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"Lo Stupro di Eva" di Federico Bellini

(Milo Manara)

In questa sede non disquisirò sulla figura del Demiurgo della Gnosi, tema che ho già affrontato in altri articoli in modo più approfondito, e dato che considero il lettore già bene istruito in materia, arriverò subito al dunque della questione. Egli, denominato anche Ialdabaoth è anche definito Archigenetor, cioè “padrone degli allevatori” (Ap Giovanni II, 12, 25), in quanto creatore di queste forze che controllano e dominano l’umanità, oltre ad averla manipolata a più riprese nel corso della sua storia, incarnano anche determinate funzioni che in tempi cosmici hanno permesso il perpetuarsi di un programma iniziale, e che andremo meglio ad analizzare strada facendo. La Gnosi, la cui etica è coerente alla visione cosmologica del creato, reputa la procreazione biologica, un meccanismo irrazionale che non fa altro che rafforzare questo potere arcontico e di conseguenza, demiurgico. Proprio come il loro creatore, essi allevano le loro creature (noi umani), fino ad esserne coinvolti tramite incroci fisici e genetici, come capiremo meglio da questo passo tratto dalla Pistis Sophia.

<<Detto questo ai suoi discepoli, Gesù seguitò a parlare loro così: La forza del volto del leone, visto che Pistis Sophia non era stata condotta completamente fuori dal caos, venne nuovamente con tutte le altre emanazioni materiali dell’Arrogante, e oppressero ancora Pistis Sophia. Mentre la opprimevano, ella gridò ancora la stessa penitenza, dicendo: Luce, abbi molta misericordia di me, poiché mi hanno oppresso nuovamente. A motivo del tuo comando, la luce che è in me, la mia forza e la mia mente sono sconvolte. Trovandomi io in queste oppressioni, la mia forza ha iniziato a scemare, così pure il numero del mio tempo mentre mi trovo nel caos. La mia luce è diminuita, perché hanno sottratto la mia forza e sono scosse tutte le mie forze. Più di quanto gli Arconti degli Eoni - che mi odiano - e più delle ventiquattro emanazioni - nel cui luogo mi trovo - sono diventata priva di forza; mio fratello, il mio compagno, ebbe paura di aiutarmi nel luogo cui mi hanno posta. Tutti gli Arconti dell’alto mi considerano come una materia priva di luce: sono diventata come una forza materiale caduta dagli Arconti; e tutti coloro che si trovano negli Eoni hanno detto: “È diventata caos”; perciò, le forze spietate mi hanno circondato contemporaneamente parlando di privarmi di tutta la mia forza. Io però ho avuto fiducia in te, luce, e dissi: “Il mio salvatore sei tu”; nelle tue mani è riposta la sorte che tu mi hai assegnato. Liberami dalle mani delle emanazioni dell’Arrogante che mi opprimono e perseguitano. Manda su di me la tua luce - davanti a te, infatti, io sono un nulla; liberami conforme alla tua misericordia. Ho lodato il tuo nome; non permette, la luce, che sia disprezzata. Il caos copra le emanazioni dell’Arrogante: siano esse cacciate le tenebre. Si chiuda la bocca di coloro che vogliono astutamente divorarmi; e dicono: “Asportiamo tutt’intera la sua luce!”, sebbene io non abbia fatto loro male alcuno.>>

Ma anche nei testi successivi, quando si parla più in specifico della creazione dell’Uomo, gli Arconti tenteranno di nuovo di “Violentare” la Madre, questa volta sotto le spoglie di Eva, inseminando con i loro geni la specie umana. E seppure i testi chiariscono che l’obbiettivo non venga mai conseguito, si evincono però tutta una serie di dinamiche molto particolari e che ci fanno comprendere come il programma si sia perpetuato nelle sterminate ere cosmiche della creazione. Nell’Ipostasi degli Arconti, ad esempio, si descrive minuziosamente questo episodio: “Poi gli Arconti si avvicinarono ad Adamo, e vedendo la sua controparte femminile divennero molto agitati ed eccitati. Si dissero l’un l’altro: ‘Venite, andiamo a seminare il nostro seme in lei’, e tentarono di catturarla. Tuttavia ella - Madre dei Viventi - derise la loro incoscienza e cecità mutandosi in albero, e lasciò che essi si impadronissero del suo riflesso.” (89: 15-25) I veggenti gnostici erano riusciti ad intuire il tentativo di inseminazione di Eva da parte degli Arconti, interferendo nella genetica umana, perpetuando così un programma cosmico ma che allo stesso tempo li portò nuovamente al fallimento, seppure non completo. Come non notare la somiglianza della metamorfosi di Eva in albero come in quello di Daphne, la ninfa del mito greco, che per sfuggire ad Apollo si fece tramutare in una pianta di Alloro, questo a dimostrazione di una radice comune di determinate conoscenze che si sono perpetuate nei secoli in ogni cultura del pianeta. Come appena descritto, gli Arconti non riuscirono a catturare la prima donna creata, tuttavia in qualche modo si impadronirono della sua ombra, del suo riflesso, e questo implica che le forze, seppure non siano state in grado accedere completamente alla nostra struttura monadica, lo hanno quasi sicuramente fatto a livello genetico, stuprandola sicuramente nella Materia, ma non nell’Anima e nello Spirito. Ed è sconcertante vedere come in tempi così antichi, gli gnostici furono in grado di sviluppare incredibili intuizioni circa i Mondi Invisibili, le attività degli dèi, il rapporto tra l’umanità e le specie aliene qui coinvolte, etc. Ma l’intuizione gnostica ci sfida anche persino a comprendere cosa sia veramente successo nel passato e come continui a perpetuarsi questo programma ancora oggi. Perché come non sono riusciti gli Arconti a possedere, a stuprare completamente, dapprima la Sophia e poi la Eva, hanno però cercato in tutti i modi di indurre gli uomini a farlo al posto loro, profanando in ogni modo possibile l’immagine della donna e della vita. Solo che in questa ottica del tutto umana, la donna è stata intessuta di un’identità artificiale, una falsificazione della sua vera natura, conseguenza dello stupro di Eva perpetrato dagli Arconti, creando così un modello di donna inverso che oltre a rendere succube l’uomo, va a nutrire quel decadimento della donna che porterà gli Arconti ad impossessarsi di lei completamente.

L’Anima è il nutrimento degli Arconti, delle Potenze astrali, senza il quale non possono vivere, perché essa promana dal Pleroma e dà loro forza. Ma se l’Anima si impregna di conoscenza di sé stessa, se prende consapevolezza, essa si può difendere innanzi a ciascuna potenza e va oltre i guardiani di questo Mondo per ritornare al Regno.” (Epifanio, Contro le Eresie 40:2) E con un “Vai a far la puttana…” come scriveva Karl Krauss ad inizio del XX secolo, magari bofonchiato da qualche vecchio burbero che puzza di Arconte, si palesa la metafora che ha attraversato interi secoli di storia umana, marchiando con la sua impronta fallica il corpo della donna. Mentre lei, sovrana dell’amore, ha cercato sempre in ogni modo di radunare attorno a sé tutti i tipi di virilità, pronti ad accogliere ciò che lei aveva da donare, tutta sé stessa. La donna che viene distrutta, distrugge a sua volta, costretta a sostituire l’uomo nel portare la croce della responsabilità morale. E una cultura che ha sempre vissuto di parassitismo sulla donna, traendone profitto psicologico dai rapporti sessuali, l’ha destinata così a servire l’egoismo dei suoi innumerevoli padroni, dove solo la libertà può ancora innalzarla ai suoi valori più alti, come la bellezza che la incanta agli occhi del creato, ma sfugge come la sabbia che scorre tra le dita del tempo. Seppure l’uomo vuole fare di lei una serva, - quale massaia o amante, perché per lui il bisogno di rispettabilità sociale è più importante di qualsiasi sogno, in quanto le nuove Leggi del Manu della follia demiurgica si sono spinte sino a scendere più in profondità del quotidiano scibile umano -, costringe così tutti quanti a volere una donna “virtuosa”, fedele, ma solo per sé, un desiderio che diviene ben presto la fonte primaria di tutte le tragedie dell’amore stesso. Imprigionata, la Lulu, la Sophia e poi la Eva della Gnosi, ma anche la Shakti e la Maya indiane, o la Iside egizia, nel mentre riflette se la sua bellezza sia un castigo divino, dal momento che gli schiavi a lei devoti di tutte le epoche e di tutti gli angoli del Cosmo, credendola di amare, covano un romantico piano per liberarla, spingendosi a immischiarsi in progetti inconcepibili, spesso inclini all’orrido, alla fine non fanno altro che alimentare un archetipo antico e perpetuo quanto l’Universo, che di epoca in epoca si ripete e dove, il sacrificio eterno della donna, della Dea Madre da parte del maschio, del suo padrone, ne diventa la massima inconscia aspirazione. 

Liberarla, certo, ma assoggettandola all’interno di un altro programma e nel quale diventa musa ispiratrice ed oggetto delle più infime perversioni, di un sacrificio amoroso che si tramuta in una tragedia senza fine. Ed è così che si apre la sfilata dei torturatori, perché gli uomini, desiderosi, bramosi, eccitati come gli Arconti, si presentano ogni volta a Lulu per farle scontare, con la loro infamia, i peccati che hanno commesso contro la propria natura. Esausta, in ogni epoca, incontra sempre l’ultimo vendicatore del sesso maschile, il Jack lo Squartatore di turno, e come la falena sulla luce, Lulu vi si getta tra le sue braccia, incosciente della natura del suo carnefice, il quale con il suo coltello ancora fumante, che diviene un simbolo, le toglie l’ultimo pezzo di umanità che le resta, il cuore, in un’azione catartica e liberatrice. Perché è nella raffigurazione della donna che tutti gli uomini credono di possedere, mentre è da lei che sono posseduti, della donna che per ognuno è un’altra, e ad ognuno mostra un diverso buco su cui eiaculare, che risiede l’intera tragica storia della società umana, in quello stereotipo che la donna, per essere considerata ed accettata in quanto tale, deve essere magnificamente bella quanto mai puttana. La donna vera, genuina, che con la sua geniale capacità di essere senza memoria, vive senza inibizioni, che desidera ma non genera se non per continuare la specie, non riproduttrice consapevole ma produttrice di piacere per uomini-zombie succubi  di ogni suo orifizio, e che senza il pericolo di una continua concezione spirituale lascia in balia della tempesta la serratura scassinata della sua femminilità, la vagina eterna, sempre aperta e di nuovo sempre chiusa, sottratta alla volontà del procreare, ma che rinasce ogni volta nel magico atto sessuale.

La verità è che siamo dei sonnambuli dell’amore, e il ribrezzo che l’uomo nutre per i propri sentimenti appartiene ad un’epoca arcaica, alchemica e barbara. L’umanità è ridicola specie quando confessa di non avere segreti, ed è codarda quando non osa guardare in faccia la realtà e alzare lo sguardo di fronte alle sue divinità e fissarle dritte negli occhi! Così si sono perpetuati millenni di antica superstizione, ed è da queste ancestrali barbarie che poggiamo le nostre esistenze, credendo di avere qualità morali ed estetiche, artistiche e creative, che sono nulla ed effimere contro il dominio demiurgico della Materia. In altri termini, nonostante l’immenso cammino spirituale compiuto dall’uomo nel suo costante evolversi, che dovrebbe aiutare chiunque assista alla dura lotta nel raggiungere il massimo della felicità terrena, egli, però, non riesce a mai scuotere il giogo della maledizione che lo opprime, come infelice retaggio di una sterile battaglia dell’Anima, attirando su di essa la comprensione e la compassione di tutti coloro che se ne considerano immuni. L’esperienza dimostra che quando si fronteggiano degli opposti, alla fine si arriva sempre a convergere non senza aver attraversato delle conseguenze molto estreme; del resto, i farmaci e i veleni si differenziano solo per il modo in cui vengono usati, essendo di base la stessa cosa. E se ci pensiamo bene, da quasi due millenni la nostra civiltà si è attenuta di fronte ai fatti, nelle stesse modalità che vi ho descritto in questo libro, sulla risibile condanna a morte del Sinedrio di Gerusalemme nei confronti dell’iniziatore della religione cristiana, giudicato essere, a loro dire, un bestemmiatore, scambiando l’amore venale per immoralità e il suo esercizio come una pubblica oscenità. Gesù disse ai sacerdoti e ai giudici del tempo: “In verità vi dico, i pubblicani e le meretrici andranno innanzi a voi nel regno di Dio.” (Matteo, XXI, 5, 31). E non poteva essere più chiaro di così…

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