"Il Genocidio di Holodomor" di Federico Bellini

"Il Genocidio di Holodomor" di Federico Bellini
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Targan si trova a 120 chilometri a sud di Kiev, ed è un luogo dell'Ucraina in cui tra il 1932 e il 1933, la metà della popolazione morì di fame. Oleksandra Ovdiyuk, che oggi (nel 2016) ha 92 anni, sopravvisse alla carestia che ebbe luogo durante la collettivizzazione dell'Unione Sovietica. A causarla non fu una siccità o condizioni climatiche avverse, ma la scelta politica di Stalin di isolare l'Ucraina, confiscandone tutte le derrate alimentari. “I bolscevichi avevano creato delle brigate speciali, ciascuna composta da sette persone. Le brigate viaggiavano su carri trainati da cavalli ed erano tanto impudenti da razziare i villaggi, confiscando dalle case dei contadini i fagioli, il grano, e tutto il cibo nascosto.”
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Nel 1932 Stalin decise di imporre l'Agricoltura Collettivizzata a ben 10 milioni di Kulaki, i contadini ucraini, e dato che non l'accettarono, per piegarli, ordinò di ridurli tutti alla fame, senza alcuna pietà. Il crudele dittatore, quindi, sigillò i confini dell'Ucraina, confiscò cibo e carburanti e li abbandonò letteralmente a sé stessi. Olena Goncharuk, un'altra sopravvissuta, descrive l'orrore di quei mesi: “Avevamo paura di camminare per il villaggio, perché i contadini morivano di fame e andavano a caccia di bambini. Ricordo che la mia vicina di casa, aveva una bambina, un giorno però scomparve. Andammo a casa sua. Le avevano tagliato la testa, e stavano cuocendo il corpo nel forno...” Holodomor (in lingua ucraina e russa), noto informalmente anche come Genocidio Ucraino, o Olocausto Ucraino, è il nome attribuito alla carestia che si abbatté sul territorio dell'Ucraina dal 1929 al 1933 causando milioni di morti. Il termine Holodomor deriva dall'espressione ucraina moryty holodom (Мо-рити голодом), che significa "infliggere la morte attraverso la fame". Solo nel marzo del 2008 il parlamento dell’Ucraina, insieme a 19 nazioni indipendenti, sono riuscite a riconoscere le azioni del governo sovietico come atti di genocidio, riconoscendolo come crimine contro l’umanità; vista l’instabilità politica e i ripetuti atti di guerra tra l’Ucraina e la Russia di questi ultimi anni, non c’è da stupirsi se tra queste due nazioni non scorra buon sangue. Tutto ebbe inizio quando nella seconda metà degli anni ’20 del XX secolo, Stalin decise di avviare un processo di trasformazione radicale della struttura socio-economica dell’intera Unione Sovietica, allo scopo di fondare un modello completamente nuovo, regolamentato ed efficiente. Dato che le terre meridionali erano quelle più produttive, specie in ambito agricolo - agli inizi del XX secolo, l’Ucraina forniva oltre il 50% della farina di tutta la Russia imperiale - secondo il nuovo progetto del regime, la ricchezza prodotta dall’agricoltura doveva essere interamente reinvestita nell’industria e pianificata. Nel 1927 Stalin dispose che le terre venissero unificate in cooperative agricole (Kolchoz) o in aziende di stato (Sovchoz) che avevano l’obbligo di consegnare i prodotti al prezzo fissati direttamente allo stato, andando però in contrasto contro la lunga tradizione di fattorie possedute individualmente dell’intera Ucraina. Dal momento che i piccoli imprenditori agricoli (i Kulaki) costituivano la componente più indipendente del tessuto sociale ed economico, l’azione successivamente perpetrata dai sovietici scatenò effetti del tutto nuovi e altamente drammatici. Fu così che sulla popolazione contadina ucraina si concentrò l’azione coercitiva dello stato sovietico e che non rinunciò al sistematico utilizzo della violenza per raggiungere i propri scopi. Tale strategia fu attuata in due periodo diversi: dal 1929 al 1932 furono varate due misure, dette “collettivizzazione” e “dekulakizzazione”. La prima comportò la fine della proprietà privata della terra e tutti gli agricoltori furono costretti a trovare un impiego nelle nuove fattorie create dal partito; la “dekulakizzazione”, invece, fu l’eliminazione fisica o la deportazione (nelle regioni artiche) di milioni di contadini e piccoli proprietari terrieri che si opponevano. Queste misure estreme furono prese durante la “Seconda Rivoluzione” o Rivoluzione di Stalin” fra il 1927 e il 1928, mentre negli anni 1932-33 furono attutate misure governative tali da mettere in ginocchio la popolazione rimasta con: la requisizione totale di tutti i generi alimentari; l’obbligo di cedere allo stato quantità di grano talmente elevate da non lasciare ai produttori neanche il minimo necessario per il loro sostentamento. Con queste misure, Mosca aggravò la carestia che nello stesso periodo colpì i territori ucraini, e i contadini, compresi i Kulaki, si opposero così fermamente che iniziarono ad occultare le derrate alimentari, macellando il bestiame, ricorrendo infine alle armi. Stalin, che come sappiamo, non si faceva intimidire da nessuno, reagì ordinando eliminazioni fisiche, purghe e deportazioni di massa nei campi di lavoro forzato. "Per eliminare i kulaki come classe non è sufficiente la politica di limitazione e di eliminazione di singoli gruppi di kulaki [...] è necessario spezzare con una lotta aperta la resistenza di questa classe e privarla delle fonti economiche della sua esistenza e del suo sviluppo". (Josif Stalin) "L'opposizione prese all'inizio la forma dell'abbattimento del bestiame e dei cavalli, piuttosto che vederli collettivizzati [...] Tra il 1928 e il 1933, il numero dei cavalli si ridusse da quasi 30.000.000 a meno di 15.000.000; da 70.000.000 di bovini, di cui 31.000.000 vacche, si passò a 38.000.000, di cui soltanto 20.000.000 erano vacche; il numero dei montoni e delle capre diminuì da 147.000.000 a 50.000.000 e quello dei maiali da 20.000.000 a 12.000.000.[...] Alcuni contadini assassinarono funzionari locali, incendiarono le proprietà della collettività e arrivarono a bruciare le proprietà della collettività. Altri, e in numero ancora maggiore, si rifiutarono di seminare e di raccogliere.” Con l’accusa di rubare ed opporsi alle misure del regime, migliaia di Kulaki vennero arrestati e deportati insieme allo loro famiglie nei gulag siberiani, tra il 1930-31 si contavano più di 1.8 milioni di contadini deportati. E negli anni quaranta, Stalin, forse per vantarsi o suggestionare l’allora primo ministro inglese, Winston Churchill, gli confidò che erano stati messi sotto accusa 10 milioni di persone e che "la gran massa era stata annientata", mentre circa un terzo era stato mandato nei campi di lavoro. Alla fine quante furono le vittime non lo sapremo mai, anche se nel corso degli ultimi decenni sono stati fatti dei tentativi. Nel 2005 un congresso congiunto Canadese-Ucraino dichiarò che le vittime furono oltre 7 milioni, classificandolo così come Genocidio. Alcune ricerche accademiche, invece, stimano le vittime tra 1,5 milioni e i 5 milioni. Il ministro degli esteri ucraino dichiarò alla 61° assemblea delle Nazioni Unite che le vittime furono tra i 7 e i 10 milioni, attirandosi però aspre critiche da parte di molti studiosi. Secondo secondo Stanislav Kulchitsky, studio-so ucraino tra i primi a sostenere la tesi del genocidio, moderni metodi di calcolo indicherebbero una cifra compresa tra 3 e 3,5 milioni di morti. Ulteriori ricerche ritengono che l'intera perdita della popolazione dell'Ucraina tra il '29 ed il '39 sia stata nell'ordine dei 4,6 milioni di individui, sommando alle morti in eccesso circa 900.000 individui soggetti ad emigrazione forzata, 1 milione di nascite mancate a causa della ridotta fertilità ed un imprecisato numero di emigranti volontari, che è difficile da separare statisticamente dal computo delle morti. Insomma, tante cifre ed opinioni diverse, tanto che in molti si chiedono ancora oggi se possa essere considerato un genocidio o meno. La comunità internazionale, infatti, sta gradualmente prendendo posizione in merito, divisa comunque tra il classificarlo come genocidio o crimine contro l’umanità, e tra le tante nazioni nel mondo che invece l’hanno riconosciuta come un vero e proprio genocidio, l’Italia non figura tra esse, oltre ad aver ignorato questo tragico evento storico sino ad oggi.

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