
Esiste ancora oggi il vero uomo? Inteso come essere umano di ambedue i sessi, quell'entità provvista di tutte le caratteristiche che le sono proprie e la cui natura è descritta non solo nei testi di psicologia odierni ma anche, anzi soprattutto, negli archetipi e nei simboli che narrano la sua storia? Vi è ancora oggi quell'uomo che è stato punito per la sua superbia, che ha subito la “caduta” proprio a causa della sua curiosità innata, quell'essere le cui caratteristiche principali sono l'irrequietezza e la costante ricerca della libertà? Dubitando si può tentare di ricostruire un quadro attuale. Ad esempio nel linguaggio figurato della mitologia la donna (Anima) rappresenta la totalità di ciò che si può conoscere. L'eroe (Spirito) è colui che viene a conoscere. Egli vuole conquistarla, possederla, poiché ella lo affascina, lo guida, lo induce a spezzare le proprie catene. Ma il punto è proprio questo: l'uomo attuale vuole ancora spezzare le proprie catene? Non si da il caso che, attualmente, l'uomo sia invece una creatura che ha paura della libertà, che la rifugga e a cui rimangono solo copie molto sbiadite della “passione”, del fremito che una volta gli scaturiva da quella sua sorgente interna, la sua anima, che lo forniva di spinta e desiderio di “conoscere” la vera libertà? La storia delle epoche è fatta da quella degli individui e quella degli individui è fatta dalla loro storia intima. I motivi del comportamento o “spinta” che influenza l'intimità degli uomini si trovano nella posizione spirituale che questi hanno di fronte alla vita. Spesso questa “posizione spirituale” è il mero risultato dell'azione di forze esterne e coercitive, dominanti, imposte. Ma, se vogliamo essere giusti, dobbiamo riconoscere che una forma spirituale è dominante solo perché gli individui possono ammetterla, dal momento che questo ideale corrisponde ad un loro stato emotivo, intellettuale o intuitivo. Questa disposizione, che deve essere considerata la chiave della storia, non è altro che l'”istante mistico” nell'essere umano. Oggi come stiamo messi? Cioè in che punto si è effettuato attualmente l'incontro tra le imposizioni e le autonome ammissioni? Quarant'anni fa Pasolini l'aveva anticipato e previsto... Attraverso il linguaggio televisivo e la comunicazione pubblicitaria il neocapitalismo imponeva una cultura edonistica e consumistica egemone che stava distruggendo l'identità e la memoria storica del paese (l'Italia in questo caso ma il discorso vale per tutto il mondo “sviluppato”). I mezzi di comunicazione di massa stavano “omologando” gli individui rendendoli puri consumatori e fruitori di merci e prodotti, imponendo una mentalità appropriativa e dominata dal principio del piacere. Le nuove generazioni cresciute in questa atmosfera sono più interessate all'acquisto di beni superflui che a un sincero impegno di un qualunque tipo: civile, politico, religioso ecc... Guai però se non riescono ad acquistare nulla, magari a causa di una crisi economica, tutto il loro “impegno” allora si sprigiona in un sol colpo contro tutto e tutti, come un tossicodipendente in crisi d'astinenza. Pasolini, preconizzando questo mondo, aveva anche previsto l'avvento del riflusso e del ripiegamento dell'individuo su se stesso, non certo sulla sua spiritualità, magari, bensì sul suo benessere materiale isolato, sul suo desolante “privato”. Si crea così uno stato d'animo turbato, in cui, malgrado la gran preoccupazione dell'immediato, non vi sono più basi stabili, nulla assume un carattere duraturo all'interno di una mentalità che cerca solo la durata dei beni terreni. Nell'ambito religioso il triste lascito di tale situazione è la più cupa miscredenza. Non resta più nulla su cui questo mondo possa appoggiarsi, perché tutte le nozioni spirituali sono state ridotte a nozione umana. Al popolo non resta nulla, tranne una vaga superstizione, poiché nessuna storia o immagine logica e concreta gli serve d'appoggio. Che contrasto con la mentalità del popolo solo di qualche generazione precedente, più povero materialmente certo, ma di sicuro non spiritualmente, quel popolo che intonava alla Vergine sublimi cantici di adorazione e speranza. La figura mitologica della Madre Universale infatti apporta al cosmo gli attributi femminei della prima presenza ed era la “forma divina” prediletta dal popolo. Ella rappresenta la Potenza Cosmica, la totalità dell'universo, l'accordo di tutte le coppie di contrari, e riuniva in sé il terrore della completa distruzione ed una impersonale e tuttavia materna rassicurazione. Essa è l'Anima universale (Anima Mundi) ma è anche il caos, la “materia nera”, l'abisso da affrontare. È il grembo e la tomba, riunisce in sé i due aspetti, “buono” e “cattivo”. Lo Spirito ( il Figlio) ha il compito di arrivare a contemplare questi due aspetti nella loro totalità, attraverso questo arduo compito lo Spirito si libera dei propri anacronistici sentimentalismi e risentimenti infantili. Attraverso il suo passaggio nella materia, nella sua “lotta” con essa, comprende che l'imperscrutabile presenza animante non è né buona né cattiva, acquisisce “coscienza” della legge e dell'immagine stessa dell'Essere. Ma l'uomo d'oggi, inteso come civiltà, pare interessarsi sempre meno al proprio compito, come se il suo spirito si fosse assopito o la sua anima gli fosse stata sottratta. La vera particolarità umana ha un solo nome: Coscienza. A chi o a che cosa si vuole credere? L'uomo sembra ormai abituato a pensare in maniera raziocinante, ma da dove scaturisce questo raziocinio? La Ragione come esiste oggi sembra esistere sulla base di una minore coscienza. Senza coscienza si ragiona in termini scientifici, filosofici, politici, pragmatici, carnali, come un computer. Il mondo trabocca di leggi, decreti, regole, imposizioni, relazioni ecc...La coscienza che permette di agire in modo indipendente sembra farsi merce sempre più rara. Quella che dovrebbe essere la qualità che ci differenzia dalle macchine e dalle bestie sembra disciogliersi in un sistema globale funzionante negli stessi termini di una macchina. In presenza di vera coscienza ogni nostro atteggiamento e comportamento dovrebbe tendere verso uno stile di vita autonomo e non standardizzato; inutile dire che la tendenza attuale è l'esatto contrario. La coscienza è qualcosa che deve essere coltivata, forgiata, temprata nella lotta, se così non è essa tende a spegnersi, a disattivarsi e noi corriamo il rischio di diventare davvero delle macchine bestiali. L'arma vincente, il solido appoggio, la certezza che sosteneva gli uomini del passato pur quanto essi fossero ignoranti, non-scientifici e superstiziosi ma soprattutto molto più poveri materialmente era la fede, non tanto in un Dio dalle fattezze particolari ma nell'esistenza di un progetto superiore per il vero destino dell'uomo, che questa realtà è solo un passaggio nella storia universale di cui possiamo far parte se lo vogliamo veramente. La tradizione insegna che l'uomo deve conoscere e aver fiducia. Avendo risposto all'appello interiore e subendone coraggiosamente le conseguenze, l'uomo ha al suo fianco la divina provvidenza e finché la sua azione coincide con quella per cui la sua società è matura, egli sembra procedere col grande ritmo del processo storico. “Mi sento,” disse Napoleone all'inizio della campagna di Russia, “come trascinato verso una meta che non conosco. Non appena l'avrò raggiunta, appena non sarò più necessario, basterà un atomo a distruggermi. Fino a quel momento, tutte le forze della terra non potranno nulla contro di me.” Oggi pare invece che la tendenza sia verso il rifiuto e la disobbedienza all'appello interiore, il quali non sono altro che la rinuncia a qualcosa che si considera non più di particolare interesse. Il futuro viene concepito non come il dispiegarsi di un progetto, non come un eterno susseguirsi di morti e nascite all'interno di un disegno universale, ma come un meschino perpetuarsi del proprio attuale sistema di valori, ideali, pseudo virtù, aspirazioni e vantaggi. Non si è niente di più di “questo” corpo e anche qualora si credesse in un paradiso questo non è altro che un luogo pieno di miele, latte e vergini. Come nella vita di ogni giorno, nei miti e nei racconti popolari è descritta questa disobbedienza all'appello interiore, il volgersi verso altri interessi. Il mito però contiene anche le conseguenze del rifiuto all'appello dello spirito, anticipa quelle che saranno le condizioni della vita “reale” dopo tale rifiuto: immersione nella noia, nel lavoro, nella “cultura”. Il soggetto perde la capacità di compiere azioni significative e diviene una vittima da salvare. Il mondo si trasforma in un arido deserto dove la vita perde ogni significato anche se, come Minosse, si compiono sforzi titanici nella costruzione di favolosi imperi. Una volta rinnegata la realtà dello spirito l'idea stessa della divinità diviene un incubo. Quando uno è il Dio di se stesso, la volontà di Dio, il potere che potrebbe sfondare i confini del suo mondo egocentrico, diventa per lui un mostro. Come per quella esterna anche la libertà interiore diviene un territorio oscuro e terrificante, il quale viene a rappresentare tutto ciò per cui vi è una spiegazione standard, un sentito dire oppure, nella stragrande maggioranza dei casi, una discarica di cose a cui non si dà più importanza. Qualunque dimora si costruisca l'uomo in tali condizioni, non sarà altro che una dimora di morte: un labirinto chiuso da mura ciclopiche ove nascondere il proprio Minotauro. Tutto ciò che egli può fare è crearsi nuovi problemi e attendere il graduale avvicinarsi della disintegrazione. Quest'Uomo è perseguitato dall'essere divino che è l'immagine del proprio io vivente racchiuso nel labirinto della propria psiche. Parte dell'attuale inganno globale risiede nel far credere che il perdersi nel labirinto della mente rappresenti la vita stessa o almeno quanto di meglio abbiamo da fare in essa. Per questo l'Uomo attuale non riesce ad uscire dal labirinto: non ha la volontà di farlo. Non trova più la via che conduce alla porta poiché il suo spirito ha smarrito il suo “filo di Arianna”, l'ispirazione, la guida, il richiamo dell'anima che vuole essere conquistata.
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Nelle leggende, nelle fiabe, nei sogni o nel mito, in queste avventure v'è sempre una figura che appare all'improvviso quale guida, la cui comparsa segna l'inizio di un nuovo periodo, un nuovo stadio nella vita del protagonista, questa figura possiede sempre un fascino irresistibile. Tutte le mitologie maggiori presentano la solenne figura del maestro, del traghettatore. Nel mito classico è Hermes-Mercurio, in quello egiziano è solitamente Thot, in quello cristiano è lo Spirito Santo. Protettore e nemico, materno e paterno al tempo stesso, questa guida riunisce in sé tutte le ambiguità dell'inconscio, simboleggiando il sostegno offerto alla personalità fragile dell'uomo da un altro e più vasto sistema, ed al tempo stesso l'imperscrutabilità della guida che bisogna seguire mettendo a repentaglio tutti i fini razionali. Con la sua apparizione ciò che deve essere affrontato, che è in qualche modo profondamente familiare all'inconscio ma ignoto e persino spaventoso per il conscio, si palesa; e ciò che prima era pieno di significato diventa privo di valore. Per questo, anche se l'eroe torna per un certo periodo alle sue solite occupazioni, esse gli appaiono inutili e sterili. Cominciano allora a susseguirsi tutta una serie di segnali sempre più chiari, fino a che l'appello non può più essere frainteso. È l'inizio del viaggio, la “chiamata alle armi”, il principio della “Via Reale”, l'opportunità di intraprendere la via del guerriero. Il primo stadio del viaggio mitologico, l'appello, dimostra che il destino ha chiamato l'eroe e trasferito il suo centro spirituale di gravità dalla società in cui vive ad una zona sconosciuta. Questa regione fatale, piena di pericoli e tesori, viene presentata nel mito in vari modi: una terra lontana, un regno sotterraneo, un'isola ignota, un alta vetta ecc...Mentre l'uomo conduce la sua vita tranquilla, inerziale, qualche fenomeno attira il suo sguardo e lo trascina lontano dai sentieri percorsi dalle persone comuni. Le sue necessità divengono di natura completamente diversa, le superficiali attrattive del mondo materiale non lo soddisfano più e anzi si afferma un deliberato, terribile rifiuto a corrispondere a tutto ciò che non sia una più profonda, alta e completa risposta all'ignota richiesta di un vuoto interiore. Questo punto di svolta nel mito è spesso preannunciato da un messaggero, da un “araldo”, qualcosa che fornisce il pretesto iniziale, il marcatore tra il “prima” e il “dopo”. Nei racconti dei miti spesso l'araldo è un personaggio ripugnante e disprezzato, un rospo, un drago, il serpente (rettili...), è il rappresentante dell'inconscio in cui sono ammassati tutti i fattori, le leggi e gli elementi della vita che furono rifiutati, repressi, disprezzati, ignorati o non sviluppati. L'araldo o l'annunciatore dell'avventura, quindi, è spesso cupo, spaventoso e considerato malefico dal mondo; eppure a chi lo segue si schiude la via verso le tenebre ove rifulgono i gioielli. A volte, spesso nelle favole, l'araldo è un animale che simboleggia la repressa fecondità di istinti che è in tutti noi; altre volte è una misteriosa figura velata: l'ignoto. L'araldo può invitare a vivere o, in un momento successivo, a morire. Il suo invito può suonare come l'appello a una qualche impresa storica o può segnare l'inizio di una rivelazione religiosa. Come dicono i mistici, esso segna ciò che è stato definito “il risveglio dell'io”. In qualunque stadio della vita esso si presenti, l'appello solleva la cortina, rappresenta un mistero di trasfigurazione, un rito, un momento di passaggio che, una volta completo, assume il valore di una morte e di una rinascita. Viene superato il consueto orizzonte della vita; i vecchi ideali, principi e sentimenti non sono più validi; è giunto il momento di varcare la soglia. L'uomo normale è contentissimo, persino orgoglioso, di rimanere entro i confini segnati e le credenze popolari, per la maggior parte imposte, che lo autorizzano a trattenersi dal compiere anche un solo passo dentro le zone inesplorate. Può accadere però che chiunque, in qualsiasi società, intraprendendo il pericoloso viaggio nelle tenebre, scendendo, volontariamente o meno, lungo i sentieri tortuosi del proprio labirinto spirituale scopra un paese popolato di figure simboliche, ciascuna delle quali può inghiottirlo. Nel linguaggio dei mistici questo è il secondo stadio del Cammino, quello della “purificazione dell'io”, in cui i sensi vengono “puliti e umiliati” e le energie e gli interessi “concentrati su cose trascendentali”; in un linguaggio più moderno questo è il passaggio in cui vengono dissolte, trascese e trasmutate le immagini infantili del nostro personale passato. Miti, tradizioni e motivi popolari confermano e sottolineano il concetto che, come prima fase della via Reale, il varco della soglia sia una sorta di auto-annientamento. Procedere oltre significa spogliarsi, cambiare per procedere oltre il mondo visibile, ma anche procedere verso l'interno per rinascere. Questa fase corrisponde simbolicamente all'ingresso nel tempio, dove il devoto subisce una metamorfosi, poiché si sveste delle proprie qualità secolari e le lascia fuori. Una volta entrato, è come se egli fosse morto al mondo ed avesse fatto ritorno al Grembo del Mondo, all'Ombelico del Mondo, al Paradiso Terrestre nonché al ventre della balena. Da qui a seguire si incontreranno tutta una serie di prove affrontate dell'eroe, simboli di quelle crisi attraverso le quali la sua conoscenza viene ampliata, così da porlo in grado di sostenere il completo possesso della madre distruttrice, la sua inevitabile sposa. A questo punto l'eroe e il padre sono uno solo: egli, il suo spirito, ha preso il posto del padre. Presentato in questi termini estremi, il problema di intraprendere questa cosiddetta “Via Reale” può apparire remoto ai normali esseri umani. Nondimeno, qualsiasi incapacità di fronteggiare una situazione nella vita deve essere considerata, in ultima analisi, come una limitazione di conoscenza. Le guerre e le manifestazioni di rabbia sono dei prodotti dell'ignoranza; i rimpianti sono delle rivelazioni giunte troppo tardi. Il vero significato del mito del passaggio dell'eroe universale è che esso deve servire come regola generale agli uomini e alle donne, su qualunque gradino della scala essi si trovino.