(opera di Giuseppe Pellizza da Volpedo)
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Articolo di Federico Bellini
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Dal 1998 al 2008
Nell’estate del 1997, poco dopo la morte della mamma, io, mio padre e mio fratello, andammo a vivere ad Agnano, un minuscolo paesino ai piedi del Monte Pisano (precisamente del Monte Faeta). La casa, non molto grande ma su un unico piano, si trovava al centro di un ampio e grande appezzamento di terreno che conteneva una decina di Olivi e un grande quantità di piante da frutto e ornamentali. Nell’ottobre successivo si decise di comune accordo di prendere un cane e con mio padre andammo al canile della zona dove mi presentarono una bastardina, una cucciola dai grandi occhi castani e impauriti, nata da pochi mesi e di nome Aba. Fu amore a prima vista e la portammo con noi a casa. L’anno successivo, dopo che un randagio si era intrufolato furtivo nel nostro giardino, rimase incinta e dette alla luce una nidiata di ben sette cuccioli. Dopo alcuni mesi e non poco ammattimento riuscimmo a darli via tutti, ad eccezione di uno, l’unico maschietto dal pelo chiaro (nocciola) che ribattezzammo Camillo e rimase a fare compagnia alla mamma (Aba) e alla nostra famiglia. Nel frattempo mio padre cominciò a frequentare alcune signore nella speranza di accasarsi di nuovo, storie che complicheranno non poco la nostra vita familiare futura. Il periodo tra il 1997 e il 1999 fu uno dei più bui della mia vita, ero stanco, demotivato e depresso, le uniche gioie in quel periodo erano la musica, i miei cani e il fatto di vivere in una zona vicino Pisa che amo molto, nonché a pochi km da dove abitavano i nonni materni. Tutto questo, però, non mi bastava e fu allora che tentai per due volte il suicidio. La prima volta provai con un sacchetto di plastica, pochi istanti, necessari per rimanere senza aria, mi sentii quasi svenire quando lo tolsi e dopo aver fatto alcuni respiri profondi, restai non so per quanto tempo seduto per terra rannicchiato a dondolarmi nella mia camera. Ero solo in casa, ricordo che era una sera d’inverno e non appena ritornai in me, stranamente corsi in cucina in preda alla fame. La seconda volta fu non pochi mesi dopo, stavolta decisi di andare sul sicuro, quindi mi ritrovai ad aprire il cassetto con le medicine (molte erano di mia madre, alcune persino scadute e le avevamo portate dietro durante il trasloco). Ricordo ancora di aver rovistato nel cassetto, di aver aperto alcune confezioni, cominciato ad ingerire alcune pasticche, ma poi la memoria di quel gesto fu come se fosse stata rimossa, perché stranamente, dopo un momento di vuoto, mi ritrovai sempre inginocchiato davanti al mobile in cucina, ma completamente chiuso. Come era possibile? Fu in quel momento che presi coscienza che nella mia vita avvenivano strani accadimenti e che, sommati ad una serie di eventi passati, mi fecero capire che un qualcosa di sovrannaturale interferiva con me. Tra il 1999 e il 2000 cambiarono molte cose, al Conservatorio che ancora frequentavo avevo raggiunto livelli altissimi, i professori erano stati finalmente confermati (fortunatamente senza più cambi), si erano uniti nuovi compagni di classe tra cui una ragazza, Marta. All’inizio non avevamo un rapporto molto stretto, quasi ci evitavamo, forse perché avendo cinque anni più me e in una classe formata da studenti di quasi tutte le età, trovava più facile comunicare con i coetanei, ma poi scattò qualcosa. Cominciammo a scriverci email, a telefonarci e incontrarci prima e dopo le lezioni in classe. All’inizio fu una specie di “amore platonico”, ma con il passare dei mesi divenne un qualcosa di più complicato, anche perché a Bologna, viveva con il suo ragazzo e altri coinquilini, tutti più o meno studenti. La mia corte fu serrata, avevo dalla mia che ero un artista, un musicista, un compositore come lei e, dal momento che aveva iniziato il corso da poco (io ero al terzo anno, lei al primo), potevo vantare una maggiore esperienza scolastica di cui lei aveva un disperato bisogno. Resteranno per sempre tra i miei ricordi più belli i pomeriggi passati tra le piazze, i lungarni, le librerie e i bar di Firenze a parlare di musica, letteratura, cinema o di noi stessi. Andai anche a trovarla a Bologna e l’estate del 2001, per due volte, la raggiunsi a casa dei suoi, in Umbria. Ma di li a poco tutto sarebbe cambiato senza più ritorno. Nella tarda primavera del 2001 mi accingevo a svolgere l’esame del quinto anno del corso di Composizione, esame che mi avrebbe dato accesso ai quattro anni finali rimanenti. Passai tutte le prove delle varie materie con il massimo dei voti, dato che gli insegnanti avevano tenuto conto dei miei tre anni precedenti dove avevo raggiunto un altissimo livello, ma il problema era che per la prima volta, a questo esame, si doveva dare prova della propria creatività. Una prova di esame era una composizione per voce e orchestra da camera dove ogni candidato, compreso il sottoscritto, doveva dimostrare le sue doti. Come era mio solito scrissi un pezzo anticonformista e anarchico e che alla commissione, appoggiata dal mio insegnante, non piacque per niente. All’orale si svolse un teatrino veramente comico. Dapprima gli insegnanti mi elogiarono per gli alti livelli raggiunti scolasticamente, ma poi quando si arrivò al “Federico Compositore”, si scatenò l’inferno. Morale della favola, mi dettero un misero 6,50 che con gli altri voti (9 o 10) fecero crollare la media a 8 (all’epoca in Conservatorio si davano voti dal 5 al 10). Non accettai il voto, mi arrabbiai contro la commissione sostenendo le mie tesi, senza contare gli ultimi cinque anni di duro lavoro e i massimi voti raggiunti. Fu a quel punto che l’insegnante di Storia della Musica, Sergio Sablich (un luminare e che in quegli anni dimostrò sempre un grande affetto nei miei confronti), mi disse affranto questa frase: “Sai Federico, viviamo in un paese libero, ma finché resterai qua dentro dovrai fare cosa vogliono loro…” Al quel punto sbottai dicendo: “Fuori da questo istituto ci sono persone che mendicano per la strada e che sicuramente avrete incontrato per venire sino a qui, e voi vi accanite tanto e perdete del tempo se uno studente vuole scrivere la musica che sente di dover scrivere?” Non mi capirono, me ne andai sbattendo la porta. Qualche giorno dopo mi ritrovai di nuovo in Conservatorio per ultimare alcune questioni e per caso mi imbattei nel preside che salutava i neo-laureati, ricordo ancora le sue testuali parole: “Da oggi siete dei compositori, ma da domani dei disoccupati. Affrettatevi ad andare all’ufficio del lavoro, altrimenti farete tutti quanti la fame!” e se ne andò ridendo con la sua cerchia di leccaculo, lasciando tutti quanti basiti e schifati. Fu in quel momento che decisi di abbandonare il Conservatorio, perché non avrei mai trovato lavoro in quell’ambiente ottuso, creato da anni di compromessi e clientelismi. Non era il mio mondo, non riconoscevo più quell’istituzione così affascinante che mi aveva da sempre trascinato con se sin da piccolo. Mi sentivo un estraneo e me andai. Anche Marta mi lasciò, al dire il vero non eravamo mai stati “insieme” nel vero senso della parola, ma lasciò anche il suo ragazzo (quello di Bologna per intenderci) e trovò la scusa che ero troppo “piccolo” per lei (se ricordate aveva cinque anni più di me). Dopo pochi mesi si fidanzò con un nostro compagno di classe e che all’epoca aveva la mia stessa età! L’11 settembre successivo (sempre del 2001) mi rimase impresso, non solo per l’attentato di New York, ma perché mentre nell’altra parte dell’oceano stava accadendo quel terribile evento, io mi trovavo all’interno del Battistero di Pisa a meditare. Era il primo pomeriggio quando un tuono squarciò il silenzio e rimbombò all’interno della cupola con un fragore tale, che spaventò tutti i presenti (un suono simile non l’ho mai più udito in vita mia), quando uscii fuori era appena passato un breve temporale di fine estate e in disparte, sul marciapiede, si trovava un signore anziano che urlava contro degli ignari e divertiti turisti che non lo capivano: “Avete visto, adesso tocca a voi! Vi hanno fatto la festa!” Alla sera, di ritorno a casa, compresi cosa era accaduto dalla televisione. Nei mesi successivi, mentre mio padre continuava le sue strane storie d’amore con varie, nonché atipiche compagne (alcune di queste storie iniziate e finite in modo alquanto strano e comico), decisi di aprire una Galleria d’Arte, la prima di una lunga serie, dato che questo lavoro me lo sarei trascinato sino ad oggi. La prima Galleria si trovava a Pisa, sul Lungarno Gambacorti a pochi metri dalla piccola chiesetta della Spina, capolavoro del neogotico pisano. Il fondo non era molto grande, sui quaranta metri quadrati, l’affitto era abbordabile e per cominciare era fattibile. Nei tre anni successivi vi ho organizzato un numero incredibile di mostre di fotografia, pittura, scultura, appuntamenti e incontri letterari, musicali, culturali, vi sono nati gruppi, associazioni, nuove amicizie, insomma era diventato un punto di riferimento per tante persone. Inoltre mi aveva aperto le porte anche alla vita sociale e culturale della città, frequentando salotti, incontri di altre associazioni o luoghi particolari come enoteche e ristoranti nei quali organizzavo altre mostre d’arte ed eventi. Nel frattempo con la famiglia avevamo venduto la casa di Agnano (effettivamente troppo grande, specie il terreno) e ci eravamo trasferiti in una bella casa bi-familiare con annesso giardinetto in riva al torrente Zambra nel centro cittadino di Calci, proprio sotto il Monte Serra (sempre Monte Pisano). La casa era molto più grande della precedente, su quattro piani, veramente bella e accogliente, ma anche all’epoca qualcosa non andava, una latente sofferenza e maliconia, anche a seguito di problemi in famiglia, mi aveva spinto a tentare il terzo suicidio. Lo ricordo ancora, perché rimasi per non so quante ore alla finestra della mansarda, con la testa al sole cocente dell’estate a fissare il giardino sotto di me nel quale mi volevo buttare. Non mi buttai, ma mi venne una bella insolazione. Ma i trasferimenti non erano certi terminati. Nel 2004 trasferii la Galleria all’interno di una Cartolibreria che con mio padre avevo rilevato nel centro di Cascina, altra cittadina della provincia di Pisa. Il fondo di 200 mq in lunghezza, costituito di più sale, conteneva di tutto, la prima parte il negozio vero e proprio, rifornito con ogni articolo di una normale cartoleria e rivendita di prodotti di belle arti, nelle altre c’erano le sezioni dedicate alla scuola, prodotti per l’ufficio, piccola libreria, infine la galleria d’arte vera e propria, stavolta in due sale. Rimasi in quel negozio dal 2004 sino agli inizi del 2007, organizzando ancora una serie di ulteriori eventi tra mostre d’arte, appuntamenti culturali, etc. Purtroppo la crisi cominciava a farsi sentire, il centro di Cascina aveva già da allora i suoi problemi, sino a quando non venne chiuso per il rifacimento della pavimentazione, il negozio cominciò ad accusare una serie di problemi, il settore cartoleria e lo scolastico non funzionavano più, tanto che il settore belle arti o la galleria stessa sopperivano alle spese; l’alto affitto e altri problemi fecero il resto e decidemmo di chiudere l’attività. Però non tutto andò perduto, perché tra le tantissime persone che avevo conosciuto durante quegli anni, c’erano anche alcuni direttori di Hotel della zona che mi invitarono ad organizzare i miei eventi culturali all’interno delle loro strutture. Colsi l’occasione al volo, perché in un colpo solo mi ero tolto le spese quotidiane e amministrative di una attività commerciale per lavorare come curatore d’arte all’interno di terze strutture. Dal 2007 al 2010 arrivai a lavorare in tre diversi Hotel (Cascina in provincia di Pisa, Montecatini Terme in provincia di Pistoia e Fucecchio in provincia di Firenze) con un volume di lavoro impressionante dato che ogni volta organizzavo esposizioni d’arte per un totale di oltre 400 / 500 opere e oltre 100 artisti in mostra ogni 3 / 4 mesi. Il lavoro e gli affari andavano bene, avevo appena cominciato a riprendermi quando nel 2007 si ammalò di tumore il marito di mia nonna sposato in secondo nozze (il “nonno acquisito”) e morì a giugno, mentre la nonna si allettò. Sempre in quel periodo, per gravi carenze finanziarie in famiglia, anche a seguito della chiusura del negozio, decidemmo di mettere in vendita la casa e ne comprammo una nuova e più piccola in un altro comune, Calcinaia. La casa però non era ancora pronta (era sempre in costruzione perché nuova) e dal novembre 2007 al maggio 2008, mio padre si trasferì dalla sua ultima compagna a Viareggio, mentre io e mio fratello andammo a vivere dalla nonna, rimasta sola e con la badante (georgiana) nella grande, umida e fredda villa di Campo. Quei sei lunghi mesi furono un vero e proprio calvario, non solo per l’umido e il freddo che ho sofferto, ammalandomi più di una volta, ma anche perché la nonna stava male, i miei cani, che ovviamente mi avevano sempre seguito sino ad allora, scapparono più volte dal grande giardino della villa, sino a quando, dalla loro ultima fuga non fecero più ritorno a casa, sparendo letteralmente nel nulla senza lasciare traccia. Inoltre, i problemi non erano certi terminati, perché il “nonno” aveva lasciato un testamento particolare che ci procurò non pochi problemi e a me toccò la sorte di risolvere le questioni notarili, burocratiche e di avvocatura tra i vari parenti coinvolti. Appena trasferito nella nuova casa a Calcinaia, depresso e alquanto distrutto, nel dicembre del 2008 morì anche la nonna, l’ultima rimasta, nonché la madre di mia madre. Nel giro di pochi mesi avevo perso i nonni, i miei cani, mi ero trasferito e avevo cambiato lavoro, inoltre ero entrato in contatto anche con il prof. Malanga, docente al Dipartimento di Chimica all’Università di Pisa, perché improvvisamente mi ero accorto di far parte di un altro problema, quello dei “rapimenti alieni”. La vicenda è nota molti di voi, ma essenzialmente mi ero avvicinato a quell’ambiente, capeggiato da questo professore, dopo gli ultimi mesi di depressione e tutti gli anni precedenti passati tra delusioni, malesseri, problemi, suicidi mai andati a segno e una serie interminabile di eventi extra che da sempre avevano costellato la mia vita. Iniziai con lui un percorso che avrebbe cambiato la mia vita ancora una volta.
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Dal 2008 al 2011
Ma i problemi non erano certi finiti. Nel pieno della mia rinascita in ambito lavorativo mi ritrovai coinvolto in una serie a catena di episodi spiacevoli e debilitanti. Nel 2009 fallì l’Hotel di Montecatini Terme, riaprì dopo poche settimane con una nuova gestione, ma anche questa chiuse nuovamente pochi mesi dopo. Nel 2010 fallì anche l’Hotel di Cascina, mentre a marzo del 2011 fallì anche l’Hotel di Fucecchio. Ovviamente non sono stato parte attiva di questi fallimenti, quanto piuttosto parte lesa. Ora, per chi non ha mai fatto un lavoro di curatore di eventi culturali, allestimento di mostre d’arte, non può capire la mole di lavoro che ci sta dietro. In questi anni, dapprima come membro attivo di una associazione culturale, dal 2010 ad oggi come imprenditore culturale vero e proprio, mi sono occupato di ogni fase del lavoro: ricerca degli artisti, amministrazione, promozione del loro operato sul web e riviste del settore, ricezione delle opere, allestimento e disallestimento delle mostre, organizzazione di vernissage, finissage o altri eventi collaterali. Organizzare mostre d’arte in un Hotel che può contenere da un minimo di 100 ad un massimo di 300 opere, significa lavorare con mesi di anticipo per organizzare un esposizione, per settimane quando si tratta di allestire o disallestire la mostra (incluso ricezione e spedizione delle opere, imballaggio compreso), monitoraggio continuo delle stesse, dato che può accadere qualsiasi cosa (danno, furto, calamità, etc.) Potete immaginare che sorbire tre fallimenti di tre diversi Hotel, per tre anni consecutivi è stato veramente un duro colpo, perché ad ogni chiusura ho dovuto svuotare gli Hotel di tutte le opere, spesso non senza ulteriori danni (alcune opere sono state rubate), con conseguente perdita di clienti, nonché vedersi interrompere mesi di lavoro futuri già progettati, in procinto di iniziare o già avviati. Addirittura nell’ultimo fallimento, quello all’Hotel di Fucecchio, per una strana storia tra i gestori e la proprietà, per ben quattro mesi il Tribunale di Empoli ha persino sequestrato lo stabile con tutte le opere (quasi 200) al suo interno; ne sono divenuto in possesso solamente quando la nuova gestione ha riaperto la struttura. La cosa buffa è che questi fallimenti sono avvenuti spesso all’improvviso, senza un preavviso, un campanello di allarme, creati da gestioni che hanno materializzato dei buchi enormi all’interno della loro amministrazione e che l’hanno poi portati al collasso e alla chiusura. Seppure “esterno”, ma “interno” con le opere dei miei artisti, ne sono rimasto coinvolto e vittima, subendo danni lavorativi ed economici, per ripagare spese extra e soprattutto legali per tutelare la mia impresa e i miei clienti.
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Oggi
A tutto questo si è aggiunta anche la mia vita extra-parallela, quella all’interno del mondo ufologico e di quella branca particolare che si occupa dello studio dei “rapimenti alieni”. Ad ottobre del 2010 registrai qua in Toscana un servizio con il team della trasmissione di Italia 1 “Mistero”, puntata che è andata in onda il 4 gennaio 2011, scatenando un vero e proprio putiferio. Nel giro di poco tempo mi sono ritrovato nel bel mezzo di una tempesta, non tanto scatenata dagli oltre due milioni di telespettatori che mi avevano seguito in televisione, quanto piuttosto da quella cerchia di persone che faceva a capo al prof. Malanga (i malanghiani) e i suoi collaboratori. Venni escluso, buttato fuori dal giro, bollato come un mitomane e messo alla berlina per i mesi successivi, periodo in cui oltre a ricostruire dalle ceneri quello che restava del mio lavoro, ho dovuto anche lottare per riconquistare una dignità al mio nome che mi era stata tolta. Ed oggi? Sinceramente non so cosa ne sarà del mio lavoro nel mondo dell’Arte e sicuramente, ad anno nuovo, nel 2012, dopo tanti anni di successi, grandi eventi che hanno coinvolto più di 30 mila persone tra pubblico, clienti degli Hotel e appassionati, dopo aver organizzato un numero imprecisato di mostre collettive e personali, grandi retrospettive dedicate alla Pop Art (con mostre di caratura nazionale), concerti di Musica Classica (ho portato in Toscana grandi musicisti italiani e stranieri, tra cui il Trio Guarneri di Praga), aver conosciuto e lavorato con più di 1000 artisti ed esposto un qualcosa pari ad oltre 8.000 opere, chiuderò la mia “piccola” impresa culturale per dedicarmi ad altro; anche se ancora non so cosa sarà questo “altro”. Non posso certo continuare a lavorare in strutture gestite da società che vivono alla giornata, senza contare che comincio ad accusare una certa stanchezza nel seguire così tante persone ed eventi tutti insieme. Inoltre è innegabile, stiamo vivendo un periodo di grave crisi economica e in momenti come questi, l’Arte e la Cultura sono sempre le prime a risentirne. Proseguirà invece la mia attività di ricercatore nel campo del “rapimenti alieni”, anche se con il passare del tempo i miei studi mi hanno portato ad occuparmi essenzialmente di “Cosmologia”. Ci sono vari progetti in cantiere, tra cui alcuni libri, delle conferenze, incontri e seminari, ma come accade quando si è in procinto di assistere e vivere un nuovo ed epocale cambiamento nella propria vita, cosa effettivamente sarà del mio futuro ancora non lo so, e queste nuove pagine spero di poterle scrivere tra qualche anno con spirito critico e analitico, proprio come ho fatto con i miei primi 33 anni appena trascorsi. Sicuramente mi sono dimenticato di riportare tante altre storie, personaggi degni di nota che ho conosciuto, come molte parti della mia vita, specie le più private ed intime, sono state del tutto omesse, ma era necessario farvi partecipi a grandi linee di quella che sino ad oggi è stata la mia esperienza su questo pianeta, così che possiate comprendere effettivamente chi sono. Questo è quanto vi dovevo.
