Il mondo della libertà, libertà assoluta, è concepibile? Quale forma potrebbe avere tale “mondo della libertà”? Probabilmente risulterebbe essere un mondo dove non c'è niente, un mondo dove non c'è nessuno. Un mondo di piena e completa libertà è quello che non viene limitato da alcuno, nel senso che l'Essere che percepisce tale mondo non avrebbe limitazioni nelle sue azioni poiché non vi esisterebbero altri che potrebbero limitarle, nessun tipo di condivisione dello spazio-tempo, nessun Co-dominio; per contro non vi è nulla. Questa potrebbe essere la situazione descritta nelle prime righe della Genesi, situazione che possiamo tutti intuire se procediamo lungo questa via di “ricostruzione” della liberà assoluta. Uno spazio senza niente, un mondo senza niente e nessuno all'infuori di un Essere Unico, di un unica percezione, la sola che può fruire della libertà assoluta. In questo modo però l'Essere potrebbe anche dissolversi, svanire, Non-Essere poiché in quel mondo non c'è nient'altro che Lui, perché senza un altro Essere distinto Lui non può comprendere la sua stessa forma. La libertà totale è una condizione di pace completa, di quiete ma anche di stallo, in cui tutto è troppo vago e dove non si può afferrare nulla, nella quale l'Essere prova così ansia perché non ha immagine di se stesso, non sa “cosa deve fare” poiché in quel mondo può fare tutto ciò che vuole. L'angoscia porta così al Primo pensiero: “Cosa devo fare?”. La forza di questo pensiero equivale all'esplosione primordiale, a un “Big Bang”, una linea retta tracciata su un immenso foglio bianco, la prima Non-libertà, così nacquero il “sopra” e il “sotto” ma così scomparve anche la prima libertà e comparve la prima limitazione: l'inizio della “caduta”. Da quel momento l'Essere fu costretto a “stare in piedi sul sotto” ma si senti anche più tranquillo perché il suo mondo ottenne una semplificazione, un luogo più semplice ove esprimere la propria volontà. La possibilità dell'arbitrio divenne così conoscenza acquisita, insieme alla consapevolezza che il mondo stesso poteva essere cambiato con un atto di volontà: il sopra e il sotto non erano altro che la posizione del “punto di vista”. La posizione del mondo non rimaneva sempre la stessa poiché l'Essere, vivendo, cambiava il suo punto di vista modificando così il mondo. Qualcosa che muta con lo “scorrere del tempo” poiché anche questa fu la nascita di una ulteriore Non-libertà, il Tempo, la quale divenne però una ulteriore possibilità di scelta, un nuovo atto di volontà. La forma del mondo, nonché la sua percezione, sono atti di volontà. L'Infinito come stato originario, etimologicamente parlando, è ciò che non ha limiti e che non può ammettere nessuna restrizione, il che lo pone come assolutamente incondizionato e indeterminato, poiché qualunque determinazione sarebbe una limitazione, proprio in quanto lascia qualcosa all'esterno di sé. La libertà quindi è inversamente proporzionale alla volontà, una scelta fra possibilità limitate al contrario di prima, nell'Infinito illimitato, dove però non vi era nemmeno scelta. Ma c'era un altro passo che l'Essere doveva fare per comprendersi, per capire la propria forma: specchiarsi. Senza un altro Essere distinto Egli non poteva comprendere la propria forma e così si sdoppiò, si divise, osservando l'Altro fatto a sua immagine e somiglianza cominciò così l'apprendimento, iniziò la Storia. La divisione dell'Unità, o Dualizzazione, si trova e si ritroverà sempre e dovunque nella storia della Natura, cioè nel mondo manifesto. Il principio originario di questa divisione primordiale diverrà materia d'insegnamenti religiosi diversamente espressi. Nei Testi delle Piramidi, riguardanti la vita del Re nell'altro mondo, il Re viene talvolta assimilato ad Atoum, “colui che si è fatto da se stesso”, e a tutta l'opera della Genesi. Il Re è considerato come il prodotto finale preconcepito, esistente virtualmente fin dall'inizio. Atoum è inizialmente un Fuoco coagulante invisibile, la spinta alla vita apparente materiale e la negazione dell'Essere unico originale. Il papiro di Nesiamsu specifica che “Quando Atoum fu sorto dal Noun, l'acqua primordiale, prima che il cielo e la terra fossero nati e prima che un solo verme o un rettile fossero creati, egli non trovò alcun luogo ove potersi mettere...”[1]. La quiete della libertà assoluta viene infranta per la prima volta, il primo cerchio viene tracciato, un sopra e un sotto, un dentro e un fuori, la Prima Causa ed il Primo Effetto. La Causa viene assorbita da una resistenza della sua stessa natura e produce un effetto per reazione. Una causa non produce mai un effetto diretto, in quanto essa rimane astrazione finché manca la resistenza. Lo stato iniziale era il regno della complementazione e dell'equilibrio totali, ma qualsiasi complementazione è quiete, negazione, morte. La reazione è Vita. Noun è l'ambiente astratto primordiale, l'Infinito simboleggiato dalle Acque, l'Oceano cosmico, in cui Atoum è sorto senza però avere un posto cui potesse aggrapparsi ed egli “sorse” come una collina. La misteriosa azione divina della scissione primordiale che si coagulerà nella prima Terra la quale imprigionerà il Fuoco, la semenza, il Verbo che produrrà tutto l'Universo sensibile. Noun, l'Oceano primordiale, è però qualcosa di diverso da Nou, l'Acqua primordiale, poiché rappresenta lo Zero metafisico, il Non-Essere che contiene ancora tutte le possibilità inespresse. Sempre nei Testi delle Piramidi si trova la creazione del “Re” da parte di suo padre Atoum e la sua genesi nel mondo inferiore prima che tutte le cose esistano. Senza forma visibile o tangibile, l'immagine concepita dall'Essere Unico è semenza e modello, l'Idea attorno a cui si coagulerà la sostanza senza forma di un essere vivente completo, pensato dalla Potenza. Da questa azione, da questa volontà, risulteranno anche tutte le finalità transitorie, le tappe formali intermedie. Un pensiero dell'Essere unico che si sdoppia in una dualità, un cielo e una terra, lo spirito e la materia, che obbliga una sostanza passiva, “Terra”, ad accogliere una semenza (Spirito-Fuoco-Idea) e a divenire quel prodotto, quell'erede ad “immagine e somiglianza” della divinità: l'Uomo. Il “Divenire”, ovvero la “storia” che si snoda da quel momento primario, inconoscibile, ha tutte le caratteristiche di un'opera, di una “Grande Opera” le cui fasi di realizzazione si rivelano nella composizione dell'uomo. L'essere umano è la dimostrazione effettiva di ciò che le diverse teogonie, teologie e testi affermano riguardo la materia, le forme e di ciò che anima tali forme, costituendo così l'immagine sacra: lo Spirito, l'Anima e il Corpo riuniti. L'Uno, che è l'”Alto”, nel dividersi dà luogo a un Divisore, che è il “Basso”, che aumenta sempre di più di grandezza, mentre la frazione dell'Unità, vale a dire la sua intensità, diminuisce in proporzione. Quest'immagine rende sensibili gli effetti relativi delle “frazioni”: i fenomeni che compongono il nostro universo. La molteplicità è compresa nell'unità primordiale e non cessa di esservi compresa con il suo sviluppo in modo manifestato. Una di queste manifestazioni, l'uomo, occupa per così dire una posizione privilegiata per il fatto di trovarsi nel gradino più “basso”, questo non per una sua inferiorità poiché in “alto” stanno i minerali, le piante e le forme di vita più semplici, meno frazionate, mentre invece l'essere più complesso, almeno su questa terra, è quello più frazionato quindi per questo capace di riflessività, necessità di riunione e quindi spinto alla comprensione, allo sviluppo della Coscienza. È nel punto più basso che si trova lo scopo finale, l'immagine speculare. In tutti i tempi le tradizioni religiose hanno affermato la stessa verità che si traduce nella conoscenza di un Dono divino, accordato all'umanità, attraverso il quale questa dovrà riconoscere la propria origine ed il proprio fine, la possibilità di un “ritorno consapevole” verso la sorgente. L'Uomo ha cercato dentro di sé la propria ragion d'essere, poi la causa del proprio essere e infine, a misura di se stesso, ha immaginato un certo ordine per il divenire del tutto. Non riuscendo a trovare una Causa iniziale definibile, egli l'ha chiamata Dio, poiché questi deriva da lui, fatto a sua immagine. Se l'uomo non fosse formato ad immagine di Dio, il soffio divino non avrebbe mai potuto animarlo per prenderne possesso come sua casa provvisoria sulla Terra. Il corpo mortale animato dal soffio immortale diventa così il Tempio. L'incarnazione dell'universo nell'uomo costituisce il tema fondamentale di tutte le religioni rivelate. Non esistono due mondi, l'uno piccolo e l'altro grande, vi è un unico mondo che offre un unico percorso per il suo compimento, l'Uomo raffigura la totalità di esso poiché comprende tutti i regni che lo compongono, dalla materia più “nera” alla luce più “bianca”. L'Animazione rappresenta il momento tragico, la “caduta”, poiché l'Essere che anima, che è Anima, viene costretto a un dato ritmo, ad una limitazione della sua libertà e dovrà seguire il suo cammino fino ad essere liberato da questa costrizione. L'animazione fetale è l'immagine di questa tragedia. L'ereditarietà e tutte le particolarità della condizione umana costringono l'anima ad una presenza fisica momentanea. L'Anima dovrà subire tutta l'evoluzione attuale e futura di questo specifico essere umano, pur restando, per sua natura, indivisa dall'Essere che anima il tutto. Per gli antichi egiziani questa era la Legge di Osiride, la legge dei cicli di costante rigenerazione, la quale durerà fino a quando l'opera finale di perfezione non sarà compiuta e alla cessazione delle forme transitorie, il ritorno allo stato causale implicante la riunione di tutte le esperienze dell'esistenza, la liberazione dell'Essere animante dalle forme passeggere mortali. Ma quando sarà quel momento? Il Tempio faraonico lo colloca e lo celebra col compimento nell'uomo dell'opera cosmica, il Re, l'uomo assurto al divino, l'Horus. Questa era per gli antichi egiziani la “Via Reale”, chiamata anche “il cammino diretto”. Questa è la via specificamente umana, il raggiungimento dello scopo finale non attraverso la passività delle reincarnazioni ma attraverso l'Opera cosciente ed è anche quella che distingue i “liberati” da coloro che rimangono. La via di Osiride non viene imposta da nessuno: dal momento che un uomo nasce sulla terra, egli entra nel ciclo da cui non può uscire senza annullare le cause di disarmonia da lui stesso generate. La differenza nella Via Reale sta nella risoluzione cosciente e volontaria della disarmonia, la via “attiva” e cosciente, contrapposta a quella “passiva” e non-cosciente priva di volontà. Liberare il Verbo divino dalla sua prigione terrestre, ecco l'obiettivo proposto da tutte le rivelazioni spirituali. Se questo nobile fine viene proposto a tutti gli uomini, il mezzo per raggiungerlo è la Conoscenza che apre le porta ad ogni potere umano: lo Spirito, il Ka. Mentre il Ba rappresenta l'Anima, l'energia cosmica che dona la vita, inseparabile dalla sua sorgente e che mira alla riunione, il Ka è ciò che “tiene” quest'Anima, le conferisce una forma, una soggettività, una individualità. Per Anima tutto questo rappresenta solo una prigione dalla quale liberarsi, una condizione da cui essa vorrebbe fuggire mentre lo Spirito, il Ka, il carattere spirituale, è ciò che possiede coscienza ed accumula conoscenza, ha una trasformazione evolutiva e tende verso un fine, sarà più corporale negli umani vicini alla terra, attaccati al loro suolo, diventando più spirituale via via che l'essere umano esaurisce i suoi legami terrestri, mano a mano che la sua coscienza si espande e “ricorda” chi egli è in realtà. La rinascita definitiva o resurrezione è la complementazione assoluta tra il Ba volatile, sottile e sfuggente, e il Ka fisso energetico che è l'amante di Ba. Il Corpo altro non è che il Tempio, il luogo che accoglie questa riunione. La storia della Liberazione dell'occhio di Horus e di Horus figlio di Iside e di Osiride, come i testi dei Profeti, non fanno che riprendere il medesimo tema anche se l'immagine cristica offertaci dai Vangeli è quella che descrive meglio questa Via Reale.
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Esiste ciò che l'uomo guarda e ciò che, dentro di lui, viene guardato. Ciò che vede al di fuori di sé è parziale, mentre ciò che in lui vede è totale. Ovviamente in realtà lo stato umano è soltanto uno stato di manifestazione come tutti gli altri, fra un numero indefinito di altri; esso si trova, nella gerarchia dei gradi dell'esistenza, nella posizione assegnatagli dalla sua stessa natura, cioè dal carattere limitante delle condizioni che lo definiscono ma questa posizione non gli conferisce né superiorità né inferiorità assolute. Lo smarrimento e la tristezza possono coglierlo in qualunque momento poiché dentro di sé possiede una sorgente di vita, un anima, che è e sempre sarà parte integrante dell'infinito stesso ma che soffre per una situazione transitoria di cui si vuole liberare. Non è scorretto affermare che Anima vuole morto il suo contenitore, l'uomo, per il quale essa non è altro che la costante nostalgia di un mondo perduto, di un regno della felicità dove non c'era differenza tra le cose poiché non vi era nessuno a cui chiedere la differenza. Lo Spirito dell'uomo invece è quello di un soldato, arruolatosi volontariamente, che lo costringe a lasciare quel mondo per la Jihad, la guerra santa che altro non è che la lotta per l'acquisizione della propria identità, della propria coscienza. Lo Spirito protettore strappa l'uomo dalle azioni inconsce, contraddittorie, passive e impersonali dell'Anima, lo spinge a domarle e a diventarne sovrano. La guerra santa da condurre è quella per il “possesso” della propria Anima. Il mondo della libertà totale privo di limitazioni, da cui l'Anima proviene, non è il mondo attuale degli uomini, quello in cui essi vivono e soffrono, la loro parte animica a volte conferisce loro la vanità di credere di vivere in due mondi diversi, ma è solo vanità. L'uomo pensa e combatte la sua battaglia per la Coscienza in questo mondo in gran parte ancora ignoto poiché, come disse Milton: “lunga ed impervia è la strada che dall'inferno si snoda verso la luce”. Per una parte dell'uomo questo mondo altro non è che un inferno, una prigione, mentre per l'altra è un campo di battaglia in cui esprimere le proprie capacità e le proprie “strategie”. Questa guerra l'uomo la potrà vincere o perdere, ma non avrà ceduto senza combattere poiché sta proprio nella lotta il significato ultimo. L'uomo vive solo per imparare, se impara e perché quella è la natura del suo destino, nel bene e nel male. Nel pensiero faraonico, l'Uomo è l'Antropocosmo, un Tutto. Delfi riprende questo concetto con la famosa formula “ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ” (“Γνώθι σεατόν” - “Gnòthi Seautòn”), “Conosci te stesso” e conoscerai l'universo e gli Dei mentre il vangelo dice “Ecce Homo”, guardate la manifestazione di Dio.
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[1] Tratto da: La teocrazia faraonica di R. A. Schwaller de Lubicz







