"All’Inferno non vi è nient’altro che orrore…" di Federico Bellini

"All’Inferno non vi è nient’altro che orrore…" di Federico Bellini

Cannibalismo, annegamenti, crocifissioni...

Queste sono solo alcune delle orribili pratiche che i prigionieri inglesi, per mano dei nazisti, subirono durante il corso della Seconda Guerra Mondiale. Le testimonianze, contenute nelle richieste di risarcimento presentate dai britannici negli anni ’60 del novecento, rivelarono anche le oggettive difficoltà di molti per poter ottenere un risarcimento per le torture subite. Pensate che ad oggi, solo 1015 delle 4206 persone che allora presentarono richiesta sono state risarcite, se consideriamo i molti decenni passati e l’età delle vittime, molte delle quali nel frattempo decedute per vecchiaia o malattia, tale possibilità andrà sempre più via via sfumando. Tra le varie testimonianze citiamo quella di Harold Le Druillenec, l’unico britannico sopravvissuto al campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove rimase chiuso per ben dieci mesi. 

"Ho trascorso i miei giorni nel campo gettando cadaveri nelle fosse comuni gentilmente scavate da 'lavoratori esterni', dato che, fortunatamente, i responsabili del campo si erano accorti che noi non avevamo più le forze per fare quel tipo di lavoro. Tra i prigionieri regnava la legge della giungla, soprattutto durante la notte: o uccidevi qualcuno, o venivi ucciso. E di giorno i casi di cannibalismo erano frequenti. Quando sono stato rinchiuso, gran parte dei detenuti di Auschwitz erano stati trasferiti a Belsen. Lì sentii questa frase: 'C'è solo una via d'uscita da qui: attraverso il camino." […] E per ammazzare i detenuti, i quali includevano le botte, l'annegamento, la crocifissione, e l'impiccagione in varie posizioni, il tentato suicidio era considerato un reato grave poiché la scelta di come morire non era nostra, e visto che non c'era nessuna privacy. Non ricordo nessun suicidio andato in porto." 

Tra il 1941 e il 1945, nel solo campo di Bergen-Belsen, sono morte oltre 70.000 persone. Nel corso della sua prigionia il suo peso corpo-reo si dimezzò, per quasi un anno dopo la liberazione, patì le conseguenze della dissenteria, della scabbia, la denutrizione e persino la setticemia; il Ministero degli Esteri britannico, riuscirà a garantirgli un risarcimento di 1.835 sterline, equivalenti alle odierne 40 mila euro. Tra coloro a cui è stato negato, però, un risarcimento, figura il luogotenente Bertram James ufficiale inglese coinvolto nella “Grande Fuga” dal campo per i prigionieri di guerra gestito da Luftwaffe, lo Stalag Luft III. James vide negare il risarcimento dal governo tedesco, con la motivazione che non avrebbe ricevuto un “trattamento disumano e umiliante [proprio] di un vero campo di concentramento.” L’uomo, riuscì però ad ottenere un risarcimento di soli 27 mila euro. Anche un’altra persona si vide rifiutare il meritato risarcimento, l’inglese di adozione Elizabeth Spira, imprigionata nel famigerato campo di Theresienstadt, nella Repubblica Ceca. Spira descrisse scene terribili che si svolgevano nel campo, raccontando che tanti bambini "non riuscivano a mangiare per paura [di] ciò che potevamo fare loro, perché avevano visto che i loro genitori non erano più venuti fuori" dalle camere a gas. La donna raccontò, inoltre che: "Cercavamo di lavare [i bambini] nei bagni pubblici. Si rifiutavano di entrare e si aggrappavano alla maniglia della porta, quando cercavamo di portarli dentro. Alla fine, ho preso il bambino più piccolo, siamo entrati nei bagni, [gli] ho fatto un bel bagno caldo... dopo poco [i bambini] sono stati tutti mandati a morire nelle camere a gas."

I soldi dei risarcimenti furono prelevati da un fondo di un 1 milione di sterline (circa 1.260.000 euro) donato dal governo tedesco al Regno Unito per le vittime delle persecuzioni naziste, ma molte delle richieste inviate furono negate perché alcune persone non erano cittadini inglesi, altre disponevano di una doppia personalità, i soldati inglesi, infine, vennero riconosciuti legalmente come prigionieri di guerra, facendo passare così la loro esperienza come una pena da scontare, piuttosto che di una vera e propria persecuzione di cui tenacemente dimostrarono, invece, di essere rimasti vittime. Nella Romania, appena occupata militarmente dai nazisti, venne ordinato che solo i nomadi rom fossero deportati perché causavano problemi al regime. La maggioranza di loro, una volta smistati nei vari campi di concentramento furono sottoposti ad orribili trattamenti dove non c’era alcun tipo di cura, e se qualcuno si ammalava, i poveri malcapitati venivano curati sommaria-mente dalle vecchie zingare con rimedi olistici, creati raccattando mezzi di fortuna che poteva-no fortuitamente trovare. Molti morivano di tifo, i cadaveri, il più delle volte, non venivano portati fuori dai campi ma lasciati a marcire all’interno, diffondendo le malattie. In seguito vennero costruite delle fosse comuni per poterli almeno seppellire. Le derrate alimentari erano ridotte al lumicino, quelli che lavoravano ottenevano poco meno di 500 grammi di polenta al giorno, e molti lavoravano più di otto ore al giorno. Le razioni non erano sufficienti per le famiglie numerose e quando iniziarono a scarseggiare, cominciò l’orrore.

Gli ebrei erano trattati peggio dei rom, dato che non avevano razioni di cibo in cambio del loro lavoro, ma dopo un po’ iniziarono ad usare gli stessi metodi. Morivano di fame, allora iniziarono a mangiarsi l’un l’altro, e fu così che cominciarono ad uccidere i loro figli perché gli altri non morissero di fame. Ci sono racconti di padri che uccisero i propri figli, più deboli o malati, per poter nutrire sé stessi o gli altri figli ancora in forze per permettergli di sopravvivere. Ma sin dove può arrivare la crudeltà dell’uomo? Durante l’Olocausto, tanti soldati tedeschi, spinti dalla vena folle del loro fuhrer, si macchiarono di ogni orribile azione, tra le più sadiche e sanguinose, perpetuate sulla povera pelle di migliaia di deportati, tra ebrei, rom, disabili, omo-sessuali, prigionieri politici e di guerra, costretti a subire torture di ogni tipo nei campi di concentramento. Ci fu un periodo, nel momento più bu-io ed oscuro della Seconda Guerra Mondiale, dove gli uomini delle SS concentrarono tutte le loro idee più malate e malsane, dando sfogo ad ogni tipo di fantasia sadica che passava per la loro testa, come se quel teschio che tanto fieramente indossavano sulla divisa, gli avesse dona-to una qualche forza sovrumana ed ultraterrena.

Solo che, con il passare degli anni, la memo-ria di tutto quell’orrore scivolò sempre più verso il dimenticatoio, ma non finì dimenticato nella memoria di coloro che lo avevano vissuto in prima persona, dopo che avevano conosciuto sulla loro pelle il peggiore girone infernale, nel quale si aggiravano soldati che si nutrivano, da veri e propri parassiti, o Arconti, dell’orrore che provocavano ai prigionieri, e dove la morte non sembrava il peggiore tra i vari epiloghi della loro vita. E tra i peggiori mostri, ed incubi, che l’epoca riuscì a partorire vi furono personaggi come Amon Goth, comandante del campo di concentramento di Plaszow, in Polonia, noto per essere persino uno dei personaggi presenti nel film di Spielberg «Schindler’s List»; entrato nelle SS in giovane età, venne soprannominato Il Boia dopo aver sterminato migliaia di cittadini polacchi a seguito della conquista di Cracovia. Oskar Dirlewanger, meglio noto come «Il Boia di Varsavia», laureato in Scienze Politiche, finì a capo di un'orda di mercenari feroci e sanguinari con i quali seminò orrore in varie zone della Spagna e poi della Russia. Josef Mengele, il medico sadico delle SS, che attuava esperimenti usando come cavie proprio i prigionieri di Auschwitz.  Ma in questa squadra infernale non mancarono anche le donne, in alcuni casi più spietati degli uomini, tra le quali si ricordano Ilse Köhler e Irma Grese.

Seguono alcune testimonianze storiche...

«Gli abitanti di Wólka, il paese più vicino a Treblinka, raccontano che a volte le urla delle donne erano così strazianti che l'intero paese, sconvolto, scappava nel bosco, lontano, pur di non sentire quelle grida lancinanti che trafiggevano gli alberi, il cielo e la terra. E che, di colpo, si zittivano, per ricominciare altrettanto improvvise, altrettanto tremende, e penetrare di nuovo nelle ossa, nel cranio, nell'anima [...] Tre, quattro volte al giorno...»

«Per riesumare i cadaveri fu messa in funzione una macchina, un escavatore che poteva dragare tremila corpi alla volta. Fu realizzata una griglia di fuoco fatta di binari ferroviari lunga cento-centocinquanta metri e fu fissata su basamenti in calcestruzzo. Gli addetti impilavano i cadaveri sulla griglia e appiccavano il fuoco. I nuovi trasporti erano trattati con una procedura semplificata; la cremazione seguiva immediatamente la gassazione. Nemmeno Lucifero avrebbe potuto creare un inferno come questo. Potete immaginare una griglia di questa lunghezza con sopra tremila cadaveri di persone che fino a pochissimo tempo fa erano vive? [...] Ad un dato segnale viene accesa una torcia gigantesca che brucia producendo una fiamma enorme. I volti dei cadaveri sembrano addormentati, che potrebbero risvegliarsi [...] i bambini si sarebbero messi a sedere e avrebbero pianto per le loro madri. Sei sopraffatto dal dolore e dall'orrore, ma rimani lì lo stesso senza dire niente. Gli assassini stanno in piedi vicino alle ceneri, e i loro corpi sono scossi da risate sataniche. I loro volti irradiano una soddisfazione veramente diabolica. Brindavano alla scena con del brandy e con i liquori più scelti, mangiavano, facevano baldoria e se la godevano scaldandosi al fuoco. In seguito i Tedeschi costruirono delle griglie supplementari e aumentarono le squadre di servizio, cosicché, contemporaneamente, venivano bruciati tra i dieci e i dodicimila cadaveri al giorno

«All'incenerimento dei cadaveri lavoravano ottocento detenuti, più di tutti gli addetti agli altiforni di qualunque complesso metallurgico. Quella fabbrica mostruosa funzionò giorno e notte per otto mesi senza interruzione, ma senza riuscire a smaltire le centinaia di migliaia di corpi umani sepolti. Anche perché nel frattempo il flusso delle nuove tradotte da gasare non si interrompeva»

«Durante tutto l'inverno, ogni volta i bambini piccoli, nudi e scalzi, restavano per ore e ore all'aperto, in attesa del loro turno nelle camere a gas, sempre più affollate. Le piante dei piedi si ghiacciavano e s'incollavano al suolo gelato diventando un tutt'uno con esso. Lì fermi piangevano; alcuni morivano congelati. Nel frattempo gli aguzzini, tedeschi ed ucraini, battevano e li prendevano a calci. C'era un tedesco di nome Sepp, o forse Zopf, una bestia vile e feroce, che traeva piacere nel torturare i bambini, nell'abusare di loro. Spesso strappava una creatura dalle braccia della madre e squartava il bambino a metà oppure lo agguantava per le gambe e gli fracassava la testa contro un muro [...] tragiche scene di questo tipo si verificavano continuamente. La gente di Varsavia veniva trattata con straordinaria brutalità e le donne ancora più degli uomini. Sceglievano donne e bambini e, invece di portarli alle camere a gas, li conducevano alle graticole. Lì costringevano le madri impazzite dall'orrore a mostrare ai figli le griglie incandescenti dove, tra le fiamme e il fuoco, i corpi si accartocciavano a migliaia, dove i morti parevano riprendere vita e contorcersi, dimenarsi; dove ai cadaveri delle donne incinte scoppiava il ventre e quei bambini morti ancora prima di nascere bruciavano tra le viscere aperte delle loro madri. Dopo che gli assassini si erano riempiti gli occhi del loro terrore, erano uccise lì, accanto ai fuochi e gettate direttamente nelle fiamme. Le donne svenivano per la paura e le bestie le trascinavano ai roghi mezze morte. In preda al panico, i figli si aggrappavano alle madri. Le donne imploravano pietà, con gli occhi chiusi come per risparmiarsi quella scena spaventosa, ma gli aguzzini le guardavano divertiti: tenevano le vittime in straziante attesa per diversi minuti prima di finirle. Mentre si uccideva un gruppo di donne e di bambini, gli altri erano lasciati lì davanti ad aspettare il proprio turno. Di volta in volta i bambini erano strappati dalle braccia delle madri e gettati vivi nelle fiamme, mentre gli aguzzini ridevano e incalzavano le madri ad essere coraggiose e saltare nel fuoco per seguire le loro creature [...]»

Fonti:
^ Encyclopaedia of The Holocaust
^ a b c d V. Grossman

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