Il blog di Federico Bellini, studi e ricerche nel campo dei Rapimenti Alieni, la Spiritualità, la Cosmologia, la Filosofia Alternativa e l'Ufologia

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giovedì 22 marzo 2012

My Life - "Il Re è Nudo (prima parte)"

(opera di Giuseppe Pellizza da Volpedo)
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Articolo di Federico Bellini
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Ouverture
I vestiti nuovi dell'imperatore” (o “Gli abiti nuovi dell'imperatore”) è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta nel 1837 nel volume "Fiabe, raccontate per i bambini". La fonte da cui ha tratto ispirazione Andersen è una storia spagnola riportata da Don Juan Manuel (1282-1348), la XXXII dell'opera “El Conde Lucanor”. Il racconto appartiene al bagaglio culturale condiviso di tutto l'Occidente e i riferimenti a questa fiaba nella nostra cultura sono onnipresenti, sebbene, come per altre fiabe e favole, relativamente poche persone conoscano esattamente la storia o ne sappiano indicare l'autore. La fiaba parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Alcuni imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni. I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all'imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L'imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l'imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; come i suoi cortigiani prima di lui, anch'egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori. Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini che applaudono e lodano a gran voce l'eleganza del sovrano. L'incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida: "ma non ha niente addosso!"; da questa frase deriverà la famosa frase fatta «Il re è nudo!». Espressioni come "i nuovi vestiti dell'imperatore", "l'imperatore (o il re) è nudo" sono spesso usate in molti contesti con riferimento alla fiaba di Andersen. Solitamente, lo scopo è quello di denunciare una situazione in cui una maggioranza di osservatori sceglie volontariamente di non far parola di un fatto ovvio a tutti, fingendo di non vederlo. Una metafora simile, del XX secolo, è quella dell'elefante nella stanza. Uno dei contesti in cui la frase ricorre in modo più frequente è quello politico, in cui la corrispondenza con il contenuto della storia di Andersen è spesso rinforzata dal fatto che una certa verità venga taciuta per compiacere il potere politico. La storia è anche usata per riferirsi al concetto della "verità vista attraverso gli occhi di un bambino", ovvero al fatto che spesso la verità viene proclamata da una persona troppo ingenua per comprendere le pressioni esercitate all'interno di un gruppo affinché essa venga taciuta. Nell'opera di Andersen il tema della "purezza degli innocenti" ricorre anche in molte altre fiabe.
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Perché mettersi a nudo
Ultimamente mi è stato fatto notare che un “personaggio pubblico” come me, letto o seguito da migliaia di persone ogni mese, non dovrebbe mostrare troppo il suo lato umano, far vedere le sue debolezze, far diventare gli altri compartecipi dei suoi problemi. Personalmente credo che qualsiasi persona dovrebbe condividere ciò che è in realtà, senza dare mai una visione falsata di sé e che rischierebbe di essere considerata una mera manipolazione, per creare l’immagine di un personaggio che si vuole far passare per tutt’altra levatura. Nel bene o nel male, nel giusto o nello sbagliato delle mie azioni, ho sentito la necessità di raccontarmi, di condividere con voi, miei lettori, quella che sino ad oggi, in appena 33 anni, è stata la mia vita. Ad alcuni questa lettura potrà risultare noiosa, ad altri inopportuna, non importa, perché sarà indirizzata a coloro che sapranno accettarla, cogliendone gli aspetti più genuini che hanno forgiato la mia personalità e che molti di voi, oggi, apprezzano o disprezzano. Coglietene l’essenza, la sincerità che vi ho infuso nello scrivere questo sunto della mia vita, perché possa servirvi a comprendere maggiormente chi sono e magari a trovare un metro di paragone con le storie di ognuno di voi, certamente non meno importanti o intense della mia.
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Dal 1978 al 1988

Sinceramente non ricordo la mia infanzia, o meglio, non ricordo molto dei miei primi cinque anni di vita. So di essere nato a Pontedera, cittadina della provincia di Pisa, la notte del 21 maggio del 1978 alle ore 00.40, come indicato dal certificato di nascita. Sono cresciuto sino all’età di 19 anni a Castelfranco di Sotto, paese del comprensorio del cuoio del valdarno inferiore, in una palazzina dove al primo piano i miei genitori e i nonni abitavano in due spaziosi e benestanti appartamenti, mentre al piano di sotto si trovava il grande negozio di abbigliamento di famiglia, il “Centro Moda”, l’unico del paese e all’epoca della zona tra i più riforniti. Ricordo di aver avuto un infanzia tranquilla, con una madre premurosa e spesso severa, un padre non molto presente (se anche lo era faceva di tutto per sembrare assente), un fratello più grande di otto anni alquanto taciturno e “misterioso” e i nonni paterni, che seppure abitassero nell’appartamento di fianco, facevano sentire quotidianamente la loro presenza (oserei dire oppressione). I nonni paterni e mio padre erano originari di un piccolo paesino delle colline pisane, Partino, da sempre contadini e poi commercianti si erano guadagnati una posizione e un certo benessere lavorando duramente. Mio nonno era un gigante buono, anche se spesso logorroico, mentre la nonna era di una perfidia senza pari. Per carità, a noi nipoti (me e mio fratello) ha sempre voluto bene, ma spesso aveva delle strane sortite, era gelosa, aveva una sua strana mentalità e spesso si faceva odiare per il suo modo di essere. Capirete che tra i nonni paterni, specie tra la nonna e mia madre non è mai corso buon sangue, per tutta una serie di vicissitudini antecedenti alla mia nascita che non riporterò per non tediarvi ulteriormente, ma vi basti sapere che i continui attriti e contrasti tra la mamma e la nonna, furono la causa di più di un esaurimento nervoso che minarono la salute di entrambe, soprattutto di mia madre. La nonna materna, invece, abitava a Campo, minuscolo paesino di campagna alle porte di Pisa, suo marito era morto negli anni ’60 per una grave malattia e l’unica conoscenza che ho avuto di lui sono state qualche foto, delle visite alla sua tomba e i racconti della mamma e della nonna. Mia nonna poi si risposò quando avevo quattro anni con un signore che da sempre era stato presente all’interno del ramo materno per una serie di esperienze paesane, belliche e post-belliche (partigiani, poi appartenenti alla classe politica socialista) e per lavoro, poiché mia nonna faceva la contadina per questa famiglia che nel paese aveva terreni e fabbricati. Si sposò con lui e andò vivere nella sua casa, una bellissima quanto decadente villa del 1600 dove ho trascorso tutte le estati della mia infanzia, in compagnia anche del loro cane Tommy, che io storpiavo nel più facile Tomy. All’epoca possedevamo anche una casa al mare, come ogni famiglia benestante che si rispetti e che rispecchiava il successo di una famiglia che era riuscita a sfruttare l’ultimo boom economico degli anni ’80. Sui nonni paterni si poteva dire di tutto, ma certamente che non avevano fiuto per gli affari e il loro coraggio aveva indirizzato una strada sicura per i miei genitori per i decenni avvenire. In questa modesta ma carina casetta al mare i nonni vi passavano il mese di luglio, mentre a noi spettava il mese di agosto, dandoci così il turno. Era su tre piani, aveva delle spaziose camere, un piccolo ma grazioso giardinetto dove c’era di tutto, dai pomodori, ai fiori, alla sabbia dove costruivo i miei castelli diroccati, alla piscina di gomma e al pergolato dove stavamo al fresco. La Marina di Pisa della mia infanzia era ancora un po’ trasandata e presentava ancora i vecchi edifici del primo novecento ancora abbandonati e che lasciavano un senso di inquietudine nel cuore, probabilmente è da quelle estati che è nato il mio interesse per il mistero e una certa simpatia per la malinconia che mi accompagnerà per il resto della vita. All’età di cinque anni, frequentai per meno di un anno l’asilo delle suore. All’epoca non esistevano ancora gli asili nido, almeno non in tutte le cittadine italiane e faceva lustro mandare i propri figli in un istituto religioso. Lo frequentai per poco tempo, non solo perché ero quasi sempre malato ma perché dimostravo già all’epoca una certa insofferenza verso certi “regimi”. Sembrava di stare in un lager, perché tolta la superiora, una minuta e docile Suor Costantina, c’erano anche delle “marescialle” che non appena aprivano bocca per urlare, facevano rabbrividire chiunque. Ai bambini più discoli o che non portavano a termine i loro compiti, ceffoni ben messi e patte sulla testa erano all’ordine del giorno, mentre i ribelli venivano rinchiusi anche per pomeriggi interi dentro delle stanzine minute al buio. Ricordo ancora quando in uno dei rari giorni in cui frequentavo questo asilo, vomitai sulla scalinata principale. Ero eccitato perché nel pomeriggio sarei andato a trovare i nonni in campagna e, dato che da pochissimo avevo pranzato, il mio saltellare senza ritegno non aveva gratificato adeguatamente il mio stomaco. Riversai tutto il cibo sulla scale con disgusto della suora più anziana, Suor Nazaria, mentre la superiora mi rimproverò con dolcezza e mi portò nel suo ufficio per farmi calmare, dato che mi misi a piangere, mentre attendevo l’arrivo di mia madre. Dopo pochi mesi, la superiora, Suor Costantina fu trasferita a Roma, tra tutti i bambini fui l’unico che si mise a piangere (nemmeno le sue consorelle) e da lontano mi inviò un bacio con entrambe le mani che io ricambiai con tutto il cuore; fu uno dei primi momenti della mia vita in cui imparai cosa fosse il dolore causato da una qualche forma di distacco. Da allora non l’ho più rivista e ho avuto più sue notizie. I cinque anni successivi trascorsi alle elementari portano ancora un nome, quello della maestra, Najeda. Donna dal forte carattere, figlia di una cantante lirica, amante dell’opera della musica classica, di grande cultura, dal temperamento infuocato e che dispensava non solo ceffoni (se sbagliavi i compiti), ma anche carezze, sorrisi e abbracci con i bambini per i quali provava maggiore tenerezza; ed io ero tra questi. Fu dalle elementari che cominciai ad essere emarginato, non crescevo, ero piccolo e minuto, ero strano, suonavo il pianoforte e ascoltavo una musica da “vecchi” (la musica classica). Stranamente mi portavano tutti rispetto, a parte rari casi di intolleranza e sin da allora cominciai a circondarmi degli amici più strani o degli sfigati della scuola. Uno di loro, per farvi un esempio, era capace di armarsi di piccole forbicine e dopo una serie di improbabili mosse alla Bruce Lee, era per qualche oscuro motivo, in grado di tagliare di netto delle mosche che svolazzavano a volte per la stanza! Non ero il loro leader, non c’è né mai stato uno, però ero considerato una voce importate o da ascoltare. Devo ammettere che non ero nemmeno uno studente modello, non eccellevo in alcuna materia in particolare, odiavo la matematica, sapevo scrivere e leggere quanto bastava, provavo passione invece per le scienze e la geografia, con tanta pena della maestra ma anche di mia madre che cercava in tutti i modi di farmi studiare, anche a forza. Mi interessavo di altro, passavo intere serate a cercare non so cosa, su pesanti volumi di un enciclopedia in bianco e nero di dieci anni più vecchia di me, dal forte odore di mucido, che si trovava nella nostra biblioteca. Cercavo Atlantide, avevo una fissa per questo misterioso e scomparso continente, ricreavo cartine geografiche di come doveva essere il mondo ai tempi precedenti e dopo il diluvio e mi sforzavo di capire come un territorio del genere, potesse trovarsi in mezzo ad un oceano profondo migliaia di metri d’acqua e scomparire nel nulla senza lasciare traccia. Ero un fervente cattolico, facevo persino parte del nutrito gruppo dei chierichetti della Parrocchia e ricordo che fu nelle domeniche in cui prestavo servizio dietro l’altare, di fianco al parroco e ai compagni, dove il coro cantava accompagnato dall’organo, che scattò qualcosa in me, una passione per la musica. Fu in quarta elementare che iniziai a frequentare le prime lezioni di solfeggio da una particolare famiglia di musicisti di un paese vicino, i Guerrazzi di Santa Croce sull’Arno. Il figlio insegnava solfeggio, organo e altri strumenti, il padre flautista, invece, insegnava pianoforte. Dopo il primo anno con il figlio che mi insegnò i primi rudimenti teorici e pratici (personaggio dalla voce squillante, dedito alle battute improbabili, dalle storie di amore impossibili, appassionato di ciclismo e sci), passai a studiare pianoforte con il vecchio padre, un uomo molto buono ma molto severo e alquanto burbero quando sbagliavi le note, il tempo o la diteggiatura delle mani. Studiai musica con loro, in questa scuola privata per almeno cinque anni, in compagnia anche del loro cane, un bastardino folle di nome Rambo, che spesso si lanciava dal terrazzo al primo piano dello loro casa, saltando indenne sui tetti delle macchine per fuggire a tutta velocità nei campi circostanti senza una meta precisa. A fine corso si tenevano dei regolari esami davanti ad una commissione di professionisti e un saggio, davanti ad un folto pubblico di familiari, amici e conoscenti. Io ero tra gli studenti più bravi e ricordo ancora, quando l’ultimo anno, all’ultimo saggio, infiammai gli animi dei presenti suonando la mia prima composizione per pianoforte (di cui non ricordo più nemmeno il titolo). Fu uno dei momenti più importanti della mia vita e fu in quell’istante, nel vedere quelle persone entusiaste, alcune con gli occhi lucidi dalla commozione, che decisi di diventare un compositore.
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Dal 1988 al 1998

I tre anni trascorsi alle Medie, invece, non furono esaltanti e sinceramente nemmeno degni di nota. Molti dei compagni di classe erano antipatici e con la “puzza sotto il naso”, tutto sommato fu una versione riveduta e molto scorretta di quanto avevo vissuto nei cinque anni precedenti alle elementari. Mi circondai di nuovi amici, anch’essi sfigati, alcuni dei quali per farsi notare ai ragazzi “in” della classe, facevano di tutto per mettersi in mostra. Io rimasi controcorrente come era mio solito fare, alternando momenti di notorietà per alcune mie sortite, ad altri dove ritornavo ad essere un qualunque ragazzo ombra. Gli insegnanti, invece, furono la prima nota dolente, perché cominciai ad avere a che fare con le prime teste calde e che in situazioni future mi portarono ad avere i miei primi contrasti. Tra la fine del 1992 e l’inizio del 1993, frequentai l’istituto di Ragioneria di San Miniato, la classe era composta da ragazzi e ragazze eterogenei e abbastanza simpatici, seppure molti di loro fossero anonimi. Stranamente entrai subito nelle simpatie del “gruppo forte” della classe e il mio “angelo protettore” divenne un enorme bambinone di nome Mario. In quei pochi mesi mi divertii come un matto, se non altro per le follie quasi quotidiane che i compagni di classi e i professori (più matti degli studenti), si inventavano. Vi basti sapere che sul tetto della scuola, l’architetto vi aveva realizzato un giardino che ad ogni pioggia di troppo allagava l’interno dell’edificio, classi comprese! Tra l’altro quello fu uno degli anni più piovosi per la Toscana con innumerevoli piene dell’Arno per tutto l’autunno e l’inverno del ’92, con molte tracimazioni di torrenti, affluenti e in alcuni casi dell’Arno stesso. Ricordo che in più di un’occasione dovemmo svuotare parte del nostro negozio degli abiti per metterli in salvo, dopo numerosi avvisi di vigili e carabinieri che spesso ad ogni pioggia diffondevano con altoparlanti per il comprensorio del cuoio. Il grosso dei danni non fu causato da un alluvione dei fiumi, ma dai continui allagamenti creati dai fossi e una rete idrica mal ridotta e che spesso faceva andare in tilt il centro cittadino del paese in cui vivevo, allagandolo completamente. Fu all’epoca che mia madre cominciò ad accusare i primi sintomi di una malattia sconosciuta e rara, all’epoca gli furono fatte parecchie diagnosi, gli fu trovata anche un infezione da Epatite B, malattia purtroppo presente nella zona del Comprensorio del Cuoio, tanto che i bambini erano soggetti a vaccinazioni di massa per non ammalarsi, compreso il sottoscritto. Ma fu una delle tante concause che la portarono al suo peggioramento. La malattia di mia madre coincise con il mio abbandono della scuola di Ragioneria per intraprendere la strada del musicista e fu così che mi iscrissi al corso di Composizione Sperimentale al Conservatorio Cherubini di Firenze. I primi due anni non furono esaltanti, cambiai insegnanti più volte e non riuscivo ad entrare all’interno dei meccanismi e di quella mentalità accademica (ero diventato da poco maggiorenne e del tutto inesperto nei confronti del mondo). Il mio risveglio avvenne dal terzo anno del corso, quando improvvisamente scattò in me qualcosa. In breve tempo divenni uno degli studenti più bravi e in vista del Conservatorio, tanto da vantare di essere tra i pochi ad avere il massimo dei voti ad ogni materia (Armonia, Storia della Musica, Lettura della Partitura, Pianoforte) e non pagare le tasse ogni anno perché i migliori venivano esentati per i meriti acquisiti. Insomma, ero la punta di diamante dell’istituto e sulla bocca di tutti, anche nell’ambiente fuori dal Conservatorio, perché ero giovane e dotato di grandi qualità musicali, ma ahimè, se scolasticamente ero impeccabile, dal lato artistico, quello creativo, rimanevo un ribelle anarchico e fuori controllo. All’epoca, presentarsi in un luogo “sacro” come il Conservatorio di Firenze con i capelli lunghi, dichiarare di suonare in un gruppo Metal ed ascoltare alla pari un Beethoven quanto un Marilyn Manson, suscitava qualche dovuta perplessità. Nel frattempo, però, a distanza di poco tempo l’uno dall’altro, morirono i nonni paterni. Mia nonna cominciò ad avere alcuni attacchi di ischemia cerebrale che la portarono a vivere i suoi ultimi giorni di vita confinata nel suo letto, mentre mio nonno lo ritrovammo una mattina steso per terra in cucina, stroncato da un infarto. Nel ’97 all’età di 50 anni morì anche mia madre, di una neuropatia, una malattia rara e all’epoca senza nome, di cui in Europa si ammalano ogni anno solamente quattro persone. Per i cinque anni precedenti, giovanissimo, avevo assistito ad ogni fase del suo lento declino, verso una malattia che la stava rendendo sempre di più un vegetale. Le sono sempre stato al fianco, continuamente, senza mai lasciarla un attimo, salvo i giorni in cui ero a Firenze al Conservatorio, l’ho accudita, sostenendola quando era preda degli attacchi di panico, delle forti depressioni o degli attacchi che le procurava la malattia, facendola cadere in stati di iperventilazione e che la facevano svenire. La seguivo anche quando non era quasi più in grado di camminare sino a quando se ne è andata, tra le mie braccia e quelle di mio padre, morta soffocata a seguito di uno dei suoi sempre più frequenti attacchi, all’ora di pranzo di un giorno caldo di fine giugno. Dopo la sua morte ci trasferimmo di casa, mi tagliai i capelli, cambiai vita (a dire il vero la cambiammo tutti nella nostra famiglia superstite) e con essa cambiò anche la mia immagine al Conservatorio, anche se l’animo ribelle rimase sempre vivo, seppure incrinato da anni di sofferenze e da una certa malinconia. Ero stanco, distrutto dalle malattie e le morti in famiglia, ed ero disilluso e con un futuro incerto ancora tutto da costruire.
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