
Fra il quarto e il terzo millennio a. C. è esistita nelle terre intorno al Nilo quella che noi oggi chiamiamo la civiltà egiziana delle “prime Dinastie”. Per molto tempo si è ritenuto che tale periodo iniziale dell'Egitto storico non fosse altro che una società alquanto primitiva, negli anni '50 del Novecento ci sono invece state delle scoperte archeologiche che hanno portato nuovi elementi. I risultati di questi scavi dimostrarono che la civiltà egiziana del periodo arcaico era molto più avanzata di quanto non si fosse fino ad allora supposto... È certo che fin dall'inizio della cosiddetta epoca storica erano presenti una scrittura completa, un calendario, un ordine sociale ed un culto perfettamente organizzati, tutte cose che testimoniano un lungo periodo di civiltà precedente l'epoca storica. Non vi è però alcun documento che permetta di collegare questo stato di cose ad un epoca “preistorica”, sulla quale sembra sia passato un cataclisma. In questo periodo della storia egiziana si susseguono i nomi di quelli che in genere vengono definiti “i re mitici”, definiti così sia per le loro epiche gesta, il loro valore fondativo, che per la grande distanza temporale. Una figura come quella del Re Djer (Re Serpente) oggi oscilla nel nostro immaginario tra l'immagine di una vera e propria creatura divina, aliena , comunque non umana, che avrebbe portato all'uomo doni che stanno tra la conoscenza e la schiavitù a seconda delle interpretazioni, e un'immagine al contrario scettica che vede in queste figure mitiche null'altro che idee politiche, origini storiche, in ogni caso personaggi ed episodi meramente umani che, sublimati attraverso i crismi del mito, si sono trasformati in affari sovrumani, divini, e innalzati a “religione”. A noi qui non interesserà né l'una né l'altra di queste prospettive, piuttosto cercheremo scrutare meglio nell'antica e primordiale immagine del Re, per vedere se questa potrà aiutarci a comprendere meglio alcuni eventi e personaggi del nostro mondo attuale. La figura del Re che prenderemo in considerazione qui ha poco a che fare con l' uomo in carne e ossa come con la presenza fisica di una qualunque creatura, aliena che sia. Il Re è un simbolo, un pretesto per dar corpo ad un significato mitico, mistico, ermetico. Il sovrano altro non è che una teofania, una corporificazione della scintilla divina e i riti che lo circondano altro non sono che il compimento reale della creazione, le fasi che essa deve passare per raggiungere la sua esaltazione finale, ovvero l'uomo stesso. Vengono allora attribuiti al Re vari titoli e qualità in ciò che egli simboleggia nel Divenire della creazione: la fase finale del Ritorno alla Fonte, il coronamento dello sviluppo umano, l'Uomo cosmico”. Questo è il Re di origine divina ed onnipotente sulle cose della Natura creata. È attraverso questa simbolizzazione dell'oggetto di una Scienza sacra, di una vera e propria “alchimia”, che il Re compie i prodigi e mantiene il collegamento, attraverso se stesso, con il significato esoterico del mito divenendo così la base della religione, della scienza e dell'organizzazione sociale. Come guida del suo popolo egli è prima di ogni altra cosa sacerdote, “sciamano”, ovvero la “porta” di ingresso attraverso la quale il popolo può incontrare il divino, chiedere accoglienza e conforto contro la paura, soprattutto della morte. Anche il Re muore, ovvio, ma solo uno sguardo superficiale può far credere che questo rappresenti la prova di una superstizione: “dato che anche i Re muoiono allora doveva essere palese la stoltezza del crederli dei”. Al contrario, la morte del Re altro non era che il compimento della sua missione sulla terra e la prova della sua trasmutazione definitiva, ma forse è la nostra condizione attuale a renderci incapaci di cogliere la reale valenza e portata del Mito. Ciò che simboleggia il Re è il fine che ogni mortale deve raggiungere: il compimento dell'Antropocosmo. È lui, in quanto creatura corporea animata dal soffio divino, che subisce tutta la “Passione” per raggiungere la regale perfezione pervenendo alla tappa finale. Ciò che il Re regnante è come uomo, o alieno, non ha rilevanza alcuna anche se la storia ci mostra, tuttavia, che fu sempre fatta una rigorosa distinzione, nelle cronache come nei reperti, tra il Re degno ed il Re meno degno. Quello che conta è che il Re fosse il catalizzatore del “Principio reale”, il tramite fra diverse dimensioni. Il Re era anche il guaritore, il medico supremo, come non ricordare l'antichissima saga dei “Re taumaturghi”, nella quale il sovrano “toccava” la scrofole, ancora viva nel nostro occidente razionalista fino a prima della Rivoluzione francese? Esattamente come nelle culture indiane dell'estremo occidente faceva lo sciamano, l' ”uomo della medicina”, il quale non curava solo gli individui ma anche e soprattutto la comunità. Lo sciamano, usando se stesso come tramite, con le sue danze, riti, con la sua presenza, metteva in comunicazione la comunità con i mondi superiori dello spirito, intercedendo per essa officiava rituali propiziatori, era una guida e una protezione. Pur non essendo una figura legata direttamente al comando come il Re lo sciamano incuteva riverenza e rispetto, per il semplice fatto che aveva come ruolo quello di affrontare quotidianamente l'infinito come il pescatore affronta quotidianamente il mare, come il Re egli era l'emissario di un altro mondo. Essere uno sciamano non significava essere un abile stregone e nemmeno lavorare per incantare la gente o essere degli invasati: voleva dire raggiungere livelli di consapevolezza che rendono possibili cose ritenute invece inconcepibili. Questa caratteristica li avvicina molto alle capacità sovrumane dei Re primordiali cui abbiamo accennato all'inizio; lo sciamano rappresenta la fissazione in forma corporea dell'Energia cosmica, un collegamento con la fonte irrazionale all'origine delle cose. Per questo motivo abbiamo detto prima che non ha importanza la sua forma materiale, anche quando lo sciamano indossa la maschera, cambia le sue fattezze indossando i costumi tradizionali, lo fa non per impersonare o mimare una creatura ma per rappresentare quello che gli egiziani chiamavano “Neter”, un “aspetto” della divinità, uno dei “principi attivi universali”, una delle tante forme attraverso le quali l'universo vive e si mostra. I “Neter” non posseggono un giudizio personale, in quanto Principi essi sono gli elementi dell'armonia cosmica. Questa è la chiave di volta che unisce la figura del Re-sacerdote della tradizione occidentale con la figura dello sciamano. Teologia e scienza in un unica espressione, una relazione tra uomo e universo completamente differente, funzione che accomuna l'Egitto faraonico, l'India e le antiche civiltà mesoamericane. Caso differente è quello del Re dell'Europa medievale, infatti dopo l'epoca della Roma imperiale, dove anche qui l'Imperatore veniva divinizzato ed era “Pontefice”, cioè collegava umano e divino, in seguito in Europa c'è stata la separazione dei due aspetti: tra sacro da una parte e profano dall'altra, tra spirituale e “temporale”, tra papato e impero. Parlare delle ragioni e soprattutto delle conseguenze di tale scissione richiederebbe una trattazione a parte e non rientra nel nostro attuale discorso. Piuttosto cercheremo di vedere se la figura riunificata del Re-sacerdote, dello sciamano ,sia ancora qualcosa di possibile e se effettivamente si sia ripresentata in tempi vicini ai nostri che, data la attuale condizione, avrebbero un immenso bisogno di una vera giuda sciamanica e non certo dei pifferai a cui ci siamo abituati.
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Lo sciamano, come è stato detto, è un guaritore, il protettore della propria comunità, ma in che modo ci riesce? Interpretando lo spirito dei suoi tempi, essendo l'uomo giusto al momento giusto che da un livello più alto vede la condizione globale del suo popolo ed è in rado di indicare la via verso il futuro. Ma quali caratteristiche dovrà avere una personalità così potente e soprattutto come potrà acquisirle? Il primo passo è il distacco, un radicale trasferimento dell'interesse da questo mondo ad un altro, dall'esteriorità all'interiorità. Ma questo regno, ci ha spiegato la psicanalisi, è precisamente quello dell'inconscio. È il regno che ci accomuna tutti, nel quale entriamo attraverso il sonno, con i sogni, e che è sede delle energie vitali più forti, la fonte degli archetipi. Se non c'è sufficiente consapevolezza dello stato di queste forze archetipiche, se non c'è un'adeguata coscienza dello “spirito dei tempi”, la comunità andrà incontro allo smarrimento e alle sventure ed è qui che entra in scena lo sciamano, il profeta del tempo a venire, l'eroe. Perché lo sciamano è, in sostanza, l'eroe del suo tempo. L'eroe indica la strada verso il futuro, egli rappresenta “qualcosa di nuovo”, il principio rigeneratore che chiarificando l'inconscio collettivo ne reindirizza le immense energie vitali a favore della comunità. Riportando alla luce della coscienza le occulte energie dell'inconscio collettivo di un'intera generazione, o di un'intera civiltà, lo sciamano ne diviene il benefattore, cioè l'eroe, divenendo un personaggio di importanza non soltanto locale ma storica. In breve: il primo compito dello sciamano-eroe è quello di abbandonare il mondo degli effetti secondari e ritirarsi nelle zone profonde della psiche dove risiedono le difficoltà e qui risolverle, sradicarle, attraverso un “viaggio”, una “trance”, un “trip” che lo metta in contatto con gli “angeli” e i “demoni” del profondo, per portarli alla luce. Lo sciamano-eroe potrà così passare trionfante alla diretta esperienza e all'assimilazione di immagini archetipiche efficaci che poi trasmetterà alla sua gente sotto forma di simboli, ma attenzione, la comprensione del messaggio sciamanico richiede una sensibilità a cui noi, oggi, non siamo più molto avvezzi. Il simbolismo tradizionale era indissolubilmente legato a una visione del mondo spirituale, tutto l'insieme di questo linguaggio mirava a descrivere il rapporto degli esseri umani con le realtà superiori, rapporto che era allora molto più frequente. Il XX secolo ha conosciuto un oblio crescente del simbolismo a livello popolare, il quale rappresentò solo un passaggio di un processo di desacralizzazione dell'intera vita sociale, processo che negli ultimi decenni del Novecento è entrato nella fase più avanzata. La simbologia comprende la scrittura per immagini, gesti e colori, con l'obiettivo di trascrivere funzionalmente un senso esoterico, vale a dire interno, irrazionale, inesprimibile. Ciò che può essere detto e descritto chiaramente non ha bisogno di alcun simbolo. L'irrazionalità non dev'essere qui intesa nel senso matematico come, per esempio, “la radice di due” o “Pi greco”. Questi sono semplicemente dei numeri che non trovano mai il proprio termine, in quanto sostituiscono solamente una funzione geometrica: la diagonale del quadrato, il diametro del cerchio; essi non sono altro che matematicamente indefinibili e questo non è certo un esoterismo, non comprende un significato interiore, apprendibile esclusivamente per intuizione. É solamente nel profondo della psiche, nei recessi della nostra anima, che abbiamo i mezzi e la sensibilità per adatti a sperimentare il messaggio sciamanico. Se un uomo, in un determinato tempo e luogo, diviene in grado di riportare alla superficie anche soltanto una parte di queste energie perdute, di questi archetipi, un'intera civiltà può subire un meraviglioso rinnovamento e potenziamento. Gli archetipi da scoprire e assimilare sono precisamente quelli che hanno ispirato, durante tutti i secoli della cultura umana, le immagini fondamentali della mitologia, dei riti e delle visioni. Queste “eterne presenze del sogno” non devono confondersi con le figure simboliche e soggettivamente modificate che appaiono negli incubi notturni o nella pazzia all'individuo ancora tormentato. Il sogno è una versione individuale del mito, il mito è una versione collettiva del sogno. Ma può esistere ancora oggi un individuo in grado di adempiere a tale compito? Riportare alla luce gli archetipi, svelare il significato dei sogni collettivi, indicare la via per il futuro, può ancora esistere un individuo del genere? Un vero sciamano, che possa essere incoronato Re? Assolutamente sì, chissà quante volte è successo e quanti ne sono vissuti di individui così, il loro messaggio vive e continua ad essere utile qualora si sia disposti a coglierlo. La psiche collettiva ha in riserva molti segreti che non vengono svelati se non quando è necessario. Così, a volte, la situazione che segue un'ostinata disobbedienza all'appello dell'inconscio fornisce l'occasione per una provvidenziale rivelazione di un qualche insospettato principio di liberazione. Molte volte è successo e continuerà a succedere. L'esempio che vedremo qui, per concludere, si situa tra gli anni '60 e '70 del Novecento e il personaggio che prenderemo in considerazione è Jim Morrison.
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Ricorre quest'anno il quarantennale della morte di James Douglas Morrison (Melbourne Florida, 8 Dicembre del 1943 – Parigi, 3 Luglio 1971) ed essendo partiti con il nostro discorso dal quarto millennio a. C. non sarà scorretto considerare un uomo morto quarant'anni fa un contemporaneo, anche perché il suo messaggio è più vivo che mai, raccoglie sempre nuovi adepti e la musica che questi ha prodotto insieme ai “Doors” continua ad essere ascoltata, suonata, scaricata e venduta nei negozi, per il semplice fatto che è molto meglio di tanto ciarpame prodotto oggi. Pochi artisti, soprattutto nel campo della musica, hanno attraversato la prova del tempo e l'hanno superata come Jim Morrison, la cui figura mortale di Rock star, poeta ed eterno giovane lo rende compagno di ogni nuova gioventù.
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Take the highway to the end of the night
End of the night, end of the night
Take a journey to the bright midnight...
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Sempre nuove generazioni di fans ad un certo punto della loro vita scoprono il personaggio “Jim” e molti di questi cominciano poi quel percorso di approfondimento che è ormai canonico. Film, libri e documenti di vario genere sono stati prodotti in grande quantità intorno alla figura del “divo che ha infiammato una generazione”, “il Re Lucertola”, ma molto di questo materiale può benissimo essere ascritto sotto la categoria della disinformazione. Jim Morrison e i Doors vengono sempre accomunati al movimento “hippie” e ai “figli dei fiori” quando in realtà erano tutt'altro: parole e musica oscure, quasi inquietanti, crepuscolari, che di certo non suscitavano nel pubblico un “volemose bene” ma bensì reazioni viscerali, isterismi da rito misterico di cui Jim ne era il sacerdote ed anche, consapevole del suo destino, agnello sacrificale. Jim, uomo di intelligenza e sensibilità uniche, sapeva che la storia lo aveva posto in una posizione che andava oltre lui, un ruolo che avrebbe inghiottito e masticato la sua debole forma umana; egli accettò il suo destino come un vero sciamano. Questo perché nel momento in cui si varca una particolare soglia, volenti o nolenti, tutto quello che accade in seguito non appartiene più esclusivamente al proprio dominio, ma entra invece a far parte del regno dell'infinito. I suoi testi e le sue poesie testimoniano l'intensità, la serietà con cui Jim aveva accettato il suo ruolo nonché la sua volontà di portare la cosiddetta “cultura giovanile” ad un livello diverso, nella speranza che questa diventasse la fonte del rinnovamento di un intera civiltà che avrebbe avuto in Los Angeles il suo “omphalos”.
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Realms of bliss, realms of light
Some are born to sweet delight,
Some are born to sweet delight
Some are born to the endless night
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Ci descrivono la vita di Jim Morrison come quella di un beone, di un drogato, la cui morte prematura non è stata altro che il portato naturale della vita sregolata di un degenerato; niente di più lontano dal reale significato di una vita che avrebbe molto da insegnarci. Jim era un poeta dalla natura mercuriale, prometeica. La sua idea di poesia era molto salda: la “leggenda Rimbaud”, la tragedia della predestinazione. Essere un poeta implicava qualcosa di più del solo scrivere, come essere un cantante rock per lui implicava qualcosa di più che il mero intrattenimento. Un impegno a vivere e morire con grande stile e con una ancor più grande tristezza, perché per lo sciamano la tristezza non è una faccenda personale: “Gli sciamani dei tempi antichi, quelli che hanno dettato le leggi dello sciamanesimo, credevano che nel cosmo la tristezza fosse simile a un'energia, a uno stato come la luce o l'intento e che la sua forza eterna agisse su di loro perché privi di barriere protettive. Gli sciamani non possono nascondersi dietro i loro amici o i loro studi, dietro l'amore, l'odio, la felicità o la sofferenza. Non possono nascondersi dietro a nulla. La condizione degli sciamani è che per loro la tristezza è astratta: non nasce dal desiderio o dalla mancanza di qualcosa e nemmeno dalla presunzione. Non deriva dall'ego ma dall'infinito.”[1] Jim sentiva il morso della tristezza universale; svegliarsi ogni mattina con una febbre da cavallo e sapere che non si sarebbe mai estinta se non con la morte, e tuttavia essere convinti che questa sofferenza porterà ad una ricompensa straordinaria. Lo stesso Rimbaud diceva che il poeta diviene un visionario attraverso un lungo, illimitato e sistematico “sgretolamento dei sensi”. Tutte le forme di amore, di sofferenza, di follia; egli scandaglia se stesso, esaurisce dentro di sé tutti i veleni e preserva la loro quintessenza. Attraversando un indicibile tormento, nel quale avrà bisogno della fede suprema, di una forza sovrumana, diviene fra tutti gli uomini il Grande Invalido, Il Grande Maledetto nonché lo Sciamano-eroe, il Supremo Scienziato. Il poeta come un ladro del fuoco. La voluta introversione è, in realtà, uno dei mezzi classici del genio e può essere deliberatamente usata come strumento. Essa trascina nel profondo le energie psichiche e vivifica il continente perduto dell'inconscio infantile e delle immagini archetipiche, ma tutto ciò ha un costo molto elevato. Il risultato è a volte una più o meno completa disintegrazione del conscio (nevrosi, psicosi: il male della povera Dafne) una consunzione interiore, una exacerbatio cerebri che è il tratto distintivo degli spiriti creatori. Solo così diviene comprensibile il reale significato della figura e della prematura dipartita di Jim Morrison.
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“This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend, the end
Of our elaborate plans, the end
Of everything that stands, the end...”
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Il problema dei nostri luminari d'oggi, scienziati, intellettuali, guru di vario genere è che, in fondo, non si assumono nessuna responsabilità di quello che dicono o fanno. Si assumono dei rischi certo, anche fisici, ma tali rischi sono tutti ascrivibili a cause esterne: il Sistema, i Militari, i Servizi ecc...da forze che vorrebbero metterli a tacere. Pare però non risentano di grandi conseguenze derivanti dalla natura stessa di quello che dicono e fanno, anche perché riescono a sostenere grandi ritmi di lavoro divulgativo per anni. Riescono a farlo perché il rapporto che hanno con il loro campo di studi è per così dire sub specie aeterni. Ciò che loro riportano è Scienza, Fatti, magari cambiando idea spesso, ma ciò che loro divulgano è sempre un dato del Metodo Scientifico che pretendono di usare in modo del tutto impersonale. Don Juan Matus, nagual, sciamano del Messico rurale, diceva che gli sciamani ritengono che l'unico modo per avere una certa presa sul nostro mondo, su ciò che noi facciamo, sia la nostra piena accettazione del fatto che ci avviamo verso la morte. Senza questo gesto fondamentale la nostra esistenza, ciò che facciamo e l'universo in cui viviamo diventano questioni ingovernabili. Comprendere questa accettazione e viverla fino in fondo. Secondo gli sciamani di tutte le epoche, non c'è nulla in grado di farci rinsavire quanto la visione della nostra morte; ci riporta a diretto contatto con la vita, “qui ed ora”, ci libera dalle nostre ataviche e infantili paure. L'individuo è prigioniero tra le mura dell'infanzia, il padre e la madre fanno la guardia alla soglia, e l'anima timorosa, superstiziosa, teme una punizione e non osa varcare la porta che conduce al mondo esterno.
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And He came to a door, and He looked inside
“Father?”-”Yes son?”-”I want to kill You”
“Mother, I want to f*** You all night baby!”
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Jim lo aveva capito e infatti concentrò tutta la sua attività di poeta e rock star nel tentativo di curare intere masse dall'impersonalità, dal torpore e dal conformismo. Seguendo un certo tipo di interpretazione freudiana, sosteneva una tesi secondo cui il genere umano è largamente inconsapevole dei propri desideri, ostile alla vita e inconsciamente portato all'autodistruzione. Jim aveva concluso che le masse possono soffrire di nevrosi proprio come gli individui, queste forme di alienazione potevano essere quindi facilmente diagnosticate ed efficacemente trattate. I concerti dei Doors erano pieni di momenti magici, ed è esattamente tramite una vera “magia” che Jim instaurava il rapporto terapeutico con la folla. Come lo stesso S. Freud afferma : “La magia è l'introduzione alla tecnica che rende l'uomo padrone degli spiriti e delle anime, dominatore della natura animata ed inanimata”. Ma come postulano le stesse teorie freudiane, nelle masse sono presenti anche la coazione a ripetere, la mentalità da branco, la tendenza ad abdicare alla propria libertà di esseri umani ed abbandonarsi, disperdersi, all'interno di un gregge guidato dal pastore. Jim aveva infine sbattuto il muso contro questa dura realtà e, per concludere la parabola ascendente del suo percorso ed entrare in quella discendente, in un concerto a Miami nel 1969 disse ciò che realmente pensava del pubblico che lo idolatrava: "You're all a bunch of f**kin' idiots. Let people tell you what you're gonna do. Let people push you around. How long do you think its gonna last? How long are you gonna let it go on? How long are you gonna let them push you around. Maybe you love it. Maybe you like being pushed around. Maybe you love getting your face stuck in the shit.....You're all a bunch of slaves. Bunch of slaves. Letting everybody push you around. What are you gonna do about it? What are you gonna do about it? What are you gonna do?” Se si vuole realizzare il risveglio bisogna praticarlo qui ed ora, senza il minimo indugio. Jim vive.
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BIBLIOGRAFIA
R.A. SCHWALLER de LUBICZ: “LA TEOCRAZIA FARAONICA”.
J. HOPKINS – D. SUGERMAN: “NESSUNO USCIRÀ VIVO DI QUI”.
C. CASTANEDA: “IL LATO ATTIVO DELL'INFINITO”.
J. CAMPBELL: “L'EROE DAI MILLE VOLTI”.
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[1] Carlos Castaneda, Il lato attivo dell'infinito, 1997.