“L'Orrore! L'Orrore!” di Federico Bellini

“L'Orrore! L'Orrore!” di Federico Bellini

“Cuore di Tenebra”, (Heart of Darkness - Il Cuore dell'Oscurità) è un romanzo breve di Joseph Conrad, pubblicato nel 1902, anche se apparve qualche anno prima, nel 1899 in un magazine diviso in episodi. Ancora oggi viene considerato uno dei più importanti classici della letteratura del XX° secolo, non solo per il suo contenuto letterario per l’epoca innovativo, ma perché ha lasciato un’impronta così forte e tangibile da ispirare numerosi opere apparse negli anni successivi, sino ad oggi. Al romanzo di Conrad è liberamente ispirato il film “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, ambientato in Vietnam al tempo della guerra, e seppure gli ambienti e il contesto siano ben diversi, i parallelismi con il romanzo sono così numerosi e ben riconoscibili: in entrambe le storie c’è la risalita di un fiume alla ricerca di un personaggio di nome Kurtz, così come nel monologo finale si scorge lo stesso errore commesso dal Kurtz di Conrad con quello di Coppola. Il protagonista, ormai impazzito, non si chiede più se le sue azioni siano giuste o sbagliate (e quindi coerentemente non ammette di poter essere giudicato), ma si limita ad usare la sua folle onnipotenza per perseguire con qualunque mezzo i fini che si è prefissato. Entrambi si rendono conto dell’orrore che si cella nella volontà di potenza (l’illuminazione avviene nel monologo di Kurtz nel film di Coppola, dopo la vicenda dell’amputazione da parte dei Vietcong delle braccia dei bambini vaccinati dagli americani), e pertanto, avendo aderito con coscienza a quell’orrore, si lascia uccidere, mentre il Kurtz di Conrad accetta di fuggire e di morire di morte naturale, rendendosi conto, forse, solo all’ultimo momento dell’orrore della sua vita. In questo contesto si palesa una metafora in cui la volontà di potenza dell’occidente, pur continuando a sopravvivere attraverso i secoli nei mutati contesti storici, nel desiderio di lasciarsi alle spalle il “vecchio”, giudicandolo sbagliato e in quanto tale “eliminandolo” con ogni mezzo possibile, ricerca nel “più giusto” una valida sostituzione che, attraverso il gioco delle apparenze serve soltanto a perpetuare un’ulteriore estremo tentativo di onnipotenza, essenza più vera delle tante “maschere ideologiche” di cui si è vestita l’intera cultura occidentale, passata, presente e futura.La trama del romanzo: All'inizio del racconto, a bordo di uno yacht di nome Nellie ancorato in un porto lungo il Tamigi, cinque membri dell'equipaggio attendono la marea favorevole per poter prendere il largo. È sera, uno di loro, un vecchio marinaio di nome Marlow, prende la parola e comincia a raccontare di un viaggio che molti anni prima aveva fortemente voluto per entrare in contatto con un continente per quell'epoca ancora misterioso e pieno di fascino: l'Africa nera. Addentratosi nel continente dopo un lungo viaggio, giunge alla sede della Compagnia che lo aveva assunto e i cui interessi erano basati sulla razzia di avorio, materiale molto ricercato in Europa a fine Ottocento. La base principale della Compagnia, se così si può chiamare il cumulo di baracche che lo accoglie, è inospitale ed inefficiente, gestita da equivoci personaggi tutti invidiosi di un misterioso Kurtz il quale sembra essere l'unico in grado di procurare ingenti e costanti quantitativi del prezioso materiale. Di Kurtz però non si hanno notizie certe da tempo e la sua base, vera destinazione di Marlow, è molto all'interno della inestricabile e malsana foresta ed è raggiungibile solo via fiume. Marlow parte quindi, a bordo di un rattoppato battello a vapore con altri coloni e indigeni cannibali assunti e pagati con un sottile filo d'ottone lungo non più di trenta centimetri. Risalendo faticosamente il fiume, Marlow ha l'impressione di ripercorrere il tempo e lo spazio risalendo ad epoche remote e selvagge. Arrivato finalmente a destinazione, la base di Kurtz sembra essere un luogo di inenarrabili e truculenti fatti. Gli occupanti del battello si scontrano con la primordiale ostilità degli indigeni, che hanno fatto di Kurtz una specie di divinità, ammaliati dal suo aspetto, dalla sua determinazione feroce e priva di scrupoli e soprattutto dalla sua voce, anche se ormai Kurtz è molto malato, quasi in fin di vita e forse in preda alla follia. Marlow rimane affascinato dal personaggio senza essere in grado di darsi una vera spiegazione. L'unica cosa da fare in quel frangente è caricare Kurtz per riportarlo a casa. Cosa che avviene non senza difficoltà. Nel viaggio di ritorno Kurtz muore, ma prima di morire pronuncia la celebre frase «L'Orrore! L'Orrore!», e consegna a Marlow un pacco contenente delle lettere e la foto di una giovane donna. Marlow, ritornato a Londra, va a incontrare la vedova (lei si ritiene tale, pur essendo solo la fidanzata di Kurtz). Ma non ha il coraggio di rivelarle la vera natura dell'uomo che lei crede un modello di perfezione e quindi le mente, dicendole che le ultime parole di Kurtz sono state per lei. La critica di Conrad è palese, con questo romanzo attacca il colonialismo attuato mediante le barbarie e le razzie compiute dalle potenze occidentali di fine XIX° secolo nei confronti del continente africano e delle sue popolazioni indigene. Ma oltre questa forte critica c’è anche una ricerca più profonda sul concetto e il significato di Male, che specie la società occidentale non accetta come propria, proiettandola sempre sulle culture altrui e ritenute “aliene”, dimostrando così, de facto, di esserlo a sua volta. Marlow parte da Londra per raggiungere il cuore dell’Africa più nera nella quale troverà un’oscurità e un Male che non è del Congo, ma della stessa Londra e dell’intera società occidentale. La metafora del viaggio circolare del protagonista ne è la chiara dimostrazione, come lo è la spirale composita dalla sete di potere, sia economico, politico e religioso, o il fascino dell’orrido, perpetrato mediante il cannibalismo, fenomeno frequente nelle spedizioni avventurose dell’epoca, probabilmente praticato anche da Kurtz insieme al sesso più perverso, tutti tabù dell’epoca vittoriana e che saranno fioriera di repressioni mostruose. E quando Marlow rientra a Londra e mente alla fidanzata di Kurtz dicendole che le sue ultime parole erano nei suoi confronti, in realtà dimostra che non ha la forza di rivelare che la vera oscurità appartiene all’occidente, che sfrutta, distrugge le altre culture, mascherandola con missioni create per portare la luce, la pace, l’innovazione e il progresso: la civilizzazione! Kurtz sostiene che è dovere delle società avanzate dell’Europa portare la cultura e il progresso nei paesi sottosviluppati, e seppure sembrino all’apparenza belle parole, dietro di esse vi si nasconde solo il desiderio di ricchezza e di potere, raggiunto con ogni mezzo; la “dominazione su tutto”. Ma Kurtz quanti volti ha assunto nel corso delle varie epoche storiche? Molti, troppi, e uno di questi è stato il volto di Leopoldo II del Belgio (Léopold Louis Philippe Marie Victor de Saxe Cobourg-Gotha, in fiammingo Leopold Lodewijk Filips Maria Victor de Saxe Cobourg-Gotha) nato a Bruxelles il 9 aprile 1835 e qui morto il 17 dicembre 1909, principe del Belgio, duca di Brabante, e re dei Belgi dal 10 dicembre 1865 fino alla sua morte. Figlio secondogenito di Leopoldo I del Belgio e della sua seconda moglie, la principessa francese Luisa d'Orléans, figlia del re Luigi Filippo di Francia. Suo fratello maggiore, Luigi Filippo, morì dopo pochi mesi dalla nascita nel 1834 e pertanto Leopoldo divenne erede al trono. All’età di nove anni ottenne il titolo di duca di Brabante, nel 1848, pur non affrontando in Belgio i problemi della rivoluzione del 1848, assistette impotente alla caduta di suo nonno Luigi Filippo dal trono di Francia e il suo successivo rifugio in Inghilterra. Nel 1853 si sposò con Maria Enrichetta d'Asburgo-Lorena, figlia dell'arciduca Giuseppe Antonio Giovanni d'Asburgo-Lorena e per quanto giudicata una delle più belle principesse d’Europa, il matrimonio non fu per lui motivo di personale soddisfazione coniugale. La sua carriera pubblica inizierà solamente nel 1855 quando divenne membro del Senato evidenziando ben presto un punto critico per l’epoca, specie per uno Stato da poco formatosi come il Belgio, desideroso di esaltare la sua rinnovata potenza al pari delle altre potenze europee, tra le quali la mancanza di un impero coloniale, obbiettivo che diverrà il punto focale di tutta la sua vita. Nel 1865 alla morte del padre ascese al trono e sebbene fosse avverso al partito cattolico al governo, in politica interna intervenne solo dal punto di vista militare, non solo per garantire la storica neutralità del Belgio in un periodo di coalizioni opposte dai grandi stati europei, garantendo così una certa prosperità. Il suo regno fu tuttavia segnato dalla moderazione negli affari interni, tanto che il seguente governo laburista, dal 1885 avviò delle riforme radicali, da lui appoggiate che miglioreranno le condizioni di lavoro e sociale della nazione. Leopoldo II era percepito da molti Belgi come il “Re Costruttore” poiché commissionò un gran numero di edifici e progetti urbanisti, tanto che ancora oggi viene ricordato per queste opere o per la bella vita della società aristocratica dell’epoca a cui si dedicava. Ma tutta questa occidentale “normalità” si rivelò ben presto essere solo illusoria, perché quando iniziò ad interessarsi attivamente alla causa del colonialismo a favore della sua nazione dal 1866, le cose cambiarono. Dopo alcuni iniziali insuccessi in Asia rivolse la sua attenzione all’Africa. Nel 1876 organizzò, quindi, una compagnia privata con finti scopi scientifici e filantropici che chiamo “Società Africana Internazionale” o “Associazione Internazionale per l’Esplorazione e la Civilizzazione del Congo”. Nel 1878 venne persino ingaggiato il famoso esploratore Henry Stanley per formare una colonia nel Congo in un’area geografica settantasei volte più grande dello stesso Belgio, la cui colonia fu ufficialmente istituita a partire dal 5 febbraio 1885, divenendo, dopo i vari riconoscimenti internazionali lo Stato Libero del Congo, facendone Leopoldo II il proprietario indiscusso sino al 1908. Conquistò, pertanto, la supremazia sul Congo con l’appoggio di gran parte delle potenze europee, ed i profitti che ottenne dalla regione portarono ad un maggiore interesse per l’Africa, così come ad un aumento della competizione per accaparrarsi i suoi territori. Raggiunti i suoi scopi e la sicurezza, avviò la sua opera di sfruttamento totale, ricavando dal Congo una grandissima fortuna, inizialmente con l’esportazione di avorio, poi forzando la popolazione locale a trarre gomma dalle piante. Per quest’ultimo scopo vennero requisiti interi villaggi per farne luoghi di deposito e lavorazione della gomma, causando la morte di 10 milioni di congolesi su un totale di 25 milioni di abitanti, un’azione così scandalosa e orribile che ancora oggi viene ricordata come uno dei crimini internazionali più infamanti del XX° secolo, tanto che portò lo stesso sovrano a cedere la sovranità dello stato e la sua amministrazione al governo belga che resse la colonia ancora per un altro mezzo secolo successivo. "Udite le urla dello spettro di Leopoldo / Che arde all'Inferno per il gran numero di mutilati / Sentite come i demoni sghignazzano e gridano / Tagliandogli le mani, giù all'Inferno." Così scriveva il poeta mistico americano Vachel Lindsay commentando i suoi atroci crimini. Resoconti di sfruttamento selvaggio e diffuse violazioni dei diritti umani, inclusa la schiavitù, le mutilazioni, etc. (peggiorante da frequenti epidemie di vaiolo e di altre malattie, tra cui la malattia del sonno), portarono alla nascita di un movimento internazionale di protesta già nei primi anni del novecento. Leopoldo, quindi, divenne ben presto una figura oscura a causa delle uccisioni di massa e delle violenze perpetrate nella popolazione congolese, tanto che uno storico britannico dichiarò “fu un Attila in vesti moderne, e che sarebbe stato meglio per il mondo che non fosse mai nato.” Il missionario John Harris di Baringa fu così scioccato da ciò che vide in Congo che si fece coraggio per scrivere all’agente di Leopoldo nello stato riportando: "Sono appena tornato da un viaggio nella parte interna del paese, diretto al villaggio di Insongo Mboyo. La miseria più abbietta e l'abbandono totale di quelle terre sono indescrivibili. Pertanto mi sono rivolto a voi Eccellenza perché vi facciate promotore affinché tali atrocità abbiano fine e mi sono preso la libertà di promettere che in futuro punirete giustamente solo i criminali che abbiano commesso dei crimini" Persino il Kaiser Guglielmo II di Germania una volta descrisse il suo reale collega come un "uomo completamente cattivo". Leopoldo era uno degli uomini più ricchi dell’epoca ma nonostante tutto ebbe ben presto delle difficoltà ad affrontare le ingenti spese del nuovo Stato, per questo istituì un regime coloniale brutale e disumano, volto alla massimizzazione dei profitti. La prima azione fu l’introduzione del concetto delle “terres vacantes”, ovvero delle terre sulle quali non viveva alcun europee, dichiarandole proprietà dello Stato e incoraggiandone lo sfruttamento. Poi, suddivise l’immenso territorio in due aree economiche, la zona di commercio libero e aperta a commercianti di tutti gli stati europei, incentivati ad acquistare concessioni di monopolio della durata di 10 o 15 anni; l’altra zona costituita dai due terzi del paese divenne dominio privato esclusivo dello stato, e quindi proprietà esclusiva dello stesso Leopoldo. Il nuovo stato divenne autosufficiente da un punto di vista finanziario ma non riusciva ancora a pagare i debiti di Leopoldo, che nel 1893 lo spinse a prendersi circa 259.000 chilometri quadrati dalla zona di commercio libero, dichiarandola dominio della corona, convogliando così tutti i profitti direttamente alla sua persona. Nel tempo aumentò anche la pressione affinché crescessero i profitti, portando, inoltre, alla riduzione dello stipendio agli ufficiali di distretto, integrato con delle commissioni basate sui profitti ricavati dalla loro area di competenza. Per ottenere il raggiungimento delle quote fu costituita la Force Publique (FP), un’armata creata per terrorizzare la popolazione. Gli ufficiali erano funzionari dello Stato mentre le truppe erano composite da membri delle tribù dell’alto corso del Congo, o da ragazzini rapiti, portati nelle missioni cattoliche dove veniva loro impartito un addestramento militare in condizioni simili a quelle di veri e propri campi di concentramento. Attrezzati di armi moderne, la guarda così costituita, andava di villaggio in villaggio a catturare, torturare (soprattutto le donne), bruciare le case di coloro che erano recalcitranti ad andarsene, ma soprattutto ad amputare le loro mani, le quali divennero ben presto un macabro trofeo da mostrare agli ufficiali che, nel timore che i subordinati potessero sprecare munizioni per la caccia, chiedevano una mano umana per ogni proiettile sparato! Bambini, donne e i relativi mariti e padri che non avevano raggiunto la quota di raccolta gomma, venivano puniti col taglio di entrambe le mani; i lavoratori che non riuscivano a raccogliere le quote richieste di gomma, venivano spesso puniti, sempre con il taglio delle mani; per il mancato raggiungimento della propria quota di gomma c’era infine la pena di morte, forse la meno atroce di tutte in tanto orrore. E al contempo, alla Force Publique era richiesto di riportare le mani mutilate dei corpi delle vittime come prova dell’esecuzione, dato che si sospettava che le munizioni importate a caro prezzo dall’Europa venissero usate per uccidere gli animali per sfamarsi! Viene da sé pensare che, come conseguenza, le mancate quote di gomma erano pagate in mani umane usate a tutti gli effetti come macabra moneta di scambio. A volte, le mani, venivano raccolte dai soldati dalla Force Publique, a volte dagli stessi villaggi, come a ridosso del ritiro della gomma da parte dei belgi, quando in un villaggio ci si rendeva conto di non aver raggiunto la quota richiesta, si scatenavano guerre feroci tra gli stessi villaggi del Congo, per mietere ulteriori vittime e staccargli loro le mani per compensare i mancati introiti! Un ufficiale minore descrive così un raid, comandato da un ufficiale di pelle bianca: "ci ordinò di tagliare le mani degli uomini e di appenderle sulle palizzate che circondavano il villaggio... e di impalare le donne e i bambini in forma di croce." Un missionario danese dopo aver assistito ad un omicidio di un congolese, scrisse: "Il soldato mi disse 'Non se la prenda troppo a cuore, loro (i belgi) ci ammazzano se non portiamo loro la gomma. Il Commissario ci ha promesso che se avremo molte mani abbrevierà il nostro turno." Lo storico Peter Forbath descrisse le cose così: "Il cesto delle mani mutilate, gettato ai piedi del comandante europeo del posto, divenne il simbolo dello Stato Libero del Congo... la consegna delle mani mutilate si sostituì alla raccolta della gomma. I soldati della Force Publique portavano le mani mozzate al posto della gomma: spesso uscivano a mietere mani invece di portare la gomma... le mani mozzate erano diventate una sorta di moneta. Venivano consegnate per compensare il calo delle produzioni... e ai soldati della Force Publique venivano pagati i bonus in base alle mani che portavano." Ogni mano destra dimostrava una morte ed i soldati spesso “truffavano” semplicemente tranciando la mano alla vittima e lasciandola al suo destino, viva o morta che fosse. Più di un sopravvissuto raccontò di essere sfuggito ad un massacro fingendosi morto, non muovendosi persino mentre le sue mani venivano mutilate aspettando poi l’allontanamento dei soldati prima di cercare aiuto. E pensate che in alcuni casi, in base alle mani consegnate, il servizio di ferma militare poteva essere “scontato”, ovvero, i militari che portavano più mani rispetto agli altri, ricevevano un’abbreviazione del servizio militare, cosa che incrementò la diffusione della pratica delle mutilazioni e degli smembramenti. Ma la speranza arrivò da una donna, una missionaria inglese la quale possedeva uno schiavo congolese che un giorno le portò la mano ed il piede amputato della figlia. La donna, sconvolta, scattò delle foto che fecero il giro del mondo, iniziando così quel movimento che portò a fermare lo sfruttamento e i massacri. Insieme all’accrescersi dei debiti di Leopoldo e l’aumento della concorrenza, resero la sua dittatura vulnerabile, iniziarono così a circolare voci sui metodi disumani utilizzati da Leopoldo e dai Belgi tramite un’impressionante campagna atta a screditare la sua figura. Per un decennio il sovrano riuscì a controllare la situazione, poi crollò tutto. Il 15 novembre del 1908, quattro anni dopo il “Rapporto Casement” e sei anni dopo la pubblicazione di “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad, il parlamento del Belgio rilevò l’amministrazione dello Stato Libero del Congo che divenne così il Congo Belga. Per Leopoldo, alla fine, non fu una gran perdita, perché dopotutto era ancora il Re del Belgio, e di conseguenza anche del Congo Belga… Leopoldo morì un anno dopo, il 17 dicembre 1909 a Laeken e la sua salma fu sepolta nella capella reale della chiesa di Nostra Signora di Laeken a Bruxelles, lasciando la corona al nipote Alberto.

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