"La Mente e l'Ordine" di Federico Bellini


Ci sono tante forme di Luce,
ma non tutte illuminano.”

<<Questa è un’esposizione della dottrina religiosa, innanzitutto a proposito della creazione primordiale di Ohrmazd e della contro-creazione dello Spirito Malvagio; poi sulla modalità della creazione del Mondo, dal Principio sino alla Fine, come appare dalla religione mazdea; poi su ciò che ha il suo principio dalla Parola e si riferisce alla Distinzione Suprema, che cosa e come è, secondo la buona religione.[1]
È dottrina rivelata che Ohrmazd si trovava - circondato di Luce - nell’Altezza Suprema, onnisciente e buono, per tutto il Tempo Illimitato: quella Luce è il luogo il sito di Ohrmazd e alcuni la chiamano la Luce Increata. Quella onniscienza e quella bontà sono il suo vestito, che qualcuno chiama “Religione”. Il tempo di quel vestito è infinito come Ohrmazd, e Bontà e Religione, per tutto il tempo che egli dura, furono, sono e saranno.
Ahriman soggiornava nel profondo, circondato di tenebra e fornito di post-scienza e brama di sangue. La brama di sangue è il suo vestito e quelle tenebre sono il suo luogo: alcuni la chiamano la “Tenebra Increata.”
Il mezzo ad essi c’è il Vuoto - alcuni lo chiamano Vento - dove ora si trova la Mescolanza. Ambedue sono limitati ed illimitati, poiché l’Altissimo, cioè la Luce Increata si dice non abbia Principio ed il Profondo, cioè la Tenebra Increata è illimitata; ma, in direzione del confine che li separa, ambedue sono finite, ché in mezzo a loro c’è il Vuoto e una con l’altra non sono unite. Dunque, ambedue queste entità trascendenti sono in sé stesse limitate. Inoltre, per l’onniscienza di Ohrmazd, tutto è a lui noto ed egli conosce la misura delle cose limitate e illimitate contenute in ambedue le entità trascendenti. Inoltre, il dominio completo della creazione Ohrmad al tempo del Corpo Futuro durerà fino all’eternità, e ciò significa illimitatezza. La creazione di Ahriman sarà annientata a quel tempo, prima del sorgere del Corpo Futuro, e questa è limitatezza.
Ohrmazd, mediante la sua onniscienza, conobbe che lo Spirito Malvagio esisteva e che si sarebbe lanciato verso l’Alto, per invidiosa brama; sapeva come si sarebbe mescolato (con gli elementi buoni), come avrebbe avuto luogo l’Origine, come la Fine, e con quali mezzi l’Origine sarebbe avvenuta, quali e quante forze cosmiche avrebbero apportato la Fine.
Egli creò allora - in un piano trascendente - la creazione per la quale quelle forze erano necessarie. Tremila anni la creazione rimase in stato trascendente, stato in cui le creature erano non-pensanti, non-moventisi, non-agenti. Lo Spirito Malvagio, per la sua post-scienza, era inconscio della qualità di Ohrmazd: allora da quella profondità egli s’innalzò, andò fino al confine della Stella delle Luci. Allorché vide la Luce di Ohrmazd immobile, si scagliò fuori per distruggerla, spinto da brama di sangue e profonda invidia, poi si precipitò oltre, verso l’Alto. Poi vide il valore, la vittrice potenza migliore della sua, e di nuovo corse nelle tenebre e creò molti demoni.
Quella creazione distruttrice era bramosa di lottare con Ohrmazd e quando quest’ultimo vide la non-degna creazione dello Spirito Malvagio, la sua creazione orrenda, puzzolente, abissale, ignara, da lui quegli esseri non furono lodati. Poi, lo Spirito Malvagio, vide la molto degna creazione di Ohrmazd, creazione eccelsa, onnisciente, e diede lodi alle sue creature. Allora Ohrmazd, poiché conosceva il modo dell’azione che avrebbe portato alla fine della creazione, andò incontro allo Spirito Malvagio e gli offrì la pace, e disse: “O Spirito Malvagio! Porta aiuto alle mie creature! Loda! Affinché tu, come ricompensa per questo, divenga immortale, senza vecchiaia, senza fame, senza sete!” Il che significa: “Se tu non cominci la lotta, tu stesso non sarai reso impotente, e ne verrebbe utilità, in più, a tutti e due.” Al che rispose lo Spirito Malvagio: “Non porterò aiuto alle tue creature, né darò lode, ma distruggerò te e la tua creazione fino alla consumazione dei secoli. Mi leverò e renderò amica a me e nemica a te tutta la tua creazione!
Spiegazione di questo è che egli credette che Ohrmazd fosse in imbarazzo e che per questo gli offrisse la pace, e che - non accettando - egli avrebbe potuto sostenere una lotta con lui. Allora disse Ohrmazd: “Non hai fatto tutto tu, o Spirito Malvagio! Perché me tu non potrai giammai annientare, poiché non potrai portare le mie creature a tal punto che non possano poi ritornare in mio possesso!” Poi Ohrmazd con la sua onniscienza conobbe: “Se non determinerò il tempo della sua lotta, egli potrà lottare e mescolarsi alla mia creazione eternamente, e allora egli potrà stabilirsi nella mescolanza della creazione e appropriarsene.” Ancor oggi ci sono infatti fra le creature molti uomini che esercitano più la colpa che la rettitudine e cioè indulgono più di tutto alla volontà dello Spirito Malvagio.
E disse Ohrmazd allo Spirito Malvagio: “Stabilisci un tempo, affinché io, secondo questo patto, possa per novemila anni condurre la lotta contro di te”, poiché sapeva che, prendendosi quel periodo di tempo lo avrebbe reso innocuo. Allora, questi, per impotenza a vedere la fine del tutto, accettò questo periodo di tempo, così come due uomini stabiliscono il tempo della tenzone dicendo: “Mettiamoci oggi d’accordo per iniziare la lotta la prossima notte.”
Ohrmazd sapeva anche, con la sua onniscienza, che di questi novemila anni, dapprima per tremila anni sarebbe valso in tutto il suo volere, poi per tremila anni, nel periodo della Mescolanza, sarebbe ugualmente valso il suo volere che quello di Ahriman, indi, nell’estrema lotta, avrebbe potuto rendere impotente il suo avversario e lo avrebbe trattenuto dal minacciare le sue creature. Poi Ohrmazd creò l’ahuvar, pronunciando la strofa yathahuvairyok di ventun parole. Allora mostrò allo Spirito Malvagio la sua vittoria finale e la sua riduzione all’impotenza, la distruzione dei demoni, la Resurrezione, il Corpo Futuro e la liberazione delle creature dal Male, in eterno.
Lo Spirito Malvagio quando vide la riduzione di sé stesso all’impotenza, e l’annientamento dei demoni tutti, crollò privo di conoscenza, e di nuovo precipitò nelle Tenebre, così come si dice nella religione rivelata: “Quando ne fu detto un terzo, per il terrore si dileguò la forza dello Spirito Malvagio; quando ne furono recitati due terzi, lo Spirito Malvagio cadde in ginocchio; quando fu recitata tutta, egli divenne impotente.” Lo Spirito Malvagio dunque, impotente a far del male alle creature di Ohrmazd, giacque, abbattuto, tremila anni.>>

La Manifestazione è ciò che permette all’Idea o alla Visione di prendere forma e riportare un ordine narrativo a ciò che presumibilmente potrebbe essere accaduto all’Origine del Tempo, nel momento in cui la Creazione divenne in essere. Abbiamo visto con quanta dovizia di particolari, i Miti, raccontino tutti le prime fasi della nascita e la formazione del nostro Universo, ovviamente con una metafora fantastica, tipica di quei racconti che i genitori o i nonni utilizzano per i bambini per raccontare loro il mondo che lentamente stanno imparando a conoscere; così il Mito assurge la stessa funzione di raccontare all’Uomo, ancora Bambino Cosmico, la centralità della sua posizione in questo immenso scacchiere universale.
La Natura della Manifestazione, perciò, consiste proprio in questo, nell’incontro fra ciò che è percepito e chi percepisce, fra potere dell’Illusione e quello dell’Ignoranza, fra Cosmo ed Essere Vivente (non necessariamente senziente). La Creazione, pertanto, nasce sempre da un volere, intimamente legato tra la Conoscenza e l’Azione (Cre-A-zione), ma pur sempre velato dall’Incoscienza. La fonte della Conoscenza è nell’Io so di non sapere di Socratica memoria, perché questa è l’unica azione che può essere utilizzata per arrivare sino all’Inconoscibile, o alla Sophia della successiva Gnosi.

«Ella, di cui neppure l’Essere immenso e gli altri Dèi possono comprendere la forma, è chiamata l’Inconoscibile. Ella, di cui non può essere trovato il limite, è chiamata l’Illimitata. Ella, che è presente in ogni luogo, è chiamata l’Unica. Ella è la coscienza trascendente in ogni conoscenza. È il vuoto in tutti i vuoti. Ella, al di là di ciò che non è affatto al di là, è chiamata l’Inaccessibile (Durga).» (Devi Upanishad, 26-28)


L’Universo, perciò, cambia in base alla percezione che gli esseri viventi hanno di lui, così come noi Umani siamo in grado di studiarne solo un misero 5% del suo intero (un 95% ricordo è costituito di Materia ed Energia definita Oscura, al momento per noi ancora incomprensibile), anche gli Animali ne percepiscono un livello ancora più inferiore, limitato alla loro sfera di azione terrestre. La percezione, a cui è intimamente connessa l’individualità, ci permette, quindi, di poter comprendere la realtà di un Cosmo che altrimenti rimarrebbe all’interno della nostra inconsapevolezza, totalmente illusorio. Questo, inoltre, ci fa comprendere un assioma fondamentale, ovvero che “non possiamo qualcosa che non sia già in noi”, ed è qui che nasce il Concetto di Dualità.
Che cosa è la Natura? Qualcosa di non Artificiale mi rispondereste. E che cosa è Artificiale? Qualcosa di estraneo a quello che già esiste, mi direste ancora. Il vostro rispondermi sarebbe quindi spontaneo, ma illusorio, in quanto parte di un meccanismo di riconoscimento, perché ognuno di noi vive in una casa fatta di cemento e non in mezzo ad un bosco, eppure consideriamo la nostra dimora il luogo più naturale dove poter vivere.
Adesso potrei chiedervi di nuovo che cosa è Naturale e Artificiale? Il fatto di essere abituati ad un ambiente artificiale per mera comodità, anche inconscia, da considerarlo confortevole, quasi naturale. E qui risiede la nostra discrasia duale, fin tanto non arriveremo a considerare qualsiasi creazione una modifica, e in quanto tale un atto Artificiale, e che solo facendo esperienza di e acquisendo una propria Coscienza, può diventare a sua volta anch’esso naturale; rimanendo ovviamente solo un artificio vuoto se privo di Coscienza. Essendo comunque entrambi parte della stessa energia di trasformazione, Natura e artificio (o Artificiale) sono in realtà la stessa cosa, differendo solo per il grado di Coscienza raggiunto.
In questa ottica, qualsiasi Mondo Celeste o Infernale, così come il Bene e il Male, esistono soltanto nella misura in cui sono presenti in uno Spirito che li percepisce, perché li si situa l’esperienza, dove gli sforzi che facciamo per conoscere il Mondo esterno sono limitati dalla Conoscenza di stessi. Qualsiasi percezione del Mondo esterno è solo una proiezione del nostro Mondo interiore, per questo motivo, l’intero Pantheon Universale, composto di Dèi, Angeli, Demoni, Extraterrestri o Alieni, Spiriti, Anime, etc., è alla fine di tutto il riflesso o lo specchio della vita interiore dell’Uomo.

«Gli Dèi rappresentano le inclinazioni dei sensi illuminati dalla rivelazione
(Śaṅkarācārya, commento alla Chāndogya Upaniṣad I, 2,1).

La Coscienza non esiste, la Coscienza è il Nulla. Potenzialmente è in Essere, ma effettivamente può anche non manifestarsi mai. La Coscienza è un procedimento di accumulo e viene a formarsi per il sommarsi di esperienze e dalla capacità di ricordarsi e saper discernere tale processo. Tutte le esperienze, in quanto tali, sono illusorie, sono programmi che ripetendosi all’infinito, permettono al soggetto di avviare tale processo di trasmutazione, ma la Coscienza in sé è come il Nulla cosmico delle origini, un Vuoto assoluto, una Giara di fattura indiana, in attesa di essere riempita e così compresa, sia al suo interno che all’esterno di .
La Coscienza Umana è necessariamente legata ad una nozione di Individualità (o Unicità), così come la Coscienza Universale risiede nel (l’Ātman induista[2]). L’Immensità senza Forma, nella Coscienza, è sperimentato come Vuoto, Silenzio, Oscurità Totale nella regione senza limiti che spazia oltre lo Spirito, oltre l’Intelletto. Essa viene percepita dall’Uomo nel suo Io più profondo che lo accomuna a tutti gli altri Esseri Viventi, un Oceano senza forma del da dove emerge la natura più essenziale di ognuno di noi. [Per questo motivo dovete rimanere presenti. I vecchi schemi a volte si ripresenteranno, ma imparando ad osservarli, ad accettarli e ad amarli anche così come sono, capirete che tutto deve scorrere come un torrente limpido e fresco di montagna per arrivare sino all'Oceano. E lì, in quel mare, troverete voi stessi.]

«Questo [Sé] risplende, immenso, luminoso, inconcepibile, più sottile del sottile, più lontano del lontano [pur essendo] proprio qui, assolutamente vicino, celato nel cuore dei veggenti.» (Mundaka Upanishad III, 1,7)

La Natura dell’Universo è illusoria, e questa Illusione è Energia di cui l’Universo è interamente permeato. La sua potenza può essere paragonata ad una deliberata immaginazione mentale, il “Pensiero dell’Essere Cosmico” di cui l’Universo sarebbe un apparente materializzazione. L’Energia veicolata attraverso l’immaginazione o l’idea, prende quindi forma, sottile o materiale che sia, perché “l’Entità che ha la visione dell’Universo” vi si rispecchia al suo interno infinitamente, e nella quale Dèi e Uomini, Sfere, Pianeti o Atomi, costituiscono la sua manifestazione.

«Colui il quale conosce il vasto spazio racchiuso nella caverna del cuore, realizza tutti i desideri ed entra in contatto con l’Immensità.» (Taittirīya Upaniṣad 2,1)

Tutte le esperienze dell’Anima sono esperienze di una identità, per questo motivo la Coscienza o l’Assoluto è chiamato nella filosofia induista, perché incarnando il di ciascun essere individuale, manifestandosi nella Dualità, l’uno vede, odora, tocca, gusta, parla, ascolta, pensa, conosce, l’altro; la separazione che è al tempo stesso non-separazione. La parola contiene un’informazione ed essa ha il potere di evocare immagini e idee, tramite il processo in cui il pensiero, dapprima informe e caotico, diventa gradualmente definito; lì si manifesta e diventa l’Universo conoscibile.
Il Verbo, incarnandosi, è l’origine di tutte le apparenze, il Cosmo è di conseguenza la sua espressione, la formulazione di una idea originaria, imperitura, una parola che ha preso forma. Il Creatore è il Verbo e il Verbo, manifestandosi nella Parola, è un Suono.

«Il luogo [dove si forma l’idea], lo strumento [che permette la sua manifestazione], la prima tendenza [verso l’idea], la Coscienza che si illumina e in cui non esiste ancora la suddivisione in parole, formano il Verbo trascendente (para-vak). Il primo impulso mentale, come un germoglio che scaturisce da un seme invisibile, costituisce il Verbo visualizzato (pashyanti). Il suono potenziale che diventerà veicolo dell’Idea e il Verbo intermedio (madhyama). [L’Idea prende una forma verbale silenziosa.] Il suono esteriorizzato sotto forma di sillabe articolate è il Verbo manifesto (vaikhari)
(Swami Karapatri, Shri Bhagavati tattva, Siddhanta, vol. V)



[1]Bundahishn, ovvero della Primordiale Creazione”, testo religioso zoroastriano. Traduzione di Alessandro Bausani, Edizioni Paoline (1962).
[2] Ātman (devanāgarī आत) è un termine sanscrito di genere maschile, che indica l'Essenza o il Soffio Vitale, sovente tradotto anche col pronome personale riflessivo di terza persona, . Esso trae il significato da varie radici an (respirare), at (andare) va (soffiare). Nel Śatapatha Brāhmaṇa, uno dei commentari in prosa dei Veda probabilmente composti in un periodo compreso tra il X secolo l'VIII secolo a.C., questa descrizione come "essenza" e "soffio che dà la vita" propria del Ṛgveda viene interpretata come una unità, trascendente ed immanente al tempo stesso, di tutta la Realtà Cosmica, e in questo senso un analogo del Brahman. Le successive riflessioni degli Āraṇyaka, con l'importanza data alla «Coscienza di Sé» (prajñātman), e poi delle Upaniṣad, intorno all'VII-IV secolo a.C., iniziano a delineare l'ātman come Sé Individuale distinto eppure inscindibile dal Sé Universale (Brahman). Nelle Upaniṣad il termine "ātman" ricorre innumerevoli volte ed è il perno centrale sul quale ruota tutta la riflessione filosofica, una ricerca sull'essenza ultima dell'individuo dove il termine indica via via il Corpo, il Soffio Vitale, la Coscienza Spirituale, il vero soggetto dell'uomo, il Sé del Mondo, e come elemento ultimo in questa scala ricostruita, Brahman medesimo.

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"Il Cammino del Viandante" di Federico Bellini
Parte I - Cosmogenesi / Lezione I, 1.4 - La Mente e l'Ordine

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