur C. Clarke, creò un cult movie come “2001: Odissea nello Spazio”, dove viene raccontata la manipolazione di un gruppo di scimmie da parte di un Monolite di colore nero (che si scoprirà essere un’avanzatissima Civiltà Extraterrestre) e che proprio tra la nostra Luna e Saturno (nel film sarà sostituito con Giove), troverà il suo pianeta finale di destinazione per il protagonista.
E come dimenticare anche le famose missioni spaziali che portarono il primo Uomo sulla Luna, l’anno successivo, nel 1969? La famiglia dei razzi che compirono l’impresa furono i Saturn (sempre Saturno), sviluppati per lanciare carichi pesanti nell’orbita terrestre ed oltre, e che furono poi adottati come lanciatori per il programma Apollo. Il progetto originale del Saturn fu creato a partire da un'idea sviluppata nientemeno che da Wernher von Braun, l’ex scienziato nazista che inventò i famigerati V2 con i quali i nazisti bombardavano Londra, assunto poi alla NASA dopo essersi consegnato agli americani alla fine del secondo conflitto mondiale, diventando poi il capostipite del programma spaziale americano!

Dietro questo filosofico sincretismo si cela una realtà molto più ampia, articolata e così complessa, che al genere umano è pressoché sfuggita nella sua totale comprensione, almeno sino ad oggi, dove seppur all'apice si trovi una sorta di padre putativo incarnato da questo Demiurgo, Signore della Materia, a più livelli discendenti, sono poi apparsi tutta una serie di suoi innumerevoli emissari, che per così dire hanno costituito dei loro gruppi di potere, seppur a lui direttamente o indirettamente devoti.
Tale varietà di aspetti, per così dire malefici, si è però concretizzata come non mai nella cultura di massa del XX e del XXI secolo, infatti non è un caso che un Oscuro Signore molto famoso sia Lord Voldemort, antagonista nella saga di Harry Potter, creata dalla scrittrice J.K. Rowling. Nella trilogia “I Diari della Famiglia Dracula” di Jeanne Kalogridis, viene chiamato sempre Oscuro Signore, un'entità incorporea fatta di pura oscurità, in grado di assumere numerose sembianze, venerata dai vampiri come una divinità; non viene tuttavia specificato nei romanzi chi o cosa sia questo essere, ma si avanza l'ipotesi che possa essere il Diavolo in persona. Un altro esempio è quello del “Re dalle Lunghe Corna”, antagonista della serie “Le Cronache di Prydain”, dello scrittore statunitense Lloyd Alexander, nonché del classico Disney, “Taron e la Pentola Magica”, trasposizione animata della saga letteraria con il nome di “Re Cornelius”. Altro essere appartenente alla stessa saga che corrisponde al medesimo stereotipo è Arawn, il Dio dei Morti, del quale il Re dalle Lunghe Corna, rappresenta un discepolo.
Anche il Conte Dracula di Bram Stoker, in quanto sovrano dei vampiri, può essere considerato un Oscuro Signore, come nell'Universo immaginario di Guerre Stellari, tale termine è generalmente associato nel descrivere gli spietati Sith, l'influente gerarchia che governa il Lato Oscuro della Forza. Darth Sidious, che diverrà l'imperatore galattico Palpatine, e il suo allievo Darth Fener, sono entrambi Signori Oscuri, pur rimanendo il primo suo maestro e mentore, ed il secondo, il suo apprendista o braccio armato, proprio come Satana e Lucifero. Un altro Oscuro Signore cinematografico è il demoniaco Signore delle Tenebre, antagonista del film fantasy “Legend” diretto da Ridley Scott ed interpretato da Tim Curry. Anche nella saga horror “Hellraiser” il protagonista è un personaggio che corrisponde per molti versi allo stereotipo dell'Oscuro Signore, infatti Pinhead, è il demoniaco capo del gruppo di esseri diabolici noti come Cenobiti. Insomma, tutti quanti oscuri, malefici e assetati di sangue come il loro illustre antenato Kronos, il procreatore e divoratore dei suoi stessi figli…



[1] Brahma, e l'Universo per come lo conosciamo, esistono complessivamente per 100 anni composti da questi Kalpa, ovvero da 311.040 miliardi di anni umani.
[2] Si narra essere la nostra attuale Era.
[3] Nell'Induismo un Kalpa dura 4,32 miliardi di anni, cioè un "Giorno di Brahma" e misura la durata del Mondo, (gli scienziati stimano l'età media della Terra a 4,54 miliardi di anni).
[4] A lui venivano sacrificati animali nel mese lunare di rajab, la cui sacralità (con ben altre liturgie e significati) si è in parte conservata nell'Islam.
[5] Tale rivestimento viene rinnovato ogni anno, mentre la vecchia kiswa viene tagliata in pezzi che vengono poi distribuiti ai pellegrini, che la conservano come preziosa reliquia.
[6] La Shatkona è un simbolo induista che rappresenta l'unione tra l'elemento maschile e femminile. Più nello specifico rappresenta Purusha (il Supremo Essere o Uomo Cosmico) e Prakriti (Madre Natura). Spesso è rappresentata come Shiva/Shakti, e la Shatkona è un esagramma associato anche al figlio di Siva-Sakthi, il dio Surya, il Sole. Stilisticamente, è identico al simbolo ebraico della Stella di Davide e al Giapponese Kagome crest.


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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte II - Antropogenesi / Lezione 5, 5.4 - L'Influenza di Saturno

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