"India, la Grande Madre di tutti" di Alain Danièlou

Grande Madre

Oggi l’India ci appare come un museo di storia nella quale tutte le età dell’umanità coesistono in un eterno presente, simile ad un gigantesco Giardino dell’Eden. Questo eccezionale fenomeno è il risultato di una tradizione di tolleranza che caratterizza l’Induismo e che è nata da una profonda convinzione, insegnata a tutti i livelli della società, che i metodi che permettono a ciascuno di realizzarsi in modo totale sul piano individuale e su quello sociale, sono estremamente variabili e non possono essere standardizzati dogmaticamente. La verità, lo sappiamo, ha molte strade, sfaccettature e, in ogni caso, non è mai accessibile nella sua totalità allo Spirito umano. In nessun’epoca della storia indiana, un invasore o un movimento riformatore ha potuto distruggere o assimilare completamente i popoli, le civiltà, le religioni che esistevano prima, poiché ciò avrebbe rappresentato un giudizio di valore che l’uomo rispettoso dell’opera degli dèi non si può permettere. In India si possono incontrare popolazioni dell’Età della Pietra (analoghe ai pigmei dell’Africa o agli aborigeni australiani) le quali hanno conservato i propri culti animistici, la filosofia, le strutture sociali e le lingue del tipo munda, a quanto pare le più antiche al mondo. Sempre in India si trovano, nella sua forma integrale, lo shivaismo, la grande religione che fu quella della Civiltà dell’Indo, dei suoi prolungamenti sumeri, cretesi, egizi, greci, romani e, nell’altra direzione, indocinesi e indonesiani. La leggenda di Osiride, arrivato in Egitto dal subcontinente indiano in groppa al suo toro (veicolo di Shiva), come pure i culti di Dioniso e Bacco dell’antica Grecia sono ramificazioni spesso poco conosciute dello shivaismo. In Cina, i fondamenti della più remota corrente di pensiero si esprimono tramite simboli shivaiti: i termini yin e yang infatti non sono altro che una pronuncia cinese delle parole yoni e linga, emblemi del principio femminile e di quello maschile. Gli Ariani del nord, imparentati con gli iraniani e gli Achei, portarono in India tra il terzo e il secondo millennio prima della nostra era, la religione vedica in cui i dèi, simboli e riti sono analoghi a quelli della Grecia e dell’Italia pre-romana, come pure dell’Iran avestico. E fu solo dopo una lunga lotta contro lo shivaismo, presentato come un culto demoniaco, che questa stessa corrente venne alla fine integrata nella religione vedica per dar luogo al sorgere di ciò che noi denominiamo induismo, ma che in India si chiama sanathana dharma, la “religione eterna”. Il giainismo, sorta di dottrina moralista, quasi atea se vogliamo, le cui origini risalgono ad un’età ben anteriore alle invasioni ariane, influenzò profondamente il buddhismo, come pure la filosofia della Grecia classica e i movimenti fideistici del Medio Oriente, tra i quali gli Esseni o le dottrine millenaristiche ebraiche, come persino il successivo cristianesimo. Per noi, dunque, il pensiero religioso dell’India non è esotico o estraneo, tutt’altro. L’India ha soltanto saputo preservare la storia di una ricerca cosmologica, religiosa, mistifica e filosofica che è stata l’esperienza comune di una grande parte dell’umanità, in special modo quella di un mondo indo-mediterraneo protostorico, di cui abbiamo perso il ricordo a causa del fanatismo di religioni nuove, aggressive, colonialiste, come il buddhismo, il cristianesimo e l’islam, la cui fede cieca e ingenua, come lo stesso proselitismo hanno troppo spesso preso il posto della ricerca della conoscenza e dell’umile rispetto per le intenzioni insondabili degli dèi. E prima dell’arrivo di queste religioni semplicistiche e popolari, di carattere soprattutto sociale, usate specie per fini politici, non esisteva opposizione tra i vari credi, perché gli sforzi per scoprire il mistero del mondo, per capire il posto dell’essere vivente nell’Universo e i mezzi dell’uomo per realizzare il proprio destino, costituivano un’impresa comune come lo è, oggi, la ricerca scientifica dei pensatori delle diverse parti della Terra. Differivano unicamente i racconti mitici, un genere di favole basate su elementi locali che servivano per insegnare a ciascuna etnia i fondamenti della saggezza, i principi della filosofia, le virtù degli eroi e gli arcani degli dèi; e il significato di tali leggende era naturalmente chiaro a tutti. Le ricerche dei filosofi o degli asceti sulla struttura del cosmo avvenivano in modo parallelo, e se i nomi dati alle energie universali variavano da una cultura all’altra, ciò non creava maggiori ostacoli della diversità dei termini scientifici nelle lingue moderne. Gli dèi simboleggiavano le leggi e le forze della Natura, dove il Varuna dell’induismo corrispondeva all’Urano greco, Indra era un altro nome di Giove, e quando i soldati di Alessandro Magno si recarono a Nysa, dove vi era la montagna sacra di Shiva (da loro chiamato Dioniso), per venerarvi la divinità, vi abbracciarono in quel luogo anche i propri fratelli di fede. L’Eracle descritto da Megastene è il dio-eroe Krishna, come d’altronde il Buddha o il Cristo, in quanto a ruolo, storia e metafore cultuali, possono essere considerati dagli induisti incarnazioni di Vishnu. Tutte le deformazioni successive del loro messaggio da parte di gruppi ecclesiastici al servizio di interessi politici e materiali, non hanno niente a che fare con l’originaria ragion d’essere delle manifestazioni di Vishnu. Atene, Alessandria, la Siria, la Palestina erano centri di incontro per genti eterogenee, fra cui numerosi indù. Aristossene, citato da Eusebio, parla di discussioni fra Socrate ed un filosofo indiano. La Scuola degli Scettici fu fondata da principi tratti dal giainismo. Quasi tutte le dottrine filosofiche e matematiche attribuite a Pitagora sono derivate in realtà dal sistema Sankhya ed erano comuni nell’India di quel tempo. Tali concetti si ritrovano anche in Anassimandro, Eraclito, Empedocle, Anassagora, Democrito ed Epicuro. L’influenza indiana sul pensiero degli gnostici, dei neoplatonici, come pure sul Vangelo di San Giovanni, è generalmente riconosciuta. L’Apocalisse è un adattamento del Bhavishya Purana. Colonie di indù esistevano sull’alto Eufrate parecchio tempo prima dell’era cristiana: solo nel 304 della nostra era San Gregorio fece distruggere i loro templi e ne spezzò le immagini. Tuttavia non sarebbe esatto credere che si trattasse sempre e unicamente di influenze provenienti da filosofie di origine indiana. Si trattava piuttosto della riscoperta di un sapere che era stato comune in India e nei paesi mediterranei prima del disastro causato dalle invasioni nordiche, dunque, era del tutto normale che ci si rivolgesse all’India dato che soltanto la si era saputo conservare, in moto integrale, o quasi, questa comune eredità. Lo studio del pensiero filosofico e religioso dell’Induismo e dell’Ellenismo arianizzato è solo un primo stadio che, attraverso forme accultura-te, ci permette di raggiungere la sorgente primaria e autentica di tutti i nostri concetti religiosi e mistici: vale a dire, lo shivaismo dionisiaco, che contempla la possibilità di un uomo totale in rapporto con l’Essere totale, attraverso le tecniche yoga, le arti, la danza e l’estasi, permettendo il raggiungimento di forme di conoscenza che oltrepassano un razionalismo e una logica basati sull’esperienza illusoria dei sensi; permette altresì di arrivare a un’intuizione della natura profonda del mondo e del divino in ambiti dove il pensiero, la materia e la percezione appaiono per ciò che sono: forme di energia, inseparabili le une dalle altre. L’uomo che sviluppò le grandi civiltà delle valli dell’Indo e del Gange appartiene alla razza chiamata mediterranea, quella cioè degli Egizi predinastici, dei Libici, dei Berberi, dei Cretesi, degli Ebrei, dei Sumeri. Quest’uomo parlava lingue agglutinanti del tipo dravidico, esistenti ancora oggi nell’India meridionale e i cui rami occidentali erano, tra l’altro, il sumero e, fino ai nostri giorni, il georgiano e il peuhl. Ed è proprio dalla cultura di questi popoli (alla base di tutte le nostre civiltà a partire dal VI millenio a.C.) che arriva lo shivaismo con le sue diramazioni dionisiache: nello shivaismo si ritrova l’origine di un gran numero di riti, miti e simboli caratteristici delle religioni successive. I metodi dello yoga che permettono lo sviluppo dei poteri latenti dell’uomo e che sono parte integrante dello shivaismo, hanno avuto un ruolo determinante nell’elaborazione di tutte le forme di conoscenza di ordine scientifico, metafisico e mistico. Nella descrizione del volto attuale della mitologia induista, lo shivaismo non è considerato sotto il suo aspetto storico, bensì come appariva a partire dalla sua integrazione nel brahmanesimo, nonché nel buddhismo tibetano. Quando ho concepito questo panorama del pantheon induista avevo appena ripreso contatto, dopo venticinque anni di vita e di ricerche nella società tradizionale indù, con la cosiddetta civiltà occidentale che avevo abbandonato dalla mia adolescenza. Devo dire di essere stato profondamente sorpreso dall’inverosimile ignoranza del mondo cristiano (per non parlare di quello islamico) su tutto ciò che concerne l’origine e il significato dei miti e dei riti, come pure dal carattere primitivo, direi quasi infantile, dei rispettivi concetti teologici e filosofici. Soltanto nelle scienze più avanzate (matematica, cibernetica, biologia, fisica atomica) ho incontrato nozioni che si avvicinano a quelle della saggezza dell’India. In questo nostro mondo che si vanta di avere inventato tutto, non ho intravisto nulla di originale, ma solo frammenti mal compreso di un sapere più antico. Sono stato stupefatto dall’uso sconsiderato, vietato in tutte le società tradizionali, del-le conoscenze raggiunte, dai modi di vita, dalle tirannie intellettuali e morali che non possono non condurre, inevitabilmente, alla distruzione dell’uomo. L’origine e la ragion d’essere dei miti, dei riti, delle credenze mi sono sembrate evidenti, ma ho avuto l’impressione che nessuno avesse una minima nozione del loro significato. Perché il Salvatore, incarnazione di Vishnu per una regione e un’epoca ben precisa, deve nascere in una grotta? Per quale motivo accanto a lui doveva esserci un bue, animale sacro, un asino, animale impuro? Perché la necessità di una madre vergine, perché tre re, perché i pastori, perché una stella? In questi mistero sacro ed eterno che qualsiasi ragazzo brahamano sarebbe in grado di spiegare, i cristiani non vedono che folclore. Gran parte dei racconti che concernono la vita di Gesù riprendono semplicemente quelli del bambino Krishna o di Shiva-Dioniso. Sul monte Athos molte leggende che si riferiscono alla fondazione dei monasteri si rifanno al mito di Skanda, figlio di Shiva nato in un cespuglio di rose. Il suo culto, per esempio, è proibito alle donne, sebbene la dea-madre regni sulla montagna dove Skanda andò a vivere da eremita. Le regole monastiche sono simili a quelle degli asceti shivaiti che indubbiamente si ritiravano su questa montagna molto prima dei cristiani, come lo provano le vestigia di santuari e gli altari per il sacrificio dei tori. Nulla è cambiato se non il rifiuto di riconoscere le proprie origini, che fanno degenerare un profondo sapere in una superstizione ignorante. Evidentemente i mistici, attraverso l’ascesi e la forza delle loro meditazioni, superano facilmente questo stadio di credenza cieca e ignorante, ma non possono più rendere partecipi altri uomini della loro esperienza trascendente. Si rifugiano così nella solitudine. Potrei citare numerosi casi di sopravvivenze dionisiache: per esempio il dhikr estatico dell’Islam, superstite del ditirambo corrispondente al kirtana (canto di gloria) degli induisti, e i suoi equivalenti europei fino ad un’epoca recente. I riti pre-celtici in Bretagna, come le feste parrocchiali della Troménie e dei Pardons, il lutto in arancione, le leggende magiche, il carro della morte, il culto delle sorgenti e dei geni delle acque, sono ancora molto vicini ai loro equivalenti indiani. Il culto e le leggende bretoni di Sant’Anna sono derivati dalle leggende shivaite: Anna è l’antico nome di Shiva. L’uso del rosario e dei suoi cinquantaquattro grani (la metà del numero sacro centootto della corona induista) proviene dalla recitazione del japa previsto dalle pratiche yoga. A sua volta, il culto delle reliquie è un apporto buddhista. Davanti allo svilimento di un pensiero religioso diventato puramente dogmatico, puritano e sociale non soltanto in occidente ma persino nell’India moderna, sembra che la riscoperta di una mitologia simbolica, di una cosmologia che non separa religione, metafisica e scienza, potrebbe essere la fonte della nuova era: un’era che dovrebbe instaurarsi dopo i disastri incombenti sull’umanità.

*      *      *

L’Uno, senza gradazioni di colore, si manifesta
attraverso un disegno segreto, multicolore,
effetto del suo molteplice potere.
Che l’Essere risplendente, in cui si dissolvono i mondi
e da cui un giorno rinasceranno 
ci conceda la luce dell’intelligenza.

Egli è Agni, il dio del Fuoco,
è il Sole e il Vento e la Luna.
Egli è il Seme. È l’Immensità,
il progenitore degli esseri viventi.

Tu sei la Donna e tu sei l’Uomo.
Tu sei la Vergine, il fiero Adolescente,
il Vecchio che barcolla nonostante il bastone.
Tu sei la mosca blu, il pappagallo dagli occhi rossi,
la nuvola gravida di folgori.
Tu sei il ciclo delle stagioni. Tu sei il mare,
non hai inizio alcuno,
Signore eterno da cui nascono le sfere.
(Shvetashvatara Upanishad 4, 1-4)

Tratto da: "Miti e Dèi dell'India, i mille volti del pantheon induista" di Alain Daniélou. BUR saggi.

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