TV

Loading...

sabato 30 aprile 2011

Immortali: Lucio Apuleio o Apuleio da Madaura

Lucio Apuleio o Apuleio da Madaura (Madaura, 125 – 170 circa) fu uno scrittore, filosofo, retore, mago e alchimista romano di scuola platonica. È noto in particolare per la composizione del romanzo Le metamorfosi (o Asino d'oro). Il prenome Lucio, come tradotto dai codici, risulta sospetto, a causa dell'omonimia con il protagonista-narratore di quest'opera. Apuleio nasce intorno al 125 a Madaura (attuale Mdaurusch, Algeria), piccolo ma importante avamposto romano. La famiglia è benestante ed influente: il padre fu console, la più alta magistratura municipale in Roma, e lasciò ai suoi due figli una consistente eredità di quasi due milioni di sesterzi. I primi studi grammaticali e retorici li segue a Cartagine. Qui Apuleio approfondisce poesia, geometria, musica, e soprattutto filosofia, i cui studi sono terminati successivamente ad Atene. S'interessa anche dei riti misterici: a Cartagine dei misteri di Esculapio, il corrispettivo romano del dio greco della medicina e della guarigione Asclepio, e ad Atene dei Misteri Eleusini. Apuleio è un grande amante dei viaggi: brillante conferenziere e curioso d'ogni scienza, filosofia o culto, è a lungo una specie di clericus vagans del suo tempo. Alcune tappe del suo pellegrinaggio segnano particolarmente il suo vissuto e la sua sensibilità. Recatosi a Roma, è iniziato al culto di Osiride e di Iside e intraprende con successo la carriera dell'avvocato. Prosegue poi per l'Egitto, Samo (isola natale di Pitagora), Gerapoli e l'Oriente. Qui approndisce la sua cultura filosofica e religiosa. Sulla via di Alessandria, Apuleio sosta a Oea (l'odierna Tripoli), dove si imbatte in un vecchio compagno di studi, Ponziano, che lo trattiene offrendogli ospitalità. La madre di Ponziano, Emilia Pudentilla è vedova, non bella, ma particolarmente benestante. Pudentilla vuole sposarsi con Apuleio, perché fidato amico e, in quanto filosofo, indifferente alla ricchezza. Apuleio, inizialmente ritroso, cede alle insistenze della donna e si uniscono in matrimonio. Dì lì a breve, Ponziano muore e i parenti di Pudentilla, per timore di perdere la ricca eredità, accusano Apuleio di aver sedotto la vedova con incantesimi e magie per estorcerle il lascito. È avviato un processo a suo carico, che viene celebrato a Sabratha, in Tripolitania, di fronte al proconsole romano Claudio Massimo, si suppone tra la fine del 158 e gli inizi del 159 e.v.. Questa bega legale espone Apuleio addirittura alla pena capitale, in osservanza della lex Cornelia de sicariis et veneficis emanata dal dittatore Silla nell'81 a.C. Anche grazie all'orazione difensiva, poi pubblicata col titolo di Apologia o "Pro se de magia", Apuleio viene assolto, o almeno così si può dedurre dal tono trionfale nella stessa. Per merito delle sue pubblicazioni, Apuleio riscuote grande fama di filosofo platonico. Ritornato a Cartagine, la sua gloria viene riconosciuta con la sua investitura a sacerdos provinciae ("sacerdote della provincia"), una carica di grande prestigio religioso e civile: gli è affidato il culto dell'imperatore e di Roma, ma anche funzioni di governo e di rappresentanza. Muore nel 170 d.C., anno a cui risalgono le ultime notizie a suo riguardo. Le cause della morte sono, allo stesso modo, ignote.

Immortali: Giabir ibn Hayyan o Geber

Giabir ibn Hayyan, latinizzato in Geber (813 ca – ...), è conosciuto come il più grande alchimista musulmano: è da taluni storici della scienza considerato come il punto di passaggio tra l’alchimia e la chimica. Il presunto Geber nacque intorno all’anno 813, inventò molti strumenti di laboratorio e introdusse la distillazione per la purificazione dell’acqua, identificando numerosi alcali, acidi e sali. Produsse l’acido solforico e la soda caustica. Inoltre scoprì il mercurio. Molte attribuzioni però non si riferiscono a lui ma al nome sotto il quale si è raccolto l’immenso corpus geberiano. Nei suoi libri troviamo la descrizione del cloruro d’ammonio, della distillazione dell’aceto per ottenere l’acido acetico concentrato, la preparazione dell’acido nitrico diluito. Geber considerava il mercurio il metallo per eccellenza, ed il mercurio e lo zolfo, con il suo colore giallo e la combustibilità, diventavano gli elementi fondamentali per produrre l'oro; occorreva solo trovare la sostanza in grado di legarli assieme. Questa sostanza, che per tradizione doveva essere una polvere secca, era chiamata xerion dai Greci, al-iksir dagli Arabi ed elisir in ambiente cristiano latino. L’elisir divenne poi, sempre in virtù della sua secchezza, la pietra filosofale, in grado inoltre di donare vita eterna. Fondamentale per lo sviluppo successivo della chimica fu la sua scoperta dell’acqua regia per la soluzione dei metalli. Intorno a questo nome sono state raccolte numerose opere che non appartengono né al presunto alchimista né al suo tempo. Di lui si conosce pochissimo anche se troviamo moltissime testimonianze molte delle quali tarde e apocrife. Geber ibn Hayyan (o i vari Geber VIII-XIII sec.) è considerato il fondatore dell’alchimia araba e padre della «teoria della bilancia», tra il mondo materiale e quello spirituale. Nel Libro della misericordia è condensato tutto il suo pensiero. L’alchimia non è una pratica magica ma un’imitazione dell’operato della Natura su se stessa, allo scopo di perfezionarla. I corpi possono cambiare gli uni negli altri e acquisire nuove proprietà. E così l’operatore, il cui perfezionamento interiore deve andare di pari passo con l’operazione stessa. È il principio in nuce della dignificatio, che si trova già in Zosimo. Gli sono attribuite più di mille opere (il «Corpus geberiano»). Sono opere differenti, in lunghezza e stile, anche se abbastanza omogenee dal punto di vista dottrinale. Si notano influenze pitagoriche, neoplatoniche, gnostiche. Nei secoli successivi la scuola geberiana costruirà alcuni dei temi portanti di tutta l’alchimia: l’elixir, essenza vitale dell’opera «manuale», dinamicamente attiva e capace di perfezionare i corpi imperfetti. Questo tema è trattato nel Libro segreto nascosto. Molte notizie sull’alchimia araba provengono dal Libro dell’indice, che elenca, oltre a varie informazioni su sette, religioni, magia, filosofia, ecc., tutti i libri alchemici in arabo fino al x sec., periodo della sua composizione. Di Geber si dice anche che non fosse «autentico» e che non avesse composto che un solo libro, il Libro della misericordia, mentre tutte le altre opere sarebbero state apocrife. La cosa però non è importante. Infatti non è il nome a rendere efficace la dottrina, che può essere anche del più sconosciuto e «ingannatore» degli alchimisti.
.
Il francescano Paolo di Taranto (XIII sec.), di cui non sappiamo nulla, sotto il nome del grande «Geber» scrive la Summa perfectionis magisterii, prima grande sintesi dell’alchimia occidentale. L’Esposizione sistematica del magistero perfetto era stata sempre considerata opera geberiana. Il testo, che tratta della trasmutazione metallica, analizza il differente rapporto tra opera naturale e opera artificiale. Sono elencate anche le sette operazioni classiche dell’alchimia: sublimazione, distillazione, calcinazione, soluzione, coagulazione, fissazione, incerazione (fluidificazione). Paolo di Taranto è anche l’autore del trattato alchemico Theoria et pratica, scritto sempre sotto il nome di Geber. I minerali sono classificati alla luce delle esperienze pratiche di laboratorio. Ogni cosa dipende dalla Natura, però «governata dall’arte». E probabilmente anche del Testamentum. «Il titolo non va letto nel senso comune, bensì in quello filosofico di -attestazione su -, dichiarazione intorno a-, ovvero con l’identica sfumatura con cui i Cattolici parlano della Bibbia come dell’Antico e del Nuovo testamento».

Immortali: Pietro Barliario

Pietro Barliario (1055 – marzo 1148) , personaggio semi-leggendario, medico e alchimista italiano, studioso di testi di magia della tradizione araba. Poche e scarne sono le notizie certe sulla sua vita, tanto che molti degli episodi noti sono, assai probabilmente, delle leggende raccolte dai posteri per esaltare o esecrare la sua figura; c'è chi addirittura sostiene che non sia mai esistito. A volte la volgarizzazione del nome in Bailardo o Baialardo, ha ingenerato confusioni con Pietro Bailardo o Pietro Abelardo. Pietro nacque a Salerno da famiglia agiata ma non benestante, e sin dalla gioventù nutrì una gran predilezione per le arti magiche, quasi sicuramente accompagnate allo studio della medicina (erano gli anni in cui la Scuola Medica Salernitana era nel pieno del suo fulgore). Di lui si racconta che, in breve tempo e grazie ad un patto col diavolo, divenne un potente stregone, tanto da far innamorare di sè le donne più belle grazie a degli speciali filtri magici, di poter cambiare l'acqua in vino, e di far spuntare le corna sulla testa di chi gli era antipatico. Stando alla leggenda, l'opera più celebre di Barliario fu la costruzione, in una sola notte di tempesta e con l'aiuto dei demoni, dell'acquedotto medioevale tuttora esistente a Salerno; tale opera imponente, costruita su un dirupo ed facente per la prima volta uso dell'ogiva, dovette impressionare non poco il popolo salernitano, la cui fantasia ne attribuì la costruzione a una mano "diabolica". Tale superstizione perdurò almeno fino ai primi del Novecento, quando ancora si riteneva che andare sotto gli archi all'imbrunire avrebbe comportato l'incontro con gli spiriti maligni. Secondo il racconto il Diavolo, amico di Barliario in tante malefatte, si vendicò di lui in maniera atroce. Un giorno in cui il mago era assente, due suoi nipoti (un'altra versione parla di figli), Fortunato e Secondino, rimasti soli nel laboratorio, vi rimasero a giocare per passare il tempo: ma, aperto un libro magico (o, più verosimilmente, toccando delle sostanze sicuramente tossiche) caddero morti, colpiti da sincope. Quando Pietro tornò a casa e scoprì i due corpicini, ne impazzì letteralmente per il dolore: nel giro di pochi giorni divenne spaventosamente più vecchio. Passava tutto il tempo a piangere e a fissare il vuoto, o il pavimento su cui aveva fatto la tragica scoperta finché, vinto dal dolore, si trascinò nella vicina Chiesa di San Benedetto, dove si gettò ai piedi del crocifisso dipinto che era sull'altare. Scalzo e vestito di cenci, per tre giorni e tre notti il mago rimase a vegliare e pregare ai piedi della sacra immagine, piangendo e battendosi il petto con una pietra per penitenza, e chiedendo il perdono dei peccati. E, all'alba del terzo giorno, avvenne il miracolo: il volto del crocifisso alzò la testa ed aprì gli occhi, in segno di perdono. Da quel momento in poi, Pietro cambiò completamente la propria vita, diventando monaco ed entrando stabilmente in quello stesso Monastero di San Benedetto, ove visse il resto della sua lunghissima vita. Questa leggenda, tramandata dapprima oralmente (solo nel XIX secolo ne vennero scritte poesie e drammi) divenne ben presto popolarissima. Il Miracolo di Barliario attirò in città moltissimi pellegrini, desiderosi di ammirare o pregare davanti all'immagine miracolosa di Cristo. L'afflusso di gente fu tale che, oltre ai fedeli stessi, confluirono in città anche molti artigiani e mercanti di vario genere: da qui nacque la Fiera del Crocifisso, che si svolge ancor oggi i quattro venerdì di Quaresima. Una leggenda di ben diverso tenore vuole che sotto gli archi si siano incontrati i quattro mitici fondatori della Scuola Medica Salernitana, ma la leggenda sulla mano demoniaca di Barliario ebbe tanto effetto, che ancora oggi l'acquedotto è chiamato Ponti del Diavolo. Dopo l'episodio miracoloso del Crocifisso, Pietro Barliario visse molti anni ancora nel Monastero di San Benedetto, morendo in età assai avanzata: la tradizione popolare vuole che sia morto a novantatré anni d'età nel marzo 1148, il venerdì santo. Venne sepolto insieme alla moglie nella stessa chiesa dov'era avvenuto il miracolo, ai piedi del Crocifisso miracoloso. Quest'ultimo, dopo aver subito gravi danni a causa di un incendio nel XVIII sec., è conservato nel locale Museo Diocesano. Purtroppo, le varie vicissitudini che la Chiesa di S.Benedetto ha dovuto subire durante i secoli non hanno risparmiato nemmeno Pietro Barliario: attualmente (2008) non v'è più traccia della sua sepoltura, né di quella della moglie.

Immortali: Giovanni di Rupescissa o Jean de Roquetaillade

Giovanni di Rupescissa (in francese Jean de Roquetaillade, in occitano Joan de Rocatalhada; Marcolès, 1310 circa – Avignone, 1365) è stato un alchimista e francescano francese del XIV secolo, visionario e autore di commentari a testi profetici. Giovanni di Rupescissa nasce intorno al 1300-1310 nel villaggio di Marcolès, pochi chilometri a sud di Aurillac, nella regione francese dell'Alvernia. Nonostante diverse ricerche siano state condotte e diverse ipotesi avanzate negli ultimi due secoli, non si sa quasi niente della sua famiglia di provenienza. Egli stesso non parla mai, nelle sue opere giunte fino a noi, della sua famiglia. Intorno al 1328 comincia gli studi di filosofia a Tolosa, ma già nel 1332 entra nel noviziato dell'ordine francescano; dopo avere continuato gli studi a Tolosa per altri cinque anni, nel 1340 viene assegnato alla comunità del convento di Aurillac. Non c'è motivo per pensare che sia stato ordinato prete. Nell'anno 1340 egli avrebbe ricevuto la sua prima rivelazione profetica, che gli permise di comprendere il significato di un capitolo dell'Apocalisse di Giovanni. Pochi anni dopo, tuttavia, per Giovanni di Rupescissa inizia l'esperienza del carcere: dal dicembre 1344 al dicembre 1345 egli viene recluso nella prigione del convento di Figeac per ordine del Ministro provinciale dei Francescani, Guglielmo Farinier. Dagli scritti di Rupescissa non emerge con chiarezza il motivo per cui egli viene incarcerato, oltretutto in un regime assai duro dal punto di vista sia materiale sia spirituale. È probabile che i superiori francescani, e Guglielmo Farinier in modo particolare, lo abbiano incarcerato con l'accusa di essere eretico. Ad ogni modo, diventa difficile discernere tra le accuse formali mosse contro Giovanni di Rupescissa (la pratica dell'alchimia commista a magia? l'eresia? la predicazione di falsità?) e le vere cause della sua incarcerazione. Dalla lettura delle sue opere, tuttavia, emergono alcuni dettagli che ci possono far pensare a una vicinanza di Rupescissa alla linea degli Spirituali e forse addirittura al Beghinismo. È dunque per lo meno lecito il sospetto che il vero motivo della carcerazione di Rupescissa e soprattutto dell'avversione dei suoi superiori nei suoi confronti sia da cercare più nelle sue posizioni in materia di povertà e di obbedienza, che nella sua attività di profeta e visionario. Tra il 1345 e il 1347 Giovanni di Rupescissa è sballottato tra le prigioni dei conventi del Languedoc: Martel (attuale regione Midi-Pyrénées), Brive, Donzenac, Limoges e Saint-Junien (tutti nel Limosino), Cahors, Montcuq, Penne, Saint-Antonin e Tolosa (ancora nell'attuale Midi-Pyrénées). È credibile che i continui trasferimenti nascondessero anche l'intenzione di impedire al recluso di stabilire relazioni significative con i frati delle comunità che lo ospitavano: intorno a lui veniva creata la fama di "fantasticus", di visionario, forse di pazzoide, ma ben pochi avevano modo di stabilire con lui rapporti di amicizia o forse anche di conoscenza autentica. Nel 1346 è sottoposto a processo per eresia, ma l'inquisitore, il domenicano Giovanni des Moulins, constata la sua ortodossia: il frate non è eretico; ciononostante i Francescani si rifiutano di rimetterlo in libertà: Rupescissa rimane detenuto nel convento di Tolosa, e poi, sino al 1349, incarcerato in un sottoscala del dormitorio del convento di Rieux (una quarantina di chilometri a sud-ovest di Tolosa). Forse questa sua condizione di isolamento, almeno per una volta, insieme ad una complessione fisica che ha dimostrato una incredibile resistenza, risulta a suo vantaggio: intanto che la peste miete strage intorno e dentro al convento, egli scampa. Nell'agosto 1349 avviene una svolta nella vita di Rupescissa: per l'ennesima volta viene trasferito, questa volta è destinato alla prigione di Castres (regione Midi-Pyrénées, vicino ad Albi); invece, egli riesce a convincere il frate che dovrebbe accompagnarlo alla sua nuova destinazione a lasciarlo andare fino alla Sede papale, ad Avignone, dove vorrebbe esporre le sue ragioni e chiedere giustizia. Qualche mese dopo, in ottobre, Giovanni di Rupescissa si presenta davanti al concistoro pubblico presieduto da papa Clemente VI: si apre un processo che durerà circa un anno; nel frattempo però egli non viene riconsegnato all'ordine francescano, ma resta incarcerato nella prigione pontificia, da dove comunque ha modo di accedere a diversi libri e di comporre le sue opere. Nel novembre dello stesso anno 1349, su ordine del cardinale Guglielmo Curti, termina di redigere il Liber Secretorum Eventuum, un repertorio delle sue visioni e profezie. Sicuramente gli anni Cinquanta del XIV secolo sono quelli in cui registriamo la più intensa produzione di testi da parte di Giovanni di Rupescissa: il Commentario all'Oracolo di Cirillo; il Liber lucis che si diffuse anche con il titolo De confectione veri lapidis philosophorum; un altro testo di alchimia, il De quinta essentia; De oneribus orbis. Pur vivendo in carcere, Rupescissa è molto conosciuto, viene contattato da diverse autorità ecclesiastiche, probabilmente la sua voce giunge fino al Papa. Egli è anche al corrente delle principali decisioni della politica ecclesiastica del tempo, né gli sfuggono le drammatiche vicende della Guerra dei Cento Anni in corso o delle conseguenze della grande peste di pochi anni prima. Nel 1356 egli scrive il Liber Ostensor, la sua opera principale, che sarà conclusa, dopo un lavoro che non può che essere stato febbrile considerando la mole del Liber, in cento giorni. Nel 1356 Rupescissa redige anche un altro testo profetico, più breve: il Vade mecum in tribulatione. Queste due opere, però, sembrano essere le ultime di Giovanni di Rupescissa, almeno tra quelle giunte a noi; e siccome la principale fonte di informazioni biografiche su Rupescissa si trova proprio nei suoi trattati, ciò che sappiamo di lui dopo il 1356 si fa molto più indistinto. Nel 1360 lo incontra lo storico francese Jean Froissart che parla di lui nelle sue Chroniques. Nel luglio 1366 sicuramente Giovanni di Rupescissa è già morto (il suo nome compare nei libri contabili della Curia: si versa del denaro come rimborso delle spese effettuate per il «quondam fratri Johanni de Rupescisa, ordinis minorum, qui detinebatur captus in palatio Avinionis, de fide suspectus», per il fu fra' Giovanni di Rupescissa, dell'Ordine dei Minori, che era detenuto come prigioniero nel palazzo di Avignone, sospettato in materia di fede). Alcuni storici del passato hanno tramandato informazioni abbastanza confuse e contraddittorie sulla morte di Rupescissa: per qualcuno egli sarebbe morto sul rogo ad Avignone, mentre per altri avrebbe predicato addirittura a Vienna e a Mosca e sarebbe poi rientrato in patria nonagenario. Molto probabilmente si tratta di sovrastrutture leggendarie accumulatesi nel corso dei secoli.

Immortali: Nicolas Flamel

Nicolas Flamel (Pontoise, 28 settembre 1330 – Parigi, 1418) , scrivano e copista dell'Università di Parigi, fu un celebre alchimista francese del XV secolo. La sua vita non è un mito: la sua casa a Parigi, costruita nel 1407, è ancora in piedi e si trova al numero 51 di rue de Montmorency (III arrondissement di Parigi), dove ora c'è un ristorante. Le sue imprese, tuttavia, sono materia da leggenda. Si suppone che Flamel sia stato il più completo fra gli alchimisti europei. Le leggende narrano che riuscì a perseguire quelli che sono ritenuti gli obiettivi principali dell'alchimia: creò la pietra filosofale, in grado di trasformare il piombo in oro, e assieme a sua moglie Perenelle ottenne l'immortalità. Fin giovanissimo Flamel lavorò come scrivano giurista a Parigi, e avviò un fiorente commercio di libri e manoscritti, e si suppone che Flamel abbia ricevuto da un vecchio Rabbino di nome Nazard un libro misterioso, scritto da un antico personaggio noto come Abramo L'Ebreo. Il libro era pieno di parole cabalistiche in greco ed ebraico. Flamel dedicò la sua vita al tentativo di comprendere il testo di questi segreti perduti. Viaggiò per le università in Andalusia per consultare le massime autorità ebraiche e musulmane. A Santiago de Compostela incontrò un misterioso maestro ebreo convertito, Leon che gli insegnò l'arte di comprendere il suo manoscritto. Si crede che il 17 gennaio 1382 Flamel riuscì nella trasmutazione del piombo in argento e l'anno seguente riuscì a trasmutare il piombo in oro. Dopo il suo ritorno dalla Spagna, Flamel fu in grado di diventare ricco: la conoscenza che ricavò durante i suoi viaggi lo resero un maestro dell'arte alchemica. Flamel diventò un filantropo, donando ospedali e chiese grazie ai ricavi provenienti dal suo lavoro alchemico. Flamel fece sì che degli arcani simboli alchemici venissero scolpiti sulla sua lapide, attualmente conservata all'Hotel de Cluny di Parigi. La sua tomba è vuota; alcuni dicono che fu saccheggiata da persone in cerca dei suoi segreti alchemici. D'altra parte, se Flamel ha di fatto raggiunto il segreto dell'immortalità, la sua tomba vuota può avere altra spiegazione. Ci sono teorie sostenute da vari intellettuali che affermano il fatto che Flamel era in vita fino a qualche anno fa.

Immortali: Perenelle Flamel

Perenelle Flamel (1340 – 1402) è stata una alchimista francese, moglie del famoso alchimista francese Nicolas Flamel. Perenelle sposò Nicolas all'età di 40 anni. Perenelle fu creduta una sorta di strega per via del suo amore per le arti magiche, si ritiene che ella sia stata un'esperta in questo campo superando suo marito. I due si dimostrarono caritatevoli e filantropi, usando la loro enorme ricchezza per aiutare i poveri e gli ammalati, e finanziando la costruzione di chiese e ospedali. Perenelle e Nicolas non ebbero mai figli, così Perenelle, essendo zia, decise di passare le conoscenze sull'alchimia al nipote. La storia riporta che Perenelle sia morta prima di Nicolas, ma secondo la leggenda loro vivono tuttora grazie al potere della Pietra Filosofale. Di questo tratta il libro "I segreti di Nicholas Flamel l'immortale" scritto da Michael Scott.

Immortali: Basilius Valentinus


Basilius Valentinus
(1394? – ?, ...) è stato un alchimista tedesco. Col nome di Basilius Valentinus, presentato come un monaco benedettino del XV secolo, apparvero all'inizio del XVII secolo una serie di trattati di alchimia che ebbero grande diffusione e successo. È stata però avanzata la forte ipotesi che a scriverli sia stato il loro stesso editore, Johann Thölde (ca. 1565-1624). Nella sua opera più famosa, Triumphwagen des Ammonii, pubblicata a Lipsia nel 1604 da Johann Tölde, viene descritto il metodo per ottenere l'ammoniaca facendo reagire sali alcalini con cloruro d'ammonio, e come produrre l'acido cloridrico acidificando una salamoia. Col nome di Basilius Valentinus sono state pubblicate decine di pubblicazioni sull'alchimia in latino e tedesco, tradotte in varie lingue, tra cui il francese, l'inglese e il russo. L'opera sopra citata fu pubblicata in latino col titolo Currus Triumphalis Antimonii (il carro trionfale dell'antimonio).

Immortali: Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim

Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim (Colonia, 15 settembre 1486 – Grenoble, 18 febbraio 1535) è stato un alchimista, astrologo, esoterista e filosofo tedesco. Divenne medico personale di Luisa di Savoia nonché storiografo di Carlo V; ritenuto principe dei maghi neri e degli stregoni, riuscì tuttavia a sfuggire all'Inquisizione. Il suo pensiero risiede essenzialmente nella sua opera più importante, la De occulta philosophia, scritta nell'arco di circa venti anni, dal 1510 al 1530: la filosofia occulta è la magia, considerata «la vera scienza, la filosofia più elevata e perfetta, in una parola la perfezione e il compimento di tutte le scienze naturali». Heinrich nacque il 15 settembre 1486 a Colonia nella famiglia Cornelis. Il soprannome di Agrippa, derivato dall'antico nome latino della sua città, Colonia Agrippina, fu assunto dal padre e trasmesso ai figli. Col tempo, Heinrich latinizzò il proprio cognome in Cornelius e, vantando dubbie origini nobiliari, si fece chiamare Agrippa von Nettesheym, dal nome di un villaggio presso Neuss, non lontano da Colonia. Apprese le prime nozioni di astrologia dal padre e studiò arti liberali nelle scuole di Colonia, diplomandosi maestro di arti nel 1502. Intorno ai vent'anni andò a Parigi per frequentarvi l'Università ed entrò a far parte di un circolo di studenti, fondato da un italiano di nome Landolfo. Questo gruppo si dedicava allo studio delle scienze ermetiche e, poiché tale attività poteva dar luogo a sospetti e persecuzioni, il circolo aveva tutte le caratteristiche di una società segreta, di cui Agrippa, in virtù della sua grande erudizione, divenne ben presto il personaggio più influente ed ascoltato. Nel 1508, insieme a Landolfo, andò in Spagna, mettendosi a servizio militare del re Ferdinando: dopo qualche mese, guadagnato per i suoi meriti - così almeno egli sostiene - il titolo di cavaliere, s'imbarcò da Valencia per approdare, dopo un viaggio avventuroso, in Francia e stabilirsi alla fine dell'anno ad Avignone.  Nel 1509, fu invitato dall'Università di Dole a commentare il De verbo mirifico del Reuchlin, nel quale l'umanista di Pforzheim univa, secondo gli insegnamenti ricevuti a Firenze, la tradizione cabalistica al neoplatonismo cristiano. Fu così che l'eco delle lezioni tenute da Agrippa pervenne fino al francescano Jean Catilenet, del vicino convento di Gray, il quale da Gand, durante la Quaresima del 1510, lo accusò di diffondere eresie giudaizzanti. Prudentemente, Agrippa decise di lasciare Dole per l'Inghilterra, avendo forse ricevuto dall'imperatore Massimiliano I un «incarico riservatissimo» da svolgere presso il re Enrico VIII. Egli si stabilì a Oxford, ospite dell'umanista, amico di Erasmo, John Colet, allievo di Marsilio Ficino e lettore nell'Università. Qui scrisse la sua risposta al Catilenet, l'Henrici Cornelii Agrippae expostulatio super expositione sua in libro De verbo mirifico, stampata nel 1529, accusando il frate di non conoscere la scienza ebraica, e di aver mancato di confrontarsi direttamente e «cristianamente» con lui. Agrippa, tornato per un breve periodo a Colonia, nel 1511 partì per l'Italia, dove sarebbe rimasto sette anni. Nell'Italia devastata dalle guerre che vedevano protagonisti l'Impero, la Francia, il Papato e la Repubblica di Venezia, Agrippa fu per qualche mese al servizio di Massimiliano I. Quando Luigi XII indisse in settembre il concilio di Pisa, che avrebbe dovuto riformare la Chiesa e deporre papa Giulio II, Agrippa fu invitato dal cardinale Bernardino López de Carvajal, animatore del concilio, a parteciparvi in qualità di teologo: è possibile che egli abbia partecipato alla quarta sessione conciliare, tenutasi a Milano nel gennaio 1512. Passò poi a Pavia per continuare i suoi studi, come testimonia una sua lettera del 30 aprile, in cui loda ad un amico la scienza della cabala. Anche qui lo raggiunse la guerra: il 30 giugno fu fatto prigioniero dagli svizzeri e condotto a Milano, dove si riscattò. Seguirono una serie di viaggi: dopo il ritorno in agosto a Pavia, passò in novembre a Casale, presso il marchese Guglielmo IX poi, nel 1513 a Borgolavezzaro; nella primavera del 1514 fu a Milano, poi a Roma e di qui a Brindisi, finché nel 1515 tornò ancora a Pavia, dove si sposò, ebbe un figlio e fu nominato professore di quella prestigiosa Università. Con la calata dei francesi, la guerra si riaccese in Lombardia fino alla vittoria di Francesco I a Melegnano nel settembre del 1515. Nuovamente Agrippa dovette fuggire a Milano e ancora una volta i mercenari svizzeri gli saccheggiarono la casa. Tornato a Pavia per riprendere la moglie e il figlio, con loro si stabilì a Casale. Partì nel febbraio 1517 per Torino, ove fu lettore di teologia all'Università e nel maggio si trasferì a Chambéry per assumere la carica di medico del duca Carlo III di Savoia, che lasciò tuttavia il 16 gennaio 1518, avendo accettato l'offerta di consigliere fattagli dalla città di Metz, dove entrò in rapporto con altri cultori dell'ermetismo, come Claude Chansonnet - latinizzato in Claudius Cantiuncula - o il celestino Claude Dieudonné, ma si fece anche dei pericolosi nemici: l'occasione fu il caso di una donna del vicino paese di Woippy, fatta imprigionare da un gruppo di contadini con l'accusa di stregoneria. Una nuova violenta polemica vide però coinvolto Agrippa. Egli prese le difese dell'umanista evangelico Jacques Lefèvre d'Étaples, che sosteneva che sant'Anna avesse avuto una sola figlia, [8] Maria, e non tre, come sostenuto dalla Chiesa. Additato come eretico a tutta la città dal priore domenicano Claudio Salini, professore alla Sorbona, il 25 gennaio 1520 egli preferì lasciare Metz e fare ritorno a Colonia. Non rimase a lungo a Colonia: nella primavera del 1521 si mise nuovamente in viaggio con la famiglia, e proprio a Metz morì sua moglie. Agrippa e il piccolo figlio andarono a Ginevra, dove si risposò in settembre con la diciottenne Jana Luisa Tissie, che gli darà sei figli. Nel 1522 divenne direttore dell'ospedale ginevrino ma già nel 1523 decise di trasferirsi a Friburgo, assunto come medico dai governatori di quella città. La sua inquietudine o forse la necessità di guadagnare il necessario per continuare i suoi studi preferiti, lo spinsero ancora a un nuovo trasferimento: nel febbraio 1524 lasciò Friburgo per Lione. In questa città, una delle più moderne, attive, ricche e colte della Francia, si era allora stabilito Francesco I con tutta la corte, impegnato com'era nelle guerre combattute nella vicina Italia. In agosto Agrippa divenne medico della regina madre, Luisa di Savoia, che dovette prendersi cura degli affari dello Stato dopo la sconfitta di Pavia e la prigionia del figlio, tornando a Parigi. Sono anni nei quali l'interesse e la fede nel'astrologia sono al culmine: Agrippa - che non credeva nell'astrologia, come scrisse nel De incertitudine et vanitate scientiarum, composto in quell'anno - faceva anche oroscopi all'unico scopo di guadagnare qualcosa ma, quando Luisa gli chiese un oroscopo per il figlio, rifiutò. Ne scrisse anche in lettere nelle quali si lamentava della superstizione della regina che, venuta a conoscenza del loro contenuto, lo licenziò nell'ottobre del 1526. Non avendo più motivo di rimanere a Lione, Agrippa cercò una nuova sistemazione. Con l'aiuto finanziario del banchiere e commerciante genovese Agostino Fornari, che aveva affari a Lione e ad Anversa, nel dicembre 1527 Agrippa, passando per Parigi, raggiunse la città fiamminga nel luglio 1528. Ad Anversa continuò ad esercitare la libera professione medica: quando nella città, nell'agosto del 1529, scoppiò l'epidemia di peste nella quale morì sua moglie, egli si prodigò nella cura dei malati, diversamente dalla maggior parte degli altri medici, che si erano allontanati in fretta alle prime avvisaglie del morbo. Ad Anversa aveva fatto pubblicare gli scritti già composti anni prima, con l'aggiunta della Dehortatio gentilis theologiae, del De originali peccato e del Regimen adversus pestilentiam: ora, in rotta con i maggiorenti della città in cui si trovava a vivere, pensò ancora una volta a un trasferimento: accettò l'offerta di Margherita d'Asburgo di consigliere, archivista e storiografo dell'imperatore e, ai primi del 1530, prese possesso del nuovo incarico a Malines, allora capitale dei Paesi Bassi e sede del governo. Qui si sposa per la terza volta e onora l'incarico ricevuto facendo pubblicare nel 1530 ad Anversa la sua Caroli V coronationis historia, che celebra l'incoronazione di Carlo V avvenuta a Bologna quello stesso anno per mano del papa Clemente VII. Nel novembre del 1532 si trasferì a Bonn. In questi ultimi anni è con lui, a Bonn, il giovanissimo Johann Weyer, il discepolo che ne continuerà l'opera e ne difenderà la memoria. Ai primi del 1535 Agrippa si recò a Lione ma vi fu presto imprigionato, non si sa se per le vecchie accuse di aver diffamato la madre di Francesco I, Luisa di Savoia, o a conseguenza della condanna al rogo del suo De incertitudine, emessa dai teologi della Sorbona il 2 marzo di quello stesso anno. Rimesso tuttavia in libertà, pensò bene di allontanarsi dalla città, stabilendosi a Grenoble, dove morì pochi mesi dopo. Fu sepolto nella chiesa domenicana della città ma il fanatismo connesso alle guerre di religione che imperversarono a lungo in Francia non risparmiarono la sua tomba e i suoi resti andarono dispersi.

Immortali: Johann Georg Faust

Johann Georg Faust (1480 – 1540) fu una figura itinerante di alchimista, mago e astrologo. Alchimista itinerante, astrologo e mago del rinascimento tedesco, la sua vita divenne il nucleo del racconto popolare del dottor Faust da ca. il 1580, in particolare si conclude con Marlowe La tragica storia del dottor Faust (1604) e il Faust di Goethe (1808). A causa del suo trattamento precoce come una figura in mito e letteratura, è molto difficile stabilire i fatti storici della sua vita con certezza. Nel 17 ° secolo, si è addirittura messo in dubbio che ci sia mai stato un Faust storico, e il leggendario personaggio è stato identificato con un tipografo di Magonza chiamato Fust. Johann Georg Neumann nel 1683 ha affrontato la questione nel suo Disquisitio historica de Fausto praestigiatore, stabilendo esistenza storica di Faust sulla base di riferimenti contemporanei.

Immortali: John Damian

John Damian (Lombardia, XV secolo – XVI secolo) è stato un pioniere dell'aviazione, alchimista e medico italiano naturalizzato inglese, annoverato per essere stato il primo uomo a tentare di volare. Le notizie su questo personaggio storico sono abbastanza lacunose, sappiamo che era originario della Lombardia, a dispetto del nome con il quale era noto, ovvero Maestro John Damian de Falcuis o Maestro John di Francia o con il peggiorativo di sanguisuga francese. Dopo aver praticato l'arte della chirurgia in Francia, approdò alla corte scozzese di Giacomo IV in veste di esperto in salassi. Nei registri del tesoro reale scozzese è annotato in data 1501 che abbia ricevuto una livrea per entrare a corte, probabilmente in qualità di medico di corte. Dopo essere riuscito a guadagnarsi le grazie del sovrano scozzese, lo indusse ad interessarsi all'alchimia; a tal proposito il sovrano ordinò la costruzione di una fornace nel castello di Stirling dove poter lavorare ai suoi esperimenti. Sempre dai registri delle casse reali è testimoniata una lunga serie di spese per il laboratorio di Damian, tra le quali grossi quantitativi di nitrato di potassio, due grandi distillatori, mortai di bronzo e alambicchi di ogni forma e dimensione. Tra gli esperimenti avviati nel suo laboratorio alchemico, Damian tentò di trovare la pietra filosofale, l' acqua vitae e di ottenere grandi quantità d'oro grazie alla trasmutazione. Nonostante i continui insuccessi, Damian non perse mai il favore del sovrano scozzese, il quale nel 1504 lo insignì addirittura del titolo e dei benefici dell'Abbazia di Tongland. Nel settembre del 1507, mentre si organizzava una ambasciata per conto del re diretta in Francia, Damian affermò che sarebbe stato in grado di spiccare il volo dalle mura del Castello di Stirling e da lì avrebbe attraversato il mare e raggiunto la Parigi prima dell'arrivo della missione diplomatica. La prova di volo sarebbe stata fatta da Damian con due ali artificiali fatte di penne di gallina legate alle sue braccia. Secondo la tradizione il volo fu tuttavia un esilarante tuffo che vide il malcapitato alchimista rovinare su un mucchio di letame con la conseguente rottura di una gamba. Il suo insuccesso fu spiegato dallo stesso Damian al sovrano suo mecenate con il fatto che inavvertitamente fra piume delle sue ali erano state incollate delle piume di gallo, troppo pesanti e inadatte per il volo. Tuttavia, nonostante il fatto allora scatenasse le ilarità di tutta la corte, guadagnandosi addirittura la composizione di un sonetto dal titolo Of the Fenyeit Friar of Tungland, alcune ricostruzioni attuali sostengono che in realtà l'episodio possa essere annoverato come il primo esperimento di volo della storia dell'umanità, in quanto l'intraprendente Damian sarebbe stato in realtà in grado di spiccare un breve volo oltrepassando un baratro di circa 75 metri. Il fallimento di questo episodio non intaccò la stima che il re scozzese nutriva per l'avventuriero alchimista, poiché i registri reali lo menzionano come creditore di alcune cifre di denaro vinte a dadi e alle carte. L'ultima testimonianza scritta della presenza a corte di Damian risale al 27 marzo 1513, quando Damian ricevette venti pounds di ricompensa per aver accompagnato il sovrano scozzese alla miniere di Crawford Moor alla ricerca di giacimenti d'oro. Della sua morte tuttavia non si ha notizia né alcuna testimonianza documentale.

Immortali: Lambspringk o Lambspink, Lamspring, Lambspring

Lambspringk, o Lambspink, Lamspring, Lambspring (...), è un alchimista tedesco vissuto a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo. Mancano notizie attendibili sulla sua vita: secondo Schmieder potrebbe trattarsi di un monaco benedettino dell'abbazia di Lammspring, così chiamata dal nome di un ruscello, Lamm, la cui sorgente si trova entro i confini dell'abbazia stessa. Secondo Fergusson, invece, potrebbe trattarsi di un nobile. L'unica sua opera di cui si hanno notizie è il De Lapide Philosophico.

Immortali: Ireneo Filalete

Ireneo Filalete (latino Eirenaeus Philalethes, cioè "pacifico amante della verità") è stato un alchimista britannico vissuto intorno alla fine del XVII secolo. La vera identità di Filalete (pseudonimo non rarissimo in quel periodo) rimane sconosciuta, ma oggi si tende a restringere il campo delle ipotesi intorno a due personaggi: George Starkey, autore di Pirotecnia, e John Wintrop junior, primo astronomo americano e primo coloniale ad essere membro della Royal Society di Londra. Filalete è universalmente conosciuto per essere l'autore dello scritto alchemico intitolato Entrata aperta al palazzo del Re (titolo originale Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium).

Immortali: Federico Gualdi

Federico Gualdi (...) è un alchimista italiano. Federico Gualdi (nato probabilmente poco prima o poco dopo l’inizio del Seicento) è noto come alchimista italiano. Egli invece dichiara d’essere d’origine germanica, informazione incerta in quanto non abbastanza documentata, anche se c’è un suo ritratto sul frontespizio della Critica della morte, edito nel 1690 da un certo Sebastiano Casizzi. E’ certo il soggiorno di Gualdi a Venezia dal 1660 al 1678, mentre il periodo di vita precedente è del tutto ignorato dagli storici. Nel 1660 e nel 1663, Gualdi sottopone alla Serenissima due proposte d’arginazione dell’acqua alta, notissimo fenomeno ricorrente con le alluvioni. A tal fine sfrutta il diritto esclusivo della Serenissima dato a ogni cittadino di presentare al Consiglio dei Dieci o a ogni altra magistratura un «raccordo» di somma importanza per lo Stato. I disegni di ambedue i progetti di Gualdi sono stati recentemente editi. Purtroppo trattandosi di studi preparatori per contenere l’acqua alta non ebbero mai alcun inizio di esecuzione. Assai competente nell’industria mineraria, dal 1663 al 1666 esercita il mestiere di mercante di minerali e gestisce un’azienda mineraria della ricca famiglia Crotta, proprietaria di giacimenti metalliferi nella Valle Imperina (Provincia di Belluno), dove sperimenta un nuovo procedimento di fusione del minerale per «via secca» e «via umida», con conseguente aumento della produzione del rame e conseguente arrichimento suo e dei Crotta. Il suo alto tenore di vita a Venezia suscita numerose gelosie che sfociano in una denuncia presso il Tribunale dell’Inquisizione per attività esoteriche ed appartenenza alla sfera d’influenza ermetico-alchimistica dell’«Aurea Croce». Fra l’altro, che tra i discepoli di quel sodalizio cabalistico figura il marchese e poeta Francesco Maria Santinelli (fedele della regina Cristina di Svezia). Interrogate alcune persone della cerchia di Gualdi, l’Inquisitore nemmeno lo convoca. Il processo dunque non ha luogo, il ché conferma le sue relazioni altolocate nei circoli del potere della Serenissima. Neanche Leibniz accenna alla presenza del Gualdi in occasione del proprio soggiorno a Venezia nei mesi di febbraio e marzo del 1690. Nessuna traccia storica riguardante la data della morte di Gualdi è stata rinvenuta fino ad oggi. Come una stella filante, Gualdi sparisce da Venezia cosi’ misteriosamente come vi é apparso. Nel XVIII secolo parecchie persone hanno dichiarato di essere Federico Gualdi, particolarmente un medico-ciarlatano dell’Illuminismo, Melech Auguste Hultazob. Anche Cagliostro (Joseph Balsamo) ha tentato di farsi passare per Gualdi, quando il conte de Saint-Germain dichiarava d’averlo conosciuto.

Immortali: Il Conte di San Germano o Saint Germain

Il Conte di San Germano, detto anche "Saint Germain" (1698? – 1784?), è un personaggio decisamente misterioso, un alchimista e personaggio di rilievo alla corte di Francia, vissuto nel secolo XVIII in Europa. Nulla si sa delle sue vere origini. Alcuni dicono che sarebbe nato presso Asti in Italia nel 1698, mentre della sua morte si narra che sarebbe avvenuta il 27 febbraio 1784 nel castello tedesco di Schleswig-Holstein in seguito a una polmonite. Già questo particolare relativo al suo decesso ci introduce ai tanti misteri legati alla sua vita avventurosa, rinviando curiosamente l'attenzione all'analogo decesso del filosofo inglese Francesco Bacone. Le sue attività erano quelle di cortigiano in viaggio tra Inghilterra, Francia, Olanda, Russia, Germania. Comparve per la prima volta verso il 1740 esule dall'Inghilterra introdotto alla corte di Francia. Famoso per la sua grande cultura, abile musicista, conoscitore di molte lingue, pittore e soprattutto grande alchimista, produttore di portentosi cosmetici. Ebbe anche incarichi diplomatici e fu affiliato ad una società segreta dell'ordine dei Rosacroce. Viene citato nelle memorie di Giacomo Casanova ma anche Voltaire, Mozart, Madame de Pompadour e Cagliostro lo incontrarono. Alcune sue caratteristiche più stravaganti, come quella di sparire all'improvviso e di riapparire contemporaneamente in più luoghi, insieme alla sua attività protratta per molti anni, se non per secoli, indussero addirittura alcuni a pensare che non si trattasse di un'unica persona, ma di un di gruppo di individui con lo stesso aspetto e la stessa identità esterna introdotte presso le corti europee. È il caso di riferire a questo proposito che diversi esoteristi, come ad esempio il Guénon nel secolo scorso, hanno fatto notare che a voler interpretare le vite degli Adepti in termini troppo umani e coi criteri odinari della storiografia, si rischia di cadere nel ridicolo e nel nonsense; e a proposito di quei "decessi per polmonite in un castello di amici nobili" a cui si accennava sopra, alcuni parlano apertamente di "morti inscenate", indicandole come una pratica "comunemente" usata in certi ambienti per uscire di scena. Del resto tutto ciò che riguarda il conte di Saint Germain sembra indissolubilmente legato al mistero, e forse un po' anche alla fantasia, o piuttosto provenire da più arcani poteri e segreti iniziatici. Secondo la leggenda egli avrebbe trovato il segreto della pietra filosofale, per cui, a detta di molti, non invecchiava mai e poteva trasformare il piombo in oro e ingrandire le gemme. Per dare un'idea del fascino e del magnetismo che la figura di Saint Germain sembra aver esercitato sulla mente e sul cuore di tanti, si narra che alcuni lo abbiano incontrato molti anni dopo la sua morte ufficiale, ed ancora oggi c'è chi dice che lo si possa incontrare a Roma, nel giorno di Natale, seduto nei giardini del Pincio. Esistono diversi gruppi esoterici i cui fondatori e adepti (basta pensare ad esempio a Madame Blavatsky, a Rudolf Steiner o a Max Heindel) sostengono di essere stati in un modo o in un altro ispirati ed iniziati da questo personaggio davvero enigmatico. Anche nel vasto mondo della moderna New Age ci sono diversi gruppi e siti web che dichiarano di essere tuttora ispirati direttamente da Saint Germain, il più noto dei quali è forse quello legato alla figura di Tobias del "Crimson Circle", sito che ogni mese vede decine di migliaia di persone collegate da ogni parte del mondo per assistere online ai suoi meeting e Channeling.

Immortali: Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro

Cagliostro, al secolo Giuseppe Balsamo, conosciuto soprattutto con il nome di Alessandro conte di Cagliostro (Palermo, 2 giugno 1743 – San Leo, 26 agosto 1795), è stato un alchimista, esoterista e avventuriero italiano. Dopo una vita errabonda spesa tra imbrogli nelle varie corti europee, fu condannato dalla Chiesa cattolica al carcere a vita per eresia e rinchiuso nella fortezza di San Leo. Giuseppe Balsamo, nato da Pietro Balsamo, un venditore palermitano di stoffe, e da Felicita Bracconeri, fu battezzato l'8 giugno 1743 con i nomi di Giuseppe, Giovanni Battista, Vincenzo, Pietro, Antonio e Matteo. Il padre morì poco tempo dopo la sua nascita e Giuseppe fu accolto nell'istituto per orfani di San Rocco dove compì i primi studi, seguito dalla cura degli Scolopi. Da quel collegio Giuseppe fuggì più volte, a testimonianza di un carattere giudicato ribelle a ogni educazione: per questo motivo la famiglia pensò bene di affidarlo, nel 1756, al convento dei Fatebenefratelli di Caltagirone, affinché vi temperasse l'indole e vi imparasse un mestiere; così, nel convento, che era annesso all'Ospedale dello Spirito Santo, Giuseppe si interessò di erbe medicinali, delle loro proprietà e delle tisane utilizzate dalla medicina dell'epoca, una conoscenza che gli tornerà utile negli anni a venire. Non è chiaro se scappò anche dal convento o se semplicemente ne fu dimesso; in ogni caso, tornato a Palermo, si rese responsabile di una truffa ai danni di un fabbro sciocco, avido e superstizioso di nome Marano, e per sottrarsi ai rigori della giustizia, sarebbe fuggito a Messina, dove avrebbe conosciuto un certo Altotas, forse un greco-levante, con il quale avrebbe viaggiato in Egitto, a Rodi e a Malta, e che Cagliostro indicò come suo primo maestro, che l'avrebbe introdotto, nel 1766, nell'Ordine dei Cavalieri di Malta; queste notizie furono tuttavia fornite da Cagliostro in un suo Memoriale del 1786, nel quale egli intendeva sostenere la leggenda di una sua eccezionale formazione spirituale e vanno pertanto ritenute altamente improbabili: quello che è certo, è che sulla figura dell'Altotas la storia non ha mai fatto alcuna luce. Nel 1768 il Balsamo è a Roma e vi è arrestato per una rissa nella Locanda del Sole, in piazza del Pantheon: dopo tre giorni, è rilasciato grazie all'intervento del cardinale Orsini, il maggiordomo del quale, don Antonio Ovis, aveva nel frattempo conosciuto. È ancora nel 1768, il 21 aprile, che Balsamo si sposa nella chiesa di San Salvatore in Campo con Lorenza Serafina Feliciani, una bella ragazza nata l'8 aprile 1751, analfabeta, figlia di un fonditore di bronzo. Il certificato di matrimonio è tuttora conservato e attesta che il Nostro si chiama effettivamente Giuseppe Balsamo ed è figlio del fu Pietro, palermitano: non vi è traccia di alcun titolo nobiliare, né in particolare del nome di Cagliostro. A Roma il Balsamo, discreto disegnatore, vive falsificando documenti in complicità con due conterranei, un sedicente marchese Alliata e un certo Ottavio Nicastro, che morirà impiccato per aver ucciso l'amante. È proprio quest'ultimo, insieme con il suocero di Cagliostro, a denunciarlo come falsario e allora Giuseppe e Lorenza, con il marchese, abbandonano Roma per un lungo viaggio che li porta fino a Bergamo: qui, continuando la prediletta attività di truffatori, vengono entrambi arrestati, mentre l'Alliata riesce ancora a fuggire. Rilasciati, si trasferiscono in Francia - ad Aix-en-Provence conoscono Casanova, che definisce Balsamo «un genio fannullone che preferisce una vita di vagabondo a un'esistenza laboriosa» - e ad Antibes, dove con i proventi della prostituzione di Lorenza, si procurano il denaro per raggiungere, nel 1769, Barcellona. Anche qui Lorenza viene spinta dal marito nell'accogliente letto di ricchi personaggi: insieme con uno di questi, un tale marchese di Fontanar, raggiungono alla fine dell'anno Madrid: mantenuti nel palazzo del marchese, cercano intanto di guadagnare l'amicizia di influenti personalità della capitale spagnola. Cacciati alla fine di casa, nel 1770 si trasferiscono a Lisbona, dove Lorenza diviene l'amante del banchiere Anselmo La Cruz. L'anno dopo la coppia è a Londra: qui Cagliostro cerca perfino di guadagnarsi la vita onestamente disegnando pergamene, ma con poco successo e ancor meno profitto; perciò, con la complicità di un altro sedicente marchese, un siciliano di nome Vivona, organizza un ricatto ai danni di un ingenuo quacchero che, spinto ad amoreggiare dalla compiacente Lorenza, viene sorpreso da Cagliostro che, fingendosi scandalizzato per il tradimento della moglie, pretende che il suo onore debba essere risarcito soltanto con un'abbondante somma di denaro. Derubato però dall'infido complice, il Balsamo, rimasto insolvente con la padrona di casa, deve fare la conoscenza anche delle galere londinesi; ma il ricco sir Edward Hales, conosciuto, si può immaginare come, da Lorenza, lo tira fuori dal carcere pagandogli i debiti e, illudendosi che Cagliostro sia un bravo pittore, lo incarica di decorargli alcune sale del suo castello: naturalmente, veduti i disastrosi risultati dell'improvvisato affrescatore, lo caccia via, senza immaginare che l'italiano, tra una maldestra pennellata e l'altra, gli ha intanto sedotto la figlia. Seguendo un vecchio copione, emigrano nuovamente: imbarcati il 15 settembre 1772 per la Francia, durante il viaggio conoscono l'avvocato francese Duplessis, amministratore dei beni della marchesa de Prie e, sulla traccia di quello stesso copione, giunti a Parigi e alloggiati nel palazzo de Prie, Lorenza diviene l'amante prezzolata del Duplessis sotto lo sguardo compiaciuto del disinvolto marito. Ma questa volta si assiste a un colpo di scena: Lorenza sembra voler cambiar vita, sistemarsi con quell'avvocato che, oltre a godere di notevoli rendite, appare perfino innamorato di lei. Rompe così con Cagliostro e, se non convive apertamente col Duplessis, perché una tale iniziativa, per una donna legalmente coniugata, costituirebbe un reato, va ad abitare in un alloggio pagato dall'avvocato e, con l'approvazione della marchesa, denuncia Cagliostro per sfruttamento della prostituzione. A seguito della controdenuncia del Balsamo per abbandono del tetto coniugale, Lorenza è arrestata e passa quattro mesi nelle carceri parigine di Sainte-Pelagie; pur di uscirne, nel giugno del 1773, ritira la denuncia e ritorna col Cagliostro. Nuovi viaggi: Belgio, Germania, Italia, Malta, Spagna e infine, nel luglio 1776, nuovamente a Londra. Anche se adottò definitivamente il nome di Alessandro Cagliostro, a Londra la sua vita non mutò: entrò e uscì dal carcere a causa di diverse truffe consumate - predizioni sui numeri estratti nel gioco del lotto o sottrazione di gioielli ai cui proprietari faceva credere di aumentarne il valore grazie alle proprietà miracolose di una polvere di sua invenzione - finché, il 12 aprile 1777 decise di iniziarsi, insieme con la moglie, alla Massoneria, nella loggia "L'Espérance", sita in una taverna di Soho. Passati in Olanda, i due coniugi sono accolti a L'Aja nella loggia L'Indissoluble; sembra che il suo lunghissimo discorso, tenuto in una lingua in cui sono presenti parole di tutta l'Europa senza che nessuna sia pronunciata correttamente, abbia avuto grande successo e anche la moglie, che ora si chiama Serafina, contessa di Cagliostro, è riconosciuta valente massone. Ma era tempo di frequentare paesi nuovi: nel 1779 sono in Germania e poi in Curlandia, parte dell'attuale Lettonia, nella capitale Mitau, oggi Jelgava. Spacciatosi per colonnello spagnolo, tiene riunioni in cui fa credere di appartenere a una società segreta, organizzata secondo cinque livelli di elevazione spirituale, di avere e di far avere visioni mediante l'idromanzia, di evocare spiriti, di essere un sapiente la cui conoscenza si trovava In verbis, in herbis, in lapidibus, nella parole, nelle erbe e nelle pietre, il motto della sua setta. Semianalfabeta e improvvisatore, commette inevitabili errori di gusto, come quando dichiarò di essere in grado di soddisfare, con un sortilegio, qualunque desiderio sessuale o quando sostenne di essere figlio di un angelo. A San Pietroburgo viene diffidato dall'ambasciatore di Spagna a non spacciarsi per spagnolo e un suo documento, col quale voleva attestarsi come un Rosacroce, viene riconosciuto per falso. Si presenta anche come taumaturgo e ha l'accortezza di non farsi pagare dai poveri - solo dai ricchi - e se non ottiene nessuna guarigione, si guadagna simpatia e popolarità; ma basta l'inimicizia o l'incredulità di un potente per costringere i due italiani a partire: e così, nel maggio 1780, Giuseppe e Lorenza sono a Varsavia. Il massone, appassionato di alchimia, principe Adam Pininsky, lo ospita illudendosi che Cagliostro sia in grado di trasformare il piombo in oro: a questo scopo gli affianca il confratello massone August Moszynsky negli esperimenti di laboratorio. Questi pubblicherà nel 1786 un libretto sull'esperienze alchemiche del Nostro, riferendo come Cagliostro ottenesse l'oro dal piombo semplicemente sostituendo il recipiente contenente il piombo con un altro eguale contenente l'oro. A questo prevedibile infortunio si aggiunge quello scoperto ai danni di una ragazza, da lui sessualmente molestata, con la quale si era altresì accordato per la riuscita di altrimenti improbabili evocazioni spiritiche. L'esperienza polacca, come consuetudine, si conclude con la partenza improvvisa, il 26 giugno 1780, per la Francia. A Strasburgo si accontenta di fingersi medico: se le sue tisane a base di erbe, la cui ricetta si è conservata, si rivelano semplici placebo, le guarigioni di cancrene ottenute bevendo liquori sono naturalmente fantasie propalate da lui stesso, che ottenevano tuttavia l'unico effetto che realmente gli premesse: presentarsi al pubblico di tutta l'Europa come l'unico uomo capace di risolvere - a pagamento - qualsiasi problema. E la sua fama toccò il culmine proprio in quel decennio del secolo. A conclusione del solito lungo tour che doveva portarlo in Inghilterra attraverso Napoli, Roma e la Costa Azzurra, giunto a Bordeaux l'8 novembre 1783, in maggio si ammalò e, forse in un delirio febbrile, come è scritto nel Compendio del suo processo, «si vide prendere per il collo da due Persone, strascinare e trasportare in un profondo sotterraneo. Aperta quivi una porta, fu introdotto in un luogo delizioso come un Salone Regio, tutto illuminato, in cui si celebrava una gran festa da molte persone tutte vestite in abito talare, fra le quali riconobbe diversi de' suoi Figli Massonici già morti. Credette allora di aver finiti li guai di questo mondo e di trovarsi in Paradiso. Gli fu presentato un Abito talare bianco, ed una Spada, fabbricata come quella che suol rappresentarsi in mano dell'Angelo Sterminatore. Andò innanzi ed abbagliato da una gran luce, si prostrò e ringraziò l'Ente Supremo di averlo fatto pervenire alla felicità; ma sentì da un'incognita voce rispondersi: Questo è il presente che avrai; ti bisogna ancor travagliare molto; e qui terminò la Visione». Grazie a questa visione, che in verità sembra essere stata inventata lì per lì a uso e consumo dell'inquisitore che lo interrogava, Cagliostro si sarebbe convinto di avere la missione di fondare la Massoneria di Rito Egizio - l'Egitto era allora un paese praticamente sconosciuto e pertanto ricco di un misterioso fascino esotico - che avrebbe dovuto assorbire ogni altra. Si elegge Gran Cofto e crea la moglie - ora chiamata principessa Serafina e Regina di Saba - Grande Maestra del Rito d'adozione, cioè della Loggia riservata alle donne; fatta risalire l'origine di tale massoneria ai profeti biblici Enoch ed Elia, secondo una tradizione che vedeva nell'intervento di quei due profeti la premessa a un radicale mutamento della vita, con la successiva venuta di un "papa angelico" o dello stesso Cristo, Cagliostro sosteneva che scopo del Rito Egizio fosse la rigenerazione fisica e spirituale dell'uomo, il suo ritorno alla condizione precedente alla caduta provocata dal peccato originale, ottenuta, dal Gran Cofto e dai dodici Maestri che lo avrebbero assistito, con ottanta giorni di attività iniziatiche. Per i nuovi aderenti, naturalmente, i tempi per raggiungere la perfezione sarebbero stati molto più lunghi: solo al dodicesimo anno di appartenenza, sarebbero potuti diventare maestri e prendersi cura dei nuovi iniziati. Ma solo lui, il Gran Cofto, rimaneva depositario di un mysterium magnum il cui contenuto è rimasto effettivamente avvolto nel mistero. Con questo ambizioso programma Lorenza e Giuseppe, il quale per l'occasione si fa chiamare conte Phenix, giungono il 20 ottobre 1784 a Lione, dove esistono numerose Logge massoniche; Cagliostro riesce a procurarsi fra di esse i dodici maestri che gli abbisognavano subito e, comprato un terreno nell'attuale avenue Morand, provvede a far costruire la sede della sua Loggia, "La sagesse triomphante". I lavori erano ancora in corso quando i due coniugi partirono per Parigi, decisi a raggiungere il traguardo finale: il riconoscimento, da parte della Chiesa cattolica, del suo Rito Egizio. Giunti a Parigi il 30 gennaio 1785, prendono un alloggio nel Palais Royal, di proprietà del duca Luigi Filippo II di Borbone-Orléans (1747-1793), Gran Maestro della Massoneria francese e futuro Filippo Egalité, fondano in fretta due Logge, una per gli uomini e l'altra per le donne, entrambe frequentate da aristocratici. Tutto sembra andare per il giusto verso quando un evento inaspettato manda all'aria i suoi piani. È nota la vicenda passata alla storia come lo scandalo della collana: nel 1774 il gioielliere di corte Boehmer aveva realizzato una elaboratissima collana di diamanti, del valore di 1.600.000 livres - poco meno di cento milioni di euro - una somma che forse solo una regina avrebbe potuto spendere, ma Maria Antonietta rifiutò l'acquisto. A questo punto entrarono in gioco due avventurieri, il conte e la contessa De la Motte, che organizzarono una truffa ai danni del cardinale de Rohan, convincendolo ad acquistarla per farne dono alla regina, riconquistandone così la sua amicizia - e forse anche altro - perduta dopo la gaffe da lui commessa nei confronti di Maria Teresa, madre della regina francese. La collana, consegnata dall'inconsapevole cardinale a un complice dei due aristocratici imbroglioni, finì nelle mani del conte De la Motte, che cercò di venderla, smembrata, in Inghilterra ma la truffa fu scoperta e i colpevoli arrestati: la contessa De la Motte, per attenuare le sue responsabilità, accusò Cagliostro di essere l'ideatore del raggiro. Arrestato con la moglie il 22 agosto 1785, Cagliostro fu incarcerato nella Bastiglia. Fu difeso dai migliori avvocati di Parigi, uno dei quali lo aiutò a scrivere in francese un suo Memoriale, di fatto un riassunto del tutto inattendibile della sua vita dalla nascita al suo arresto. Il 31 maggio 1786 il Parlamento di Parigi riconobbe l'innocenza dei due italiani, insieme con quella del cardinale, ma una lettre de cachet del re ordinò loro di lasciare Parigi entro otto giorni e la Francia entro venti; e così, il 19 giugno, Lorenza e Giuseppe s'imbarcarono da Boulogne per Dover. A Londra Cagliostro dovette fronteggiare una campagna di stampa scatenata contro di lui dal Courier de l'Europe, un giornale controllato dal governo francese, che per tre mesi rivangò il burrascoso passato di Cagliostro e Serafina, anzi - il giornalista Theveneau, l'autore degli articoli, era effettivamente ben informato - di Giuseppe Balsamo e di Lorenza Feliciani, le sue origini oscure, l'uso di molti nomi e di molti titoli, i veri e presunti imbrogli e i non rari arresti; Cagliostro, nel novembre 1786, rispose con la Lettera del conte di Cagliostro al popolo inglese per servire in seguito alle sue memorie in cui ammetteva: «non sono conte, né marchese, né capitano. La mia vera qualifica è inferiore o superiore a quelle che mi sono state date? È ciò che forse un giorno il pubblico saprà! Intanto, non mi si può rimproverare d'aver fatto quel che fanno i viaggiatori che vogliono mantenere l'anonimato. Gli stessi motivi che mi hanno indotto ad attribuirmi vari titoli, mi hanno condotto a cambiare più volte il mio nome [...] Nessun registro di polizia, nessuna testimonianza, nessuna inchiesta della polizia della Bastiglia, nessun rapporto informativo, nessuna prova hanno potuto stabilire che io sia quel Balsamo! Nego di essere Balsamo!». Ma intorno a lui si va facendo il vuoto: lasciata Londra per Hammersmith nel marzo del 1787, dà lezioni di alchimia e subisce altri infortuni: un suo allievo sostituisce, a sua insaputa, il metallo che Cagliostro doveva "trasmutare" con del semplice tabacco e stranamente la trasmutazione si verifica lo stesso, con gran scandalo dell'allievo che gli rinfaccia la truffa, mentre intanto i suoi collaboratori massoni di Lione lo rimproverano di spendere per sé il denaro della Loggia. È nuovamente tempo di cambiare aria: il 5 aprile 1787, questa volta senza la moglie, raggiunge Bienne, in Svizzera. Mentre è ospite del banchiere Sarasin, Lorenza, che è rimasta a Londra per liquidare i beni lì posseduti, viene avvicinata dal giornalista del Courier de l'Europe, al quale raccontò di maltrattamenti subiti dal marito e degli impedimenti che lui le poneva di professare la religione cattolica. Una volta raggiunto Cagliostro in Svizzera, Lorenza ritrattò tutto pubblicamente ma tutto riconfermò in una lettera spedita ai genitori, a Roma, lettera che verrà mostrata come prova a carico di Cagliostro durante il processo. Nello stesso periodo in cui Balsamo era in Svizzera, Goethe, nel suo lungo viaggio in Italia, il 2 aprile sbarcava a Palermo proveniente da Napoli; curioso di raccogliere notizie di prima mano sulle origini del nostro famosissimo avventuriero, contattò il barone Antonio Vivona, rappresentante legale della Francia in Sicilia, dal quale prese visione dell'albero genealogico della famiglia Balsamo e della «perfetta identità di Cagliostro e Balsamo». Intanto Cagliostro, in Svizzera, litiga con uno degli ultimi amici rimastigli, il pittore Loutherbourg, che lo accusa di insidiargli la moglie; si guadagna da vivere facendo il guaritore ma l'ambiente della cittadina svizzera è troppo angusto per lui, abituato a ben altri palcoscenici: il 23 luglio 1788 parte con Lorenza per Aix-les-Bains, di qui vanno a Torino ma ne vengono immediatamente espulsi e allora si recano a Genova passando, in settembre, per Venezia, poi per Verona e di qui nei territori imperiali, soggiornando un mese a Rovereto per poi raggiungere la città di Trento il 21 novembre. A Trento è ben accolto dallo stesso principe-vescovo, Pietro Vigilio Thun, ed egli stesso mostrò grande deferenza nei confronti della confessione cattolica; giustificò la sua appartenenza alla Massoneria, spiegando di non averla mai considerata contraria alla fede religiosa e si dichiarò pronto ad andare a Roma, purché munito di salvacondotto. E a Roma, al cardinale Ignazio Boncompagni Ludovisi, il 25 marzo 1789 scrive il vescovo di Trento, sostenendo che Cagliostro si è ravveduto e che la moglie «se ne vive in continui mentali spasimi, ardendo da un canto di costì rivedere il cadente quasi ottuagenario genitore, e dall'altro temendo che l'intollerante consorte non torni, non esaudito, nel pristino disordine, con evidente pericolo di perdervi l'anima». E al vescovo trentino il cardinale rispose il 4 aprile che «non avendo il signor Cagliostro alcun pregiudizio nello Stato Pontificio, non ha Egli bisogno del salvacondotto». Rassicurato da questa lettera e comunque provvisto di un salvacondotto rilasciatogli dal vescovo Thun, oltre che di lettere di raccomandazione indirizzate a cardinali romani, il 17 maggio Cagliostro parte da Trento con Lorenza e dopo dieci giorni sono a Roma. Alloggia dapprima in una locanda di piazza di Spagna e poi presso parenti della moglie a Campo dei Fiori. Se il suo scopo era quello di ottenere un'udienza dal papa, non fu accontentato e si comportò inizialmente con molta prudenza, come sapesse di essere spiato e temesse improvvisi pericoli; pensò anche di tornare in Francia, e a questo scopo indirizzò un Memoriale all'Assemblea francese che fu sequestrato, non appena consegnato alla posta, dalla gendarmeria romana. Avvicinato un giorno da due spie del Governo pontificio, tali Matteo Berardi e Carlo Antonini, che gli chiesero di accoglierlo nella Massoneria, Cagliostro, senza sospettare di nulla, fece loro compiere le cerimonie iniziatiche, violando così la norma dello Stato pontificio che vietava, pena la morte, l'organizzazione di società massoniche. I due iniziati, soddisfatti di quanto avevano visto e ascoltato, sparirono prima di versare la quota di adesione. Curiosamente, Cagliostro riuscì ad affiliare alla Massoneria un frate cappuccino, Francesco Giuseppe da San Maurizio. In settembre, la moglie Lorenza denunciò Cagliostro al parroco di Santa Caterina della Rota, e la denuncia venne trasmessa il 5 dicembre al Sant'Uffizio: all'ultimo momento, Lorenza si era rifiutata di firmarla, ma venne ugualmente acquisita; il 27 novembre il padre di Lorenza, Giuseppe Feliciani e la spia Carlo Antonini avevano già denunciato Cagliostro. La decisione dell'arresto di Cagliostro - ma furono arrestati anche la moglie e fra' Giuseppe - fu presa ai massimi livelli, dopo una riunione del papa Pio VI con il Segretario di Stato a altri cardinali: nella notte del 27 dicembre 1789 Cagliostro viene rinchiuso in Castel Sant'Angelo, Lorenza nel convento di Sant'Apollonia a Trastevere e il cappuccino nel convento dell'Ara Coeli. Le imputazioni contro Cagliostro sono gravissime: consistono nell'esercizio dell'attività di massone, di magia, di bestemmie contro Dio, Cristo, la Madonna, i santi, contro i culti della religione cattolica, di lenocinio, di falso, di truffa, di calunnia e di pubblicazione di scritti sediziosi: se provate, comporterebbero la pena di morte. Esse sono fondate in gran parte sulle dichiarazioni della moglie e su scritti e dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni da Cagliostro; la linea difensiva dell'avvocato di Cagliostro, Carlo Costantini, consiste nel far considerare il suo assistito un semplice ciarlatano, in modo da eliminare tanto ogni credibilità che ogni serietà su quanto Cagliostro avesse mai scritto e sostenuto, relativamente almeno alle sue posizioni ideologiche, che sono quelle considerate di maggiore gravità, dal momento che esse pongono Cagliostro nella posizione di eresiarca; per il resto, occorre far passare Lorenza come una prostituta, una donna immorale e pertanto inattendibile: lei, «moglie, complice impunita e prostituta non può sicuramente somministrare non già una prova, ma nemmeno un indizio per aprire l'inquisizione», dal momento che, secondo la difesa di Cagliostro, ella intenderebbe accusare il marito per ricrearsi un'innocenza che non può appartenerle perché, se fosse vero quanto sostiene, anch'ella sarebbe colpevole quanto il marito. Stabilito che gli ordinari rituali massonici sono di per sé suscettibili dell'accusa di eresia, quelli della Massoneria Egizia di Cagliostro sono giudicati certamente eretici e a conferma di questo assunto, negli interrogatori Cagliostro viene trascinato in discussioni teologiche: l'ignoranza di Cagliostro intorno alle nozioni più elementari di catechismo finisce per aggravare, agli occhi dei giudici del Sant'Uffizio, la sua posizione. A titolo però di grazia speciale, gli si commuta la pena della consegna al braccio secolare nel carcere perpetuo in una qualche fortezza, ove dovrà essere strettamente custodito, senza speranza di grazia. E fatta da lui l'abjura come eretico formale nel luogo della sua attual detenzione, venga assoluto dalle censure, ingiungendogli le dovute salutari penitenze. Dopo aver abiurato il 13 aprile 1791, Cagliostro venne trasferito a San Leo, nell'Appennino tosco-romagnolo, per esservi rinchiuso nella storica Rocca (progettata nel XV secolo da Francesco di Giorgio Martini per conto di Federico da Montefeltro). Vi arriva il 20 aprile e l'11 settembre viene trasferito dalla già misera cella cui era stato assegnato, nella peggiore che si fosse potuta ricavare: chiamata il Pozzetto, perché priva di porta - il detenuto fu calato da una botola del soffitto - di dieci metri quadrati, munita di una finestrella appena più larga di una feritoia, con una triplice serie di sbarre da cui si poteva vedere a stento un fazzoletto di cielo. Probabilmente per impietosire e acquisirsi la nomea di pentito, mostrò all'inizio della prigionia grande devozione, espressa da continue preghiere e frequenti digiuni: dipinge sul muro immagini religiose e ritrae se stesso, che si batte il petto in segno di contrizione e tiene nell'altra mano un crocefisso; disegna anche una Maddalena in penitenza. Ma iniziò presto a dare segni di instabilità psichica, segnata da violente ribellioni e da crisi mistiche, nella tremenda solitudine di quel buco oscuro ed umido. Il mondo è tutto nella vaga immagine del guardiano che dal soffitto gli cala il cibo due volte al giorno, nel tavolaccio dove sta sdraiato quasi tutte le ore di un giorno che poco o nulla si differenzia dalla notte, nella finestrella a cui a volte si aggrappa e urla una disperazione a cui è negata ogni pietà. Quando ha di questi sfoghi, si materializzano i guardiani dal soffitto: scendono, e sono pugni, calci, bastonate, grida, lamenti e pianti. Forse, gli stessi ricordi dei successi mondani, della ricchezza pur sordidamente acquistata e facilmente dissipata, delle celebrità frequentate, che dovevano spesso tornargli nella mente, potevano soltanto acuire la desolazione della presente miserabile condizione. Dalla disperazione all'ebetudine, dalla rabbia all'apatia e alle illusioni: nel dicembre del 1793 ottiene il permesso di scrivere al Papa. Spera di convincerlo del suo pentimento, ma vi scrive di avere visioni che lo fanno ritenere un santo, scelto da Dio perché predichi al mondo la necessità di un generale ravvedimento. Naturalmente, non viene preso sul serio e continua a dipingere, ora immagini devote, ora blasfeme, seguendo le diverse ispirazioni della speranza e della rabbia impotente. Solo la morte può liberarlo dal carcere e quella, finalmente, giunge pietosa: il 23 agosto 1795 è trovato semiparalizzato nel suo tavolaccio. Scrive il cappellano della fortezza, fra' Cristoforo da Cicerchia: «Restò in quello stato apoplettico per tre giorni, ne' quali sempre apparve ostinato negli errori suoi, non volendo sentir parlare né di penitenza né di confessione. Infine de' quali tre giorni Dio benedetto giustamente sdegnato contro un empio, che ne aveva arrogantemente violate le sante leggi, lo abbandonò al suo peccato ed in esso miseramente lo lasciò morire; esempio terribile per tutti coloro che si abbandonano alla intemperanza de' piaceri in questo mondo, e ai deliri della moderna filosofia. La sera del 26 fu tolto dalla sua prigione per ordine de' suoi superiori, e fu trasportato al ponente della spianata di questa fortezza di S. Leo, ed ivi fu sepolto come un infedele, indegno dei suffragi di Santa Chiesa, a cui non aveva quell'infelice voluto mai credere». Cagliostro morì dunque il 26 agosto 1795, verso le 22,30; fu sepolto senza cassa, nella nuda terra e senza alcuna indicazione, ma del luogo si conservò memoria per qualche tempo: le truppe polacche, alleate dei francesi, che nel dicembre del 1797 conquistarono senza incontrare resistenza la Rocca, liberando i prigionieri, scoprirono anche il cadavere, dandogli forse una più decorosa sepoltura e forse anche conservando qualche reliquia di quelle povere ossa. Poi, del luogo si è perduto il ricordo e le ricerche effettuate più di un secolo dopo non hanno avuto alcun esito.

Immortali: Fulcanelli

Fulcanelli (... – ...) è lo pseudonimo di un autore di libri di alchimia del XX secolo, la cui identità non è mai stata resa nota. Lo pseudonimo utilizzato è formato dall'unione delle parole Vulcano ed Helio, due elementi che rimandano ai fuochi alchemici. Si è supposto potesse trattarsi di Jean Julien Champagne, o René Adolphe Schwaller de Lubicz, o Camille Flammarion, o Pierre Dujol o Jules Violle, medico francese. Eugène Canseliet (nato nel 1899) si è sempre dichiarato discepolo di Fulcanelli, che parlò sempre attraverso Canseliet, che a sua volta curò le prefazioni dei suoi libri. Fulcanelli scrisse Il mistero delle cattedrali nel 1926 e Le dimore filosofali nel 1931, che trattano dei simboli alchemici presenti nelle architetture delle antiche cattedrali gotiche, per quanto riguarda il primo volume, e di quelle di altre costruzioni, nel secondo. Canseliet afferma che Fulcanelli scrisse anche un terzo libro, Finis Gloriae Mundi, che fu consegnato al Canseliet per la pubblicazione ma poi ritirato in un secondo tempo. Il titolo di quest'ultimo libro fa riferimento ad un dipinto di Juan Valdés Leal conservato presso la chiesa della Santa Caritad a Siviglia e denominato proprio Finis Gloriae Mundi. Due sono le versioni di questo misterioso trattato, comunque affatto incompatibili e di dubbia provenienza. Una apparve già nel 1988 sulla "Tourbe des Philosophes" e l'altra affidata a Jacques d'Ares "via internet". Filosofo perché amante della saggezza e quindi, istruito delle segrete operazioni della Natura, ne imitò i procedimenti. Va detto che il nome di filosofo in passato veniva dato a coloro che erano veramente istruiti dei procedimenti della Grande Opera (si veda Antoine-Joseph Pernety, Dictionnaire Mytho-Ermetique. Parigi 1758). "La vostra preoccupazione sia quella di capire la Pietra dei Filosofi, e nel contempo otterrete il fondamento della vostra salute, il deposito delle ricchezze, la nozione della vera sapienza naturale e la conoscenza certa della natura" traduzione di Paolo Lucarelli da "Lux Obnubilata Suaptè Natura Refulgens, cera de Lapide OPhiklosophico Theorica, metro italico descripta, et ab auctore Innominato Commenti gratia ampliata. Venetiis MDCLXVI, apud Alexandrum Zatta, Superiorum Permissu & Privil. Proemium". Le opere di Fulcanelli furono considerate straordinarie perché "quale alchimista operativo nel senso più antico del termine ricostruiva, partendo dal simbolismo ermetico, i punti principali della Grande Opera illustrandone i principi teorici e la prassi sperimentale con un dettaglio e una precisione mai visti prima" (Paolo Lucarelli in La tradizione alchemica del XX secolo, Zenit Studi). Quel che Lucarelli vuol dire è che l'enorme importanza di Fulcanelli quale alchimista del XX secolo è il suo ritorno all'antica maniera di praticare l'alchimia, sia nello stile che nella vita pratica. Fulcanelli, al contrario degli alchimisti succedutosi a partire dal Seicento che considerarono largamente (e in qualche caso esclusivamente) la branca spirituale alchemica, recuperò e rinobilitò il lavoro manuale in laboratorio, visto come procedimento fondamentale per considerarsi un seguace della Grande Opera. La fama di Fulcanelli ha raggiunto ogni continente e i suoi libri sono stati venduti in milioni di copie. Sicuramente l'alone di mistero che avvolge questa figura del secolo scorso ha contribuito a fomentare l'interesse verso il filosofo. Le ipotesi più accreditate vedono i due collaboratori, il pittore Champagne e il discepolo Canseliet, dietro l'identità dell'alchimista, entrambi hanno sempre negato con fermezza. Un'altra versione vede Canseliet come ladro degli appunti del contemporaneo Schwaller de Lubicz, riorganizzati e pubblicati sotto falso nome. Entrambe le versioni sono in realtà improbabili, secondo lo studioso d'alchimia Paolo Cortesi, il quale non vede in queste tre figure la stessa conoscenza e lo stesso stile riscontrabili nelle opere del Fulcanelli e che non possono essere quindi scopiazzature del lavoro di de Lubicz o opera di un giovane iniziato come Canseliet. Un'improbabile ipotesi vede nell'identità Fulcanelli il famoso alchimista rinascimentale Nicolas Flamel, il quale dopo aver dedicato anni di studi sull'Elisir di lunga vita si crede sia giunto alla conclusione ed ora arrivato fino al secolo scorso con il nome appunto di Fulcanelli.

Immortali: Grigorij Efimovič Rasputin

Grigorij Efimovič Rasputin (Novyj) più noto come Rasputin (Pokrovskoe, 22 gennaio 1869 – San Pietroburgo, 29 dicembre 1916) è stato un mistico russo. La sua notorietà deriva dalle misteriose influenze che aveva su parte della famiglia imperiale russa, appartenente alla dinastia dei Romanov. Nacque nel villaggio di Pokrovskoe, il 10 gennaio 1869, nella provincia di Tobol'sk in Siberia da Efim Jakovlevič Rasputin e Anna Vasil'evna. Per anni condusse la normale vita dei contadini russi siberiani, alternando il lavoro dei campi all'allevamento di cavalli e all'attività di vetturino. Fin da ragazzo dimostrò un'indole fortemente tesa alla spiritualità e al misticismo ossessivo, fenomeno in realtà diffuso da secoli e frequente tra i popolani della Russia centrale che non avevano conosciuto l'oppressione della servitù della gleba tanto quanto era accaduto nelle campagne della Russia europea. Dopo essersi sposato ed aver avuto tre figli, ancora in giovane età intraprese lunghi pellegrinaggi, che lo condussero fino al Monte Athos. Nel 1905 approdò alla corte dello zar Nicola II: sospettato di aver aderito alla setta dei Khlysti, una congregazione clandestina di orgiastici che stigmatizzava gli eccessi di secolarità della Chiesa ortodossa e poi di aver frequentato il Movimento nazionalista dei veri russi, malgrado la mancanza di istruzione allestì una rete di relazioni di altissimo livello che in breve tempo lo condusse a corte, accompagnato dalla fama dei suoi poteri sciamanici. Fu proprio grazie alla sua reputazione di guaritore che entrò in contatto con persone vicine alla famiglia imperiale, nella speranza che potesse essere di aiuto per contenere l'inguaribile emofilia di Aleksej, il piccolo zarevič. Al primo incontro Rasputin riuscì ad ottenere qualche effetto sul piccolo malato, così lo zar e la zarina gli permisero di visitare sempre più spesso la loro riservatissima casa, situata nel parco di Carskoe Selo. Secondo una teoria, Rasputin sarebbe riuscito ad interrompere le crisi ematiche di Aleksej utilizzando un tipo di ipnosi che rallentava il battito cardiaco del bambino, riducendo in questo modo la pressione del sangue. Secondo un’altra ipotesi, sembra che i medici di corte tentassero di guarire l’emofilia dello zarevic con l’aspirina che, se da un lato leniva i dolori articolari, dall’altro acuiva le emorragie causate dall’emofilia. Secondo questa versione, senza aspirina la salute di Aleksej migliorava e il merito veniva attribuito a Rasputin. Occorre tuttavia menzionare un fatto scientificamente inspiegabile, avvenuto il 12 ottobre 1912: in quell'occasione, venne ricevuto da Pietrogrado un telegramma della famiglia reale che lo informava di una grave crisi di emofilia dello zarevic ormai in punto di morte ("I medici sono disperanti. Le vostre preghiere sono la nostra ultima speranza"), Rasputin si immerse in preghiera per diverse ore nella sua casa in Siberia, cadendo in uno stato di trance. Terminate le preghiere, inviò un telegramma alla famiglia reale in cui assicurava la guarigione del piccolo, cosa che effettivamente avvenne nell'arco di poche ore, dopo giorni di inutili cure mediche. Il suo carisma mistico esercitò sulla famiglia Romanov, in particolar modo sulla zarina Alessandra, un'influenza così intensa da dare adito a molte congetture: si giunse al punto che le numerose segnalazioni sul suo intenso libertinaggio con le dame dell'aristocrazia venivano regolarmente smentite dalla coppia reale, talvolta anche con la punizione degli zelanti segnalatori. Rasputin, oltre che dare speranze alla famiglia imperiale circa una possibile guarigione del giovane, sembrava andare incontro alle ispirazioni più intime dei sovrani. Infatti egli, essendo un semplice figlio delle campagne, rappresentava ciò che Nicola II e Aleksandra Fëdorovna avevano sempre desiderato: un contatto diretto con l'autentico popolo russo, senza intermediazioni di etichetta e convenzioni sociali. In seguito alla sua stabilizzazione nella capitale, visto l'enorme ascendente che il contadino aveva sulla zarina, presto attorno a lui si creò una vastissima rete di noti personaggi e politici, che in cambio di intercessioni rispetto alla sovrana erano disposti a soddisfare le richieste che Rasputin faceva loro da parte di migliaia di postulanti. Dalle campagne contadini e artigiani accorrevano chiedendo aiuto e intercessione allo starec, a tal punto che l'appartamento durante la giornata era sempre affollato e il telefono squillava in continuazione. Nelle mani di Rasputin passavano centinaia di rubli, che egli indiscriminatamente distribuiva ai postulanti; richieste di denaro, di occupazione, e anche lamentele dalle campagne verso i grandi proprietari giungevano a Rasputin che, in quanto creditore presso personaggi dell'alta società, le faceva andare nella maggioranza a buon fine. Il resto dell'enorme quantità di denaro era spesa, come attestano i numerosi verbali di polizia, in locali notturni e in incontri ai bagni pubblici con donne di ogni classe ed età: numerose sono le leggende circa la sua insaziabile libidine; la stampa pubblicava in continuazione scabrosi racconti di fantasia sulle sue leggendarie notti; ciò accrebbe le dicerie non solo su una sua presunta super dotazione, quanto su una improbabile e sempre smentita relazione con la sovrana. È provato invece che, con il tempo, acquistò sempre maggiore influenza sulla mistica zarina, inviandole sempre più consueti messaggi con consigli perentori di carattere morale, religioso e politico. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, Rasputin si oppose fermamente all'entrata in guerra della Russia, e pronosticò che avrebbe portato immani catastrofi ai contadini, che sarebbero morti a migliaia. Tuttavia, non poté esercitare la sua influenza sul sovrano, perché subì un attentato nel suo villaggio siberiano il 15 giugno, lo stesso giorno dell'omicidio di Sarajevo. Nel 1915 con la partenza dello zar per il fronte, le denunce di Rasputin contro le collusioni di ministri e alti funzionari con il traffico illegale d'armi e le speculazioni sui latifondi ai danni dei contadini si intensificarono. La zarina, che assente lo zar deteneva il potere a san Pietroburgo, effettuò su suo consiglio continui, disastrosi e repentini cambi al vertice di governo, proprio nel momento (durante la prima guerra mondiale) in cui, in assenza del sovrano dalla politica interna, si necessitava di un governo forte. Si sospettò, forse non senza ragione, che avesse effetti sulle decisioni dei reali in tema di politica (in particolare in direzione di una politica pacifista e di buone relazioni con i tedeschi, paese della zarina e con il quale i rapporti erano tesi). Ad un certo punto venne accusato anche di corruzione e per questo allontanato dalla residenza imperiale dallo stesso zar; però, le condizioni del piccolo Aleksej andavano peggiorando, così la zarina decise di rivolgersi nuovamente a lui. La risposta fu che le condizioni di suo figlio sarebbero migliorate anche in sua assenza, cosa che effettivamente accadde. Nel 1916, in piena crisi di governo - che Rasputin stesso con la sua rete clientelare aveva contribuito a creare - e tra le alterne fortune degli eserciti russi sul fronte orientale, una congiura ordita dal granduca Dmitrij Pavlovič, dal principe Feliks Feliksovič Jusupov e dal deputato conservatore Vladimir Mitrofanovič Puriškevič, decise di assassinarlo. La sua morte fu romanzesca come la sua vita. Fu avvelenato con il cianuro durante una cena a casa di Jusupov, ma dato che incredibilmente resisteva al potentissimo veleno, i congiurati decisero di sparargli. Nonostante fosse stato abbondantemente avvelenato e colpito da un colpo di pistola al fianco, Rasputin si riebbe; venne così colpito da un nuovo colpo alla schiena e, mentre veniva trascinato verso il cancello del cortile, fu finito con un colpo in fronte, sparato probabilmente da un membro dei servizi segreti inglesi. Il suo cadavere fu gettato nel fiume Neva, da cui riemerse il giorno dopo. Secondo l'esito dell'autopsia (eseguita la notte del 20 dicembre dal professor Kosorotov), ancora più incredibile è il fatto che il corpo non presentava tracce del veleno, dando luogo a dispute tra gli storici circa l'effettiva modalità di eliminazione. Fu riscontrata acqua nei polmoni, quindi nonostante il veleno e i colpi di pistola Rasputin fu gettato nell'acqua ancora vivo, dimostrando un'inaspettata e sorprendente vitalità. Rasputin fu quindi sepolto, ma il suo corpo venne poi dissotterrato e bruciato ai bordi di una strada. Non ci volle molto perché venissero presi provvedimenti contro i partecipanti del complotto, anche se per alcuni giochi di palazzo non venne svolto alcun processo.

venerdì 29 aprile 2011

Ufo News - "Inglobati in un Grande Civiltà Galattica?"

.
Il cosmologo Ken D. Olum, dell’Università di Tufts, dopo qualche stima conclude: noi dovremmo trovarci in una grande civiltà (di taglia galattica), ma in realtà noi non ci troviamo lì. Io voglio esplorare l’intrigante possibilità che noi siamo immersi in una grande civilità senza averne coscienza. Data l’esistenza di milioni di stelle più vecchie del Sole in tutte le galassie, noi potremmo non essere tra gli osservatori intelligenti tipici dell’Universo. Le civiltà tipiche di galassie tipiche, sarebbero centinaia di migliaia, o di milioni di milioni di anni più evolute di noi e di conseguenza degli osservatori intelligenti tipici saranno dell’ordine di grandezza più intelligenti della nostra. I gorilla di montagna non sanno che la loro “civiltà” fa parte di una “civiltà” superiore corrispondente a delle specie molto più evolute ed intelligenti di loro? Sanno che sono delle specie protette abitanti una riserva naturale in un paese all’interno del continente africano del pianeta Terra? La risposta a queste domande è certamente “No”. Loro non sanno nulla della nostra struttura sociale, dei nostri paesi, frontiere, religioni, politici, e nemmeno dei nostri villaggi e città, tranne forse quello che vivono in uno zoo, o come animali da compagnia. Allo stesso modo, la civiltà umana del pianeta Terra può essere immersa in una civiltà molto più vasta senza saperlo, da delle specie molto più evolute e intelligenti della nostra. Dopo tutto, il nostro Sole non è che una giovane stella tra migliaia di milioni di stelle molto più vecchie nella nostra galassia, e la possibile esistenza di civiltà avanzate non è che una questione di evoluzione biologica che fa il suo lavoro, lentamente ma inesorabilmente attraverso i millenni. Se è cosi, è del tutto ragionevole supporre che questi individui considerino il nostro pianeta come una riserva naturale, ricca di piante e animali, il sistema solare non costituisce che una piccola “provincia”, all’interno del loro vasto territorio. In questo contesto, non possiamo interrogarci che sul numero di sandwiches, patatine o di sigarette necessarie, anzichè i più intelligenti dei nostri scienziati comprendano i principali risultati scientifici di una civiltà molto più avanzata. Le nostre facoltà e possibilità intellettuali sono limitate dalle capacità del nostro cervello, in nessun caso infinito. Di conseguenza, è molto naturale e ragionevole presumere che dei concetti scientifici ragionevolmente importanti possono esistere, la cui comprensione è situata completamente al di là delle capacità cervicali della nostra specie, ma alla portata dei cervelli molto più evoluti e sofisticati di civiltà più avanzate. Ken D. Olum ha scritto un’articolo sull’idea che, nell’Universo osservabile, in ragione dell’esistenza di migliaia di miliardi di stelle più vecchie del Sole, ci devono essere delle civiltà molto più antiche della nostra, che possono essersi diffuse largamente nell’Universo. Nelle sue stime, considera un meccanismo cosmologico chiamato “inflazione” e utlizza anche il postulato antropico che “noi dovremmo essere situati tra gli osservatori tipicamente intelligenti dell’Universo". Prevede una forte probabilità che noi facciamo parte di una civiltà più grande. Olum scrive: “qualsiasi cosa accada, non apparteniamo a questa civiltà; dunque, c’è qualcosa che non va… ma allora quali altri errori stiamo facendo?” La risposta a questo enigma è che noi possiamo benissimo fa parte di una civiltà più grande che abbraccia la nostra Galassia (o una grande regione di essa) senza esserne coscienti. Dunque, una soluzione evidentemente naturale è che noi apparteniamo in effetti a una grande civiltà molto avanzata, ma senza esserne “cittadini”, a causa del nostro stato inferiore, primitivo. Olum fa l’errore di pensare, in primo luogo, che noi siamo degli osservatori intelligenti e, in secondo luogo, che appartenere ad una civiltà implica di essere cittadini. Tuttavia, questo sarebbe il caso se non esistessero migliaia o milioni di universi paralleli separati dal nostro attraverso delle extra-dimensioni, come negli scenari dei Mondi di Brane, considerati in Fisica delle Particelle (ciascuna Brana costituisce un Universo). In questi casi, sarebbe naturale aspettarsi che una parte di questi universi abbiano le stesse leggi fisiche come la nostra (supponendo che una metà è costituita di materia e l’altra metà di anti-materia). E un grande numero di civiltà avanzate potrebbero dominare di viaggio o di “salto” attraverso le extra-dimensioni (almeno una parte di essa). Si potrebbe anche ipotizzare che l’espansione in altri universi possa essere più facile, più economico, che l’espansione all’interno della propria Galassia. Di conseguenza, possiamo anche attenderci colonizzatori provenienti da altri universi, costruiscano degli “imperi” multi-dimensionali. In molti altri Universi, tuttavia, le leggi della fisica possono essere diverse. Ciò non vuol dire, tuttavia, che questi Universi “oscuri” siano necessariamente privi di esseri intelligenti. Mentre alcuni posseggono delle civiltà avanzate, alcuni individui possono anche “saltare” nel nostro Universo, ma noi non possiamo ne vedere, ne parlare con questi “Visitatori Oscuri” (o viceversa). E non ci possono colonizzare. Discutiamo in dettaglio la possibilità per la nostra piccola civiltà terrestre di essere inglobata di una grande civiltà senza saperlo. Nella nostra Galassia ci sono migliaia di milioni di stelle più vecchie del Sole. Di conseguenza, sembra del tutto naturale considerare l’apparizione di civiltà tecnologiche in un numero ragionevole di sistemi solari, di cui una frazione sarebbe sopravvissuta abbastanza a lungo per diffondersi in grandi parti della Galassia. C’è da meravigliarsi che il Sistema Solare non lo abbia mai conosciuto, o non è mai stato colonizzato da una civiltà avanzata, o lo è stato. Olum sostiene che, nel corso dell’espansione e della colonizzazione, le civiltà più avanzate spingano le meno avanzate al loro proprio livello, al fine di integrarli o di sfruttarli, danneggiarli o annientarli nel caso di colonizzatori aggressivi alla conquista del mondo. Tuttavia, l’integrazione di una civiltà primitiva in una avanzata costituisce una possibilità non irrealistica e le differenze tra le loro capacità mentali e quelle di individui primitivi sarebbero patetiche. Da questo punto di vista, diventa ora più accettabile la possibilità che il Sistema Solare possa essere stato contattato e colonizzato in molte migliaia, o addirittura di milioni di anni, da una civiltà avanzata non aggressiva, che ha trattato e tratta il nostro pianeta come una riserva naturale protetta. Forse il Sistema Solare è stato visitato da colonizzatori aggressivi, come da quelli non aggressivi, provocando battaglie e negoziati. Forse gli sconfitti aggressivi ritorneranno in futuro, per riprovarci di nuovo. Questa concezione di noi stessi, in quanto piccola civiltà primitiva immersa in una vasta civiltà avanzata conduce alla scoperta che non possiamo essere situati tra gli osservatori tipicamente intelligenti della nostra Galassia, ma tra la piccola proporzione di osservatori con intelligenza primitiva, totalmente ignorante del loro stato inferiore. Potrebbe essere che tutte le galassie tipiche dell’Universo siano già colonizzate (o gran parte di esse) da civiltà avanzate. Che le sotto-civiltà primitive sappiano o ignorano la loro bassa condizione dipenderà dagli standard etici della civiltà avanzata, nella quale esse sono immerse. Se questi standard sono bassi, gli individui delle sotto-civiltà primitive saranno ingannati in molti modi, così come, nelal nostra civiltà, i grandi gruppi di esseri umani ingannano gli altri che si trovano in una posizione debole, come gli animali in generale. In questi casi, gli individui primitivi sono dolorosamente coscienti del loro stato d’inferiorità. Se gli standard etici degli individui avanzati sono elevati, al contrario, allora essi rispetteranno l’evoluzione naturale (biologica, sociale, culturale) delle sotto-civiltà primitive, che verranno trattate come una sorta di specie protetta. In questi casi, gli individui primitivi saranno completamente incoscienti dell’esistenza di questa grande civiltà avanzata nella quale sono immersi. Se il Sistema Solare fa parte di un territorio di una civiltà avanzata, perchè non riceviamo segnali da civiltà in nessuno dei pianeti e satelliti? Questo sarebbe normale se avessero costruito della basi in tutto il Sistema Solare, e comprese delle basi sotterranee e sottomarine sulla Terra, e delle colonie sopra o sotto la superficie di qualche pianeta solido e di grossi satelliti (quello che abbiamo in progetto noi stessi per il futuro). La risposta, la più semplice, è che non trovano il Sistema Solare sufficientemente attrattivo per poterci vivere e quindi hanno un numero limitato di piccole basi di difficile individuazione. Tuttavia, una spiegazione alternativa potrebbe essere che, a conoscenza dell’esistenza di civiltà avanzate aggressive, abbiano sviluppato sofisticati sistemi di camuffamento, in modo che nessun segnale di civilizzazione possa essere rilevato da degli osservatori esterni o dalle loro sonde spaziali. Probabilmente, in molti casi, essi manipolino o distorcano le prove complessive dei loro pianeti, per indurre gli osservatori esterni in errore. Quindi non possiamo essere certi di essere l’unica civiltà abitata nel Sistema Solare. Non dobbiamo presumere che i dati ricevuti, ossia senza nessun segnale dell’esistenza di vita intelligente, possa provare che nessuno sia là fuori. La supposizione giusta è che non ci sia nessun segnale di civiltà primitive come la nostra, che permettano di essere rilevati da degli osservatori esterni, ma non possiamo dire nulla circa la possibilità di civiltà avanzate, in grado di ingannare i telescopi, rilevatori e sonde spaziali, che non si autorizzano di essere identificate. Nel passato, la gente pensava che la Terra era al centro dell’Universo, ma sappiamo meglio ora. Nonostante questo, per molti esseri umani, la Terra rimane al centro dell’Universo, il pianeta abitato dagli esseri più perfetti ed intelligenti dell’Universo: Crown of Creation (ci sono anche scienziati e “intellettuali” che si chiedono se l’Universo intero non sia stato creato solo per noi, noi esseri umani terrestri!). Siamo noi inglobati, senza saperlo, in una civiltà più avanzata, davanti a quella dei gorilla che sono inglobati nella nostra? Perchè la civiltà avanzata non si manifesta apertamente? Il motivo è che noi non siamo qualificati per costituire dei membri, ne degli associati all’altezza, anche se ci qualificano come animali da compagnia o dei “piccoli amici”. Perchè non possiamo dire che ci sono? La ragione è che, genericamente, tutte le civiltà avanzate sono non rilevabili per ragioni di sicurezza, a causa dell’esistenza di civiltà avanzate aggressive. E in tutti i casi, perchè delle civiltà avanzate autorizzerebbero a delle civiltà straniere a guardare le loro città, laboratori, installazioni militari, quando possono molto facilmente abusarne? Se noi siamo una delle “specie protette ecologicamente” di una civiltà avanzate, una ragione per un individuo di questa civiltà per stabilire il contatto con noi, individui primitivi, può essere a fini di ricerca scientifica, ma molto semplicemente per fini di divertimento e rilassamento – quei tipi di sentimenti che ci spingono ad interagire con i gatti e i cani e molti altri esseri di specie animale. Inoltre, se sul nostro pianeta, ci sono a milioni che amano i gatti e i cani, e persino serpenti, maiali e gorilla, è normale attendersi che possano esistere dei sentimenti dell’essere umano tra gli esseri extraterrestri avanzati. Questo, e situazioni similari, sono particolarmente veri per degli individui avanzati, che hanno trascorso dei lunghi periodi di lavoro su dei pianeti primitivi, vivendo dentro basi sotterranee o noiose basi sottomarine, che esisterebbero se il nostro pianeta fosse incluso in un’altra civiltà. I criminali della civiltà avanzata possono ugualmente essere interessati a degli individui primitivi. Noi possiamo immaginare decine d’intenzioni differenti , per le quali degli individui primitivi possono essere rapiti, torturati e anche uccisi, tra cui è compresa “L’alta gastronomia” e i giochi sadici. Basti pensare ad un trattamento crudele che gli esseri umani infliggono alle loro vittime, umani (sovente dei bambini) e animali. Il livello morale di un individuo, o di una civiltà, non cresce necessariamente in parallelo alle sue realizzazioni tecnologiche e scientifiche, o al suo livello di benessere materiale. SETI potrebbe essere SETPI: la ricerca di una intelligenza extraterrestre primitiva, perchè solo le civiltà primitive si lasciano rilevare da osservatori esterni. Inoltre, le civiltà primitive dovrebbere aver raggiunto un livello appropriato per produrre delle emissioni elettromagnetiche, che permetteranno loro di essere captati da delle civiltà lontane. Di conseguenza, il periodo di rilevamento di una civiltà media deve essere inferiore ai 500 anni (a meno che non impari a nascondersi), il che rende molto improbabile che una civiltà primitiva sia in grado di rilevarne un’altra. Per queste ragioni, questo scenario prevede una probabilità piuttosto bassa per il progetto SETI. Io non ho fondamentali opinioni sulle numerose storie di contatti o di rapimenti da parte di extraterrestri, non ho fatto delle ricerche in materia. Tuttavia, io credo che le asserzioni su delle civiltà più avanzate della nostra sembrano essere collegate a delle idee ridicole, esilaranti e di alta fantascienza. Ma lo stesso sarebbe successo se avessimo descritto i nostri televisori, aerei, forni a microonde, computer eccetera… con delle persone che hanno solamente cent’anni. Molte persone, compresi molti scienziati, hanno una certa riluttanza, profondamente radicata e l’avversione ad accettare la possibilità dell’esistenza di specie aliene, molto più avanzate ed intelligenti di noi, e che potrebbero anche visitare il nostro pianeta. Io nomino questo pregiudizio la “Sindrome della Corona della Creazione” (CCS Crown Creation Syndrome). Curiosamente, mentre molti religiosi non soffrono di questa sindrome, questa è vera per molti atei. Questo potrebbe essere perchè, se le religioni e l’umanesimo sovrastimano spesso la grandezza e l’unicità della razza umana, le religioni (esse) insegnano ugualmente l’umiltà.
.
Articolo scritto da Beatriz Gato-Riviera, Fisico delle Particelle e membro del Consiglio Scientifico spagnolo della Ricerca.
.