"La Stella primigenia" di Federico Bellini

Cosa c’era in principio in questo ramo del Braccio di Orione? Quale scenario cosmico portò poi alla formazione del nostro Sistema Solare ed infine della Terra? Scientificamente sono state fatte delle ipotesi ma sino ad oggi nessuna ha saputo dare delle risposte convincenti, perché alcuni modelli proposti, sovente, finiscono per scontrarsi tra di loro. Possiamo però farlo a livello esoterico e di ricerca alternativa, anche in base al materiale raccolto in tutti questi anni, raffrontandolo anche con le varie ipotesi scientifiche, integrandole.
Nel XVIII secolo, Kant e Laplace formularono una “ipotesi nebulare” che ancora oggi mantiene degli elementi di validità. Essa affermava, con ovviamente successive e più recenti aggiunte, che il Sistema Solare ha avuto origine dal collasso gravitazionale di una nube gassosa, la Nebulosa Solare, che si calcola avesse un diametro di circa 100 UA e una massa circa 2-3 volte quella dell’attuale Sole. Una forza interferente (probabilmente una vicina supernova), si pensa abbia compresso la Nebulosa spingendo poi la Materia verso il suo interno, innescandone il collasso. Durante questo processo, la nebulosa avrebbe iniziato a ruotare più rapidamente e a riscaldarsi, e col procedere dell’azione della gravità, della pressione, dei campi magnetici e della rotazione, si sarebbe infine appiattita in un disco proto-planetario con una protostella (il futuro Sole) al suo centro e in via di contrazione.


La Teoria ipotizza, inoltre, che da questa nube di gas e polveri si formarono poi numerosi pianeti, essendo il primordiale Sistema Solare interno molto caldo da impedire la condensazione di molecole volatili come l’acqua e il metano, vi si formarono pertanto dei planetesimi relativamente piccoli (sino allo 0,6% della massa del disco) e formati principalmente da un composto ad alto punto di fusione: silicati e metalli. Questi Corpi Rocciosi si sono poi evoluti successivamente nei pianeti di tipo terrestre quali la Terra, Venere, etc., mentre più esternamente, oltre la frost-line, si svilupparono i Giganti Gassosi come Giove e Saturno, mentre Urano e Nettuno catturarono meno gas e si condensarono attorno a dei nuclei di ghiaccio. Si pensa, inoltre, che grazie alla loro massa sufficientemente grande, i Giganti Gassosi siano riusciti a trattenere l’atmosfera originaria sottratta dalla Nebulosa Madre, mentre i pianeti di tipo terrestre l’abbiano perduta o sublimata in fasi successive di continua trasformazione, essendo la nostra atmosfera terrestre, il frutto di vulcanismo, impatti con altri Corpi Celesti, o attraverso la stessa evoluzione della Vita.
Cento milioni di anni dopo la sua formazione, però, la pressione e la densità dell’idrogeno nel centro della Nebulosa Madre, divennero grandi a sufficienza per avviare la fusione nucleare nella protostella, e fu così che il neonato Sole, spazzò via tutti i gas e le polveri residue del Disco, allontanandoli nello Spazio Interstellare e fermando il processo di crescita degli stessi pianeti. Nel frattempo, il Proto-Sole attraversò un ulteriore fase denominata T-Tauri (dal nome della stella variabile studiata come prototipo di questo processo) durante la quale generò un enorme quantità di energia sotto forma di radiazioni elettromagnetiche (luce e calore), ma anche di particelle velocissime o vento solare che spazzò via tutto il gas presente nella zona interna del Sistema Solare, lasciandovi solo i materiali più pesanti e refrattari.
Da questo momento, si presume che il Sistema Solare assunse la sua attuale configurazione chimica e astronomica, con i pianeti giganti gassosi (Giove, Saturno, Urano e Nettuno), nella parte più esterna, formatisi per accrezione dei planetesimi ghiacciati e ricchi di elementi volatili, mentre i pianeti terrestri rocciosi (Mercurio, Venere, Terra e Marte), ricchi di minerali refrattari, metalli e silicati, rimasero nella parte più interna. Ad una osservazione attenta, appare chiaro che tutti i pianeti orbitano oggi nello stesso verso orario, che quasi tutti ruotano in senso diretto, tranne Venere ed Urano, che le orbite sono circolari e poco inclinate rispetto all’eclittica, che i pianeti interni sono terrestri mentre gli esterni gassosi, e che tutti sembrano aver ricevuto indistintamente impatti notevoli a giudicare dalla cicatrici crateriche presentate in superficie, così come non ci siano corpi, ad oggi datati prima di 4,5 miliardi di anni.
Tutti questi elementi fanno presumere che nel Braccio di Orione, miliardi di anni prima della nascita del nostro Sole, vi fosse una nebulosa molecolare molto grande e che ad un certo punto, per qualche motivo, iniziò a spiraleggiare, seppure nonostante tutti questi dati la sua formazione rimane ancora un mistero. Infatti, secondo altri studi più recenti (del 2017), il nostro Sistema Solare potrebbe essersi formato nelle bolle alimentate dal vento di una Stella Gigante, il che andrebbe a spiegare l’abbondanza di due elementi, presenti all’interno del nostro Sistema, ma scarsi nel resto della Galassia. Il nuovo scenario, invece delle esplosioni di una supernova, propone la presenza di una Stella di tipo Wolf-Rayet, con massa superiore a quella solare di circa 40 o 50 volte, oggetti che bruciano in fretta producendo tonnellate di elementi che vengono poi allontanati dai potenti venti, venti che a loro volta vanno a formare delle bolle con un denso guscio, dove al suo interno possono venire a prodursi delle ulteriori interazioni, dato che gas e polveri verrebbero intrappolati, liberi poi di condensarsi in nuove Stelle e Pianeti[1].
Il modello di formazione del Sistema Solare è comunque ancora lontano dal trovare una sua univocità accettata, perché sono presenti delle anomalie di non poco conto, a cominciare dalla velocità di rotazione del Sole, inferiore a quanto previsto dal modello teorico, e i pianeti, pur rappresentando meno dell’1% della massa del Sistema Solare, contribuiscono ad oltre il 90% del momento angolare totale. Persino i pianeti sono “al posto sbagliato”, perché Urano e Nettuno si trovano in una regione in cui la loro formazione è poco probabile, data la ridotta densità della nebulosa a tale distanza dal centro, teorizzando che ci possano essere state interazioni tra la Nebulosa e i planetesimi che avrebbero portato alla migrazione degli stessi pianeti[2].

«Vieni, farò per te la gioia al crepuscolo e la musica alla sera! O Hathor, tu sei esaltata nella chioma di Ra perché il cielo ti ha dato la profonda notte e le stelle. [...] Adoriamo la Dorata quando brilla in cielo!» (Inno a Hathor)


Arrivati a questo punto scientifico del nostro viaggio, ritorniamo di prepotenza nel Mito, cercando di trovarvi al suo interno una spiegazione ai tanti misteri sino a qui accumulati. Hathor (che significa in egiziano antico, “Casa di Horus”), era una divinità appartenente alla religione dell’antico Egitto, in qualità di Dèa della Gioia, dell’Amore, della Maternità e la Bellezza. Per tutta la storia egizia fu una delle divinità più importanti e venerate, il suo culto si presume essere di origini preistoriche, e quindi predinastiche, estendendosi dalla corte faraonica (in quanto ritenuta madre simbolica degli stessi Faraoni), sino ai ceti più umili. Signora dell’Occidente, dei Morti, si credeva che accogliesse le Anime nell’Aldilà (il Duat), e al tempo stesso veniva anche adorata come divinità della Musica, la Danza, delle terre straniere e della Fertilità, in quanto si pensava che assisteva le partorienti.
Raffigurata sovente come una Vacca con il Disco Solare, provvisto di ureo fra le corna, in epoca tarda venne rappresentata anche con due piume e con il pettorale menat, tipico attributo delle sue sacerdotesse. Nel corso dei millenni, inoltre, assimilò a sé una grande quantità di divinità, le furono date in custodia sotto la sua protezione le miniere e persino le sorgenti del Nilo (la Via Lattea), divenne contemporaneamente Madre, sposa e figlia di Ra (il Sole) e anche Madre di Horus - come Iside (Sirio), considerata sua sorella -, fu associata a Bastet, e nel periodo classico, gli antichi greci, la associarono ad Afrodite.
L’iconografia di questa Dèa rimase ambigua fino alla IV dinastia (2630-2150 a.C.) e fu dall’età storica che finì per assumere l’aspetto o gli attributi di una giovenca, seppure già in manufatti predinastici (ante 3150 a.C.) venisse già raffigurata con questa forma primordiale, dove in alcuni reperti archeologici venne rappresentata con una testa bovina circondata da stelle: «Grande Mucca Celeste che creò il Mondo e il Sole.» La sua immagine storica più conosciuta diverrà poi la figura muliebre col capo sormontato dalle corna in qualità di Sacra Vacca, e come patrona del Sacro Albero fu associata al sicomoro, alla palma e al fico, specie durante l’atto di nutrire il defunto: “Signora della palma da dattero” e “Signora dei sicomori del sud”. Qui, il motivo della simbiosi tra Donna ed Albero, tanto cara alla mitologia africana (come successivamente anche Greca e Gnostica), si presenta come colei che porta ristoro ai morti nell’oltretomba, dove l’Albero della Vita nell’aldilà, apportava piacevole ombra nella grande calura del deserto e recava ai defunti i suoi frutti più succosi; non per nulla i Tebani veneravano Hathor proprio come “Signora dei Morti.
Un intrigante Inno ad Hathor compare in nove colonne di testo, dopo un Inno a Ra, su una stele di Antef II (2112-2063 a.C.), quarto faraone della XI dinastia, rinvenuta nella sua tomba a Tebe e conservata al Metropolitan Museum of Art di New York. Fra le molte sfaccettature del Culto della Dèa, l'Inno di Antef II si appella al suo aspetto più propriamente Celeste.

«O anziani adunati del cielo occidentale,
o divinità adunate del cielo occidentale,
o signori supremi delle sponde del cielo occidentale
che gioite al giungere di Hathor, che ama vedere esaltata la Propria bellezza:
Io Le feci sapere, Le dissi accanto a Lei che gioivo alla Sua vista!
Le Mie mani Le fanno cenno: Vieni a Me! Vieni a Me!
Il Mio corpo parla, le Mie labbra ripetono: Puri suoni di sistro per Hathor,
suoni di sistro un milione di volte, perché Tu ami il sistro;
un milione di suoni di sistro per il Tuo spirito in ogni luogo.
Io sono Colui che fa sollevare dai devoti il sistro per Hathor
ogni giorno e in ogni ora che Lei desidera.
Possa il Tuo cuore essere contento con il sistro,
possa Tu procedere in soddisfazione perfetta,
possa Tu gioire in vita e gioia
insieme a Horus [incarnazione del faraone] Che Tu ami,
Che mangia insieme a Te dalle Tue offerte,
Che Si nutre insieme a Te dalle Tue provvigioni.
Possa Tu contare anche Me, per esse, ogni giorno!
L'Horus Uakankh [primo nome di Antef II] riverito innanzi a Osiride,
il figlio di Ra, Antef il Grande, nato da Neferu [la regina Neferu I]

Gli egizi, specie sulla riva occidentale del Nilo, dove era considerata protettrice della vasta necropoli di Tebe, credevano che la Dèa alleviasse le sofferenze dei morenti e li accogliesse maternamente nel Duat, offrendo loro cibo, bevande e ristoro. Con il titolo di Signora dell’Occidente, prendeva le sembianze della giovenca che esce dal deserto, luogo dove venivano scavate le tombe, diretta verso le paludi dove crescevano le piante di papiro, sulle sponde rive del Nilo (la Via Lattea).
Un aspetto, matrigno e benigno che la rese estremamente popolare, anche se possedeva un lato distruttivo evidenziato da un mito sulla fine del dominio di Ra sulla Terra, dopo che il Dio, adirato con gli uomini che avevano cospirato contro di lui, inviò Hathor tra di loro, sotto forma di Sekhmet, per distruggerli. Al termine della battaglia, la sua sete di sangue non fu domata e ciò la spinse ad intraprendere la distruzione dell’intero genere umano; per porre fine alla strage, Ra tinse della birra con ocra rossa ed ematite perché sembrasse sangue, scambiandola per birra ella si ubriacò e non portò a termine il massacro, ritornando poi da Ra ammansita nelle sue abituali sembianze di Hathor[3].
Con un apparente paradosso, i faraoni erano chiamati Figli di Hathor (quindi Figli del Cielo), benché fossero considerati reincarnazioni di Horus, il figlio della dèa Iside[4]. Una scena però coglie l’attenzione, quella dell’allattamento del Faraone Amenofi II (1427-1401 a.C.) dove viene raffigurato, fieramente eretto fra le zampe anteriori di Hathor in forma di Vacca Celeste, come un bambino in ginocchio fra le zampe posteriori mentre succhia il latte della Dèa. Al contempo, con il termine di Nebethetepet, ella incarnava la sua manifestazione ad Eliopoli, strettamente associata al grande dio creatore Atum come controparte femminile, sovente identificata con una parte del Corpo del Dio stesso: la mano con la quale, masturbandosi, Atum avrebbe creato il Cosmo intero.


È del tutto evidente che la qualità di «alimentazione» da parte della Dèa per il Faraone, o per il defunto, reintegrando la loro sostanza e confermandone l’immortalità, definisce la sua funzione anche di divinità creatrice e distruttrice, tipica non solo delle Stelle (o delle supernove specie per l’atto creativo esplosivo e tipicamente similare agli schizzi masturbatori), ma anche delle loro manifestazioni più estese e complesse come le nebulose, vere e proprie nursery stellari. Gli Egizi, come molti altri popoli antichi, avevano ritrovato nelle Stelle la spiegazione cosmogonica a tutte le loro divinità in un sincretismo pressoché perfetto, ed in quest’ottica non si può non notare in Hathor la Vacca Celeste, la Nebulosa Madre alla quale i suoi innumerevoli figli, fratelli, sorelle o sposi, assumono non solo velleità divine, associabili a ben definite Stelle del Cielo (Ra o Atum il nostro Sole, Iside la stella Sirio, Horus il giovane la stella Algol nella Costellazione di Perseo, etc.) ma anche a tutti quegli astri che essa stessa ha partorito o contribuito a partorire, nutrendoli, così come farà poi con i Faraoni, i defunti, o distruggendoli sotto forma della leonessa assetata di sangue, tipico di quelle Stelle inquiete o instabili che esplodendo si disintegrano per poi continuare l’eterno Ciclo Cosmico.
La «Grande Mucca Celeste che creò il Mondo e il Sole» è la nebulosa primordiale o comunque quel contenitore interno del Braccio di Orione, dove è stata possibile la nascita e la formazione del nostro Sistema Solare e di tutti i suoi pianeti, Terra compresa. Tutta questa speculazione cosmogonica non avrebbe senso se non fosse che è la stessa mitologia egizia a dimostrarcene la sua concretezza. Arcaici miti egizi raccontano che il secondo dei figli di Nut e Geb fu Horus il Vecchio (Heru-Wer), chiamato così per distinguerlo dal successivo figlio di Iside e Osiride (Heru-sa-Aset), anche se il culto del secondo si fuse con il primo specie nelle epoche successive. Dio guerriero dalla testa di falco, rappresentava la luce, divinità protettrice dei Faraoni, ma anche dei Fabbri (e da qui le sue peculiarità demiurgiche) e dei Guerrieri.
Egli era conosciuto anche come Heru-Behdety, "Horus della città di Behdet", ed era raffigurato come un disco solare alato (un Sole, per l’appunto). Sua moglie era nientemeno che Hathor (il cui nome, guarda caso, è appunto Casa di Horus), la signora della bellezza e dell'amore, ed il loro matrimonio, detto Festa della Gioiosa Riunione, veniva festeggiato ogni anno intorno al solstizio d'inverno, ed entrambi, insieme, generarono Ihy. Quest’ultimo, "Horus che unisce le Due Terre" (o anche il Duat) era il nome greco della divinità egizia Hor-sma-tawy, chiamato anche Harsomtus, ed apparteneva ad una triade come figlio di Hathor e di Horus di Behedet ed era la forma sincretica di Harsiesi e di Horo dal quale si differenziava per essere contemporaneamente dio-padre e dio-figlio (Tosi).
Insomma, questo divin fanciullo non solo suonava il suo sistro in segno di giubilo (in qualità di Dio della Musica), al sovrano defunto accompagnato nientemeno che dal padre cosmico Ptah, ma simboleggiava anche il Bambino Divino, infatti nella mitologia più tarda, il suo concepimento diverrà identico per Horus il Giovane, che con la madre Iside sotto le sembianze di avvoltoio, sovrasterà il corpo esamine di Osiride per riceverne il seme, lo stesso seme che Atum esplose nel Cosmo per generare la vita dopo che Hathor gli dette la sua mano. Ihy o Harsomtus, in realtà, incarna non solo la nascita di un Dio, ma è anche la personificazione del Dio Sole Infante (la Proto-Stella), posto sopra il Fiore di Loto Primordiale (il Disco Solare), sul quale si è formato il nostro intero Sistema Solare. Hathor, pertanto, incarna la Nebulosa Madre nella quale un altro Sole (Horus il Vecchio), forse una preesistente supernova o una Stella gigante di tipo Wolf-Rayet, ha permesso la nascita non solo del nostro Sole (Harsomtus, poi Atum, Ra), ma anche la nascita di altri Soli, fratelli, sorelle e figli della stessa Hathor, in quanto madre nebulare della Via Lattea.



[1] Secondo lo studio, una percentuale tra l’1 e il 16 percento delle Stelle Solari potrebbe essersi formata con questo trigger. / Uno degli isotopi in abbondanza è l'alluminio-26, prodotto dalle supernove insieme al ferro-60. Il secondo isotopo, però, è mancante e la ragione è ancora sconosciuta, il che lascia aperti i dubbi sul modello della supernova; questo ha poi portato alle Wolf-Rayet, che rilasciano alluminio-26 ma non ferro-60.
[2] Con la continua scoperta dei pianeti extrasolari, e che hanno riservato numerose sorprese, il modello della Nebulosa è stato a più riprese rivisto per spiegare le caratteristiche di questi sistemi planetari. Non c'è consenso su come spiegare la formazione dei pianeti giganti su orbite molto vicine alla loro Stella ("hot Jupiters"), anche se tra le ipotesi possibili vi sono la migrazione planetaria e il restringimento dell'orbita dovuto all’attrito con i residui del disco proto-planetario.
[3] Di volta in volta, a seconda dei differenti miti, delle epoche e perfino delle località, i suoi consorti potevano essere Ra oppure Horus, mentre i suoi genitori differivano tra Neith e Khnum, oppure ancora Ra, mentre i suoi fratelli erano incarnati sempre da Ra con Apopi, Thot, Sobek e Selkis. Fra i suoi figli vi erano gli dèi Horus, Ihi, Imset dalla testa umana, Qebehsenuf dalla testa di falco, Hapi dalla testa di babbuino e Duamutef dalla testa di sciacallo (questi ultimi quattro erano raggruppati a loro volta con il nome di Figli di Horus e tutelavano ciascuno uno dei quattro vasi canopi). Insieme alla dea Nut, Hathor fu associata alla Via Lattea nel III millennio a.C. quando, durante gli equinozi d'autunno e primavera, sembrava allineata sulla Terra e che la toccasse nei punti il cui il sole sorgeva e tramontava. La Via Lattea era vista come un corso d'acqua che attraversava il cielo, su cui navigavano le divinità solari - e per questo era definita dagli egizi Nilo del Cielo. Durante il Medio Regno ricevette l'epiteto di Nub, che significa Dorata, e il suo culto si diffuse anche in Palestina e in Fenicia; nota come Signora di Biblo. Venne poi identificata, in queste regioni, con Astarte e con altre divinità cananee come la dea Qadesh. Sotto forma di Hesat, dea-giovenca che si credeva partorisse il faraone nelle sembianze di un Vitello d'Oro, era venerata ad Afroditopolis (odierna Atfih) nel ventiduesimo nomo dell'Alto Egitto.
[4] È probabile che alle origini della mitologia egizia, la madre del dio-falco fosse effettivamente Hathor, originariamente Dèa del Cielo, habitat dei falchi e degli altri volatili. Iside, sarebbe stata considerata la madre di Horus solamente quando si sentì la necessità di fondere il mito di Osiride con il mito di Horus e Seth.


*
"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte II - Antropogenesi / Lezione 4, 4.1 - La Stella primigenia

Commenti

Post popolari in questo blog

"Il Cammino del Viandante", il nuovo Libro-Corso di Federico Bellini

"Materia, Nebulose, Stelle, Pianeti" di Federico Bellini

"L'Universo" di Federico Bellini

"Chi sono gli Addotti?" di Federico Bellini e A/V