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Articolo di Federico Bellini
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Uno sguardo da fuori
Se potessimo superare l’abisso che ci separa dalla Galassia di Andromeda e, una volta giunti là, potessimo guardare indietro verso la nostra, ci offrirebbe di sé un immagine molto simile a quella della stessa galassia in cui siamo approdati. Il Sole non ci apparirebbe come un oggetto di particolare rilievo nel grande sistema galattico, soltanto un telescopio enorme potrebbe rivelarcene la debole luce tra una miriade di altre stelle simili, ma per quanto insignificanti e irrilevanti siano le stelle di tipo solare, il Sole ha per noi una speciale importanza, perché benché una Galassia sia il più grande sistema di materia organizzata, l’interazione materica più importante si verifica a livello stellare. La vita sulla Terra è connessa direttamente e intimamente al Sole, in quanto è l’equilibrio termodinamico determinato dall’intesa produzione di calore al suo interno a fornire ai sistemi biologici sulla superficie del nostro pianeta, l’energia di cui ha bisogno. Infatti, di tutte le stelle la più vicina alla Terra è il Sole, a noi ciò può sembrare un luogo comune, ma l’aver riconosciuto che il Sole è una stella come ogni altra è stata una grande conquista del Rinascimento. La maggior parte degli antichi pensatori, greci, babilonesi, egiziani o cinesi, credeva che ci fosse una distinzione fondamentale tra il materiale della Terra e quello dei cieli, tra il Sole e le stelle. Quando osserviamo il paesaggio terrestre e vediamo il Sole che dardeggia i suoi raggi, è difficile credere che il Sole e la Terra siano composti della stessa materia, degli stessi elementi. Il Sole è una sfera di gas molto caldo e le sue condizioni fisiche sono più estreme di quelle presenti in qualsiasi luogo della Terra, almeno sino all’avvento di quella mostruosa creazione umana che è la bomba atomica. La temperatura, alla superficie del Sole, è di oltre 6.000 gradi centigradi ed al suo centro di parecchi milioni di gradi, ciò nonostante, tutti gli elementi scoperti sul Sole sono presenti anche sulla Terra. Durante la notte, quando guardiamo in alto le stelle, è ancora più difficile immaginare la loro connessione con la Terra, perché il cielo appare così freddo e buio, le stelle così deboli e distanti: solo la Luna, pallida e solitaria, sembra occupare un reame intermedio. Fu infatti proprio il primo sguardo di Galileo alla Luna, attraverso un telescopio, che distrusse il concetto di una sostanza celeste distinta da quella terrestre, dato che egli vide per la prima volta un paesaggio fatto di montagne e pianure.
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Alcune considerazioni
Un aneddoto racconta che anni fa, un astrofisico iniziò una conferenza dicendo “una stella è qualcosa di molto semplice”, ma un ascoltare subito ribatté “anche lei apparirebbe molto semplice visto dalla distanza di cento anni luce!” La nostra stella, il Sole, non ci fa vedere altro che la sua “pelle”, ma ci offre anche un favoloso ventaglio di fenomeni: granuli, macchie, brillamenti, protuberanze. E’ soltanto la straordinaria lontananza delle altre stelle a rendercele nient’altro che semplici bagliori notturni, infatti, di esse, ci perviene solamente la loro radiazione, sorta di canto lontano attenuato della loro prodigiosa attività interna. In questa ottica, una stella ci riassume in poche parole la visione di una enorme palla di gas caldo, così spiegata si sottintende l’equilibrio di questa stessa palla, perché come sappiamo, il nostro Sole non si è praticamente “mosso” da cinque miliardi di anni. Ora, tutto questo ci potrà sorprendere, sulla Terra siamo abituati al fatto che una massa di gas libero abbia tendenza a disperdersi, occupando tutto lo spazio circostante, al contrario, il gas di una stella, ben lungi dallo sparpagliarsi, resta confinato in un volume ben determinato, perché è la gravità che diviene il direttore assoluto dell’organizzazione della materia stessa di cui è formata. Ciascun atomo della stella è attirato verso il centro e l’attrazione mutua tra tutti gli atomi assicurando la coesione del gas e, attraverso la propria attrazione, la stessa costituisce la propria forma, quella di una sfera quasi perfetta. Da qui, grazie ad un meccanismo interno che ne vieta la contrazione, si fabbrica invece calore, ovvero energia, questa energia si propaga verso la superficie, riesce a sostenere il peso della stella e, arrivata alla superficie, si disperde sotto forma di radiazione. La gravitazione è comunque quella forza che presiede alla loro creazione ma che è anche il germe della futura morte, perché la vita di una stella altro non è che una lotta disperata e continua contro il proprio peso. Continua perché a ogni tappa della propria evoluzione la stella trova delle nuove risorse per sostenersi, ma prima o poi la battaglia sarà persa, perché la gravitazione trionferà e la stella collasserà su stessa. Da qui si capisce che la gravitazione è un dominio assoluto che plasma tutte le grandi strutture dell’Universo, perché è dalla contrazione gravitazionale che nascono le stelle, gli ammassi e le galassie, ed è sempre nella contrazione gravitazionale che tutti questi oggetti muoiono.
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La nascita delle Stelle
Come la pioggia, una stella è una goccia che si è condensata entro una nube di gas. Paragonata tuttavia alle condizioni che regnano sulla Terra, si può dire che una stella si forma dal niente: l’aria che respiriamo contiene circa trenta miliardi di miliardi di atomi per centimetro quadro, una nube interstellare non ne contiene più di qualche decina, essa si estende su centinaia di anni luce e raccoglie una massa pari a diverse migliaia di soli. La nube interstellare è non solo rarefatta, ma anche fredda e dove le polveri rappresentano solo il 2% della massa della nebulosa stellare, essendo il resto formato da gas di cui il 78% è formato da atomi di idrogeno, il 20% da atomi di elio e il 2% da tutti gli altri elementi. Le polveri contengono la maggior parte degli elementi più pesanti e presenti in maggior percentuale nella conformazione dei pianeti: carbonio, ossigeno, ferro, silicio, magnesio. Le nubi più dense contengono da 10.000 a un milione di molecole per centimetro cubo e hanno temperature di una decina di gradi Kelvin, equivalenti a 263° sotto lo zero. Una tale nube resterebbe indefinitamente stabile nella misura in cui la velocità di agitazione degli atomi, responsabile della temperatura, fosse sufficiente a compensarne la gravitazione che tenderebbe ad avvicinarli, ma ad un certo punto si forma una perturbazione. Essa diviene instabile, perché la forza di gravità a una temperatura così bassa è maggiore della pressione termica esercitata dalle particelle di gas e polveri. Ad oggi si conoscono diversi meccanismi per comprimere una nube e scatenarvi la nascita delle stelle, nelle galassie dette spirali, le stelle sono principalmente raggruppate in giganteschi bracci che emanano da un rigonfiamento centrale. I bracci ruotano lentamente intorno al rigonfiamento centrale ed è così che il Sole, nel braccio di Orione, effettua un giro completo intorno al Centro della nostra Galassia in 225-250 milioni di anni. Poiché i bracci trasportano materia, essi propagano un eccesso di densità il cui movimento nel mezzo interstellare è accompagnato da una compressione che provoca la condensazione di stelle. Tutto questo movimento vibrazionale si pensa sia acuito anche dalla morte cataclismatica delle supernove, dal momento che i frammenti di queste stelle, vengono scagliati a velocità di decine di migliaia di chilometri al secondo, trasformando, a sua volta, le nubi interstellari in vivai di stelle.
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E Luce fu!
Quando inizia a comprimersi, la nube interstellare diviene opaca e non appena smette di assorbire la luce delle altre stelle, si raffredda quasi fino allo zero assoluto, gli atomi della nube sono allora tanto rallentati, quasi fissi, che la mutua attrazione gravitazionale ha il sopravvento sul moto di agitazione interna. La ripartizione della materia nella nube non è mai perfettamente omogenea, ci sono sempre dei grumi costituiti da atomi e dei buchi là dove non ce ne sono e, siccome la materia genera gravità, si verifica un eccesso di gravitazione intorno a ciascun grumo. Questi attirano irresistibilmente atomi vicini, lenti perché freddi, e il loro potere attrattivo aumenta in ragione degli atomi catturati, i grumi si trasformano allora in globuli più condensati che misurano qualche miliardo di chilometri e raccolgono l’equivalente di diverse masse stellari. E’ a questo punto che interviene un meccanismo chiave, l’instabilità di Jeans, secondo il quale, in un mezzo disperso, una perturbazione di densità diviene instabile quando essa arriva a una certa massa critica. La perturbazione si separa allora dal mezzo per formare una sistema stabile, legato dalla sua gravitazione, il globulo appena formatosi è troppo freddo per sostenere il proprio peso, si contrae e si isola dal resto della nube, contraendosi, comprime il gas al suo centro a pressioni, temperature e densità sempre più elevate; il gas riscaldato si mette a irradiare energia, dal nero, il globulo diventa rosso. Un astro è nato ma non è ancora una stella perché non irradia ancora una quantità sufficiente d’energia per auto-sostenersi, la proto-stella continua quindi a contrarsi anche se a velocità più ridotta. E’ solo nell’istante in cui la temperatura centrale raggiunge i dieci milioni di gradi che l’idrogeno comincia a bruciare attraverso il gioco delle reazioni termonucleari, ed è a questo punto che una nuova energia è infusa nel nucleo dell’astro che si stabilizza, ed è li che si accende la luce e nasce una stella.
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Il Suono che porta l’Aurora
In un gran numero di miti si dice che i primi canti della creazione fecero emergere il chiarore o l’aurora dalla più completa oscurità, i popoli primitivi attribuiscono spesso quel grido di luce al Sole, al canto di un gallo divino o al ruggito di una belva affamata. Nell’antica Persia, la luce fu evocata dal toro celeste di Ahura Mazdah, mentre la letteratura vedica ci parla del “muggito di una vacca luminosa” che simboleggia la nube gravida di pioggia, tanto che nel Katha Upanishad si descrive l’Atman (l’essere supremo), che si esteriorizza nella sillaba OM, come una luce intensa. I Tahitiani credono che la luce creatrice provenga dalla bocca del dio Tane, secondo i Maori, Diò creò l’Universo per mezzo di una parola che evocò la luce, mentre nei miti polinesiani, Atua cominciò il suo canto nel mezzo della notte e il chiarore se ne sprigionò soltanto verso il mattino. Quei canti sono dunque spesso voci luminose, altre volte suoni che producono chiarore, tanto che in genere, i testi antichi, non sono molto espliciti a questo proposito: in diverse leggende il creato nasce da un semplice suono o da un raggio di luce, ed è molto probabile che la versione originale considerasse il fuoco o il sole-cantore come un elemento primordiale celato nelle acque tenebrose. La Maitrayana Upanishad considera l’Atman come il “primo sole” da cui vennero emanati numerosi ritmi e che, dopo aver “sfavillato, versato pioggia e cantato inni”, ritornarono alla “caverna” dell’essere supremo. A volte questa caverna sonora o questo sole primordiale sono simboleggiati da un uovo splendente o da una lucente conchiglia dalla quale spunta, infine, l’astro solare. In Egitto, ad esempio, dopo che il dio egizio Amon sotto forma di oca, ebbe covato l’uovo solare, con la voce annunziò la luce, da questo uovo si formò una fessura da cui uscì il sole cantore, simbolicamente l’uovo con la fessura corrisponde, sul piano antropologico, a una testa la cui bocca emette il primo canto della creazione. L’immagine della testa come simbolo dell’uovo o della caverna può facilitare la comprensione di certe formule, frequenti nelle antiche culture, in quanto gli dei “producono” e “fecondano” per mezzo della bocca, mentre si “nutrono” e “concepiscono” tramite l’orecchio, dimostrando un modo di esprimersi simbolico per significare che, durante il primo stadio della creazione, tutti gli atti erano di natura acustica.
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La musica è la sola realtà
Cantando, gli dei realizzano la partenogenesi, caratteristica degli inizi della creazione. Thot, il dio creatore della musica, della danza e della scrittura, e anche il dio-sole, come più in generale i primi dei, si fecondano perciò da se stessi ridendo e lanciando un grido di luce. La scuola di Heliopolis esponeva la storia della creazione in due differenti versioni: la prima vedeva il dio-sole generare gli altri dei per mezzo di un grido di luce, mentre nella seconda questo grido veniva sostituito da un atto di masturbazione o da una espettorazione del sole. Poiché la parola, il sole o l’uovo sono dapprima immersi nella notte delle acque eterne, è evidente che quando evocano l’aurora essi sono impregnati di umidità, infatti, nella cosmogonia dei Dogon, questa “parola umida e luminosa” interviene in tutti gli stadi della prima fase della creazione. Situata tra le tenebre e la luce del primo giorno, sul piano umano la musica si trova fra l’oscurità della vita inconscia e la chiarezza delle rappresentazioni intellettuali delle prime evolute civiltà, tanto che questo “linguaggio” primario si dividerà ad un certo punto focale del suo percorso: una parte si avvierà a divenire la musica propriamente detta, un'altra si incarnerà nel linguaggio composto di frasi chiare e distinte, soggette al pensiero logico, mentre la terza parte si trasformerà lentamente in materia. E’ stata rilevata più volte la strana caratteristica che questi miti hanno di menzionare spesso, agli inizi della creazione, alcuni elementi concreti (acqua, fuoco, uovo, testa, penne, animali), essendo oggetti già creati, in realtà, tali elementi non sono che simboli materiali dei primi fenomeni puramente acustici. In quel mondo umido di suoni e di luce, la musica è la sola realtà, si trasforma parzialmente in fuoco, in acqua e in altri oggetti concreti soltanto dopo l’apparizione della materia e dove le tenebre e le acque, simboleggiano probabilmente il suono puro. Le “acque eterne imporporate dai raggi dell’aurora” possono essere interpretate soltanto come un simbolo della musica primordiale, dove tale musica sembra composta ora di grida o di sillabe magiche, di gemiti o di rumori inarticolati e dove, nel linguaggio simbolico, il carattere ermafrodita di quella musica è espresso chiaramente dalla sua identificazione con l’aurora, divenendo prototipo del principio concertante delle forze della natura e che daranno vita all’intera materia universale.
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Nel “Timeo” di Platone
Fu il filosofo Platone che per la prima volta descrisse la centralità delle stelle nella complessa creazione universale, come egli stesso riporta: “Il Demiurgo fece Anime in numero pari a quello delle stelle e le distribuì, ciascun’anima nella propria stella. E ponendole come su dei carri, egli mostrò loro la natura dell’Universo e dichiarò loro le leggi del Destino. Sarebbe toccata una prima nascita uguale per tutte, affinché nessuna risultasse svantaggiata per opera sua, e sarebbero state seminate tutte negli strumenti del tempo, ciascuna in quello che le era appropriato, per nascere come le creature viventi più timorate di Dio; e dal momento che la natura umana è semplice, la parte migliore, sarebbe stata quella che d’ora in poi avrebbe avuto il nome di “Uomo”… E colui che fosse vissuto bene per il tempo assegnatoli sarebbe ritornato alla dimora della sua stella consorte, dove avrebbe vissuto una vita felice e congeniale; ma se fosse venuto meno in ciò, nella sua seconda nascita sarebbe stato mutato in una donna; e se in tale condizione non si fosse astenuto dal male, allora, secondo il carattere della sua depravazione, sarebbe stato continuamente tramutato in una qualche bestia della natura, conforme a tale carattere, né avrebbe avuto requie dal travaglio di queste trasformazioni finché, lasciando che la rivoluzione del Medesimo e dell’Uniforme entro di sé si trascinasse dietro tutto il tumulto di fuoco e di acqua e di aria e di terra che vi si era in seguito aggregato attorno, egli non avesse controllato la propria turbolenza irrazionale con la forza della ragione e non fosse ritornato alla forma della sua condizione primitiva e migliore. Dopo che ebbe comunicato loro tutte queste disposizioni, così da rimanere senza colpa della futura malvagità di chiunque tra di loro, li seminò, alcuni sulla Terra, altri nella Luna, altri negli altri strumenti del tempo.” (Timeo, 41-e42 d). Quando il Demiurgo ebbe costruito la “struttura”, lo skambha, governato dall’equatore e dall’eclittica (chiamati da Platone “il Medesimo” e “l’Altro”), che configurano la lettera greca X, dopo aver regolato le orbite dei pianeti secondo proporzioni armoniche, imbrigliò l’energia, la rivestì di un involucro e creò le “anime”. Per farle, si servì degli stessi ingredienti che aveva usato per fare l’Anima dell’Universo, esse però non erano “così pure come prima”. In ogni modo, il Demiurgo senza macchia seminò le anime, in numero pari a quelle delle stelle fisse, negli “strumenti del tempo” (ovvero i pianeti), fra i quali Timeo annovera anche la Terra, anzi, le seminò “ciascuna in quello che le era più appropriato.” Timeo allude qui a un antico sistema che stabiliva un rapporto tra i membri fissi della comunità astrale e quelli vaganti, incluse non solo le “case” zodiacali e le “esaltazioni” dei pianeti, bensì le stelle fisse in genere. Conosciamo questa impostazione da tavolette cuneiformi astrologiche che contengono un numero considerevole di informazioni sulle stelle fisse che rappresentano un determinato pianeta e viceversa; ma il materiale non è sufficiente per spiegare le regole di questo disegno assai complesso. Le anime, quindi, vennero tolte dalle loro stelle fisse e trasferite sui rappresentanti planetari corrispondenti, sempre secondo regole ben precise, mentre il Demiurgo si ritirò trasformandosi in un deus otiosus, mettendo in moto la Macchina del Tempo nella quale anche noi umani, ancora oggi, siamo tra gli ultimi protagonisti.
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Fonti
Federico Bellini www.coscienzaliena.blogspot.com
Leibniz, Monadologia
Giovanni Caprara, Sistema Solare
Paul Davies, L’Universo che Fugge
Michael Rowan-Robinson, L’Universo
Marius Schneider, La Musica Primitiva
Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend, Il Mulino di Amleto
