Il blog di Federico Bellini, studi e ricerche nel campo dei Rapimenti Alieni, la Spiritualità, la Cosmologia, la Filosofia Alternativa e l'Ufologia

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martedì 3 aprile 2012

Monadologia - "Che cosa è la Mente?

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Il termine Mente è comunemente utilizzato per descrivere l'insieme delle funzioni superiori del cervello e, in particolare, quelle di cui si può avere soggettivamente coscienza in diverso grado, quali la ragione, la memoria, l’intuizione, la volontà, la sensazione e l’emozione. Sebbene molte specie animali condividano con noi alcune di queste facoltà, il termine è di solito impiegato a proposito degli esseri umani. All'utilizzo in senso tecnico neurofisiologico si è anche affiancato un utilizzo di tipo metafisico. In tale prospettiva la Mente diventa qualche cosa di divino e tale presunta entità sovrannaturale, come ad esempio nell’espressione "la mente di Dio", assume qualità pensanti che alludono a un mente superiore. Fin dall'antichità la Mente è stata oggetto di concettualizzazioni sempre in associazione col concetto di Anima, in Grecia nominata psiché e in India jivatman. Nel mondo greco i primi concetti della Mente-Anima risalgono a Platone, ad Aristotele e ad altri filosofi dell’Antica Grecia. Tali teorie pre-scientifiche sono focalizzate sulla relazione tra Mente ed Anima (intesa come essenza sovrannaturale presente in ogni Uomo). Tra il XVII e il XVIII secolo sono state avanzate numerose teorie parziali sulla Mente da parte di Cartesio e di Locke, ma solo dalla metà del XIX secolo ne nascono di nuove, più esaustive in riferimento ai primi studi approfonditi sulla struttura del cervello. Dalla fine del XIX secolo gli studi sulla Mente hanno avuto un incremento notevole che prosegue a tutt'oggi, dove vere e proprie teorie incominciarono a profilarsi, tutte miranti ad analizzare i dati emersi sulla struttura del cervello nella sua comprensione scientifica. Talvolta il concetto di Mente è stato utilizzato più o meno come sinonimo di Coscienza, anche se il termine è comunque oggetto di acceso dibattito, tanto che negli ultimi due decenni è andato definendosi in tre posizioni principali: 1°) la Mente è costituita da caratteristiche assolutamente proprie che fanno sì che sia possibile indagarla soltanto in quanto tale, in sé e senza alcun riferimenti ad altro, neppure alla fisiologia del cervello; 2°) la Mente, in quanto prodotto del cervello, è oggetto d’indagine della neurofisiologia attraverso tecniche moderne d’indagine basate sugli effetti di lesioni cerebrali localizzate e sull’attivazione differenziale (afflusso di sangue) in regioni specifiche a funzione definita e accertata; 3°) la Mente, almeno per quanto riguarda le funzioni analitiche e computazionali, presenta notevoli analogie con i computer, tali da permettere di identificare nel cervello l’hardware e nella Mente il software.
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La discussione intorno a quali attributi umani costituiscano la Mente è dibattuta. Alcuni sostengono che soltanto le più "alte" funzioni intellettive costituiscano la Mente: in particolare, la ragione, l'intuizione, l'intenzionalità e la memoria. In questa prospettiva le emozioni (l’amore, l’odio, la paura, la gioia) avrebbero una natura più "primitiva" e soggettiva e andrebbero pertanto ben distinte dalla sua natura. Altri sostengono, invece, che l’aspetto razionale di una persona non può essere distinto da quello emotivo, che essi condividono dunque la stessa natura, e che vanno entrambi considerati come appartenenti alla Mente dell’individuo. In questa prospettiva vi sono teorie recenti che individuano nella Mente differenti funzioni, le quali per quanto integrate, sono distinguibili ed appartengono alla sfera intuitiva, intellettiva, razionale e sentimentale. Correlata a tale questione, relativa alla qualificazione delle funzioni cerebrali, sta anche quella della loro collocazione all'interno dell'encefalo, ovvero come e dove le facoltà mentali siano riferibili alla struttura del cervello stesso. I filosofi e gli psicologi restano divisi circa la natura della Mente, alcuni sostengono che sia una entità a sé, avente probabilmente il proprio fondamento funzionale nel cervello, ma essenzialmente distinta da esso. Quindi un'esistenza autonoma e come tale oggetto d'indagine. Questa prospettiva, facente capo a Platone, è stata successivamente assunta all’interno del pensiero cristiano e in qualche modo radicalizzata da Cartesio. In questo contesto di ricerca, si presume che la Mente sia un’entità completamente separata dal Corpo, una manifestazione fisica dell’Anima, e che essa sopravviva alla morte del Corpo e ritorni a Dio, suo creatore. Altri ancora assumono una diversa prospettiva facente capo ad Aristotele, il quale sostiene che la Mente è soltanto un termine utilizzato per motivi di comodità ai fini della rappresentazione di una moltitudine di funzioni mentali e che hanno poco in comune tra loro, riconoscibili attraverso la Coscienza. Gli studiosi distinguono una coscienza primaria o nucleare a cui competono quelle funzioni-base che si esprimono in "consapevolezza del mondo esterno", attraverso la percezione e in "consapevolezza del proprio Corpo". In questa prospettiva la Mente è una manifestazione soggettiva dell'esser coscienti: nient’altro che la facoltà del cervello di manifestarsi come Coscienza. Il concetto della Mente è quindi un mezzo tramite nel quale il cervello cosciente comprende le sue stesse operazioni. George Berkeley, vescovo anglicano e filosofo del XVIII secolo, sosteneva che la materia non esiste, e che ciò che gli uomini percepiscono come mondo materiale non è nient’altro che un’idea nella Mente di Dio, e che quindi la Mente umana è una pura manifestazione dell’Anima. Sono pochi i filosofi disposti oggi ad accettare una prospettiva così estrema, ma l’idea che la Mente umana abbia una natura o un’essenza diversa e più alta del mero insieme delle operazioni del cervello, continua ad incontrare un largo consenso. La dottrina di Berkeley è stata attaccata da T.H. Huxley, biologo del XIX secolo, allievo di Charles Darwin, che sostenne i fenomeni della Mente essere di un unico genere, e spiegabili esclusivamente a partire dai processi cerebrali. Huxley, vicino a quella scuola di pensiero materialista della filosofia inglese facente capo a Thomas Hobbes, sosteneva che ogni evento mentale ha il suo fondamento fisico, sebbene le conoscenze biologiche dell’epoca non gli consentissero di individuare con precisione tali basi fisiche. Huxley conciliò la dottrina di Hobbes con quella di Darwin, dando così luogo alla moderna prospettiva materialista. Questa linea di pensiero è stata rinvigorita dalla costante espansione della conoscenza circa le funzioni del cervello umano. Nel XIX secolo non era possibile affermare con certezza in che maniera il cervello svolga certe funzioni quali ad esempio la memoria, l’emozione, la percezione e la ragione, e ciò lasciava ampio spazio alle teorie metafisiche della Mente. Ma ogni progresso nello studio del cervello rendeva queste posizioni sempre meno salde, fino al punto in cui è diventato innegabilmente chiaro che tutte le componenti della Mente hanno la propria origine nel funzionamento del cervello. Il razionalismo di Huxley, in ogni caso, è stato scosso all’inizio del XX secolo dalle idee di Sigmund Freud, che sviluppò una teoria dell’inconscio, sostenendo che i processi mentali di cui gli uomini sono soggettivamente coscienti, non costituiscono che una piccola parte dell’intera attività mentale. Sebbene Freud non abbia mai negato che la Mente sia una funzione del cervello, sostenne che ha una coscienza propria della quale non siamo coscienti, che non possiamo controllare e alla quale è possibile accedere solo tramite la psicoanalisi (ed in particolare tramite l’interpretazione dei sogni). La teoria dell’inconscio di Freud, sebbene impossibile da dimostrare empiricamente e scientificamente, è stata ampiamente assorbita nella cultura occidentale, rimanendone fortemente influenzata.
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Appercezione
Il termine appercezione sta a indicare una forma particolare di percezione mentale, che si distingue per chiarezza e consapevolezza di sé. Fu introdotto dal filosofo Leibniz per definire la "percezione della percezione", ossia la percezione massima perché situata al più alto livello di autocoscienza (in Kant è nota altrimenti come "Io penso"). Secondo Leibniz, la capacità di pensare e di rappresentare il mondo non appartiene esclusivamente alla vita cosciente, ad esempio negli uomini o negli animali superiori, quindi, anche la realtà apparentemente inanimata, come la materia, ha una sua vita nascosta, fatta di piccole percezioni, che rimangono avvolte nell'oscurità e nell'incoscienza. Persino al più infimo livello dell'essere non c'è mai assenza totale di una qualche attività pensante, perché non esiste una realtà che sia priva di pensiero, esistono semmai infinite gradazioni di pensiero, da quello più confuso a quello più chiaro e distinto, nel quale si ha appunto l'appercezione. L'essere risulta così strutturato in un'infinità di sostanze o monadi, ognuna delle quali è un "centro di rappresentazione", vale a dire un centro di forza, dotato di un'energia spirituale che consiste in una particolarissima e individuale prospettiva sul mondo. Esistono anche pensieri di cui non si ha consapevolezza, perché non c'è nessun dualismo insanabile tra Spirito e materia, tra coscienza e incoscienza, ma solo infiniti passaggi dall'uno all'altro. È soltanto negli organismi superiori, però, e in particolare nell'Uomo, che le percezioni giungono a diventare coscienti, cioè ad essere appercepite: l'Uomo infatti riesce a coglierle unitariamente nella loro molteplicità, sommandole e componendole in una visione sintetica, come fossero tessere di un mosaico. In ciò consiste propriamente l'appercezione,  dove ad esempio il rumore del mare è in fondo il risultato del rumore delle piccole onde che essendo piccole percezioni, le assimiliamo inconsciamente fino a sviluppare la "percezione della percezione" di un unico rumore del mare. Ciò significa che anche nell'Uomo possono manifestarsi percezioni inconsce, a cui non prestiamo cioè sufficiente attenzione o che releghiamo nei meandri oscuri della Mente. Soltanto in Dio esiste il più alto grado di rappresentazione del mondo, ossia l'appercezione più chiara e distinta che è l'autocoscienza, riassumendo in sé le percezioni di tutte le altre monadi.
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Il Logos
Il Logos, termine che deriva dal greco, significa discorso, parola, ragione, la ragione cosmica, considerata nell’antica filosofia greca come la fonte dell’ordine e dell’intelligibilità del mondo. Eraclito designa con questo termine il principio vitale della realtà, il quale è “fuoco” e “ragione” insieme. Per Platone l’essere è logos in quanto si articola nell’ordine dialettico delle idee. Gli stoici denominano in esso il soffio animatore che permea il tutto ed è “ragione seminale” delle singole realtà. Per Plotino il logos è la potenza ordinatrice del mondo, emanata direttamente dall’intelletto divino, mentre Filone di Alessandria chiama a sua volta con questo termine l’ipostasi intermedia fra Dio e il mondo, la quale funge da strumenti e da tramite dell’atto creatore divino. Nel Vangelo di san Giovanni è detto che “il logos si è fatto carne ed ha abitato tra noi”, Cristo è dunque lo stesso logos divino, divenuto Uomo fra gli uomini per consumare il mistero della redenzione. In Hegel diviene sinonimo di universale concreto e di ragione dialettica, perché identificato con il pensiero, mentre la logica è lo studio del pensiero stesso in seno alla ragione.
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La Logica
Il termine “logica” si applica alla riflessione sulla natura del pensiero e, in questa accezione, la storia del termine coincide praticamente con la storia della filosofia. L’espressione “logica filosofica”, seppur fuorviante, perché implicante l’esistenza di una logica diversa da quella formale, tuttavia ha dimostrato che le dottrine filosofiche hanno in tutte le epoche affrontato la questione dei fondamenti e della natura delle leggi logiche. Problema già sollevato da Platone e discusso sistematicamente nei dialoghi maturi, con Aristotele la questione viene impostata nei termini di un indagine sulle proprietà del discorso che lo rendono atto a rispecchiare la realtà, una realtà previamente articolata in base alle categorie della Metafisica, che a loro volta rinviano, per la loro definizione, alle proprietà logiche del discorso. Ampie parti della Metafisica trattano di problemi che oggi definiremmo di filosofia logica. In epoca medievale la logica filosofica (logica maior) coincise con dettagliatissime indagini di carattere sintattico e semantico e, insieme con la logica formale (logica minor) costituisce la parte propriamente filosofica (densa di implicazioni teologiche e metafisiche) di una più ampia scienza. Con la grande eccezione di Leibniz, l’epoca moderna, con la sua tipica rifondazione della filosofia come teoria della conoscenza, tende a riassorbire la riflessione all’interno di una questione trascendentale, ed essa viene a costituire il cuore della filosofia “critica” stessa.
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Il Pensiero
Il pensiero è la facoltà attiva e conoscitiva della mente umana, mediante la quale l’Uomo prende coscienza di sé e della realtà che lo circonda. La parola pensiero può designare tanto l’insieme dei fatti psichici nel loro complesso, quanto, più specificatamente, l’attività della ragione e dell’intelletto, in quanto distinta da quella dei sensi e della volontà. L’uso del termine nel suo senso più estensivo è abbastanza diffuso nella filosofia moderna prima di Kant, particolarmente nella tradizione cartesiana, nel cui ambito la percezione, il sentimento e la volizione sono chiamati “pensieri”, come più propriamente le manifestazioni dell’intelletto e della ragione. E’ sulla base di questa indeterminatezza semantica che Leibniz può sostenere che non esistono argomenti validi per escludere che gli animali siano dotati della capacità di pensare. Tuttavia, fin dalla filosofia greca classica, il significato di “pensiero” come attività conoscitiva distinta dalla volontà è stato di gran lunga prevalente. In Platone e in Aristotele si trovano distinte le due forme del pensiero, che si contenderanno di volta in volta il primato entro le grandi correnti della filosofia occidentale. Da un lato il pensiero si presenta come intuizione immediata dell’oggetto mentale e dall’altro come attività discorsiva (logos) e che procede, per così dire, circuendo il proprio oggetto, in alternanza di domande e risposte, di affermazioni e negazioni. Essa si muove intorno all’oggetto senza mai adeguarlo pienamente e va nettamente distinta dalla visione mentale, alla quale spetta più propriamente il nome di “intelligenza” o “intelletto”. Anche Kant definisce il pensiero come “conoscere per concetti”, precisando che il pensiero diventa conoscenza reale, e non solo formale, quando i concetti si riferiscano come predicati a intuizioni sensibili. Con l’idealismo romantico la parola “intelletto” passa a indicare l’improduttivo e astratto “pensare per concetti”, separato dal suo contenuto e invano teso al pieno adeguamento di esso. Il vero pensiero è invece la ragione, attività produttrice di se stessa e del proprio oggetto, dove l’antica identificazione “poetica” del pensiero con la realtà, viene così riproposta su un nuovo piano, dinamico e dialettico, estraneo alle note negative della dell’incertezza e dell’approssimazione.
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Nelle altre filosofie
Mentre in Occidente è prevalsa almeno sino al XIX secolo la prospettiva dualista, nelle culture dell'Oriente è perdurata la visione di una Mente - Anima globale, l'Atman, riflessa nella Mente degli uomini come Jivatman. Questa prospettiva della Mente nel pensiero filosofico orientale, ha caratterizzato il suo corso in modo completamente differente rispetto a quello occidentale. All'interno di esso spicca il pensiero buddhista, secondo cui la Mente non è un'entità e nemmeno un sistema che esercita funzioni, ma piuttosto un processo. La Mente, secondo tale pensiero è un ponte tra Anima (parte eterna dell'individuo) e Corpo (parte mortale dell'individuo), a questo è dovuto il suo "irrequieto" movimento per unire due parti impossibili da unire tra loro, ossia l'assoluto e la morte. Secondo il Buddhismo, la Mente è un flusso di singoli istanti di esperienza consapevole e chiara, dove nella sua condizione non illuminata, esprime le proprie qualità quali pensieri, percezioni e ricordi grazie alla consapevolezza. La sua vera essenza illuminata è libera dall’attaccamento ad un sé e si sperimenta inseparabile dallo spazio come consapevolezza aperta, chiara ed illimitata. Il pensiero diviene aggregato quando i principali componenti psicofisici costituiscono il complesso Corpo-Mente di un essere senziente. La Coscienza diviene, quindi, fondamento che sta alla base di tutti gli altri aspetti in cui sono immagazzinati i segni delle passate esperienze. E’ con le percezioni che si riconosce e identificano forme e oggetti, le sensazioni di piacevole, spiacevoli o neutre che sorgono come immediata reazione agli oggetti nei nostri sensi. In questo si riscontrano le cosiddette “formazioni mentali”, ossia quegli stati che danno origine alle nostre tendenze ed emozioni, di una serie infinita di impulsi motivazionali che si trovano dietro i pensieri, i discorsi e le azioni che si collegano in modo specifico agli oggetti percepiti. Nella sua manifestazione sottile, sono possibili anche stati di avversione, impedendo all’individuo di percepire la realtà in modo corretto, per questo motivo il karma, svolge una funzione di relazione dinamica tra le azioni e le conseguenze. Esso comprende nel suo aspetto causale sia le azioni reali (fisiche, verbali e mentali) sia le tendenze e le tracce psicologiche create nella mente da tali azioni. Dopo l’esecuzione di un azione, si forma nel continuum mentale una catena causale che prosegue nel presente e nelle successive rinascite. Questo potenziale, agisce quando interagisce con determinate circostanze e condizioni, portando alla fruizione dei suoi effetti. “Conoscere” o “essere consapevoli” può assumere molti significati distinti, ma non slegati dove tutte le esperienze di coscienza e gli stati mentali assurgono a disciplina basata sulla conoscenza più alta. In altre termini, si tratta della facoltà, inerente al “continuum mentale” di tutte le creature viventi, che permette loro di esaminare le caratteristiche degli oggetti e degli eventi, rendendo possibile i giudizi e le decisioni. La natura e le qualità dell’esperienza non potranno mai essere colte pienamente per mezzo del linguaggio e delle parole, ma attraverso l’archetipo. Sempre nel Buddismo, ad esempio, la Mente è definita un processo dinamico che consiste semplicemente nella consapevolezza di un oggetto o di un evento. La sua funzione primaria è di essere consapevole dell’oggetto come di un tutto, mentre le modalità secondo cui si collega a specifici aspetto dell’oggetto sono definite fattori mentali. E’ importante comprendere che la Mente non viene concepita come qualcosa di statico o come qualcosa che abbia una sostanza spirituale. Sebbene identificata con il fondamento dell’essere o con l’identità personale, la nozione di sé o di persona non è un elemento essenziale per la sua conoscenza. Benché tutti gli esseri senzienti posseggano potenzialmente la capacità di attuare la saggezza originaria nel proprio continuum mentale, la confusione psicologica e le tendenze dell’illusione che corrompono la Mente impediscono la naturale espressione di questo potenziale innato, sovrapponendogli la coscienza mondana. La saggezza originaria, diviene quindi la purezza naturale dell’aggregato della Coscienza, libero da ogni illusione. La saggezza originaria simile allo specchio è la Mente, davanti alla quale tutti gli oggetti dei cinque sensi appaiono spontaneamente a formare l’unione del proprio IO.
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Fonte
Federico Bellini; La Via del Risveglio (2011/12)