"La Persecuzione del Tibet" di Federico Bellini

"La Persecuzione del Tibet" di Federico Bellini

Le persecuzioni contro i seguaci della disciplina del Falun Gong, ricordano, purtroppo, anche l’altra immane e tragica persecuzione del popolo tibetano. Il Tibet è una estesa regione dell’Asia centro orientale e dalla storia antichissima. I tibetani erano un popolo nomade dedito alla pastorizia e che, attorno all’anno 100 a.C., divenne stanziale grazie alla coltivazione di orzo e riso da parte di alcune tribù, iniziando in questo modo una sorta di unificazione all’interno di uno stato unico fin dall’inizio del VII secolo. In questo periodo vennero gettate le basi del-la straordinaria cultura tibetana, venne inventata una nuova forma di scrittura, mutuata da quella indiana e il territorio così formatosi, conobbe un periodo di grande prosperità. Il buddismo venne introdotto dalla vicina India attorno all’VIII secolo, diffondendosi poi rapidamente fino al secolo XI, assumendo un ruolo via via sempre più centrale nella vita sociale, politica e culturale dell’intero paese. Nel XIII secolo i Mongoli iniziarono la loro immensa conquista di quasi l’intero territorio asiatico e il Tibet divenne una sorta di stato vassallo nel 1207, anche se non fu mai pienamente assoggettato. Cominciarono così periodiche invasioni di varie etnie, specialmente mongole, che a più riprese interferirono con le nomine dei Dalai Lama, anche se il Tibet riuscì a rimanere indipendente sino al 1720, quando i cinesi, spaventati dall’invasione del popolo mongolo Dzungar, occuparono Lhasa e si stanziarono in Tibet. Fu da allora che i cinesi cominciarono ad avere mire annessionistiche sulla regione tibetana ed a considerarsi, così, sovrani del Tibet, instaurando una sorta di protettorato che durerà fino al 1911. Nel 1914 sarà la volta degli inglesi, in quanto già governatori dell’India, tentarono di estendere la loro influenza sino in Tibet, seppur non riuscendoci pienamente e costringendo il governo tibetano a sottoscrivere accordi commerciali che dureranno sino al 1949, periodo in cui riuscì a mantenere una certa indipendenza. Sino ad allora i tibetani stampano moneta e si autogovernano sotto la guida politica e spirituale del Dalai Lama, ma dal 1950 l’esercito della neonata Repubblica Popolare Cinese, darà il via alla prima di numerose irruzioni del territorio, occupandolo dapprima militarmente per poi annetterlo definitivamente nel 1957. Nel 1959 il risentimento contro il governo della Cina fu tale da spingere i tibetani alla rivolta, ma la valorosa sommossa venne soffocata dal sangue e attraverso una brutale repressione che costrinse, infine, il Dalai Lama alla fuga e all’esilio con circa centomila fedeli. In quel periodo, centinaia di monasteri vennero distrutti e ci furono anche decine di migliaia di morti. 

Da allora la regione venne dapprima assoggettata dal regime comunista e conobbe, oltre all’occupazione, uno dei suoi periodi più bui a seguito della rivoluzione culturale del 1966. Un quinto della popolazione, almeno un milione di tibetani sono morti durante l’intera occupazione cinese, migliaia di dissidenti e prigionieri sono stati costretti ai lavori forzati nei Laogai, inoltre, il governo ha avviato una politica di insediamento, favorendo il trasferimento in Tibet di coloni cinesi con al contempo campagne di sterilizzazioni forzate di donne tibetane. La straordinaria cultura tibetana sta scomparendo, perché ancora oggi è vietato l’insegnamento della sua storia, del buddismo e delle proprie radici. La quasi totalità dei seimila monasteri sono stati distrutti e devastati, le opere in esse contenute, in parte sono state distrutte, in parte rivendute sul mercato internazionale. Inoltre, come se non bastasse, il Tibet è diventato una sorta di vastissima base militare che ospita, tra l’altro, proprio per la sua posizione fortemente strategica, missili a testata nucleare, senza contare che essendoci numerose miniere di uranio, dove vi lavorano quasi esclusivamente tibetani, la popolazione che vive anche vicino a queste basi è esposta all’inquinamento radioattivo. Inoltre si segnala anche lo sfruttamento delle risorse minerarie, la deforestazione forzata, l’inquinamento, nonché il controllo dei più grandi fiumi di questa parte dell’Asia, Brahmaputra, Indo, Sutle, Mekong, Yarlung Tsangpo, che oltre ad essere sempre più inquinati, stanno arrecando anche un grave danno in tutto il continente asiatico. Per Amnesty International la grande maggioranza dei prigionieri tibetani sono suore e monaci buddisti. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e per la Democrazia continua a documentare la costante repressione e le incessanti vessazioni contro la popolazione, senza dimenticare che apertamente, nel 1996, la Cina lanciò l’ignobile campagna “Colpisci Duro” contro le istituzioni religiose tibetane con un programma di rieducazione patriottica e che ha condotto, nel corso degli anni successivi, al controllo dei funzionari governativi di migliaia di monaci e religiosi, costringendoli a disconoscere l’attuale figura del Dalai Lama e a riconoscere, invece, il Panchen Lama designato nientemeno che dalle autorità di Pechino. Dall’inizio di questa campagna ci sono stati, secondo le fonti tibetane in esilio, migliaia di espulsioni di monaci dai monasteri, un numero imprecisato di arresti, la proibizione delle pratiche religiose in carcere, tanto da far scatenare, dal marzo 2009, decine e decine di auto-immolazioni, sorta di martirio o di protesta estrema per la libertà religiosa e contro il governo cinese, la maggior parte auto-inflitte dagli stessi religiosi, come dimostrazione ultima della loro fede e della loro richiesta di libertà.

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