"L'Universo" di Federico Bellini

Comprendere l’Universo in cui viviamo è un’impresa assai ardua, come altrettanto complesso è lo studio che cerca di comprendere come si sia formato o è attualmente costituito. Come abbiamo già analizzato nei precedenti capitoli, possiamo farlo attraverso uno studio analitico che comprenda varie discipline tra le quali si compari il mito con l’astronomia, la filosofia con l’introspezione personale, seppur rimanga l’oggettiva difficoltà nel mettere la parola fine a questo incredibile mistero, diventa però interessante quel viaggio che porta ognuno di noi, non solo a sperimentare una serie di fenomeni inspiegabili, ma anche a chiedersi quale siano le nostre origine, indissolubilmente legate, tra l’altro, a quell’essenza stessa di cui è costituito.
Una famosa canzone degli anni ’70 aveva un ritornello divenuto celebre che recitava “Noi siamo Figli delle Stelle”, ma se andiamo a ben vendere era anche l’epoca in cui, in America, un grande scienziato passato alla storia con il nome di Carl Sagan, affermava per la prima volta che: “Noi siamo parti di Stelle che raccolgono la Luce delle Stelle”, ed oltre noi a Umani, in quella Materia di cui sono formate le Stelle, si possono anche includere le forme di vita Extraterrestri, e persino gli Dèi.
Questo Cammino, pertanto, inizialmente vuole soltanto essere uno strumento di approfondimento nei riguardi di un Regno quasi mai esplorato, perché da qualunque parte vi si penetri, ne rimaniamo prigionieri, in quanto la sua complessa circolarità, è del tutto simile ad un labirinto di cretese memoria. Questo labirinto, inoltre, non possiede un percorso deduttivo come non assomiglia ad un organismo racchiuso in sé, ma piuttosto non è poi dissimile ad una monumentale “Arte della Fuga” di bachiana memoria, dove Teseo non è altri che la parte che ognuno di noi deve interpretare per poterne uscire vittoriosi.


Albert Einstein affermò che “Ciò che è inconcepibile dell’Universo, è che esso sia concepibile”, perché per quanto sia difficile comprenderlo, l’Uomo non si è mai arreso di fronte alla sua vastità, così come non si arrende e continua a tutt’oggi ad andare avanti, scoprendo continuamente milioni e milioni di remote galassie od oggetti distanti miliardi di anni luce che sopraffanno qualsiasi precedente teoria. La Scienza dell’Astrofisica si protende continuamente su ordini di grandezza sempre più vasti, quasi da perderne i contorni, i confini, anche della propria Mente (e qui il passo successivo sarebbe la schizofrenia), e se nel mentre l’Uomo moderno affronta continuamente il non-concepibile, restando ancorato nella sua forma, - specie come nel corso di quest’ultimi secoli -, sempre più accademica e conservatrice, l’Uomo arcaico, al contrario, manteneva ben salda la sua presa sul concepibile inquadrandolo nel proprio Cosmo, specie interiore, in un ordine temporale ed escatologico che avevano un senso e un destino ultimo, specie ultraterreno.

«Coloro che vedono il Sole unicamente come una sfera e ignorano la vita che lo anima, coloro che vedono il Cielo e la Terra come due mondi non sapendo nulla della coscienza che li governa, hanno una conoscenza molto limitata dell’Universo. Una Scienza che studia soltanto la parte inerte delle cose, senza saperne cogliere la vita che le anima e la coscienza che le abita, è incompleta e non porta ad una comprensione reale e duratura della loro natura.» (Vijayananda Tripathi, ‘Devata-tattva’, Sanmarga, vol. III, pag.682)

Ogni qualvolta che affrontiamo il Mito della Genesi, quasi sempre descritto con sufficiente precisione (non di rado anche in modo maniacale), un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione: il Suono. Nell’istante in cui un Dio deputato a tale compito creativo, manifesta la volontà di dare vita a stesso o ad un altro Dio, o di far apparire il Cielo, la Terra oppure l’Uomo, egli emette un Suono: espira, sospira, parla, canta, urla, tossisce, espettora, singhiozza, vomita, tuona o suona addirittura uno strumento musicale. La fonte dalla quale emana il mondo è sempre acustica, e questo Suono, nato dal Vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare l’intero Nulla e che, propagandosi, crea lo Spazio Infinito. In questo monologo in cui il Corpo Sonoro costituisce la prima manifestazione percepibile dell’Invisibile, l’Abisso Primordiale, diventa, quindi, un “fondo di risonanza” dove quel Suono scaturito deve essere considerato come la prima vera forza creatrice e che, nella maggior parte delle mitologie antiche, è l’incarnazione degli Dèi-Cantori.
L’Idea del Mondo generato da un Canto deve avere avuto un’origine molto remota, dal momento che la sua diffusione è riscontrabile in ogni angolo del pianeta, ma appare antichissima anche perché non implica la preesistenza di uno strumento di lavoro più o meno perfezionato o anticipatore. Le Civiltà tecnicamente più progredite, inoltre, ci mostrano spesso il Creatore con delle qualità più alchemiche, in quanto Vasaio, Falegname, Scultore o sovente un Fabbro, il quale dopo aver forgiato i Corpi, comunica loro la vita mediante un grido, un’espirazione sonora o la saliva, dove l’idea del Suono Creatore riappare con tutta la sua forza primordiale.

«Non so scrivere in modo poetico: non sono un poeta. Non so distribuire le frasi con tanta arte da far loro gettare ombra e luce: non sono un pittore. Non so neppure esprimere i miei sentimenti e i miei pensieri con i gesti e con la pantomima: non sono un ballerino. Ma posso farlo con i suoni: sono un musicista.» (Wolfgang Amadeus Mozart)


Queste straordinarie parole del nostro genio austriaco sembrano quasi assurgere a fanciullesche velleità demiurgiche, perché proprio così doveva presentarsi l’artefice del nostro Universo ai suoi primordi, un essere che pur essendo consapevole di saper fare poco, ma potenzialmente in grado di poter fare tutto, a parte emettere suoni, scelse poi di fare dell’esperienza il suo nuovo metro di lavoro e creativo; fu così che tutto il Gioco Cosmico iniziò. Osservando l’Universo dalla Terra nel nostro attuale tempo, vediamo come grazie ai super-ammassi riusciamo a raggiungere le più vaste strutture cosmiche conosciute, mentre su delle scale ancora più grandi, l’Universo cominci ad apparire notevolmente uniforme e regolare. La Terra, il Sistema Solare, la Via Lattea tutta, sembrano quasi deviazioni a volte alquanto evidenti all’interno di un contesto distributivo uniforme di Materia, dove non sorprendono tutta quella serie quasi infinita di immagini geocentriche dell’Universo, che la cultura umana ha prodotto nella maggior parte della sua storia, indicando un ordine ancor più superiore, persino mentale nel suo ordinamento.
L’idea di Democrito, del quinto secolo a.C., che le Stelle fossero distribuite uniformemente attraverso lo Spazio, sembra, fra le tante, quella dotata di maggiore pregnanza. Se ne interessò anche Newton o vari sostenitori della Teoria degli Universi Isola, tra i quali Christopher Wren e Immanuel Kant. Fu però Edwin Hubble che nel 1925 cambiò totalmente la nostra percezione di Universo, compiendo una rivoluzionaria scoperta, perché egli si accorse che le galassie si stanno allontanando da noi con una velocità proporzionale alla loro distanza.
Nonostante queste visioni sembrano situarci in un luogo speciale, quasi centrale in questo Universo che si espande, non è difficile rendersi conto di come, in uno Spazio sufficientemente omogeneo, la stessa cosa sarebbe anche vera per ogni altra Galassia. Data l’enormità del Cosmo oltre ogni umana comprensione, in qualsiasi punto si trovi un osservatore o osservatrice, vedrebbe l’identica immagine di galassie che viaggiano in ogni direzione. Come abbiamo ampiamente analizzato nei precedenti capitoli, secondo la Teoria del Big Bang, l’Universo ebbe presumibilmente origine con una “esplosione primigenia”, che riempì tutto lo Spazio Vuoto a partire da un preciso ed unico punto, una Singolarità. Alcuni sostengono, inoltre, che questo punto sia stato grande pressappoco come una Mela, forse anche più piccolo, ma tutti concordano che dopo questa iniziale e colossale deflagrazione, ogni particella cominciò ad allontanarsi velocemente dalle altre.
Si pensa, inoltre, che nei suoi primi attimi l’Universo fosse una sorta di fluido o un gas caldissimo di particelle elementari in rapidissima espansione. Per i Fisici delle Particelle, i primi attimi di questo Universo infante, costituirono un acceleratore senza limiti di energia, ma nessuno si è mai chiesto da cosa fosse scaturita tutta questa energia, all’apparenza inesauribile, o da quale fonte arrivasse.[1]

«Certi suoni inarticolati che a volte, senza volerlo, ci escono di bocca non sono altro che gemiti irreprimibili di un dolore antico, come una cicatrice che all’improvviso si fosse fatta risentire.» (José Saramago)

Se si potesse superare l’abisso che ci separa dalla Galassia di Andromeda e, una volta giunti sin lì, si volgesse lo sguardo indietro verso la nostra, la Via Lattea, lo spazio ci offrirebbe sicuramente un’immagine molto simile a quella della stessa Galassia dalla quale siamo partiti. Il nostro Sole non apparirebbe come un oggetto di particolare rilievo nel grande sistema galattico, si andrebbe a confondere insieme a tutte le altre stelle, e soltanto con un potente telescopio si potrebbe forse rivelarne la sua debole luce tra una miriade di altri soli del tutto simili. Per quanto irrilevanti siano le stelle di questa tipologia solare, il nostro Sole ha per noi una speciale importanza, perché sebbene una Galassia sia il più grande Sistema di Materia organizzato, l’interazione materica più importante si verifica essenzialmente a livello stellare.
La Vita sulla Terra è indissolubilmente connessa al Sole, in quanto è l’equilibrio termodinamico determinato dall’intesa produzione di calore al suo interno a fornire ai sistemi biologici sulla superficie del nostro pianeta, l’energia di cui ha bisogno. Infatti, di tutte le stelle la più vicina a noi è proprio il Sole, la nostra Stella, e per quanto possa sembrarci un luogo comune, l’averla così riconosciuta è stata una grande conquista solo a partire dal Rinascimento. Pensate che la maggior parte degli antichi pensatori, greci, babilonesi, egiziani o cinesi, credevano che ci fosse una distinzione fondamentale tra il materiale della Terra e quello del Cielo, tra cui il Sole e le Stelle.
Quando osserviamo il paesaggio terrestre e vediamo il Sole che dardeggia i suoi raggi, ci risulta alquanto difficile credere che sia lui che la Terra, siano in realtà composti della stessa Materia, dagli stessi elementi. Il Sole è una sfera di gas molto caldo e le sue condizioni sono ovviamente estreme rispetto a quelle presenti in qualsiasi luogo del nostro pianeta, almeno sino all’avvento di quella mostruosa creazione umana che è stata la Bomba Atomica. La temperatura, alla superficie del Sole, è di oltre 6.000 gradi centigradi ed al suo centro è di parecchi milioni di gradi, ciò nonostante, tutti gli elementi scoperti sul Sole sono anche presenti sulla Terra.
Durante la notte, quando guardiamo in alto le Stelle, ci risulta così difficile immaginare che esse possano avere una qualche connessione con noi, in quanto il cielo apparendoci così freddo e buio, con i suoi puntini luminosi deboli e distanti, con la Luna pallida e solitaria, ci sembra quasi di occupare un reame intermedio e sospeso. Fu però proprio il primo sguardo che Galileo Galilei rivolse alla Luna, attraverso il suo telescopio, che disintegrò il concetto di una sostanza celeste distinta da quella terrestre, dato che vide per la prima volta con i suoi occhi un paesaggio fatto di montagne e pianure, non poi così dissimile dal nostro.

«Tutta la natura sussurra i suoi segreti a noi attraverso i suoi suoni.
I suoni che erano precedentemente incomprensibili alla nostra anima,
ora si trasformano nella lingua espressiva della natura
(Rudolf Steiner)

Il Mito continua ancora a parlarci, da un passato ancestrale, oscuro, nebuloso, utilizzando la sua disarmante metafora, memoria di una fanciullesca età umana. Ed è proprio attraverso i suoi racconti che più o meno concordi, si ravvisa la storia dei primi canti della creazione, i quali fecero emergere il Chiarore o l’Aurora dalla più completa oscurità. I popoli primitivi attribuirono quel grido di Luce al Sole, al canto di un gallo divino o al ruggito di una belva affamata, e tale suono è ravvisabile anche nello strano “vagito” che gli scienziati sono riusciti, qualche anno fa, ad ascoltare avvicinandosi ai primi momenti della nascita del Cosmo, riscontrabili nelle impronte delle onde gravitazionali provocate dall'espandersi improvviso dell'Universo nei primissimi istanti dopo il Big Bang.
Nell’Antica Persia, la Luce fu evocata dal Toro Celeste di Ahura Mazdah, mentre la letteratura vedica ci parla ancora di un “muggito” ma di una vacca luminosa, simboleggiante la nube gravida di pioggia, tanto che nel Katha Upanishad si descrive l’Atman (o Essere Supremo), che si esteriorizzò nella sillaba OM, come una luce intensa. I Tahitiani credono che la Luce creatrice provenga dalla bocca del Dio Tane, secondo i Maori, invece, Dio creò l’Universo per mezzo di una parola che evocò la stessa Luce, mentre in quelli polinesiani, Atua, cominciò il suo canto nel bel mezzo della notte e il chiarore se ne sprigionò soltanto verso il mattino.
Quei canti sono dunque voci luminose, altre volte suoni che producono bagliori o chiarore, tanto che in genere, i testi antichi, non sono molto espliciti a questo proposito: in diverse leggende il creato viene emanato da un semplice Suono o da un Raggio di Luce, ed è molto probabile che la versione originaria considerasse il Fuoco o il Sole-Cantore, come un elemento primordiale celato nelle acque tenebrose e informe del Caos Cosmico. La Maitrayana Upanishad considera l’Ātman come il “Primo Sole” da cui vennero emanati numerosi ritmi e che, dopo aver “sfavillato, versato pioggia e cantato inni”, ritornarono alla “caverna” dell’Essere Supremo, così come anche la Dèa Amaterasu in Giappone, la Dèa del Sole, si nascose in una grotta perché ferita dall'inaccettabile comportamento del fratello Susanoo, gettando in tal modo il Mondo nell'Oscurità.


Non di rado questa Caverna sonora o luogo primordiale, sono simboleggiati da un Uovo splendente o da una lucente Conchiglia dalla quale spunta, infine l’Astro Solare. In Egitto, ad esempio, dopo che il Dio Amon sotto forma di Oca ebbe covato l’Uovo Solare, con la sua voce annunciò la Luce e si aprì una fessura sul guscio da cui uscì fuori il Sole cantore; metafora antropologica che simboleggia la Bocca che emette il primo canto della Creazione. Il simbolo dell’Uovo o della Caverna può facilitare la comprensione di certe formule frequenti nelle culture antiche, in quanto gli Dèiproducono”, “fecondano” per mezzo della bocca, si “nutrono” e “concepiscono” tramite l’orecchio, dimostrando un modo di esprimersi simbolico per significare che, durante le prime fasi della Creazione, tutti gli atti erano di natura essenzialmente acustica.
Ed è cantando che gli Dèi realizzano la partenogenesi, caratteristica degli inizi della Creazione. Thot, Dio della Musica, della Danza e della Scrittura, con velleità anche di divinità solare, come più in generale i primi Dèi, si feconda da sé stesso, ridendo e lanciando grida di Luce. La scuola di Heliopolis, inoltre, esponeva la storia della Creazione in due differenti versioni: la prima vedeva il Dio-Sole generare gli altri Dèi per mezzo di un grido di Luce, mentre nella seconda, questo grido veniva sostituito da un vero e proprio atto di masturbazione o da una espettorazione solare, non dissimile da una tempesta geomagnetica (flare).
La Parola, il Sole, l’Uovo, etc., sono inizialmente immersi nella notte delle acque eterne e quando evocano l’Aurora sono impregnati di umidità, tanto che nella Cosmogonia dei Dogon questa “parola umida e luminosa” interviene in tutti gli stadi della prima fase della stessa Creazione. Situata tra Tenebre e Luce sin dal primo giorno, sul piano umano la Musica si trova quindi immersa a metà tra l’oscurità della vita inconscia e la chiarezza delle sue metafore visionarie, che diventeranno poi, specie quest’ultime, rappresentazioni intellettuali delle più evolute e future Civiltà umane. Questo linguaggio, inoltre, si dividerà ad un certo punto del suo cammino anche in tre fasi: una parte si avvierà a divenire la Musica propriamente conosciuta, un’altra si incarnerà nel Linguaggio e nel Pensiero logico, mentre un’ultima si trasformerà lentamente in Materia.
Non è nemmeno atipica la caratteristica che questi miti hanno di evocare, specie agli inizi della Creazione, alcuni elementi concreti, quali: Acqua, Fuoco, Uovo, Testa, Penne, Animali, etc., essendo oggetti già concepiti in quanto simboli materiali dei primi fenomeni puramente acustici. In quella dimensione primordiale, umida, di tenebra e poi di luce, la Musica fu la sola ed unica realtà, trasformata parzialmente in altri oggetti concreti soltanto dopo l’apparizione della Materia. Le “acque eterne imporporate dai raggi dell’aurora” possono essere interpretate soltanto come un simbolo della Musica primordiale, dove essa sembra composta ora di grida o sillabe magiche, gemiti o rumori inarticolati, e nella quale, il linguaggio simbolico viene espresso chiaramente dalla sua identificazione con l’Aurora, divenendo prototipo ermafrodita del principio concertante delle Forze della Natura, degli Elementi, e che contribuiranno a dar vita all’intera Materia Universale.



[1] Ricordo che la Teoria del Big Bang tenta di descrivere come sta evolvendo il nostro Universo, non come ha avuto inizio, e non sappiamo nulla su cosa esistesse prima che il nostro Universo iniziasse ad espandersi.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte I - Cosmogenesi. Lezione I, 1.5 - L'Universo

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