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venerdì 30 settembre 2011

"La Via Reale - parte I" di Fabio Saccenti

Il mondo della libertà, libertà assoluta, è concepibile? Quale forma potrebbe avere tale “mondo della libertà”? Probabilmente risulterebbe essere un mondo dove non c'è niente, un mondo dove non c'è nessuno. Un mondo di piena e completa libertà è quello che non viene limitato da alcuno, nel senso che l'Essere che percepisce tale mondo non avrebbe limitazioni nelle sue azioni poiché non vi esisterebbero altri che potrebbero limitarle, nessun tipo di condivisione dello spazio-tempo, nessun Co-dominio; per contro non vi è nulla. Questa potrebbe essere la situazione descritta nelle prime righe della Genesi, situazione che possiamo tutti intuire se procediamo lungo questa via di “ricostruzione” della liberà assoluta. Uno spazio senza niente, un mondo senza niente e nessuno all'infuori di un Essere Unico, di un unica percezione, la sola che può fruire della libertà assoluta. In questo modo però l'Essere potrebbe anche dissolversi, svanire, Non-Essere poiché in quel mondo non c'è nient'altro che Lui, perché senza un altro Essere distinto Lui non può comprendere la sua stessa forma. La libertà totale è una condizione di pace completa, di quiete ma anche di stallo, in cui tutto è troppo vago e dove non si può afferrare nulla, nella quale l'Essere prova così ansia perché non ha immagine di se stesso, non sa “cosa deve fare” poiché in quel mondo può fare tutto ciò che vuole. L'angoscia porta così al Primo pensiero: “Cosa devo fare?”. La forza di questo pensiero equivale all'esplosione primordiale, a un “Big Bang”, una linea retta tracciata su un immenso foglio bianco, la prima Non-libertà, così nacquero il “sopra” e il “sotto” ma così scomparve anche la prima libertà e comparve la prima limitazione: l'inizio della “caduta”. Da quel momento l'Essere fu costretto a “stare in piedi sul sotto” ma si senti anche più tranquillo perché il suo mondo ottenne una semplificazione, un luogo più semplice ove esprimere la propria volontà. La possibilità dell'arbitrio divenne così conoscenza acquisita, insieme alla consapevolezza che  il mondo stesso poteva essere cambiato con un atto di volontà: il sopra e il sotto non erano altro che la posizione del “punto di vista”. La posizione del mondo non rimaneva sempre la stessa poiché l'Essere, vivendo, cambiava il suo punto di vista modificando così il mondo. Qualcosa che muta con lo “scorrere del tempo” poiché anche questa fu la nascita di una ulteriore Non-libertà, il Tempo, la quale divenne però una ulteriore possibilità di scelta, un nuovo atto di volontà. La forma del mondo, nonché la sua percezione, sono atti di volontà. L'Infinito come stato originario, etimologicamente parlando, è ciò che non ha limiti e che non può ammettere nessuna restrizione, il che lo pone come assolutamente incondizionato e indeterminato, poiché qualunque determinazione sarebbe una limitazione, proprio in quanto lascia qualcosa all'esterno di sé. La libertà quindi è inversamente proporzionale alla volontà, una scelta fra possibilità limitate al contrario di prima, nell'Infinito illimitato, dove però non vi era nemmeno scelta. Ma c'era un altro passo che l'Essere doveva fare per comprendersi, per capire la propria forma: specchiarsi. Senza un altro Essere distinto Egli non poteva comprendere la propria forma e così si sdoppiò, si divise, osservando l'Altro fatto a sua immagine e somiglianza cominciò così l'apprendimento, iniziò la Storia. La divisione dell'Unità, o Dualizzazione, si trova e si ritroverà sempre e dovunque nella storia della Natura, cioè nel mondo manifesto. Il principio originario di questa divisione primordiale diverrà materia d'insegnamenti religiosi diversamente espressi. Nei Testi delle Piramidi, riguardanti la vita del Re nell'altro mondo, il Re viene talvolta assimilato ad Atoum, “colui che si è fatto da se stesso”, e a tutta l'opera della Genesi. Il Re è considerato come il prodotto finale preconcepito, esistente virtualmente fin dall'inizio. Atoum è inizialmente un Fuoco coagulante invisibile, la spinta alla vita apparente materiale e la negazione dell'Essere unico originale. Il papiro di Nesiamsu specifica che “Quando Atoum fu sorto dal Noun, l'acqua primordiale, prima che il cielo e la terra fossero nati e prima che un solo verme o un rettile fossero creati, egli non trovò alcun luogo ove potersi mettere...[1]. La quiete della libertà assoluta viene infranta per la prima volta, il primo cerchio viene tracciato, un sopra e un sotto, un dentro e un fuori, la Prima Causa ed il Primo Effetto. La Causa viene assorbita da una resistenza della sua stessa natura e produce un effetto per reazione. Una causa non produce mai un effetto diretto, in quanto essa rimane astrazione finché manca la resistenza. Lo stato iniziale era il regno della complementazione e dell'equilibrio totali, ma qualsiasi complementazione è quiete, negazione, morte. La reazione è Vita. Noun è l'ambiente astratto primordiale, l'Infinito simboleggiato dalle Acque, l'Oceano cosmico, in cui Atoum è sorto senza però avere un posto cui potesse aggrapparsi ed egli “sorse” come una collina. La misteriosa azione divina della scissione primordiale che si coagulerà nella prima Terra la quale imprigionerà il Fuoco, la semenza, il Verbo che produrrà tutto l'Universo sensibile. Noun, l'Oceano primordiale, è però qualcosa di diverso da Nou, l'Acqua primordiale, poiché rappresenta lo Zero metafisico, il Non-Essere che contiene ancora tutte le possibilità inespresse. Sempre nei Testi delle Piramidi si trova la creazione del “Re” da parte di suo padre Atoum e la sua genesi nel mondo inferiore prima che tutte le cose esistano. Senza forma visibile o tangibile, l'immagine concepita dall'Essere Unico è semenza e modello, l'Idea attorno a cui si coagulerà la sostanza senza forma di un essere vivente completo, pensato dalla Potenza. Da questa azione, da questa volontà, risulteranno anche tutte le finalità transitorie, le tappe formali intermedie. Un pensiero dell'Essere unico che si sdoppia in una dualità, un cielo e una terra, lo spirito e la materia, che obbliga una sostanza passiva, “Terra”, ad accogliere una semenza (Spirito-Fuoco-Idea) e a divenire quel prodotto, quell'erede ad “immagine e somiglianza” della divinità: l'Uomo. Il “Divenire”, ovvero la “storia” che si snoda da quel momento primario, inconoscibile, ha tutte le caratteristiche di un'opera, di una “Grande Opera” le cui fasi di realizzazione si rivelano nella composizione dell'uomo. L'essere umano è la dimostrazione effettiva di ciò che le diverse teogonie, teologie e testi affermano riguardo la materia, le forme e di ciò che anima tali forme, costituendo così l'immagine sacra: lo Spirito, l'Anima e il Corpo riuniti. L'Uno, che è l'”Alto”, nel dividersi dà luogo a un Divisore, che è il “Basso”, che aumenta sempre di più di grandezza, mentre la frazione dell'Unità, vale a dire la sua intensità, diminuisce in proporzione. Quest'immagine rende sensibili gli effetti relativi delle “frazioni”: i fenomeni che compongono il nostro universo. La molteplicità è compresa nell'unità primordiale e non cessa di esservi compresa con il suo sviluppo in modo manifestato. Una di queste manifestazioni, l'uomo, occupa per così dire una posizione privilegiata per il fatto di trovarsi nel gradino più “basso”, questo non per una sua inferiorità poiché in “alto” stanno i minerali, le piante e le forme di vita più semplici,  meno frazionate, mentre invece l'essere più complesso, almeno su questa terra, è quello più frazionato quindi per questo capace di riflessività, necessità di riunione e quindi spinto alla comprensione, allo sviluppo della Coscienza. È nel punto più basso che si trova lo scopo finale, l'immagine speculare. In tutti i tempi le tradizioni religiose hanno affermato la stessa verità che si traduce nella conoscenza di un Dono divino, accordato all'umanità, attraverso il quale questa dovrà riconoscere la propria origine ed il proprio fine, la possibilità di un “ritorno consapevole” verso la sorgente. L'Uomo ha cercato dentro di sé la propria ragion d'essere, poi la causa del proprio essere e infine, a misura di se stesso, ha immaginato un certo ordine per il divenire del tutto. Non riuscendo a trovare una Causa iniziale definibile, egli l'ha chiamata Dio, poiché questi deriva da lui, fatto a sua immagine. Se l'uomo non fosse formato ad immagine di Dio, il soffio divino non avrebbe mai potuto animarlo per prenderne possesso come sua casa provvisoria sulla Terra. Il corpo mortale animato dal soffio immortale diventa così il Tempio. L'incarnazione dell'universo nell'uomo costituisce il tema fondamentale di tutte le religioni rivelate. Non esistono due mondi, l'uno piccolo e l'altro grande, vi è un unico mondo che offre un unico percorso per il suo compimento, l'Uomo raffigura la totalità di esso poiché comprende tutti i regni che lo compongono, dalla materia più “nera” alla luce più “bianca”. L'Animazione rappresenta il momento tragico, la “caduta”, poiché l'Essere che anima, che è Anima, viene costretto a un dato ritmo, ad una limitazione della sua libertà e dovrà seguire il suo cammino fino ad essere liberato da questa costrizione. L'animazione fetale è l'immagine di questa tragedia. L'ereditarietà e tutte le particolarità della condizione umana costringono l'anima ad una presenza fisica momentanea. L'Anima dovrà subire tutta l'evoluzione attuale e futura di questo specifico essere umano, pur restando, per sua natura, indivisa dall'Essere che anima il tutto. Per gli antichi egiziani questa era la Legge di Osiride, la legge dei cicli di costante rigenerazione, la quale durerà fino a quando l'opera finale di perfezione non sarà compiuta e alla cessazione delle forme transitorie, il ritorno allo stato causale implicante la riunione di tutte le esperienze dell'esistenza, la liberazione dell'Essere animante dalle forme passeggere mortali. Ma quando sarà quel momento? Il Tempio faraonico lo colloca e lo celebra col compimento  nell'uomo dell'opera cosmica, il Re, l'uomo assurto al divino, l'Horus. Questa era per gli antichi egiziani la “Via Reale”, chiamata anche “il cammino diretto”. Questa è la via specificamente umana, il raggiungimento dello scopo finale non attraverso la passività delle reincarnazioni ma attraverso l'Opera cosciente ed è anche quella che distingue i “liberati” da coloro che rimangono. La via  di Osiride non viene imposta da nessuno: dal momento che un uomo nasce sulla terra, egli entra nel ciclo da cui non può uscire senza annullare le cause di disarmonia da lui stesso generate. La differenza nella Via Reale sta nella risoluzione cosciente e volontaria della disarmonia, la via “attiva” e cosciente, contrapposta a quella “passiva” e non-cosciente priva di volontà. Liberare il Verbo divino dalla sua prigione terrestre, ecco l'obiettivo proposto da tutte le rivelazioni spirituali. Se questo nobile fine viene proposto a tutti gli uomini, il mezzo per raggiungerlo è la Conoscenza che apre le porta ad ogni potere umano: lo Spirito, il Ka.  Mentre il Ba rappresenta l'Anima, l'energia cosmica che dona la vita, inseparabile dalla sua sorgente e che mira alla riunione, il Ka è ciò che “tiene” quest'Anima, le conferisce una forma, una soggettività, una individualità. Per Anima tutto questo rappresenta solo una prigione dalla quale liberarsi, una condizione da cui essa vorrebbe fuggire  mentre lo Spirito, il Ka,  il carattere spirituale, è ciò che possiede coscienza ed accumula conoscenza, ha una trasformazione evolutiva e tende verso un fine, sarà più corporale negli umani vicini alla terra, attaccati al loro suolo, diventando più spirituale via via che l'essere umano esaurisce i suoi legami terrestri, mano a mano che la sua coscienza si espande e “ricorda” chi egli è in realtà. La rinascita definitiva o resurrezione è la complementazione assoluta tra il Ba volatile, sottile e sfuggente, e il Ka fisso energetico che è l'amante di Ba. Il Corpo altro non è che il Tempio, il luogo che accoglie questa riunione. La storia della Liberazione dell'occhio di Horus e  di Horus figlio di Iside e di Osiride, come i testi dei Profeti, non fanno che riprendere il medesimo tema anche se l'immagine cristica offertaci dai Vangeli è quella che descrive meglio questa Via Reale.
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Esiste ciò che l'uomo guarda e ciò che, dentro di lui, viene guardato. Ciò che vede al di fuori di sé è parziale, mentre ciò che in lui vede è totale. Ovviamente in realtà lo stato umano è soltanto uno stato di manifestazione come tutti gli altri, fra un numero indefinito di altri; esso si trova, nella gerarchia dei gradi dell'esistenza, nella posizione assegnatagli dalla sua stessa natura, cioè dal carattere limitante delle condizioni che lo definiscono ma questa posizione non gli conferisce né superiorità né inferiorità assolute. Lo smarrimento e la tristezza possono coglierlo in qualunque momento poiché dentro di sé possiede una sorgente di vita, un anima, che è e sempre sarà parte integrante dell'infinito stesso ma che soffre per una situazione transitoria di cui si vuole liberare. Non è scorretto affermare che Anima vuole morto il suo contenitore, l'uomo, per il quale essa non è altro che la costante nostalgia di un mondo perduto, di un regno della felicità dove non c'era differenza tra le cose poiché non vi era nessuno a cui chiedere la differenza. Lo Spirito dell'uomo invece è quello di un soldato, arruolatosi volontariamente, che lo costringe a lasciare quel mondo per la Jihad, la guerra santa che altro non è che la lotta per l'acquisizione della propria identità, della propria coscienza. Lo Spirito protettore strappa l'uomo dalle azioni inconsce, contraddittorie, passive e impersonali dell'Anima, lo spinge a domarle e a diventarne sovrano. La guerra santa da condurre è quella per il “possesso” della propria Anima. Il mondo della libertà totale privo di limitazioni, da cui l'Anima proviene, non è il mondo attuale degli uomini, quello in cui essi vivono e soffrono, la loro parte animica a volte conferisce loro la vanità di credere di vivere in due mondi diversi, ma è solo vanità. L'uomo pensa e combatte la sua battaglia per la Coscienza in questo mondo in gran parte ancora ignoto poiché, come disse Milton: “lunga ed impervia è la strada che dall'inferno si snoda verso la luce”. Per una parte dell'uomo questo mondo altro non è che un inferno, una prigione, mentre per l'altra è un campo di battaglia in cui esprimere le proprie capacità e le proprie “strategie”. Questa guerra l'uomo la potrà vincere o perdere, ma non avrà ceduto senza combattere poiché sta proprio nella lotta il significato ultimo. L'uomo vive  solo per imparare, se impara e perché quella è la natura del suo destino, nel bene e nel male. Nel pensiero faraonico, l'Uomo è l'Antropocosmo, un Tutto. Delfi riprende questo concetto con la famosa formula “ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ” (“Γνώθι σεατόν” - “Gnòthi Seautòn”), “Conosci te stesso” e conoscerai l'universo e gli Dei mentre il vangelo dice “Ecce Homo”, guardate la manifestazione di Dio.
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[1] Tratto da: La teocrazia faraonica di R. A. Schwaller de Lubicz

martedì 20 settembre 2011

"La Cronaca di Akakor - parte VI" di Maurizio Rucco

La Cronaca di Akakor è la storia degli Ugha Mongulala, come i nostri Primi Maestri discesi dal Cielo chiamarono il mio popolo. Tramite la Cronaca, viene rivelato ciò che per i barbari bianchi è nascosto e misterioso: il periodo in cui gli Dei erano sulla Terra, le dimore sotterranee lasciateci da Loro, le gesta di Ina il primo principe e diretto discendente, l'impero di Lhasa loro figlio, le grandi catastrofi, l'arrivo dei Goti con le loro navi, il declino dell'impero, l'alleanza con i tedeschi. Le schermaglie tra noi ed i bianchi continuavano incessantemente, anche se rare erano le grandi battaglie. Una avvenne nel 1936 d.C., quando una spedizione uccise tutta la tribù alleata dei Cuori Neri e ne saccheggiò le tombe in cerca d'oro; il nostro popolo gridò vendetta ed il principe Sinkaia si mise alla testa degli Ugha Moungulala e con guerrieri scelti attaccammo un villaggio di bianchi chiamato Santa Maria; uccidemmo tutti, solo tre donne scamparono all'attacco e furono fatte prigioniere, ma tre di esse annegarono nel fiume tentando di scappare. Reinha la donna rimasta viva, veniva da un paese lontano chiamato Germania, portata dai suoi capi per convertire le tribù degenerate al simbolo della croce; subito si guadagnò la fiducia della mia gente, aiutando i feriti e discorrendo con i sacerdoti per scambiare informazioni sul testamento dei Maestri. Il principe Sinkaia, primogenito di Uma discendente di Lhasa figlio degli Dei, la osservava con attenzione, nutrendo un forte affetto per lei, finchè lei saputo ciò, rinunciò alla croce, per diventare Principessa. Nel 1937 Reinha diede un figlio a Sinkaia, e nacqui io Tatunca Nara, il primogenito. Quattro anni dopo Lei tornò a casa, prese accordi ad Est, sull'Oceano, e con una nave partì come nostra ambasciatrice; dopo ventidue lune tornò con tre capi del suo popolo e concordammo un patto: la tribù moriva di fame sotto i colpi dei bianchi, ma i tedeschi promisero di tornare con un esercito armato con l'intento di sgominare tutti i nostri nemici, ed a quel punto loro si sarebbero tenuti tutte le città costiere e noi tutte le regioni del Grande Fiume, un tempo nostre. Tornammo allegri e facemmo grandi feste, animati dalla speranza dataci. Tra il 1941 ed il 1945 continuarono ad affluire soldati tedeschi: si imbarcavano in una città chiamata Marsiglia, ed a bordo di una nave che si muoveva sott'acqua giungevano alla foce del Grande Fiume, dove li aspettavano i nostri alleati che li accompagnavano da noi tra il Brasile ed il Perù, dopo un viaggio che durava circa cinque lune. Portavano con loro armi che maneggiammo per la prima volta, cannoni, fucili, pistole, granate, e strane tecnologie come barche gonfiabili, case di plastica, occhiali per vedere da lontano, strani gas mortali. Ci preparammo per il grande attacco finale, fiduciosi che dal mare un impressionante legione di tedeschi alleati ci avrebbe supportato: eravamo dodicimila pronti a tutto. Ma l'ordine di attacco non venne mai dato, giunse un ultimo gruppo di tedeschi con tristi notizie, essi avevano perso! Forze immani avevano distrutto il loro paese e nessuno sarebbe venuto ad aiutarci. Ci ritirammo, ma dovemmo decidere che fare dei soldati tedeschi che non avrebbero mai più potuto tornare a casa. Essi non conoscevano il Testamento degli Dei, non comprendevano la nostra lingua, né la nostra scrittura. Infine Reinha ebbe la meglio al Gran Consiglio, impose la sua volontà, e, come i Goti 1500 anni prima, divennero parte integrante del mio popolo. I Sacerdoti fecero un ottimo lavoro, unirono i simboli della scrittura dei nostri Padri, con le lettere dei soldati, ed adottarono alcuni vocaboli della loro lingua, così in breve la comunicazione non fu un ostacolo utilizzando la nuova lingua tedesco/quechua; inoltre per facilitarne l'integrazione, ad alcuni dei loro capi vennero affidate alte cariche amministrative. Essi ci cambiarono la vita, usando il legno per fare letti tavoli e sedie, migliorarono i nostri telai insegnando alle donne a tessere nuovi abiti coprenti tutto il corpo, disboscarono due valli e vi piantarono patate e grano, allevarono grandi mandrie di pecore, e, più importante, formarono le loro famiglie dando ai loro figli, come nostra tradizione, nomi di animali selvaggi, di forti alberi, di torrenti veloci, di alte montagne. Facevano sempre e bene il loro dovere. Alla fine di ogni Luna, si riunivano per una festa sulla cima del Monte Akai, cantavano canzoni della loro terra e bevendo il succo di mais fermentato si cimentavano in tornei di un gioco chiamato Scacchi, facendo festa fino a notte fonda, per poi tornare in piena serenità alle loro abitazioni e riprendere la vita con le loro famiglie.

"Il caso di Enrique Castillo Rincon" di Umberto Visani

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Introduzione
Il tema del contattismo è da sempre oggetto di forte dibattito. Alcuni ricercatori sono soliti affermare che, data l'intrinseca stranezza di quanto raccontato dai presunti contattati, l'origine del fenomeno sia da ricercarsi nelle fervide menti di questi ultimi. Tale punto di vista è senza dubbio estremamente deleterio e poco scientifico dal momento che non conduce ad alcuna accurata indagine ma si limita a non verificare le ipotesi in ossequio a una tesi preconcetta. Al contrario, molti altri studiosi contestano questo pseudo metodo di indagine aprioristico e cercano di esaminare con cura tutte le testimonianze. Un caso molto interessante e, al tempo stesso, poco noto, è quello che vide protagonista, per la durata di oltre un decennio tra gli anni Sessanta e Settanta, Enrique Castillo Rincòn. La storia narrata da Castillo mostra vari elementi di eccentricità rispetto ai moderni casi di abductions e presenta, come vedremo, forti somiglianze con le vicende narrate da celebri contattisti dell'epoca.
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Il primo contatto con l'ignoto
Nel giugno 1963 Castillo, giovane trentenne, impiegato presso l'Azienda per l'Elettricità del Costa Rica, lavorava alla costruzione di un posto di osservazione nei pressi del cratere del vulcano Irazù. Un giorno, insieme a due colleghi, vide due velivoli arancioni di forma lenticolare con un diametro di circa quarantacinque metri che si spostavano nel cielo a circa trecento metri al di sopra del cratere. Come riportato nel suo saggio "OVNI: Gran Alborada Humana", uno dei due oggetti si abbassò di alcune decine di metri con il tipico movimento a foglia morta (caratteristica comune a molti avvistamenti) mutando il proprio colore verso una tonalità plumbea. La sensazione provata da Castillo e dai suoi colleghi fu quella di essere sopra un formicaio tanto era il prurito avvertito su tutto il corpo. All'improvviso, dalla cupola dell'ufo, in contemporanea all'apertura di una porta, fuoriuscì una sorta di periscopio sopra al quale si muoveva un oggetto a forma di martello che ruotava velocemente emettendo una luce viola. Dopo qualche minuto, rientrato il periscopio, il velivolo scomparve a velocità elevatissima. Turbati ma al tempo stesso consapevoli della sorte che attende coloro che narrano vicende ai confini della realtà, i tre testimoni in un primo momento decisero di non rivelare alcunché. Dopo poche ore, tuttavia, un forte malessere accompagnato da vertigini e vomito si impossessò di loro inducendoli, nel timore di essere stati esposti a radiazioni, a farsi esaminare in un ospedale di San José, dove però non venne rilevata alcuna alterazione fisica.
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Fenomeni inquietanti
Se la vicenda di Castillo fosse terminata qui, saremmo in presenza di un tipico avvistamento di un oggetto volante non identificato la cui vicinanza aveva prodotto effetti fisici tangibili. Ma il caso Castillo è molto più sfaccettato e complesso. A due mesi di distanza dall'avvistamento, una notte Castillo udì echeggiare nella propria testa un rumore fortissimo che, dopo poco, comprese di aver udito già una volta in vita sua: il giorno dell'avvistamento dei due Ufo. Il fenomeno si ripeté la notte successiva e il rumore, questa volta non solo udibile da Castillo, venne percepito anche dalla moglie Beatriz. Colto da forte interesse per le tematiche ufologiche, Castillo fondò un gruppo di studio sugli Ufo. Nel 1968 egli si trasferì a Brasilia per motivi di lavoro. Erano passati circa cinque anni dal primo avvistamento e l'ignoto pareva essersi definitivamente allontanato dalla sua vita, finché un giorno, mentre percorreva in automobile una strada che porta da San Paolo a Brasilia, una sfera luminosa pulsante di colore arancione lo accompagnò per un lungo tratto provocando, quando si avvicinava particolarmente, forti vibrazioni allo sterzo e disturbi alla radio della vettura. Ma è nel 1969 che la vicenda assume connotati alquanto singolari. Una domenica, mentre Castillo era in coda al cinema per vedere il film Barbarella, gli si presentò un giovane, tale Cyril Weiss, che disse di essere un rappresentante di una società di distribuzione all'ingrosso svizzera e che gli chiese se potessero vedere il film insieme. Castillo accettò e, terminata la proiezione e dopo aver accompagnato Cyril in albergo, combinarono di rivedersi il giorno successivo. Durante questo incontro i due discorsero di vari argomenti, compresi gli Ufo, in merito ai quali Cyril riteneva trattarsi di semplici allucinazioni. Instauratasi una solida amicizia, gli incontri tra Castillo e Cyril proseguirono ma, volta dopo volta, Castillo cominciò a notare varie stranezze nel suo amico. L'episodio che Castillo riporta con più stupore concerne l'investimento, da parte di un'automobile, del cane di un bambino: dinnanzi a questa scena Cyril rimase impassibile, sentenziando che a breve il fanciullo si sarebbe arreso dinnanzi all'inevitabilità di quanto accaduto. Fu il vedere il suo sguardo distante, apatico e alieno, a spiazzare Castillo, il quale cominciò a porsi vari interrogativi su tale svizzero che parlava spagnolo in maniera impeccabile senza alcun accento e che, durante un altro incontro, alla vista di un libro sugli Ufo, in contraddizione con quanto espresso pochi giorni prima, sostenne la probabile esistenza di altre forme di vita intelligente in zone della Terra scarsamente popolate. Un giorno, all'improvviso, Cyril annunciò a Castillo di doversi trasferire all'estero per motivi di lavoro, ma le vicende future che avrebbero visto protagonista Castillo sarebbero state caratterizzate da un nuovo incontro con Cyril in una veste, come vedremo più avanti, molto differente.
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Il contatto
Nel 1973, dopo quattro anni in cui nessun episodio singolare o degno di nota era venuto a caratterizzare la sua vita, Castillo, nel frattempo trasferitosi a Bogotà, ricevette una telefonata da una certa Karen, una signora messicana che gli disse di aver avuto il suo numero da alcuni "maestri" extraterrestri che lo volevano contattare. Castillo, come ogni persona di retto sentire, pensò si trattasse di uno scherzo ma, nonostante tutto, si presentò all'appuntamento con costei. Fu così che Castillo, lasciatosi convincere dalle parole della donna, iniziò a partecipare alle riunioni tenute da un gruppo di persone che affermavano di essere in contatto con alieni provenienti da Andromeda (galassia a 2,3 milioni di anni-luce dalla Terra) i quali comunicavano agli umani vari messaggi tramite scrittura automatica. Una sera di ottobre del 1973, i membri del gruppo si erano recati in cima a una collina in attesa di un contatto loro annunciato dagli extraterrestri. Con delusione di tutti, nessuna astronave si mostrò ma alcuni ricevettero la comunicazione telepatica che il giorno successivo ciascuno di loro sarebbe stato contattato a mezzogiorno. Giunta l'ora stabilita, Castillo si trovava in casa, concentrato e pronto a ricevere eventuali messaggi, per quanto fortemente dubbioso poiché, fino ad allora, non gli era giunto alcunché. All'improvviso una voce, forte nella propria testa, lo chiamò per nome esortandolo a scrivere. Udendo un fastidioso rumore come di api e sentendosi il corpo tremare, Castillo iniziò a riempire pagine su pagine. Il contenuto di ciò che trascrisse è in linea con quanto comunicato in quegli anni ad altri contattisti: si allude a una terza guerra mondiale, a disastri futuri, all'arrivo di "fratelli dello spazio", ma su questi aspetti ci soffermeremo dettagliatamente più avanti. I messaggi proseguirono nei giorni successivi fino alla fine di ottobre, quando gli venne annunciata la data di un prossimo contatto fisico, stabilito per il 3 novembre, per quanto il luogo non fosse stato chiarito, dal momento che gli era stato fatto un generico accenno a un lago. Allo stesso tempo, l'attività onirica di Castillo aumentò esponenzialmente, fornendogli ulteriori elementi per riuscire a identificare il luogo in cui sarebbe dovuto avvenire l'incontro: in sogno, Castillo aveva visto una sfera sotto le radici di un albero in mezzo a una radura, prendendo la quale, su istruzione di un'entità, avrebbe trovato il luogo designato. Il 3 novembre Castillo raggiunse un lago a 80 chilometri da Bogotà e riconobbe quanto visto in sogno. Presa in mano la sfera, questa cominciò a emanare dei sottili raggi di luce arancione e, dopo alcuni minuti, comparvero due velivoli molto simili a quelli avvistati dieci anni prima in Costa Rica. Essi si fermarono a pochi metri da terra, producendo raggi luminosi in direzione del terreno lungo i quali scesero due figure con uniformi grigio piombo con stivaletti e caschi con visiera. Nel frattempo, una voce nella testa di Castillo lo rassicurava esortandolo a salire tranquillamente a bordo. Per quanto un po' riluttante, Castillo si avvicinò ed entrò all'interno del raggio arancione che lo issò sull'ufo. Obbligato a spogliarsi per essere sottoposto a un procedimento di decontaminazione microbica all'interno di una stanza vuota di forma esagonale, Castillo vide aprirsi una porta nella parete, dalla quale emersero le due figure incontrate poco prima. Con sommo stupore di Castillo, uno dei due si rivelò essere Cyril Weiss, il misterioso svizzero incontrato quattro anni prima. Egli disse che il suo vero nome era Krishnamerck e lo condusse in un'altra stanza in cui era presente varia strumentazione e altri esseri, tutti simili a Weiss e rientranti nella tipologia del classico "nordico".  Castillo pose varie domande cui venne sempre fornita risposta: i Pleiadiani gli dissero di avere varie basi sulla Terra e di essere in contatto con la razza umana da millenni, influenzandone attivamente lo sviluppo. Le astronavi su cui viaggiavano avevano la possibilità di rendersi invisibili in modo da non spaventare le masse non ancora pronte a una rivelazione su larga scala. Molti emissari Pleiadiani, secondo quanto comunicato a Castillo, sarebbero già stati infiltrati tra la popolazione terrestre e sarebbero riusciti a creare gruppi di cooperazione con esseri umani. Questo fu solo il primo di una serie di contatti fisici con i Pleiadiani che continuarono fino al gennaio 1975 in una sorta di crescendo. Castillo afferma infatti di essere stato condotto sia in una base nelle Ande in cui operavano umani e alieni sia in una base sottomarina nella Fossa delle Marianne a 5000 metri di profondità. In entrambe le occasioni, Castillo incontrò sedicenti maestri di saggezza extraterrestri i quali lo misero in guardia da futuri cataclismi e conflitti che, senza un "cambio di rotta nelle coscienze" (testuali parole), avrebbero devastato il pianeta.
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Pro e contro
Di primo acchito sarebbe totalmente legittimo pensare che Castillo si sia inventato, se non tutto, almeno buona parte di quanto raccontato. Della sua vicenda, infatti, l'unico dato certo da cui partire è proprio l'inizio, ossia l'avvistamento del 1963 avvenuto insieme ad alcuni suoi colleghi e i successivi disturbi fisici. Sarebbe però troppo semplice liquidare le sue esperienze come semplici fantasie. Innanzitutto, la prima considerazione da formulare è che chiunque di noi, se volesse inventare una storia di contatti con alieni, cercherebbe di non inserirvi elementi che, già prima facie, tendano a coprire di ridicolo. Tutte le informazioni relative ai nomi degli esseri extraterrestri, all'incontro con abitanti di Mercurio e di Venere alti tre metri (pianeti disabitati secondo le informazioni a oggi disponibili e, ancor più, inospitali per qualsiasi forma di vita), i messaggi in stile New Age su guerre nucleari future per scongiurare le quali sarebbe stata necessaria l'educazione di una nuova generazione consapevole del proprio ruolo, sono certamente dati che strappano più di un un sorriso ma, proprio per la loro esasperante banalità e/o presunta erroneità, non possono non far pensare che Castillo possa essersi semplicemente limitato a riportare fedelmente quanto comunicatogli. E' però procedendo all'esame attento di vari particolari che il giudizio complessivo sul caso Castillo induce a propendere per l'onestà del testimone. In prima battuta, bisogna tenere in considerazione come Castillo non sia stato l'unico a ricevere messaggi di siffatto tenore. Altri membri del suo gruppo e, fattore ancor più interessante, membri di gruppi distanti migliaia di chilometri, sono usciti allo scoperto negli stessi anni con storie molto simili, volte a formare un quadro omogeneo. In secondo luogo, non può non sfuggire come l'intera vicenda abbia fortissimi punti di contatto con l'affaire Amicizia, al culmine proprio nel periodo 1965-1978 nelle più diverse aree del pianeta (anche in Italia, come brillantemente evidenziato da Stefano Breccia nel saggio Contattismi di Massa): un contatto con esseri alieni, dagli intenti apparentemente pacifici, che avvicinavano gruppi ristretti di esseri umani e davano il via a una sorta di collaborazione in cui un forte interesse veniva mostrato da queste entità per la frutta terrestre. Senza dimenticare i riferimenti fatti da Castillo a Ufo-crash, a operazioni di retroingegneria, e all'utilizzo della mente da parte dei Pleiadiani per comandare le loro astronavi, tutti particolari sui quali oggigiorno sono state scritte migliaia di pagine ma che allora non erano affatto così noti.
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Conclusione
In ogni caso, la domanda corretta da porsi non concerne tanto la genuinità di quanto narrato da Castillo nello specifico, quanto il perché, in quel periodo, vi fosse un fiorire di racconti altamente omogenei fra loro. Tutti questi contattisti non hanno mai incontrato fortune economiche né hanno convinto le masse della veridicità delle loro esperienze: sono sempre stati granitici nella loro linea di pensiero, senza cadere in contraddizione, né hanno ritrattato quanto testimoniato, malgrado l'ilarità generale con cui i loro resoconti venivano accolti. Non hanno fatto proseliti, a eccezione di gruppi formati da poche persone, anch'esse viste come pazze e fantasiose, né hanno mai tentato di ingannare nessuno. Ma se fossero stati proprio costoro i primi a essere ingannati? Chi ci assicura che le entità con cui sono entrati in contatto fossero sincere relativamente alla propria origine, al proprio aspetto e ai propri intenti? Occorre tenere ben presente che fino a poco più di settant'anni fa questi esseri affermavano di provenire da Fairyland piuttosto che da Tir nan Og, da Magonia o dall'Inferno. Non solo, parallelamente al contattismo si muove tutto il fenomeno delle terrificanti abductions, secondo un piano scarsamente intellegibile. Di conseguenza, se un immaginario cavallo di Troia si erge fiero alle porte della nostra civiltà, probabilmente i suoi araldi inconsapevoli sono, in questa fase storica, proprio i contattisti.
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
BRECCIA Stefano, Contattismi di Massa, Nexus Edizioni, Due Carrare (PD), 2007.
CASTILLO RINCON Enrique, OVNI: Gran Alborada Humana,  San José, Costa Rica, 1995.
GOOD Timothy, Rivelazioni da Altri Mondi, Corbaccio, Milano, 2001.
KEEL A. John, UFOs: Operation Trojan Horse, Abacus Books, Londra, 1973.
VALLEE Jacques, Messengers of Deception, Daily Grail Publishing, 2008.

Ufo News - "In libreria CONTATTO, l'ultimo libro di Ade Capone"

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Un libro scritto da Ade Capone, uno degli autori del noto programma televisivo di Italia 1 Mistero, nato come immediata conseguenza a seguito della conoscenza diretta con i casi che sono stati presentati durante le varie stagioni del programma. I ricercatori, ma soprattutto la storia dei rapiti, raccontati sotto l'occhio attento e critico del nostro autore, un libro dove è presente anche la mia storia all'interno di un capitolo nato dietro le quinte del servizio andato in onda lo scorso Gennaio.
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Un libro può nascere in molti modi, ma una nascita casuale credo sia la cosa migliore. A volte si scrive “a fondo perduto”, per il puro piacere di farlo e per disintossicarsi da scadenze varie. Contatto -Incontri ravvicinati con altri mondi- all’inizio non era un progetto, ma una serie di articoli che nemmeno sapevo se avrei mai fatto uscire dal cassetto. Gli articoli raccontavano, singolarmente, gli addotti (rapiti dagli alieni) che avevo incontrato nel corso della mia attività come autore TV, prima con Il bivio e poi con Mistero. Preparando i vari servizi mi ero accorto di quanto fossero complesse, sincere, spesso drammatiche le vicende di chi è oggetto d’abduction. E mi era venuta voglia di approfondire con le parole anche ciò che i servizi televisivi -costretti a un minutaggio ben preciso- avevano accennato soltanto. In altre parole: montare un servizio TV significa scegliere cosa inserire e cosa scartare, mentre scrivere un pezzo, senza porsi il problema della lunghezza, permette di narrare tutto ciò che si vuole. E io l’ho fatto, prendendoci gusto articolo dopo articolo, rendendomi pian piano conto che il progetto -per quanto non dichiarato nemmeno a me stesso- c’era, stava prendendo forma e meritava di essere allargato, con interviste e altri articoli che potessero dipingere un quadro generale dei contatti ravvicinati o presunti tali (si dice sempre così) tra esseri umani e alieni, qualunque cosa si intenda per queste entità misteriose che, con o senza astronavi, appaiono e scompaiono di continuo, in ogni parte del mondo. Il progetto prese dunque forma del tutto: una prima parte incentrata sulle testimonianze degli addotti, raccontati non come semplici oggetti di ricerca ufologica ma come persone con un’anima, una vita stravolta dal mistero, un futuro da reiventare da un giorno all’altro. La seconda parte con l’analisi di un quadro generale in gran parte ancora avvolto nel mistero, e le interviste a esperti molto conosciuti (Pablo Ayo, Alfredo Lissoni, Giulia D’Ambrosio e altri ancora), considerati in qualche modo “eretici” dalla scienza ufficiale e anche da una certa ufologia diventata via via sempre più simile al baronaggio accademico. Ancora nella seconda parte, uno sguardo all’indietro, alle abduction e ai contatti alieni nei millenni passati, citando precisi brani di antichi testi, sulla scia di un grande ricercatore come Zecharia Sitchin (mi sento onorato dal fatto che proprio Piemme, la casa editrice che lo ha pubblicato, pubblichi Contatto). Il tutto facendo spesso riferimento alla fisica moderna e alle sue teorie più avanzate, che cercano di arrivare nel cuore dell’universo e dei suoi enigmi. Molti grandi scienziati, del resto, hanno avuto a che fare con l’invisibile, l’extrasensoriale, come dimostrano le storie di Nikola Tesla e di Srinivasa Ramanujan, anch’esse presenti nel libro. E poi, certo, sul libro c’è il marchio Mistero. Perchè il volume nasce appunto dal mio lavoro televisivo, e perché nelle sue pagine troverete persone (e storie) di cui abbiamo parlato nel programma, o che del programma sono collaboratori. Ci piacerebbe, non ve lo nascondiamo, che Contatto diventasse il primo capitolo di una vera e propria “collana Mistero” che affronti anche altri argomenti. Per finire, rispondo a una domanda che già mi stanno facendo: perché un autore affermatosi come scrittore di fiction (a fumetti) decide di rimettersi in gioco con un saggio e NON con un romanzo? La risposta è semplice, per quanto banale: perché la realtà è spesso più misteriosa della fantasia, e a volte c’è più gusto a raccontare -indagare- il reale che non a inventare storie. Io, lo avrete capito, non mi considero un ufologo nè aspiro a esserlo (anche perché i libri degli ufologi sono spesso noiosissimi bollettini statistici su avvistamenti e quant’altro). Il mio punto di vista sui contenuti di Contatto è sintetizzato dalla frase di Einstein che ho messo in apertura: L’importante è non smettere di fare domande. Questo vale per me, vale per Daniele Bossari (che firma la prefazione), vale per Marco Berry (postfazione). Due colleghi, soprattutto due amici, dai punti di vista diversi ma accomunati dalla curiosità, dalla voglia di capire. Che credo sia anche la vostra. Ade Capone
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CONTATTO - Incontri ravvicinati con altri mondi
Collana Saggistica
Serie Italiana
Rilegatura rilegato con sovraccoperta
Formato 13x21 cm
Pagine 238
Data di pubblicazione settembre 2011
ISBN 978-88-566-2461-8
Euro 16.50
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Per maggiori informazioni visitate il sito della Piemme

mercoledì 14 settembre 2011

"Il Caso Pallmann" di Umberto Visani

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Introduzione
Nella vasta casistica ufologica vi sono alcuni resoconti che, sia per la propria intrinseca e indiscutibile enigmaticità sia per la presenza di elementi ritenuti troppo eclatanti e, al tempo stesso, eccessivamente singolari per essere veri, cadono miseramente nell'oblio, tacciati di falsità non solo dall'establishment scientifico ma persino da molti ricercatori che, nella loro miopia, ritengono che più una vicenda sia peculiare e si distacchi da quanto questi ritengano costituire la norma più ciò sia indice di non genuinità di quanto narrato. Il caso che stiamo per esaminare è emblematico di quanto appena espresso, senza contare che, in realtà, come vedremo analizzando i vari aspetti che lo compongono, esso non costituisce un unicum nel panorama ufologico ma mostra tutta una serie di caratteristiche coerenti con quanto emerso dai resoconti di altre persone, anch'esse ritenute mendaci nelle loro affermazioni esclusivamente per l'inusualità delle esperienze avute.
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Un incontro in treno
10 Ottobre 1964, India, Ludwig F. Pallmann, cittadino tedesco che si occupava della vendita di macchinari pesanti per la produzione di cibo, aveva preso posto in uno scompartimento del treno che collegava Bombay con Madras, nella speranza che questa città gli potesse portare più clienti rispetto a Bombay. Non era solo all'interno dello scompartimento, vi era anche un altro signore che, a una fugace occhiata, gli parve europeo. I due, dopo un po', cominciarono a scambiare alcune parole, in inglese, e costui si presentò a Pallmann come "Satu Ra". Pallmann notò che Satu Ra era vestito molto bene e denotava un portamento fiero di chi avesse avuto l'attitudine al comando: di costituzione molto snella, circa un metro e settantacinque di altezza per meno di cinquanta chilogrammi, a giudizio di Pallmann. Col passare dei minuti, Pallmann ebbe modo di guardare con maggiore attenzione il suo interlocutore, notando presto alcuni dettagli che lo stupirono non poco: gli occhi erano sorprendentemente espressivi, grandi e scuri, le dita molto lunghe e affusolate, con le unghie coperte da una sorta di guaina mai vista prima, la carnagione di un marrone molto chiaro, dello stesso colore dei capelli, la bocca piccola e il mento lievemente deformato. Non solo, quando inspirava contraeva le mani come se per ogni respiro dovesse compiere un soverchio sforzo per immettere molta aria nei polmoni. Ma il particolare più inquietante venne osservato solo dopo alcuni minuti: quando parlava, la voce non proveniva dalla bocca ma da un piccolo microfono agganciato sul petto. Anche il modo di parlare non era comune: pur esprimendosi in un inglese perfetto, egli dava sempre l'impressione di esitare molto prima di riuscire a dire la prima parola, per quanto quelle successive fluissero senza problemi. Nel corso della notte, il treno entrò in una stazione, piena di gente affamata che versava in condizioni terribili. Satu Ra, uscendo dallo scompartimento, invitò Pallmann a seguirlo e gli fece strada fino al vagone di terza classe dove stavano ammassate numerose persone con chiari problemi di salute dovuti alla denutrizione. Satu Ra cominciò, parlando in perfetto hindi, a distribuire loro delle pasticche che, appena assunte, sortivano un effetto sorprendente causando un repentino miglioramento. Giunti a Madras, Pallmann, comprendendo che le loro strade stavano per dividersi e non avendo arguito di che nazionalità fosse Satu Ra, gli chiese da dove provenisse e questi gli rispose in maniera sorprendente: veniva da Cotosoti, su Itibi Ra II. Come si può ben immaginare, Pallmann non aveva idea di dove fosse questo luogo e chiese delucidazioni in merito, al che Satu Ra si limitò a indicare il cielo.
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Oltre i confini della realtà
Pallmann era piuttosto scosso da quanto appena accaduto: varie stranezze nell'aspetto di Satu Ra, unitamente all'effetto miracoloso delle sue pasticche, gli avevano dato da pensare che davvero potesse non essere umano. Era con questi pensieri che si era recato in un albergo di Madras per trascorrere la notte successiva quando, mentre si trovava nella hall, venne avvicinato da un indiano che lo esortò a recarsi, la mattina seguente, in un preciso indirizzo della città di Madras dove abitava Satu Ra. Pallmann seguì le indicazioni e si diresse all'indirizzo indicato dall'uomo la sera prima: si trattava di una dimora lussuosa con annessa una galleria d'arte e, ad attenderlo, vi era proprio Satu Ra. All'interno dell'abitazione, a Pallmann venne mostrato un dipinto ritraente Vishnu e alcuni misteriosi oggetti, in apparenza velivoli, sulle vesti della divinità: Satu Ra gli disse che era la prova dei contatti di precedenti generazioni aliene con i terrestri. Il misterioso personaggio gli fece inoltre dono di un anello d'oro massiccio con al centro un pezzo di metallo sfavillante che, stando alle sue parole, avrebbe indicato a Pallmann la presenza sua o di qualcun altro della sua razza nelle vicinanze. Come preconizzato, il giorno seguente, a Benares, l'anello di Pallmann cominciò a brillare: si trovava nel giardino dell'hotel quando all'improvviso apparve la figura di Satu Ra e così cominciarono nuovamente a parlare dei propri viaggi; a un certo punto Satu Ra gli chiese se potesse far venire anche sua sorella, Xiti. Pallmann acconsentì ed ella si materializzò di fronte a loro mentre il fratello sembrava entrato in trance momentanea, quasi che l'apparizione della sorella (o la sorella stessa?) fosse dovuta a uno sforzo mentale di Satu Ra. Xiti presentava le medesime caratteristiche del fratello: occhi vivissimi e profondi, portamento fiero e altero, mento con un singolare difetto e, proprio come Satu Ra, la sua voce non proveniva dalla bocca ma da un congegno posto sul petto, nel suo caso occultato in parte da una vistosa spilla che impreziosiva un abito da sera di somma eleganza. Fu il giorno seguente che Pallmann, fino ad allora ancora un po' dubbioso, si convinse dell'origine extraterrestre di Satu Ra e di Xiti. Si trovavano nei pressi di un crematorio sulle rive del Gange, con decine di bambini semimorenti, con piaghe infette su tutto il corpo. Xiti prese un unguento giallo che teneva in una borsa e lo cosparse sulle braccia martoriate di una ragazza, provocando una guarigione istantanea. In quel momento Pallmann comprese di trovarsi dinnanzi a entità non di questo mondo e cominciò ad accettare tutto quanto gli veniva raccontato. Il 27 ottobre 1964 Pallmann dovette lasciare l'India per motivi di lavoro, malgrado volesse porgere ancora molte domande a Satu Ra e a sua sorella Xiti. Unica "prova" di quanto accaduto era l'anello donatogli da Satu Ra. Giunto a Zurigo, Pallmann lo fece esaminare da un orafo che gli disse che era molto antico e di foggia precolombiana. 
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Tre anni dopo
All'inizio del 1967 Pallmann si trovava a Lima, in Perù. Non aveva più visto Satu Ra e Xiti da quella volta in India e ormai pensava che non avrebbe più avuto occasione di incontrarli. Un giorno fece conoscenza con un giovane austriaco di Innsbruck, che lavorava nella zona come guida. Egli disse a Pallmann di aver incontrato alcune persone di razza caucasica nel profondo della foresta che lo avevano curato quando era stato colto da una febbre mortale. Pallmann, allorché l'austriaco gli raccontò che questa gente aveva la punta delle dita anomale, pensò potesse trattarsi dei suoi "amici" extraterrestri. La certezza arrivò poco tempo dopo, sempre a Lima, quando, ricoverato per un problema al rene destro, una notte, in preda a forti dolori, una mano proveniente dal nulla prese la sua: era Xiti, materializzatasi nella sua stanza. Ella gli diede alcune delle loro pasticche e Pallmann si sentì subito meglio, al punto che, due giorni dopo, fra lo stupore dei medici curanti, venne dimesso. Xiti lo invitò a seguirla nella loro base nella giungla all'interno della quale venivano coltivate delle piante particolari. Pallmann accettò di buon grado e, giunto con Xiti a Huancayo, una cittadina di montagna a circa ottanta chilometri da Lima, incontrò nuovamente suo fratello. Tutti insieme, dopo aver preso un taxi che li condusse vicino al lago Junin, si incamminarono nella foresta. Al tramonto, un disco volante apparve e si posizionò sopra Pallmann, Xiti e Satu Ra. Da esso emerse uno strumento per l'imbarco che li sollevò tutti e li depositò in una specie di reception antisettica. Subito Pallmann notò come il disco avesse una struttura biologica, nel senso che pareva composto da nervi e vasi sanguigni come se fosse un'entità viva. Giunto a bordo, Pallmann fu denudato e, mentre veniva lavato, si addormentò. Al suo risveglio si trovò sospeso a mezz'aria, legato a centinaia di vene. Egli fu portato in un'altra stanza dalla quale, tramite uno luogo d'osservazione a forma di occhio che consentiva di immergersi in scenari lontani come in una sorta di schermo a 360 gradi, gli furono mostrate immagini del pianeta d'origine, Itibi Ra: case costruite sulle rive di fiumi, dall'architettura totalmente diversa dalla nostra, volti sorridenti, in uno scenario tipicamente utopico. Satu Ra lo esortò a porre domande e lo informò che, a partire dal 1946, essi avevano creato numerose piantagioni in Sud America a scopo di ibridazione e di ricerca poiché sul loro pianeta si erano estinte alcune specie essenziali per la loro alimentazione. Le loro astronavi si muovevano, parole testuali di Pallmann, sfruttando le onde cosmiche grazie ad alcune "batterie spaziali dimensionali di tipo prismatico per filtrare e ricevere la vita, reagendo alle forze intercosmiche di colore, luce, temperatura, tempo" (sic). Gli Itibi Raiani non si palesavano alle masse poiché non sarebbero state culturalmente pronte per accettare il loro arrivo. Al contrario, nessun problema sorgeva nel loro rapporto con gli indios dal momento che, non volendo traumatizzarli, si erano loro presentati come americani. I rapporti tra Pallmann e gli Itibi Raiani non cessarono dopo questa visita: il 20 febbraio 1967 si recarono in Colombia, a Barranquilla,. Durante il viaggio Pallmann, nel tentativo di ottenere delle prove di quanto stava accadendo, cercò di scattare delle foto, ma la macchina fotografica gli venne requisita. Il viaggio fu l'occasione per porre nuove domande. Pallmann apprese che gli Itibi Raiani identificavano Dio con la Natura e viceversa e che la Terra era uno dei pianeti definiti "pianeti del cancro", in quanto questa malattia degenerativa si sviluppa in percentuale così elevata per il malessere generalizzato presente sul pianeta. Il 26 febbraio Satu annunciò a Pallmann di aver ricevuto l'ordine di abbandonare le piantagioni del Sudamerica e lo riportò sul lago Junin, in Perù.
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La fine
Per due anni Pallmann non ebbe più contatti con Satu Ra, finché nel gennaio 1969, nel Salvador, non vi fu un nuovo incontro, preannunciato dallo scintillio dell'anello, vicino all'Isla del Altar: Satu Ra era seduto su uno scoglio, sconsolato per la morte della sorella Xiti, avvenuta nel corso di una spedizione su un'altro pianeta. Con empatica tristezza, Pallmann si recò a casa di un suo amico medico, a San Pedro Nonualco e, la mattina successiva, i giornali locali, a parziale conferma di quanto accaduto il giorno prima, riportavano l'avvistamento di un Ufo da parte di centinaia di persone. Nel 1970 Pallmann diede alle stampe il libro Cancer Planet Mission, in cui raccontava nel dettaglio le esperienze avute con questi visitatori nel corso degli anni. L'interesse suscitato fu piuttosto basso, dal momento che quasi nessuno gli prestò credito.
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Conferme e ipotesi
Come si potrà ben comprendere, di primo acchito una storia di questo tipo non può che essere ritenuta il parto di una fervida fantasia: infatti, le prove dirette a supporto sono scarsissime, ad eccezione dell'anello e dell'avvistamento di massa avvenuto il giorno successivo all'ultimo incontro con Satu Ra. Lo stesso Pallmann, nel suo libro, ammise, con una punta di mestizia, che nessuno gli avrebbe prestato fiducia. L'ex pilota dell'Usaf nonché celebre ricercatore Wendelle Stevens, incuriosito da questa vicenda, ha cercato di indagare per proprio conto, memore del fatto che, nel 1967, durante un viaggio dalla Colombia al Perù per consegnare dei Beechcraft T-34 alla marina peruviana, alcuni indios, cui egli aveva espresso il proprio stupore per la mancanza di coltivazioni di certi frutti tropicali, gli dissero che alcuni americani stavano realizzando delle colture di quel tipo e che si era loro unito un tedesco alcuni mesi prima ma non era più tornato. In seguito ad ulteriori ricerche, Stevens reperì un articolo di giornale che parlava in maniera vaga di un  certo "Ludwig Pallimann" (sic), un commerciante tedesco che aveva raggiunto un gruppo di americani nel mezzo della giungla, ivi condotto da alcuni indios. Giunto sul posto, continua l'articolo, Pallimann si sarebbe accorto che costoro non erano americani e avrebbe cominciato a esprimersi in francese, finché queste persone non gli dissero di provenire da un altro pianeta chiamato Itipura e di essersi stabiliti lì per raccogliere materiale da portare sul loro pianeta d'origine. Wendelle Stevens ha cercato di raggiungere Pallmann in varie circostanze, ma non vi è mai riuscito, né in Sudamerica né in Europa. Sarebbe tuttavia troppo facile liquidare l'intera vicenda come pura invenzione, occorre piuttosto tenere presenti alcuni aspetti. Innanzitutto, Pallmann non ha ottenuto alcuna fama dal raccontare la sua storia, anzi, probabilmente il suo lavoro non ha ricevuto giovamento dalle continue assenze nei periodi trascorsi con gli Itibi Raiani. In secondo luogo, se avesse voluto inventarsi tutto, avrebbe certamente creato un quadro più completo e credibile: certe descrizioni dell'interno del disco volante e, in particolare, del suo funzionamento e propulsione, rappresentano il tipico resoconto di chi non ha capito nulla di quanto gli è stato detto: questo ci induce a pensare come effettivamente egli sia entrato in contatto con entità che hanno cercato di veicolargli molteplici messaggi. Non solo, vi è tutta una serie di elementi comuni ad altri resoconti di contattisti e rapiti che ritorna in maniera circostanziata: l'interesse per la frutta e per la verdura a scopo ibridativo (come nel caso Amicizia), il divieto di portare via con sé prove (si pensi all'abduction dei coniugi Hill), la procedura di lavaggio a bordo del disco (identica al caso Villas-Boas), tutte circostanze che accomunano questa esperienza ad altri casi in cui, bisogna ammetterlo, la mole di prove è invece massiccia.
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Conclusioni
Il miglior modo per procedere in maniera concettualmente errata sarebbe quello di ritenere falso il caso Pallmann sia per l'innegabile alone di mistero che circonda quanto narrato sia per la mancanza di prove incontrovertibili, dimenticando che, in realtà, anche quando esse siano presenti, l'atteggiamento di incredulità è sempre il medesimo dal momento che questo genere di esperienze disturba il quieto vivere di coloro che pascolano nell'ottundimento quotidiano. Al contrario, riteniamo che quanto scritto da Pallmann possa corrispondere al vero, sia per quanto emerso dalle indagini di Stevens, che corroborano l'iter degli eventi e alcuni dettagli della narrazione, sia perché la vicenda Pallmann ben si colloca in un quadro di contatti e collaborazione con entità non terrestri. Un aspetto che ci preme, infine, sottolineare, è che l'origine extraterrestre di questi sedicenti Itibi Raiani pare molto dubbia, dal momento che numerosi aspetti della storia inducono a pensare si fosse dinnanzi a una sorta di rappresentazione in cui lo spettatore era Pallmann, e  gli attori avevano indossato le vesti di entità provenienti da un'altro pianeta: l'alone fiabesco che connatura il tutto, la capacità di materializzarsi a piacimento - in ciò conferendo scarsa fisicità alla loro consistenza ma lasciando presupporre una capacità di assumere l'aspetto esteriore desiderato -, l'assenza di qualsivoglia caratteristica palesemente tecnologica, disco volante compreso, sono tutti elementi che ci spingono a ricercare altrove l'origine di quanto accaduto. Di conseguenza, è necessaria molta scaltrezza nel cercare di capire l'intima natura del fenomeno anziché le sue epifanie contingenti, osservando l'essenza e non la parvenza: solo così si potrà scorgere ciò che giace oltre il velo dell'illusione.
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
GOOD, Timothy, Base Terra, Corbaccio, Milano, 1998.
PALLMANN, Ludwig F., Cancer Planet Mission, The Foster Press, Londra, 1970.
STEVENS, Wendelle, Itibi Ra. Earth, An Extraterrestrial's Greenhouse, in ufoexperiences.blogspot.com
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SITOGRAFIA:
www.galactic-server.com/rune/itibira.html

martedì 13 settembre 2011

"La Cronaca di Akakor - parte V" di Maurizio Rucco

All'inizio del millesettecento la guerra alle frontiere, ad ovest del nostro territorio attraversava un temporaneo periodo di calma. Gli Spagnoli erano stanchi delle terribili battaglie sopportate e rinunziarono a tentare d'insediarsi nella regione orientale delle Ande, tralasciando così d'attaccare Akakor; oramai v'era solo una vasta terra di nessuno sorvegliata solo dai nostri esploratori, ma, se e' vero che gli Spagnoli smisero d'attaccarci alla sinistra del nostro impero, non smisero da destra ed anzi, risalendo il Grande Fiume, raggiunsero gli accampamenti delle Tribù Elette nostre alleate, le quali, ricordando l'atroce fine degli Incas, divennero prudenti, ed evitarono lo scontro con il nemico in campo aperto ripiegando nella foresta, lasciando i villaggi deserti e colpendo poi con imboscate, così che i nemici trovarono solo macerie e dovettero patire i disagi della fame e della sete; la natura li uccise e noi contribuimmo con le nostre frecce avvelenate. Mentre l'ottimismo saliva, accadde un fatto inaspettato: molte Tribù Alleate periferiche non vollero più obbedire al Testamento degli Dei, e cominciarono ad adorare il simbolo della croce. Iniziò la Tribù della “Facce Storte”, che contava ottantamila uomini, a tradirci dichiarandoci guerra; a loro si unirono la “Tribù della Gloria Crescente” e la “Tribù degli uccisori di Tapiri”: noi tentammo di sfuggire loro, ma fecero una carneficina e solo pochi di noi scamparono alla morte rifugiandosi nelle regioni maggiormente inaccessibili; con il passare dei secoli i loro discendenti si unirono alle tribù selvagge, conservando solo la pelle bianca dei servitori degli eletti, testimonianza della loro origine divina. Ci salvammo con una tattica vincente: i nostri guerrieri scelti, dipintisi con i colori delle tribù ribelli, uccisero i nemici bianchi lasciando dietro segnali delle tribù traditrici, così loro si vendicarono crudelmente su quelli che fino ad allora erano stati i loro alleati, trucidandoli tutti. L'oscurità s'avvicinava ad Akakor ma prima di toccare i nostri confini, si scagliò sulla nostra nazione sorella Akahim. Le Tribù Alleate prima del loro annientamento ne rivelarono la dislocazione agli Spagnoli, ed il loro Gran Consiglio dovette fare la nostra stessa gravosa scelta, ritirarsi. Di nuovo un evento senza precedenti accadde: le donne abbatterono il Gran Consiglio, presero il potere sotto la guida della coraggiosa Mena, e costrinsero gli uomini a prendere archi e frecce per l'attacco, guidati da loro stesse e dalle loro frecce incendiarie; fu un capitolo glorioso ma le morti da ambo le parti erano incommensurabili, resistettero per anni ma alla fine dovettero ripiegare nelle dimore sotterranee. Oggi vi sono circa diecimila “Amazzoni”, così venivano chiamate, che vivono sotto terra nelle montagne di Parima, emergendo solo raramente per cacciare ed accudire i loro campi. Una discendente di Mena è il sovrano assoluto, circondata da un Alto Consiglio composto solo da donne, che hanno nelle comunità le più alte cariche, gli uomini sono semplici soldati o lavorano i campi. Hanno ancora il “Testamento degli Dei” che li guida spiritualmente, ma ci sono rilevanti differenze: nella mia città, ad Akakor, le donne sono serve fedele degli uomini, felici del loro compito e di dedicarsi alla famiglia con amore, ad Akahim invece, non esiste il matrimonio, le donne si uniscono ad un uomo solo durante la gravidanza, poi lo respingono; dal dodicesimo anno d'età le ragazze vengono addestrate alla guerra e all'amministrazione della città, i ragazzi divengono schiavi costretti a lavorare infelici per tutta la vita. Molti di loro scappano tentando di raggiungerci, per unirsi con le nostre ragazze ed avere una compagna fedele con cui formare una famiglia. Gli Dei si facevano attendere, i barbari bianchi lentamente ma inesorabilmente avanzavano, come formiche, conquistando la Grande Foresta,ed integrandola nel loro Impero. Ma noi, gli Ugha Mongulala, non eravamo battuti: vivevamo ancora secondo le leggi di Lhasa e protetti dalla saggezza e dalla divina conoscenza dei nostri primi Maestri, seguivamo il nostro sacro “Testamento degli Dei”. Niente del Testamento andò perduto, né le loro conoscenze né i loro documenti con scritti misteriosi, mappe e disegni fatti dagli Dei raffiguranti l'enigmatica preistoria del nostro pianeta. Una delle carte mostra, che la Luna non è la prima e neanche l'unica nella storia della Terra; la Luna che conosciamo cominciò a girarci intorno centinaia di migliaia d'anni fa, quando il mondo aveva un'altra faccia. Ad Ovest esisteva una grande isola, ma durante la prima Grande Catastrofe, causata dalla guerra tra le due razze di Dei, sparì sotto un'immensa massa d'acqua; la devastazione colpì non solo noi, ma anche i mondi di Venere e Marte, così come li chiamano i barbari bianchi. I nostri sacerdoti avevano appreso il movimento delle stelle, sapevano far volare oggetti nello spazio, aprire il corpo di un malato senza toccarlo. Sapevano comunicare col pensiero a grande distanza, non i particolari, ma i loro sentimenti, la tristezza o l'allegria. Il mio popolo non teme il confronto con i bianchi su temi spirituali: loro sanno fare prodigi e grandi cose, ma non hanno fatto nulla di più di quello che fecero gli Dei, e, cosa più importante, non hanno saputo conquistare la felicità in vita, che da noi è stata sempre semplice e serena grazie agli insegnamenti dei Padri Celesti: i sentimenti passeggeri ci sono estranei, la felicità la tristezza il calore ed il freddo non hanno alcun significato per noi, siamo realmente liberi. Solo chi conosce questa verità, il vero significato della vita e della morte, può entrare nella seconda vita, perché il nostro vero io, l'Io essenziale, non e' soggetto al tempo né allo spazio, non lo si può distruggere e non conosce la nascita o la morte, al contrario di voi, dove con la morte tutto finisce. Noi abbiamo un solo scopo nella vita, servire la comunità, e due nemici principali, l'avidità e l'ira. Per i nostri Padri tutti gli uomini hanno pari dignità. Noi conserviamo in una grotta segreta tutto ciò che ci hanno lasciato gli Dei, ed i loro insegnamenti sono incisi in un materiale verde azzurro sconosciuto che né l'acqua nè il fuoco possono distruggere; conserviamo il vestito di Lhasa, le sue armi ed il bastone da sovrano; dei Goti conserviamo le teste di drago delle loro navi, i loro elmi alati di ferro, le loro armature e spade. Vi sono inoltre vasi, manufatti e strumenti musicali, fra cui dei grandi corni fatti di conchiglie che usiamo nelle cerimonie funebri: il loro suono profondo e triste accompagna l'essenza dell'Io sulla sua strada verso la seconda vita. Vi sono infine molti oggetti preziosi una volta posti nei templi, ed i vestiti, le armi ed il simbolo, una croce nera su un tessuto bianco, dataci dai nostri ultimi alleati, che ci trovarono nel 1941 d.C.: i Tedeschi.

lunedì 12 settembre 2011

"Un Cuore tra le Stelle" di Federico Bellini

Ognuno dentro di noi è composto da un intestino, una milza, un pancreas, un fegato, due polmoni, un cuore, un sistema linfatico, nervoso o venoso che fa circolare litri di sangue in tutto il corpo, ovvero, da un mondo interiore che ci permette di regolamentare le funzioni del nostro contenitore e di mantenerlo in vita, un mondo che ognuno di noi, però, non ha mai visto con i proprio occhi… Ognuno di noi è proprietario dalla nascita di un cuore pulsante, un cuore che ci permette di vivere ma che nessuno, però, è riuscito mai a vedere con i suoi occhi, nemmeno a toccarlo, perché possiamo farlo solo esternamente e a pochi centimetri di distanza quando ne osserviamo il battito sulla pelle esterna del petto… Un cuore è vero, tangibile, si trova dentro di noi, eppure vivremo una vita senza poterlo mai raggiungere. Questo significa che non tutto ciò che esiste o che consideriamo reale sia necessariamente visibile, perché per quanto noi stessi siamo padroni (legittimi o meno) del nostro Corpo, nessuno è in grado di spiegare come realmente è fatto al suo interno, nessuno è in grado di mostrare cosa si trova dentro di Sé. Vero che la scienza medica ci ha permesso di poter vedere e capire come sia fatto l’interno del corpo umano, ma resta pur sempre una spiegazione sui generis, riferita all’umanità intera, ciò che realmente ognuno di noi porta interiormente è del tutto personale ed ogni cellula del nostro corpo è diversa da quella di un altro nostro simile, anche se le componenti che lo formano hanno tutte la stessa origine. Che si parli di Uomo, Alieno ma anche di pianeti, tutto ha avuto inizio dalle Stelle, perché gli elementi che ci compongono sono da loro generati. Tra noi ed una Stella non c’è differenza alcuna perché siamo composti della stessa sostanza, degli stessi elementi fondamentali su cui tutto l’Universo si è formato. Noi siamo effettivamente Figli delle Stelle, ciò di cui siamo formati proviene da chissà quale supernova esplosa miliardi di anni fa in modo violento e magnificamente terrificante, eppure nessuno di noi ha mai visto o esplorato l’interno di quella stella e dalla quale abbiamo comunque avuto origine. Per questo motivo dedico questa breve riflessione a coloro che credono di aver capito o scoperto tutto, sull’Uomo, sulla vita, sull’intero Universo, perché in realtà è solo la manifestazione di un ego utopico dove la stupidità di una intelligenza viziata dai propri dogmi, non avrà altro errore che generare ulteriori mostri. Riflettete, tutti quanti, quando la prossima volta che, distesi su di una spiaggia sotto un sole caldo ed estivo, osserverete il vostro petto mentre si abbronza e il movimento del battito del cuore sulla sottile pelle, ricordate che provenite da chissà quale stella morta tanto tempo fa e che avete un cuore che vi mantiene vivi e che non avrete mai il privilegio di osservare con i vostri occhi… eppure, al tempo stesso, sarete comunque la prova vivente della loro e vostra esistenza!

lunedì 5 settembre 2011

"La Cronaca di Akakor - parte IV" di Maurizio Rucco

Il Credo della tribù eletta dagli Dei, si differenzia fondamentalmente dalla falsa fede dei barbari bianchi. Essi adorano la proprietà, la ricchezza ed il potere come un Dio e pensano che nessun sacrificio sia troppo grande pur di avere più del proprio vicino; invece i nostri Dei ci hanno insegnato come vivere e come morire. C'insegnarono che il corpo nasce e perisce, trasformato giorno   dopo giorno dall'alimentazione e, per questa ragione, non può rappresentare la nostra vera vita. I nostri sensi dipendono dal nostro corpo, e sono portati da lui come la fiamma di una candela: quando la candela si spegne anche i sensi si spengono, perciò anche loro non possono rappresentare la vita Reale. Il nostro corpo, quanto i nostri sensi, sono soggetti al tempo, nel tempo mutano e solo la Morte è il mutamento definitivo, in quanto essa distrugge ciò di cui possiamo fare a meno. Il vero Io, l'Essenza, è al di fuori del tempo. E' immortale. Dopo la morte del corpo ritorna da dove era venuto: come il fuoco usa la candela per rendersi visibile, così l'Io usa il corpo per rendere visibile la sua vita. Dopo la morte, il vero Io, ritorna al principio del tempo, all'origine del mondo, nel grembo dell'Assoluto, nell'Eternità. L'uomo fa parte di un immenso e misterioso disegno cosmico che si svolge nei cieli, diretto da una legge eterna; i nostri Primi Maestri conoscevano questa legge e ci insegnarono i segreti della seconda vita, che la morte del corpo è insignificante e che solo l'immortalità dell'Io è importante, libero dalla materia e dal tempo. Alla metà dell'undicesimo millennio, intorno al 600 d.C., per il vostro calendario, l'impero degli Ugha Moungulala superò il suo zenit. Le tribù selvagge espugnavano le fortezze di frontiera, vi erano rivolte nelle tribù alleate, l'avvento sempre più incalzante dei barbari bianchi, e gli Incas, antichi fratelli oramai divenuti dei nemici idolatri, giunsero fino alle mura di Akakor; ma ecco che, ancora una volta, quando più lo necessitavamo, una notizia giunse a noi: strani valorosi guerrieri stavano risalendo impetuosamente il Grande Fiume, con le loro mogli e figli, alla ricerca dei loro Dei. Fu cosi' che giunsero a noi i Goti. Essi erano i discendenti di Samon, che atterrò migliaia d'anni prima sulle rive del Nilo, ed anche loro erano, quindi, nostri fratelli, figli dei principi del Cielo. Il loro capo, Cacciatore Selvaggio, era saggio e coraggioso: quando tutto sembrava finito per loro dopo millenni della loro storia a causa di un massiccio attacco di uno straordinario popolo, i Vichinghi, egli li salvò, stringendo all'ultimo un' alleanza che, tuttavia, li costrinse a partire; così navigarono per trenta lune all'affannosa ricerca delle loro origini; esplorarono tutti gli angoli del pianeta, finchè ci trovarono nel 570 d.C. I Goti erano oltre mille, soldati esperti, ed abilissimi agricoltori e tessitori. Ci insegnarono l'utilizzo del Ferro, metallo a noi, che lavoravamo solo oro argento e bronzo,sconosciuto. Grazie alle corazze così ottenute, sgominammo gli avversari, e grazie all'uso intensivo di nuove sementi e tecniche di coltivazione, il nostro impero rifiorì. La pace durò quasi mille anni dal 570 d.C., dove solo noi e i discendenti di Viracocha il figlio ribelle degenerato, gli Incas, avevamo diviso il territorio, ed in pace ed armonia governavamo, anche se solo da noi vigevano le leggi lasciateci dai Principi Celesti. Nel 1531 d.C. giunsero notizie di un popolo con la barba che navigava su grandi battelli, alti, bianchi, forti e poderosi come Dei; pensammo ad un loro ritorno ed organizzammo fuochi festosi, la gioia si diffuse ovunque, gli Dei erano tornati! Fu un crudele inganno, i barbari bianchi come ancora oggi li chiamiamo, distrussero l'impero degli Incas, uccisero uomini donne e bambini a milioni, eressero templi con la croce. I giorno terribili cominciarono, quando il Sole e la Luna si scucirono, diventando rossi come sangue. Cinque anni dopo il loro arrivo l'impero Inca era in rovina, pochi sopravvissero, alcuni furono fatti schiavi, ed altri scapparono nella foresta trovando rifugio da noi, fra le nostre mura; ma un giorno gli Spagnoli, così venivano chiamati i barbari, seppero di noi popolo eletto e vennero a cercarci. Il Principe Umo ed i più vecchi del consiglio decisero la ritirata, per quanto molti furono di parere contrario. Le città di frontiera vennero distrutte, ed anche Machu Pichu, la città sacra di Lhasa, venne abbandonata; file di portatori trasportarono per i ripidi passaggi delle montagne, gioielli, offerte, oggetti preziosi e tutte le provviste ad Akakor, tutte le entrate alla città vennero accuratamente nascoste e bloccate da pietre enormi. Molti bianchi tentarono di avvicinarsi ad Akakor ma tantissimi di loro morirono a causa delle frecce avvelenate delle tribù alleate e per le malattie contratte nella Foresta. Solo un gruppo raggiunse i dintorni della capitale; sul monte Akai, a tre ore di distanza a piedi da Akakor, si svolse una memorabile battaglia, che si protrasse per molto tempo. Un giorno, infine, un' imboscata al nemico li costrinse alla resa, molto di loro perirono, ma alcuni vennero incatenati e condotti in città, dove venivano guardati con un misto di orrore, reverenza e disprezzo. Il Sommo Sacerdote parlò loro domandando il motivo di così tanto sangue e violenza, ma il cuore dei barbari bianchi era troppo duro per comprendere, ed impiegarono molto tempo prima di capire la loro sorte: lavorare incatenati nelle miniere d'oro e di argento, fino alla fine dei loro giorni.