“Chiediamo scusa per tutti gli errori commessi” di Federico Bellini

“Chiediamo scusa per tutti gli errori commessi” di Federico Bellini
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[Claire K., 22 anni, superstite, Kicukiro, Kigali]. Siamo stati spinti con la forza sulla collina di Nyanza dove siamo stati aggrediti per ore, con delle granate prima e poi con dei machete e delle pistole. Ho visto saltare il cervello di una bimba al mio fianco … Ero coperta di ferite e avevo un coltello nella gamba. Facevo la morta mentre i miliziani finivano le persone. Ho sentito la mia sorellina che mi chiamava “Claire, Claire, non mi abbandonare, sono ancora viva”. I miliziani l’hanno portata via, non l’ho mai più rivista. Un assassino si è piegato su di me dicendo: “Penso che questa sia ancora viva. Mi ha calpestata con le sue scarpe chiodate. Un altro l’ha interrotto dicendo: “Imbecille, è così che controlli che siano morti? Guarda …” E all’improvviso ho sentito un grosso peso sulla testa e sono svenuta. Quando mi sono svegliata, un uomo stava in piedi di fianco a me e cercava di riconoscermi”. Mi ha chiesto cosa faceva mio padre. “Mio padre? Lavora al campo militare. - Allora, sei una dei nostri. Ti salverò.” Altre, donne sono state salvate come me; ci hanno riunito e sono stata affidata ad un militare. Squadrandomi, mi ha detto: “Hai l’età di mia figlia. Nonostante tu sia Tutsi, perché‚ si vede, non ho la forza di ucciderti‚ di violentarti. Non voglio il tuo sangue sulle mie mani. Senza dubbio sarai uccisa, ma non da me”. E dicendo queste cose, se ne è andato. Una donna anziana mi ha dato un perizoma e sono andata a nascondermi in un piccolo chiosco dove c’era un rubinetto pubblico. Quando il FPR è arrivato, un militare ci ha portato dell’acqua calda per lavarci. Due minuti dopo, mentre si girava, è morto sotto i nostri occhi colpito da una pallottola in pieno petto. Oggi, non ne posso più di incontrare assassini. Ne ho abbastanza di vivere nella paura. Ho voglia di lasciare il Ruanda, questa terra dove gli assassini corrono liberamente.
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Incredibile ma vero, La Chiesa Cattolica del Ruanda ha successivamente chiesto pubblicamente scusa per il ruolo svolto nel genocidio del 1994, dove quasi un milione di persone vennero brutalmente uccise, come approfondiremo meglio tra poche pagine. “Chiediamo scusa per tutti gli errori commessi. Siamo costernati dal fatto che appartenenti alla chiesa abbiano violato il proprio giuramento con Dio”, recitava il comunicato dei vescovi ruandesi. Sempre in quel documento si ammetteva che Elementi della Chiesa avevano pianificato, aiutato, e posto in essere, il genocidio nel quale morirono quasi 1 milione di persone di etnia Tutsi, insieme ad alcuni moderati Hutu, massacrati dagli estremisti Hutu. Molte delle vittime di questo enorme massacro furono uccise nelle chiese dove avevano cercato rifugio, addirittura con la complicità di alcuni preti. Emblematica, e per niente edificante, è la storia del presbitero della Chiesa Cattolica, Athanase Seromba, che secondo quanto riportano le testimonianze, tra il 6 e il 20 aprile del 1994 fece addirittura abbattere a colpi di artiglieria la propria chiesa col fine ultimo di far uccidere circa 2000 Tutsi che vi si erano rifugiati, partecipando infine, e attivamente, anche al successivo massacro dei superstiti. Questo orribile figuro, per sfuggire alla giustizia, dapprima fuggì nella Repubblica Democratica del Congo, poi in Toscana sotto falso nome. Solo nel 2002 si è consegnato alla giustizia internazionale, venendo poi condannato all’ergastolo dal Tribunale Criminale Internazionale per il Ruanda nel 2008.
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[Kandera Adèle, 49 anni, superstite, Nyamata]. Ci siamo nascosti nelle paludi. Una sera, gli assassini ci hanno sorpresi. Ho dato loro dei soldi perché non ci uccidessero. E anche una radio. Hanno preso tutto ridacchiando. Hanno anche preso tutti i miei vestiti e persino la mia cintura. Solo allora hanno cominciato il lavoro. Hanno cominciato dai miei bambini. Ho visto cadere le gambe del primo, e poi la sua testa. Ho incominciato a gridare, allora sono venuti verso di me. Mi hanno tagliata a pezzi e sono svenuta. La mia più grande sfortuna fu di svegliarmi tra i cadaveri dei miei. Avevo addirittura il cadavere di uno dei miei figli sopra di me. Non potevo muovermi. Uno dei miei figli non era morto. Mi chiamava in continuazione. “Mamma, svegliati. Sono ancora in vita.” L’avevano tagliata dappertutto. Ho guardato tutto intorno a me, ho guardato i bambini, ho guardato mia madre. Ho detto a mia figlia sopravvissuta “dammi da bere”, anche se non poteva trovare acqua. Siamo restate cosi per notti e giorni, paralizzate. Delle bestie venivano a mangiare i cadaveri dei miei figli, e non avevo la forza di cacciarli. Un mattino, credevo di morire, perché dei bacherozzi si muovevano nelle mie piaghe. Ho domandato a mia figlia di andare a cercare da mangiare, ma non era veramente per mangiare, era per allontanarla da me e suicidarmi senza che lei mi vedesse.  Appena partita, ho messo il mio indice nella ferita che avevo sul collo e ho tirato per romperla completamente. Ma non c’era più forza nelle mie mani, non sono riuscita a finirmi. Invece di morire, il giorno dopo stavo così male che non potevo nemmeno bere l’acqua. Quando mia figlia è tornata, le ho spiegato il mio gesto e come non aveva funzionato… Quando il FPR ha preso la regione, non ce ne siamo rese conto. Solo 15 giorni dopo qualcuno è venuto a salvarci.
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Oggi Adèle è cosi povera che non può nemmeno comprarsi le stampelle di cui ha bisogno per muoversi…

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