Il blog di Federico Bellini, studi e ricerche nel campo dei Rapimenti Alieni, la Spiritualità, la Cosmologia, la Filosofia Alternativa e l'Ufologia

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martedì 3 aprile 2012

Monadologia - "L'Akasha e l'unione universale"

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L’Estasi
L'estasi è uno stato psichico di sospensione ed elevazione mistica della Mente, che viene percepita a volte come estraniata dal Corpo (da qui la sua etimologia, a indicare un "uscire fuori di sé"). Nonostante la diversità delle culture e dei popoli in cui l'Estasi è stata sperimentata, le descrizioni circa il modo in cui essa viene raggiunta risultano straordinariamente simili. Si afferma di provare in questi momenti una sorta di annullamento di sé, e di identificazione con Dio o con l'Anima del Mondo. Psichicamente è caratterizzata dalla cessazione di ogni attività da parte dell'emisfero cerebrale sinistro (noto anche come emisfero dominante o della "razionalità discorsiva"), consentendo così all'emisfero destro (quello recessivo o passivo, detto anche "emotivo") di attivarsi. È uno stato di estrema concentrazione simile per certi versi all'ipnosi, quando ad esempio la Mente rimane attonita nel fissare un punto o un oggetto, dimentica di ogni altro pensiero. Generalmente produce uno stato di notevole beatitudine e benessere interiore. Una simile condizione mentale era nota sin dall'antichità ed era considerata manifestazione diretta della divinità. Nell'antica Grecia erano famose le menadi (o Baccanti), donne greche che partecipavano a riti non ufficiali. Si trattava di culti misterici e iniziatici che si svolgevano al di fuori delle mura della città ed erano aperti agli emarginati della società, quali appunto le donne, gli schiavi e i meteci. I protagonisti di questi culti (detti anche Misteri, connessi sia ai riti dionisiaci che a quelli orfici sorti intorno al VII secolo a.C.), presi in uno stato di trance o estasi ballavano sfrenatamente e uccidevano a mani nude degli animali. Si trattava di elementi legati all'aspetto esoterico della religione greca, che convivevano con l'esoterismo della religiosità tradizionale. L'Estasi era ciò che rendeva possibili gli Oracoli, essendo vissuta come momento di tramite fra la dimensione terrena e quella ultramondana. A volte lo stato di Estasi veniva raggiunto artificialmente mediante l'uso di sostanze psicotrope, la persona coinvolta era portata così a compiere gesti o azioni insoliti. Figure degne di nota erano le Sibille, la più famosa delle quali era la Pizia, sacerdotessa di Apollo che dimorava a Delfi. La Pizia raggiungeva uno stato di Estasi indotto dai vapori inebrianti che uscivano da una spaccatura del suolo, durante il quale proferiva gli oracoli. In Magna Grecia era invece famosa la Sibilla di Cuma, presso gli odierni Campi Flegrei, che diveniva capace di predire il futuro inalando i vapori delle solfatare.
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Nelle religioni asiatiche, come l'induismo, il taoismo, e soprattutto il buddismo, l'Estasi è il momento sacro in cui avviene l'illuminazione, ed è il pieno sviluppo delle potenzialità e delle qualità naturali presenti nell'individuo. Questo stato è anche chiamato onniscienza oppure saggezza suprema e perfetta, detta anche Bodhi, e corrisponde all'illuminazione del Buddha; è lo stato in cui la mente diventa illimitata e non più separata dal resto del mondo, il punto in cui il microcosmo della persona si fonde con il macrocosmo dell'Universo. Diventa così possibile una condizione di nirvana, alla quale ci si allena sotto la guida di un maestro tramite la meditazione, cioè la concentrazione su di sé e la consapevolezza della propria energia. Secondo Plotino, l'Estasi è il culmine delle possibilità umane, che avviene dopo aver compiuto a ritroso il processo di emanazione da Dio: essa è un'autocoscienza, ed è la meta naturale della ragione umana, la quale, desiderando ricongiungersi col Principio da cui emana, riesce a coglierlo non possedendolo, ma lasciandosene possedere. Tramite un severo percorso di ascesi, che si serve del metodo della teologia negativa e della catarsi dalle passioni, la ragione riesce così a uscire dai propri limiti, superando il dualismo soggetto/oggetto e compenetrandosi con l'Uno. Quello di Plotino non è tuttavia un semplice panteismo naturalistico, poiché per lui l'Estasi è essenzialmente un percorso in salita verso la trascendenza. Essendo l'Uno non descrivibile, perché descriverlo significherebbe sdoppiarlo (e quindi non sarebbe più Uno, ma Due), anche l'Estasi è di conseguenza uno stato psichico non descrivibile a parole, dato che è la condizione stessa dell'Uno che si auto-contempla. Intuirla è possibile solo per via di negazione: tramite il suo contrario, prendendo coscienza di ciò che l'Uno non è, cioè del molteplice. L'Uno stesso, in quanto autocoscienza del pensiero, per intuirsi deve pertanto uscire fuori di Sé, diventando molteplice. Cusano, teologo cristiano del Quattrocento, dirà in maniera simile che l'Universo è l’esplicatio dell'Essere, ovvero il fuoriuscire di sé da parte di Dio. A differenza del Cristianesimo però, secondo Plotino, l'Estasi non è un dono della divinità, ma una possibilità naturale dell'Anima. Essa tuttavia si manifesta non per una propria volontà deliberata, ma da sé, in un momento fuori della portata del tempo. Plotino stesso raggiunse l'Estasi solo tre o quattro volte nella sua esistenza, viverla è infatti dato a pochissimi, in rari momenti della propria vita. L'Estasi inoltre non serve ad uno scopo pratico; essendo contemplazione fine a se stessa, in questo mondo non c'è nulla di più inutile. È solo nell'Estasi però che l'essere umano ha la rivelazione della sua condizione più vera e autentica. Per il resto la via indicata da Plotino verso la saggezza consisteva in una vita retta, oppure nella ricerca di espressioni artistiche come la musica. La filosofia plotiniana diede quindi avvio a una lunga tradizione neoplatonica, che concepiva l'universo Animato da un eros o tensione amorosa mirante a ricongiungersi a Dio tramite l'Estasi. La teologia di Plotino fu ripresa in particolare da quella cristiana, e rivisitata però alla luce dell'aspetto personale della Trinità. L'Estasi venne intesa in un senso più ampio: per il cristianesimo essa non è più soltanto una contemplazione fine a se stessa, ma è funzionale all'azione; deve tendere cioè non solo verso Dio, ma anche verso il mondo. Tale mutamento di prospettiva venne introdotto affiancando all'amore greco di tipo ascensivo, corrispondente al concetto di eros, un amore discensivo corrispondente al concetto ebraico di agape. L'esperienza estatica cristiana consiste così in una comunione, una sorta di abbraccio col mondo e l'umanità in esso dispersa con lo scopo di alleviarne le sofferenze e ricongiungerla al Padre. Essa avviene tramite un'illuminazione operata direttamente da Dio e questi fuoriesce nel mondo non per un atto involontario (com'era nel plotinismo), ma perché ama le sue creature. Identificarsi con la sua estasi divina è, secondo Agostino, la meta naturale della ragione umana, la quale può riuscirci non per una deliberata volontà individuale, ma per una rivelazione da parte di Dio stesso che si rende presente alla nostra mente; l'Estasi è dunque essenzialmente un dono, reso possibile per intercessione dello Spirito Santo, grazie a cui l'essere umano trascende i propri limiti e si rende strumento di Dio nel mondo. A differenza di altre religioni la persona coinvolta non perde comunque la propria individualità, pur compenetrandosi in Lui. Per i mistici medioevali, come San Bernardo, o i neoplatonici tedeschi come Meister Eckhart, l'Estasi è una visione beatifica che avviene quando l'Anima è rapita in Dio, e l'essere si annulla in un Pensiero senza più limiti né contenuto: Dio infatti non può essere oggettivato, perché non è oggetto, ma Soggetto. Si tratta di una comunione mistica accesa da un fuoco d'amore, un'esperienza di beatitudine suprema simile a quelle che saranno riferite in seguito anche da Santa Teresa d'Avila, figura di riferimento della Controriforma. Nel Trecento Dante Alighieri, nel Paradiso della Divina Commedia, di fronte alla visione beatifica di Dio, negli ultimi versi della cantica provò a descrivere l'Estasi, conscio della sua ineffabilità, dell'impossibilità di riferirla a parole in maniera oggettiva.
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Il desiderio di estasiarsi godette quindi di una notevole fortuna durante il Rinascimento. Al di là del significato religioso l'Estasi assunse allora principalmente una valenza artistica o estetica. Il bello era visto sia dai filosofi rinascimentali che dagli idealisti romantici come la via privilegiata per ricongiungersi a Dio. Nel Cinquecento Giordano Bruno paragonò l'Estasi a un eroico furore: non un'attività pacifica che spegnesse i sensi e la memoria, ma al contrario li acuisse, simile a un impeto razionale. A una rivalutazione dell'Estasi nell'Ottocento contribuirono sia la Critica del giudizio di Kant, sia l'idealismo di Fichte e Schelling. Kant vedeva nel giudizio estetico un sentimento universale di partecipazione con l'Assoluto, nel quale la ragione non è più vincolata da un'attività conoscitiva soggetta alla necessità delle relazioni causa-effetto, ma è libera nel formulare i propri legami associativi. Per Fichte l'Estasi è intuizione intellettuale, l'atto immediato con cui l'IO, nel diventare autocosciente, può intuire se stesso solo in rapporto a un NON-IO; così nel porre se stesso l'IO pone al contempo anche il molteplice al di fuori di Sé. Parimenti Schelling vedeva nell'Estasi un'attività infinita con cui Dio crea il mondo. L'Uomo può riviverla nell'Estasi artistica, che è la manifestazione più tangibile dell'Assoluto, nel quale l'aspetto attivo e passivo, il lato conscio e quello inconscio della Mente, non sono più in conflitto tra loro, ma si fondono in una sintesi armonica di comunione cosmica con la Natura.
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L’Etere o la Quintessenza
L'Etere (derivante dal greco antico confluito in latino come aether), sinonimo di quintessenza (dal latino medievale quinta essentia, a sua volta variazione del greco pémpton stoichêion, quinto elemento), era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già noti: il Fuoco, l'Acqua, la Terra, l'Aria. Secondo gli alchimisti, l'Etere sarebbe il composto principale della pietra filosofale. La storia dell'Etere inizia con Aristotele, secondo il quale era l'essenza del mondo celeste, diversa dalle quattro essenze (o elementi) di cui si riteneva composto il mondo terrestre. Aristotele credeva che l'Etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente. Proprio per l'eternità e l'immutabilità dell'Etere, il cosmo era un luogo immutabile, in contrapposizione alla Terra, luogo di cambiamento. Lo stesso concetto venne espresso alcuni secoli più tardi da Luca Pacioli, neoplatonico del XVI secolo, che coinvolge anche le strutture matematiche e geometriche: secondo il Pacioli, infatti, il cielo, il quinto elemento, aveva la forma di un dodecaedro, struttura perfetta secondo lo studioso. «Successivamente gli alchimisti medievali indicarono con l'Etere o quintessenza la forza vitale dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita: Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non è certamente nient'altro che seme di vita, gheriglio e quintessenza dell'intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza.» (Jan Amos Komensky, da “Labirinto del mondo e paradiso del cuore” del 1631). Tra i secoli XIV e XVIII i chimici supposero che la quintessenza non fosse altro se non un elisir ottenuto dalla quinta distillazione degli elementi; da questa ultima accezione la quintessenza ha anche assunto un significato più ampio di caratteristica fondamentale di una sostanza o, più in generale, di una branca del sapere. Conosciuta anche come Akasha, nell'Induismo il termine è utilizzato per indicare l'essenza base di tutte le cose del mondo materiale, l'elemento più piccolo creato dal mondo. Akasha è uno dei "cinque grandi elementi", la cui principale caratteristica è Shabda, il suono, mentre in hindi il significato di Akasha è cielo. Per le scuole filosofiche Hindu Nyaya e Vaisheshika, l'Akasha è la quintessenza, substrato della qualità del suono, una sostanza fisica eterna, impercettibile e che tutto pervade.
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La Coscienza
L'IO in filosofia è il principio della soggettività, attività di pensiero alla quale è stato spesso attribuito un valore particolare poiché è il fulcro da cui nasce la riflessione filosofica stessa. Il concetto di IO corrisponde infatti al momento in cui pensante e pensato sono compresenti nella medesima realtà. Questa unione immediata di soggetto e oggetto, essere e pensiero, è stata il principio fondante di quasi tutta la filosofia occidentale, dagli antichi greci fino in particolare all'Idealismo di Fichte, il quale pose all'origine della sua filosofia l'auto-intuizione dell'IO puro, da lui assimilata all'Io penso kantiano. L'IO era stato definito da Kant come l'unità sintetica originaria (o appercezione trascendentale) che ordina e unifica la molteplicità delle informazioni provenienti dai sensi. La coscienza dell'IO è stata in genere considerata dai filosofi la prima forma di sapere certo e assoluto, perché innato e non acquisito dall'esterno, si tratta però di un sapere non oggettivabile né comunicabile se non in forma mediata, a prezzo della perdita dell'unità originaria, la quale per poter essere descritta deve sdoppiarsi in un soggetto descrivente e un oggetto descritto. L'IO infatti non è un dato di fatto, una realtà statica fissabile una volta per sempre, ma è un atto, un continuo porre se stesso. Fichte disse per questo che l’IO non è finito, ma infinito e come tale non potrà mai divenire oggetto di conoscenza, ma è piuttosto il principio che rende possibile la conoscenza. L'IO non può mai comprendere razionalmente l'origine della propria autocoscienza, per attingere la quale egli deve rinunciare alla coscienza stessa. Si entra così nella dimensione mistica dell'Estasi, che è l'identificazione dell'IO col suo Principio fondante. Molti filosofi neoplatonici, come Plotino, Agostino, Duns Scoto, Cusano, Campanella, Schelling, lo stesso Fichte, hanno postulato per questo l'identificazione del soggetto con Dio, visto come un unico grande IO, da cui nascono e a cui ritornano le singole anime degli individui. È dovuto in particolare alla religione cristiana l'aver insistito su una tale concezione di Dio, come di un Essere non impersonale ma che anzi vive e agisce come Persona. Coscienza in ambito filosofico, si potrebbe genericamente definire come un'attività con la quale il soggetto entra in possesso, tramite l'apparato sensoriale, di un sapere immediato e non riflesso che riguarda la sua stessa, indistinta, corporea oggettività e tutto ciò che è esterno a questa. La coscienza diviene quella cosa che comincia ad apparire al mattino, quando dallo stato di sogno e di sonno, passiamo allo stato di veglia e permane per tutta la durata del giorno fino a sera, tornando incoscienti non appena andiamo a dormire. Il termine coscienza è dunque riportato alla terminologia psicoanalitica che la intende come condizione di attenzione conscia, contrapposta alla situazione inconscia del sonno. Un'ulteriore distinzione occorre fare tra il concetto di coscienza e quello di autocoscienza, nel senso che quest'ultima appare al termine di un processo sempre più complesso rispetto alla prima iniziale presa di coscienza, nella quale sappiamo confusamente che siamo ma non ancora chi siamo. La psicologia ha ormai accertato che solo nel secondo anno di vita il bambino entra nella fase della autocoscienza riferendosi a sé come IO. All'inizio del processo il bambino invece è cosciente del mondo esterno ma parla di sé in terza persona, poiché non è ancora in grado di identificare la sua soggettività pensante con l'oggettività del suo stesso Corpo: quell'oggetto che è il più vicino a lui e da cui proviene un flusso continuo di sensazioni. Quando sarà in grado di identificare le sensazioni e percezioni di sé con il proprio Corpo avrà acquisito quella forma di coscienza superiore che è l'autocoscienza.
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Nell'ambito della coscienza, la filosofia ha inteso ricondurvi non solo i dati sensoriali ma anche la complessa interiorità rappresentata da i sentimenti, le emozioni, i desideri, i prodotti del pensiero, come pure il senso di identità personale. Il processo dell'analisi della propria interiorità prende il nome di introspezione che può talora confondersi con la riflessione impropriamente intesa come sinonimo. Nello stoicismo e nel neoplatonismo il riferirsi alla coscienza voleva significare rapportarsi alla "voce" interiore, a quel "dialogo dell'Anima con se stessa" che già caratterizzava l'ultima produzione delle opere dialogiche platoniche, dove la forma letteraria e filosofica del dialogo con un interlocutore, svaniva sostituita da quella del monologo. Il saggio del periodo post-classico della filosofia greca è allora proprio colui che allontanandosi dalle cose mondane e dalle passioni riflette su se stesso. Sarà Sant'Agostino nelle Confessioni a riprendere questo modello di analisi della personale interiorità (de se ipso) e lo trasmetterà a gran parte del pensiero cristiano seguente. È infatti soprattutto con il Cristianesimo, a cominciare da San Paolo, che il concetto di coscienza viene assimilato a quello di morale, come ben dimostra il linguaggio comune quando parla di voce della coscienza, suggerendo come comportarsi, quali principi certi siano dentro di noi che ci guiderebbero sulla retta via e dalla quale deviamo per la nostra debolezza umana innata. Non a caso la precettistica cristiana prescrive l'uso devoto dell’esame di coscienza come metodo per rintracciare i propri errori morali. La coscienza, infatti, nel pensiero religioso è concepita come sorgente di Verità, di quei principi certi che sono alla base di ogni retto volere. Riferendosi alla propria coscienza, si saprebbe senza alcun dubbio come giustamente comportarsi, anche se l'azione concreta è poi difforme o contraria a quanto indicato dalla coscienza, dovuto dalla nostra imperfezione umana. Dal XVII secolo con Cartesio il termine coscienza acquista il significato di «consapevolezza soggettiva» di sé, una coscienza diretta di noi stessi tale da essere indubitabile, mentre tutti i contenuti mentali di cui siamo coscienti sono soltanto «idee». Questa concezione cartesiana si ritrova in tutto l'empirismo inglese sino a David Hume, il quale sostiene che il pensiero può spingersi sino ai limiti dell'Universo ma rimanendo sempre nell'ambito essenziale della coscienza e conoscendo solo «impressioni» sensibili o «idee» della ragione senza nessuna certezza cognitiva. Contro questa interpretazione reagì Immanuel Kant nella “Critica della ragion pura” dove distinse una coscienza empirica, basata sulla singola sensibilità individuale e tale da appartenere solo a noi stessi singolarmente, e una coscienza in generale o «appercezione trascendentale» che si esprime nell'«Io penso», un'attività di pensiero che appartiene a tutti gli uomini. Hegel nella “Fenomenologia dello Spirito” tratterà della coscienza intendendola come lo Spirito dell'Uomo che ancora non è giunto al sapere assoluto, per cui si pone in un contrasto irrisolto con la natura e con la società. La coscienza quindi è tutta tesa alla conoscenza del mondo esterno, mentre con l'autocoscienza l'Uomo diverrà consapevole della sua razionalità come connessa alla realtà che egli stesso interpreta e costituisce. Il percorso storico dello Spirito verso l'autocoscienza sarà segnato da tappe di lotta tra le diverse autocoscienze che si ritengono ostili e diverse e dalla nascita storica delle organizzazioni sociali. Questi contrasti si ritroveranno nel XX secolo nella filosofia di Husserl e in alcuni autori dell'esistenzialismo come Jean Paul Sartre o Karl Jaspers. Il necessario riferimento della coscienza nei confronti di un oggetto è chiamato da Husserl, nell'opera “Idee per una fenomenologia pura”, «intenzionalità» e questo significato è penetrato nella ricerca attuale, sia nella filosofia continentale che nella filosofia analitica. Per Sartre la coscienza è essere per sé, intendendo come essa si costruisca liberamente nel tempo, nel futuro, distinguendosi e opponendosi alle cose che sono invece essere in sé. Tra l'essere delle cose e la coscienza c'è un'opposizione tale per cui la coscienza può definirsi come "non-essere" poiché essa si costruisce proprio opponendosi all'essere delle cose: la coscienza, quindi, dà vita al non-essere o come dice Sartre l'essere per cui il nulla viene al mondo, dove l’esperienza è caratterizzata dalla azione negatrice della coscienza stessa.
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L’Autocoscienza
L'autocoscienza è definibile come l'attività riflessiva del pensiero con cui l'IO diventa cosciente di Sé, e a partire dalla quale poter avviare un processo di introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti più profondi dell'essere. Nell'ambito della storia della filosofia occidentale, si rileva come l'autocoscienza sia stata il fondamento della riflessione di numerosi pensatori, i quali hanno espresso l'importanza di approdare a se stessi prima di iniziare l'indagine delle verità assolute. L'autocoscienza come presupposto della conoscenza, sintetizzato dal motto delfico “Conosci Te Stesso”, ha assunto una posizione di esortazione morale di carattere strettamente filosofico. Soprattutto con Socrate e nell'ambito della cultura occidentale ha poi avuto una Wirkungsgeschichte, ossia una "storia di effetti" di straordinaria portata, dove l'autocoscienza è stata considerata la prima e unica forma di sapere certo e assoluto, essendo interiore e non acquisito dall'esterno, tanto da essere anche utilizzata come strumento di intellezione dell'idea di Dio. Essa era inoltre ciò che contraddistingueva propriamente la filosofia da ogni altra disciplina, essendo indagine rivolta su di sé e non sul mondo esterno, che critica e mette in discussione principalmente se stessa. Gran parte delle riflessioni sull'autocoscienza presero spunto dalle filosofie elaborate nell'antica Grecia, in particolare da Socrate, Platone e Aristotele. Centrale risulterà in proposito il problema sulla natura della conoscenza, se questa sia da ricondurre ad un atto interiore e immediato del pensiero (che coinvolga per l'appunto la libertà e la coscienza di Sé), o se invece risulti da un meccanismo automatico di fenomeni che interagiscano tra loro. Mentre l'indagine dei filosofi presocratici era incentrata sulla natura, e riguardava forme di pensiero impersonale, con Socrate per la prima volta il pensiero si sofferma sull'autocoscienza, ovvero sulla riflessione dell'Anima umana su di Sé, intesa come IO individuale. Socrate era convinto di non sapere, ma proprio per questo egli si accorse di essere il più sapiente di tutti. A differenza degli altri, infatti, pur essendo ignorante come loro, Socrate era dotato di autocoscienza, perché "sapeva" di non sapere, cioè era consapevole di quanto fosse vana e limitata la propria conoscenza della realtà. Per Socrate tutto il sapere è vano se non è ricondotto alla coscienza critica del proprio "IO", che è un "sapere del sapere". L'autocoscienza è quindi per lui il fondamento e la condizione suprema di ogni sapienza. «Conosci Te Stesso» sarà il motto delfico che egli fece proprio, a voler dire: solo la conoscenza di sé e dei propri limiti rende l'Uomo sapiente, oltre a indicargli la via della virtù e il presupposto morale della felicità. Per Socrate infatti una vita inconsapevole è indegna di essere vissuta. Una tale autocoscienza tuttavia non è insegnabile né trasmissibile a parole, poiché non è il prodotto di una tecnica: ognuno deve trovarla da sé. Questo metodo socratico era noto come maieutica, e l'oggetto a cui mirava era da lui chiamato dàimon, ovvero il demone interiore, lo Spirito Guida che alberga in ogni persona. Con Socrate vennero posti in tal modo i capisaldi di tutta la filosofia successiva, basata sul presupposto che la vera conoscenza non deriva dai sensi, ma nasce dall'uso consapevole della ragione. Platone, suo allievo, affrontò esplicitamente il problema dell'autocoscienza oltre che nel Filebo e nella Repubblica, soprattutto nel Carmide, dove per bocca di Socrate egli prova ad analizzare questa forma peculiare di conoscenza che sembra non avere un oggetto ben definito se non il conoscere in se stesso. Emerge, in Platone, come l'autocoscienza sia un fenomeno strettamente legato alla reminiscenza delle Idee, cioè di quei fondamenti eterni della sapienza che sono già presenti nella mente umana, ma sono stati dimenticati all'atto della nascita: conoscere significa dunque ricordare, cioè diventare coscienti di questo sapere interiore che giace a livello inconscio dentro la nostra Anima, ed è perciò innato. Gli organi di senso, per Platone, hanno solo la funzione di risvegliare in noi l'autocoscienza sopita, ma questa non dipende dagli oggetti della realtà sensibile, ed è perciò qualcosa di assoluto. Nel diventare coscienti delle Idee, ci si accorge così della relatività e caducità del mondo terreno, nonché dell'impossibilità di fondare una conoscenza certa sulla base di dati acquisiti unicamente dall'esperienza, prescindendo cioè dalla libera autocoscienza del pensiero. L'autocoscienza è implicitamente presente anche nella riflessione di Aristotele, che parla del «pensiero di pensiero», non solo come vertice ma anche come presupposto della conoscenza, intesa come scienza degli universali. Si tratta di un processo che avviene per gradi: in una prima fase l'intelletto è passivo e si limita a recepire gli aspetti contingenti e transitori della realtà, ma poi interviene quello attivo che supera criticamente tali particolarità riuscendo a coglierne l'essenza, portando a compimento il processo di consapevolezza facendolo passare dalla potenza all'atto. Per Aristotele lo scopo della filosofia si colloca proprio nella contemplazione fine a se stessa, ovvero nel raggiungimento di quella capacità di autocoscienza che differenzia l'Uomo dagli altri animali, mentre per Plotino l'Autocoscienza è il fondamento supremo e immediato del sapere, superiore alla conoscenza di tipo mediato propria della razionalità discorsiva. Essa è la diretta espressione dell'Uno, il quale traboccando esce fuori da sé, in uno stato di Estasi contemplativa e che si sdoppia così in un soggetto contemplante e un oggetto contemplato, i quali formano una realtà sola, perché il soggetto pensante è identico all'oggetto pensato. L'Uomo è quindi l'unica creatura vivente in grado di riviverla, prendendo coscienza di Sé.
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Come sosteneva Plotino, «per superare sé stessi occorre sprofondare in sé stessi» mentre Agostino, rifacendosi al filosofo, avvertì fortemente il richiamo dell'interiorità: «Gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e non pensano a se stessi». Il dubbio consapevole permette così di riconoscere le false illusioni che sbarrano l'accesso alla verità, dopodiché l'Anima non può propriamente possedere Dio, ma piuttosto ne verrà posseduta. L'autocoscienza rimase quindi, in forme più o meno velate, al centro degli interessi filosofici e teologici dei pensatori cristiani, ad esempio di Tommaso d'Aquino, Alberto Magno, San Bonaventura, e nel Quattrocento di Nicola Cusano, essendo vista come l'unione immediata di essere e pensiero, fondamento non solo della conoscenza in atto di sé, ma anche di ogni affermazione filosofica sull'Anima e su Dio. Riprendendo Agostino, Campanella fondò su quest'autocoscienza una Metafisica dell'assoluto, mirante a recuperare il concetto di partecipazione a Dio di tutti gli esseri, al punto da fargli dire che il conoscere è essere. Con Cartesio avvenne invece una svolta: con lui sarà l'essere a venir sottomesso alla coscienza: Cartesio infatti porrà l'autocoscienza al di sopra della realtà ontologica al fine di oggettivarla. Mentre nella filosofia classica l'autocoscienza era l'atto mai concluso (né esprimibile a parole) con cui il soggetto rifletteva su di sé, Cartesio ritenne di poterlo oggettivare nella celebre espressione Cogito ergo sum. Il Cogito per lui non è più l'atto "pensante" originario da cui nasce il filosofare, ma diventa un "pensato". L'evidenza del Cogito offre, secondo Cartesio, un metodo sicuro e infallibile di indagine razionale, tramite il quale poter distinguere il vero dal falso. La verità, risulta quindi sottomessa a tale metodo perché esiste solo ciò che è evidente. In seguito, però, Spinoza ristabilì il primato dell'Essere, riportando l'autocoscienza al livello dell'intuizione. Anche Leibniz concepì l'autocoscienza come la intendeva la filosofia classica: a differenza di Cartesio secondo cui esiste solo ciò di cui ho coscienza (e quindi se non ne ho coscienza non esiste), per Leibniz esistono anche pensieri di cui non si ha coscienza. Egli le chiama "percezioni", e si trovano a un livello inconscio della mente. Ma nel momento in cui diventano coscienti si ha l'"appercezione", che è appunto l'autocoscienza, ossia il percepire di percepire. L'autocoscienza più alta appartiene alla monade suprema che è Dio, il quale riassume in sé le coscienze di tutte le altre monadi, in quanto l'autocoscienza è un atto fuori dal tempo. Con Kant l'autocoscienza diventa in modo compiuto una appercezione trascendentale o l’Io penso, ed egli la pose al livello supremo della conoscenza critica. Per Kant l'intelletto non si limita a recepire i dati dell'esperienza, ma li elabora attivamente, sintetizzando il molteplice in unità (l'IO).
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Nelle filosofie orientali, quali soprattutto il buddismo, l'autocoscienza è stata analizzata nella sua portata pratica più che teorica, essendo vista come un processo che si realizza attraverso la meditazione, e con cui raggiungere il nirvana. L'analisi dei propri processi mentali conduce prima di tutto all'osservazione degli oggetti fuori di sé; successivamente ci si sposta verso una coscienza dei pensieri, e alla fine si giunge alla consapevolezza di chi pensa. Nell'autocoscienza è possibile scoprire la vera natura dell'IO (o del Sé), e coglierne la differenza con l'ego. Mentre l'ego è una caratterizzazione illusoria nella quale siamo erroneamente portati a identificare il nostro essere, l'IO è un principio spirituale situato al di sopra di ogni possibile contenuto della mente: presso gli induisti è chiamato Atman e coincide con l'Anima universale del mondo (Brahman). La meditazione autocosciente permette di capire che l'ego non è un nocciolo statico e invariabile, ma è soggetto a continui mutamenti, essendo il prodotto di un flusso di pensieri. L'IO supremo, invece, non può coincidere con nessun oggetto, né con nessun tipo di pensiero, perché queste sono realtà soggette al divenire; l'IO, quindi, non può diventare oggetto di pensiero. Presso i mistici orientali si usa paragonare l'autocoscienza ad una spada che non può fendere se stessa, o a un occhio che non può vedere se stesso, ma nel vedere ciò che è al di fuori di lui, esso può prendere coscienza di sé attraverso ciò che non è, per via negativa, secondo un processo di progressiva esclusione molto simile a quello utilizzato in Occidente dai filosofi neoplatonici. L'autocoscienza, pertanto, non è qualcosa che si costruisce, ma risulta semmai dalla de-costruzione dei propri automatismi mentali, riappropriandosi del loro contenuto di energia investita all'esterno sotto forma di proiezioni.
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Fonte
Federico Bellini; La Via del Risveglio (2011/12)