"I Laogai, i Campi di Concentramento Cinesi" di Federico Bellini


I Laogai sono dei veri e propri campi di concentramento istituiti in Cina da Mao Zedong nel 1950, seguendo a modello i Gulag già presenti e in funzione nell’Unione Sovietica. Furono infatti degli esperti sovietici ad aiutare Mao ad organizzare ed istituire i Laogai in Cina, e nel corso del tempo, mentre i Lager nazisti furono definitivamente chiusi nel 1945, i Gulag sovietici finirono in disuso dagli anni ’90, i Laogai cinesi, invece, sono a tutt’oggi perfettamente operanti. In questi campi, stimati in più di mille, milioni di persone tra uomini, donne e bambini, sono attualmente costretti al lavoro forzato in condizioni disumane, a vantaggio, ovviamente, dell’economia del Governo Cinese e di numerose multinazionali che producono e investono in Cina. Infatti, seppur altamente controverso, è l’uso che il governo cinese fa della manodopera a costo quasi nullo, costituita dai carcerati e che secondo alcune fonti sarebbero sottoposti a ritmi di lavoro disumani paragonabili allo schiavismo. Diverse fonti sostengano che in questi campi vengano applicate sistematicamente l’intimidazione, il terrore, il lavaggio del cervello, la tortura, la rieducazione politica, senza contare l’alto tasso di mortalità dei prigionieri riconducibile a maltrattamenti di vario tipo. Grazie alla testimonianza di alcuni dissidenti cinesi, tra i quali ricordiamo Harry Wu, che con i suoi libri ha contribuito a portare il problema ad una rilevanza mondiale, così come ad altri fuoriusciti cinesi, siamo finalmente a conoscenza di molti episodi che riguardano persino il crimine del traffico degli organi, prelevati ai reclusi. Nel 1988, il Ministero di Giustizia descrisse gli scopi del sistema dei Laogai con le seguenti parole: "lo scopo principale dei Laogai è quello di punire e riformare i criminali. Per definire concretamente le loro funzioni, essi servono in tre campi: punire i criminali e tenerli sotto sorveglianza; riformare i criminali; utilizzare i criminali nel lavoro e nella produzione, creando in tal modo ricchezza per la società." E pensate che ancora oggi, in Cina, è illegale chiamare i Laogai cinesi "campi di concentramento" o anche semplicemente "campi", perché a tali termini possono riferirsi solo i campi nazisti, sovietici, o della Cina nazionalista, non certamente di quella comunista. Ma la Cina non è nuova a queste forme di repressione, già nell’antichità fece uso del lavoro forzato, per oltre 2.500 anni sfruttando anche in tempi di pace, sia civili che criminali. Lavoratori furono impiegati nella costruzione della Grande Muraglia o del Grande Canale, tanto che nella prima e grandiosa opera, gli operai che morivano vi venivano murati all’interno come un vero e proprio materiale edilizio. Ed è tra il passaggio dalla Cina imperiale a quella Comunista, che si deve, anche all’interesse personale di Mao, il ritorno a questa forma di repressione e controllo, applicandola questa volta in modo funzionale e sistematico, nel contesto della sua folle visione sociale e politica, nonché come strumento adatto alla rieducazione dei controrivoluzionari, come dall’altra, a garantire che persino i detenuti possano contribuire come gli stessi liberi cittadini alla produzione. Alla fine non c’è stata poi molta differenza tra l’antica Cina imperiale e quella nuova Comunista dal momento che lo stesso Mao dichiarò di essersi ispirato ai principi del Signore di Shang della dinastia Qin, secondo il quale: “la popolazione deve essere obbligata a lavorare.” Nel periodo maoista, sino a poco tempo prima della riforma di Deng (1978-1992), i Laogai furono largamente usati per reprimere le opposizioni interne al regime, i processi erano spesso delle formalità, avendo la difesa solo il compito di invocare la clemenza della corte, dato che insistere troppo nella propria innocenza portava addirittura ad un inasprimento della pena: "clemenza con chi confessa, severità con chi resiste." E non a caso il numero dei prigionieri e l’uso di questi campi ebbe una certa intensificazione durante le fasi politiche e produttive più forti, tra cui la “Campagna dei Cento Fiori”, il “Grande Balzo in Avanti” e la “Rivoluzione Culturale”. Quel poco che sappiamo proviene quasi esclusivamente dai detenuti fuggiti o scarcerati e rifugiatisi all’estero, tra i temi ricorrenti si rammenta: descrizioni di lavoro forzato a ritmi disumani (fino a 18 ore al giorno, con l'obbligo di rispettare determinate quote produttive); uso della denutrizione e della tortura come sistemi punitivi e coercitivi; appello alla delazione fra prigionieri; sedute periodiche di "critica" e "autocritica", in cui i detenuti si accusano a vicenda, o si auto-accusano, di comportamenti criminali, a scopo rieducativo. A tutto questo fa da unificatore un contesto generale di violenza fisica e psicologica, tendente a quello che comunemente viene definito lavaggio del cervello. Anche sul numero effettivo di Laogai presenti sul territorio cinese, e il numero reale dei detenuti, non si hanno informazioni ufficiali. Il sopracitato Wu, sostiene che dal 1949 alla metà degli anni ottanta furono almeno 50 milioni le persone che sono state imprigionate e che il numero attuale di prigionieri si aggiri intorno agli 8 milioni, altre fonti, inoltre, sostengono che dal 1949 al 1989 siano stati almeno 20 milioni i morti all’interno di questi campi. Infine, una pratica aberrante di cui il governo cinese è accusato da diverse fonti, è l’utilizzo dei prigionieri come donatori involontari di organi. Le accuse più gravi riguardano il prelievo forzato degli organi a persone mantenute in vita in attesa di una richiesta bio-compatibile, per poi venire uccise durante o subito dopo gli interventi chirurgici. Nel marzo del 2006 fu denunciato il caso del campo di Sujiatun nel quale sono rinchiusi numerosi praticanti del Falun Gong, dove una volta uccisi gli verrebbero asportati gli organi. Seppure alcune indagini non abbiano dato prova di illeciti, successivamente il governo ha ammesso che i detenuti condotti a morte sono soggetti al prelievo, ma che comunque, secondo le autorità, viene eseguito con un regolare consenso dello stesso donatore…

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