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sabato 27 novembre 2010

Coscienzapedia: Demoni, Mitologia dei

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Il vampiro è un essere mitologico che sopravvive nutrendosi dell'essenza vitale (generalmente sotto forma di sangue) di altre creature. Il termine vampiro divenne popolare solo agli inizi del XVIII secolo, in seguito all'influenza delle superstizioni presenti nell'Europa dell'est e nei Balcani, dove le leggende sui vampiri erano molto frequenti. Allo stesso tempo, nacquero altri termini, come vrykolakas in Grecia e strigoi in Romania. L'esatta etimologia del termine vampiro non è chiara, tuttavia, è ragionevole pensare che possa derivare dal serbo вампир/vampir  passato successivamente al tedesco Vampir, al francese vampyre, all'inglese vampire e all'italiano vampiro. Un'altra teoria, meno popolare, sostiene che il termine slavo derivi dal turco ubyr, che significa "strega". In russo antico, il vampiro è detto inoltre Упирь (Upir'). Numerose lingue slave presentano forme parallele del termine serbo: il bulgaro вампир (vampir), il croato upir/upirina, il ceco e slovacco upír, il polacco wąpierz, l'ucraino упир (upyr), il russo упырь (upyr'), il bielorusso упыр (upyr), e l'antico slavo dell'est упирь (upir'). Da notare che successivamente la maggior parte di queste lingue adottarono forme come "vampir/wampir" dall'Occidente. Il concetto di vampirismo esiste da millenni, culture come quella mesopotamica, ebrea, greca e romana concepirono demoni e spiriti che possono essere considerati precursori dei moderni vampiri. Ad ogni modo, nonostante la presenza di creature simili ai vampiri in queste antiche civiltà, il folklore sui vampiri così come lo conosciamo oggi si è originato esclusivamente nell'Europa dell'est, quando i miti della tradizione orale di numerosi gruppi etnici vennero messi per iscritto e pubblicati. Nella maggior parte dei casi, i vampiri sono creature malvagie redivive, vittime suicide o streghe, ma possono anche essere cadaveri posseduti da spiriti malevoli o umani trasformati dopo essere stati morsi da altri vampiri. La credenza in tali leggende divenne così persuasiva da causare isteria di massa e pubbliche esecuzioni di persone credute vampiri, con esiti spesse volte raccapriccianti. Fu il romanzo Dracula, scitto nel 1897 da Bram Stoker, ad essere considerato la quintessenza del romanzo vampiresco e che fornì le basi per le opere moderne. Dracula trattò una mitologia costituita da lupi mannari e altri demoni, il successo di questo libro fece nascere un distintivo genere vampiresco che è ancora popolare nel XXI secolo, con un'impressionante collezione di opere letterarie e visive.
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Nonostante molte altre culture tramandino superstizioni riguardanti non-morti o altri spiriti redivivi, quello concepito dalla mitologia slava è considerato il vampiro per eccellenza. Le radici della convinzione dell'esistenza dei vampiri in questa cultura, sono basate sulle credenze e pratiche pre-cristiane del popolo slavo e sulla loro concezione dell’oltre tomba. Nonostante la mancanza di scrittori slavi pre-cristiani che descrivessero i dettagli della "vecchia religione", molte credenze spirituali pagane e rituali sono rimasti radicati nel popolo slavo anche dopo l'avvento del Cristianesimo. Esempi di queste credenze includono il culto degli antenati, delle divinità protettrici della casa e la convinzione che l'anima sopravviva alla morte terrena. Demoni e spiriti ebbero importanti funzioni nella società slava pre-industriale e si credeva che potessero interagire con la vita degli uomini. Alcuni spiriti erano benevoli e aiutavano l'uomo, mentre altri erano pericolosi e potenzialmente distruttivi. Si pensava inoltre che questi spiriti derivassero dagli avi o altri umani deceduti. Potevano apparire in diverse forme, compresa quella animale o umana. Gli spiriti malevoli partecipavano in crudeli attività, come l'affogamento di umani, la distruzione del raccolto, o il succhiare il sangue del bestiame e talvolta degli uomini. Gli slavi erano dunque obbligati ad appagare tali spiriti per prevenire il loro comportamento distruttivo. Secondo le credenze slave, vi era una netta distinzione tra Corpo e Anima. Questa era imperitura e alla morte del corpo avrebbe vagato per 40 anni prima di trovare pace nell'oltretomba eterno. Per questo motivo, alla morte di un parente, veniva lasciata una finestra aperta, di modo che l'Anima potesse entrare e uscire a suo piacimento, perché si credeva che durante questo periodo  avesse la capacità di poter rientrare nel corpo del defunto. Così come per i demoni, anche le anime potevano avere un effetto sia positivo che negativo a seconda della loro natura. Molti riti sepolcrali avevano lo scopo di assicurarne la purezza, dopo che si era separata dal Corpo. La morte di un bambino non battezzato, attraverso una morte violenta o prematura, la morte di un grave peccatore (come uno stregone o un assassino) o una sepoltura non appropriata erano tutte cause di impurità dell'Anima. Un'Anima Impura era molto temuta dagli slavi, poiché era potenzialmente vendicativa. Da queste credenze riguardo la morte e l'Anima deriva il concetto slavo di vampiro. Un vampiro è la manifestazione di una Spirito Impuro che sta possedendo un corpo. Questa creatura non-morta è vendicativa e gelosa nei confronti dei vivi, da cui succhia sangue per sopravvivere. Inoltre l'innata sessualità del succhiare il sangue è legata al cannibalismo e a comportamenti simili a quelli dei demoni incubo. Molte leggende narrano di esseri che succhiano liquidi da altre creature e sembra palese un associazione con lo sperma.
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Racconti di entità soprannaturali che si nutrono di sangue o di carne fresca di esseri viventi, si riscontrano in buona parte di quasi tutte le culture del mondo da diversi secoli. Oggi assoceremmo queste creature ai vampiri, ma nei tempi antichi il termine vampiro non esisteva, bere sangue e simili attività erano attribuite a demoni o spiriti, dove persino il Diavolo erano considerato sinonimo di vampiro. Quasi tutte le culture associano il bere sangue con demoni o creature redivive, o in alcuni casi con divinità. In India, ad esempio, alcuni racconti sui Baital, esseri simili ai Ghoul che possono entrare in possesso dei corpi, sono stati raccolti nel libro Baital Pachisi, una racconto del libro Kathāsaritsāgara narra di come il Re Vikramāditya intraprenda una ricerca per trovarne uno particolarmente elusivo. Anche Pishacha, lo spirito di malfattori o di coloro che morirono pazzi, rispecchia alcune caratteristiche dei vampiri e all'antica dea indiana Kali, con zanne e una ghirlanda di cadaveri o teschi, venne attribuito il nutrirsi di sangue. Nell'antico Egitto, la dea Sekhmet beveva sangue. I Persiani furono una delle prime civiltà a tramandare racconti di demoni bevitori di sangue, tanto che sono stati portati alla luce dei cocci di porcellana su cui erano state raffigurate creature che tentano di bere il sangue degli uomini. L'antica Babilonia e l'Assiria possiedono racconti della figura mitica Lilitu, che nella demologia ebraica diede vita a Lilith, un demone che si nutriva di sangue di bambino; Lilith a sua volte concepì la figlia Lilu. La mitologia greca e latina descrivono creature come le Empuse, le Lamie e le Strigi. Col passare del tempo, le prime due divennero termini generali rispettivamente per indicare streghe e demoni. Empusa era la figlia della dea Ecate ed era descritta come una creatura demoniaca dai piedi di bronzo, si trasformava in una giovane donna e seduceva gli uomini per bere il loro sangue. Lamia banchettava sui letti dei bambini la notte, succhiando il loro sangue, così come faceva la figura mitologica Gello. Come Lamia, la Strige si cibava di bambini, ma anche di giovani uomini. Erano descritte come aventi il corpo di corvo o d'uccello in generale, e successivamente vennero identificate nella figura mitologica romana della strige, un uccello notturno che si ciba di sangue e carne umana. Varie regioni africane possiedono racconti folkloristici di esseri con caratteristiche simili a quelle dei vampiri: nell'Africa occidentale il popolo degli Ashanti narra dell'asanbosam, una creatura dai denti di ferro che abita sugli alberi, mentre il popolo Ewe narra dell'adze, che può prendere le sembianze di una lucciola e dà la caccia ai bambini. La regione orientale del Cape tramanda la leggenda dell'impundulu, che può prendere le sembianze di un grosso uccello con gli artigli e può evocare tuoni e lampi, mentre il popolo Betsileo del Madagascar narra la leggenda del ramanga, un bandito o vampiro vivente che beve e si ciba delle unghie dei ricchi. Il termine Loogaroo, che indica una creatura mitologica simile a una vampiro, probabilmente deriva dal francese loup-garou (che significa "licantropo") ed è molto comune nella cultura delle Mauritius. I racconti sui loogaroo sono diffusi anche nelle isole caraibiche e in Louisiana, negli Stati Uniti. Simili mostri femminili sono la Soucouyant di Trinidad, la Tunda e la Patasola del folklore colombiano, mentre i Mapuche del Cile del sud narrano di Peuchen, un serpente succhiatore di sangue. La mitologia azteca narra dei Cihuateteo, spiriti dal viso scheletrico di coloro che sono morte di parto, che rubano bambini e intraprendono relazioni sessuali con i vivi, portandoli alla pazzia. Durante il tardo XVIII e XIX secolo le credenze sui vampiri si diffusero in parti del New England, specialmente nel Road Island e nel Connecticut orientale. Vi sono numerosi casi documentati di persone che dissotterravano i proprio cari per rimuovere il loro cuore nella convinzione che il defunto fosse un vampiro e responsabile di morti e malattie in famiglia. In realtà non veniva mai usato il termine vampiro per indicarne la patologia. Si credeva che la malattia mortale della tubercolosi, nota all'epoca come "consunzione", fosse causata dalle visite notturne da parte di un membro della famiglia morto anch'egli della stessa malattia. Radicato in vecchi folclori, moderne credenze si sono diffuse in tutta l'Asia, dai Ghoul della terraferma fino agli esseri vampireschi delle isole del Sudest asiatico. Anche in India sono nate nuove leggende sui vampiri, dove il Bhūta o Prét è l'Anima di un uomo morto prematuramente. Si muove di notte, animando cadaveri e attaccando i vivi, similmente a un Ghoul. Nell'India del nord viene narrato di una creatura simile ai vampiri, il BrahmarākŞhasa, caratterizzato dalla testa cinta di interiora e un teschio da cui beve sangue. Secondo la fede Induista, queste creature sono reali. Il loro corpo è costituito da quattro dei cinque elementi: Aria, Materia Oscura (Spazio), Fuoco e Terra, dove l'assenza dell'acqua indica l'imperitura ricerca da parte del vampiro di soddisfare la sua sete con il sangue. I vampiri sono inoltre esseri demoniaci condannati a bere sangue umano, anatema compensato però da altri poteri oscuri. La forza e la durezza dei loro corpi è dovuta alla mancanza di liquidi. Nonostante i vampiri appaiano nel cinema giapponese sin dagli anni '50, il folclore alla base ha origini occidentali. La creatura più simile al vampiro è forse il Nukekubi, la cui testa e collo sono in grado di staccarsi dal corpo per volare via e andare a caccia di prede umane. Leggende di esseri femminili simili a vampiri esistono però nelle Filippine, in Malesia e in Indonesia. Nelle Filippine, le due maggiori creature sono il mandurugo (letteralmente "succhia-sangue") del popolo dei Tagaloge il manananggal ("creatura che si divide in parti") dei Visayan. La prima è una variazione dell'aswang, che prende le sembianze di un'attraente ragazza di giorno, mentre di notte le crescono ali e una lunga lingua concava e fine. La lingua viene usata per succhiare sangue dalle proprie vittime addormentate. La seconda, invece, è descritta come una più matura ma comunque bellissima donna, capace di prendere il volo grazie ad enormi ali di pipistrello, che si nutre di donne incinte addormentate e inconsapevoli. Usa una lingua lunga quanto una proboscide per succhiare via i feti dai grembi materni. Talvolta si cibano di interiora (specialmente cuore e fegati) e del muco delle persone malate. Il malese penanggalan potrebbe essere una giovane o vecchia donna, in ogni caso attraente, che ha ottenuto la sua bellezza per mezzo della magia nera ed è spesso descritta nel folclore come un essere oscuro o demoniaco. E' in grado di staccare del corpo la sua testa zannuta e di farla volare nella notte in cerca di sangue, in genere di donne incinte. I malesi spesso attaccano jeruju (cardi) sulle porte e sulle finestre delle case, sperando di scacciare il penanggalan. Il leyak è un essere simile del foklore di Bali. Un kuntilanak o matianak in Indonesia, o un pontianak o langsuir in Malesia, è una donna morta di parto divenuta una non-morta, che in cerca di vendetta terrorizza villaggi. Appare come una donna attraente con lunghi capelli neri che ricoprono un buco sulla base della nuca, col quale succhia il sangue dei bambini. Ricoprire il buco con i suoi capelli la farebbe scappare via. Alcuni cadaveri potrebbero inoltre avere perle di vetro infilate nella bocca, uova sotto ciascuna ascella, e aghi conficcati nei palmi delle mani per prevenire che si trasformino in langsuir. Gli jiang shi ("cadavere rigido"), chiamati anche "vampiri cinesi" dagli Occidentali, sono cadaveri rianimati che uccidono i vivi per assorbire la loro linfa vitale (). Si dice che nascano quando un'Anima non è in grado di vivere nel Corpo del defunto. A differenza dei vampiri, gli jiang shi sono creature senza mente e non hanno ragionamenti propri. Uno dei più famosi casi di entità vampiriche nell'età moderna è quello dei chupacabra di Puerto Rico e del Messico. E' leggenda che siano creature che si nutrono di carne fresca e di sangue di animali domestici.

sabato 20 novembre 2010

Coscienzapedia: Universo, teoria formazione dell'

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L’inizio del Gioco
Secondo la Teoria del Big Bang, l'Universo ebbe origine con una "esplosione" che riempì tutto lo spazio a partire da un preciso ed unico punto. Alcuni sostengono che questo punto sia stato grande quanto una mela, forse anche più piccolo, ma tutti concordano che dopo questa iniziale esplosione, ogni particella cominciò ad allontanarsi velocemente dalle altre. Si pensa, inoltre, che nei suoi primi attimi l’Universo fosse una sorta di fluido o un gas caldissimo di particelle elementari in rapida espansione. Per i fisici delle particelle, i primi attimi dell'Universo costituiscono un acceleratore senza limiti di energia, ma nessuno si è mai chiesto da cosa fosse scaturita tutta questa energia inesauribile e da quale fonte primigenia provenisse. Ricordiamo che la Teoria del Big Bang tenta di descrivere come sta evolvendo il nostro Universo, non come ha avuto inizio, non sappiamo nulla su cosa esistesse prima che il nostro Universo iniziasse ad espandersi e la scienza sostiene che le quantità fisiche che si conservano fossero tutte nulle all'inizio dell'Universo stesso. Per la carica elettrica ciò significa che all'inizio dell'Universo e in ogni istante successivo, il numero di cariche elettriche positive era esattamente uguale al numero di quelle negative. Ecco che a questo punto della nostra breve introduzione scientifica, subentra quella che io chiamo la “Visione Primordiale”, ovvero quello stato di coscienza nel quale si riesce ad arrivare tramite l’ipnosi o anche complesse tecniche di meditazione. Se consideriamo l’Universo primordiale come un punto delle dimensioni di una mela, non dobbiamo dimenticarci che comunque, le grandezze sono soggette alla nostra attuale concezione della fisica, e magari quello che noi oggi immaginiamo come un inizio grande quanto un frutto o una pallina da tennis, fosse in realtà molto più grande o al contrario, ancora più piccolo. Durante la “Visione Primordiale” è comune a molte persone, vedere quello che tutti chiamano il “Primo Tempo”, ovvero un luogo senza confini, fatto di luce e tenebra, invaso da una miriade non quantificabile di oggetti, particelle o entità luminose e oscure, che volano verso un determinato punto di questo spazio. A seconda della posizione di “se stessi” all’interno di questa visione primigenia, è facile vederne solamente una parte insieme ad una oggettiva difficoltà nel descrivere cosa sta avvenendo tutto intorno a se, mentre, se al contrario la propria visuale cambia, in base alla visione più marginale e al flusso di queste entità o “particelle”, l’insieme diventa molto più nitido e spiegabile. Presumibilmente il Pre-Universo doveva essere un luogo senza tempo dove l’insieme di queste entità, che poi chiameremo “Anime bianche e nere” (le particelle luminose e oscure) costituiva il Tutto o la Coscienza, quella entità che in molte religioni attuali presenti sulla Terra è denominato Dio. Ovviamente stiamo parlando di un Dio diverso da quello che la religione o la filosofia attuale crede di conoscere o comprendere, qui non abbiamo a che fare con una divinità dai connotati umani o materiali, che si preoccupa delle vicissitudine di un piccolo pianeta dell’Universo, quanto piuttosto di una diversa realtà che oltrepassa ancora le nostre attuali concezioni del creato. Dobbiamo altresì immaginare il Tutto, come un insieme di Universi paralleli in espansione, probabilmente in numero finito e tutti diversi, nel quale al loro interno si svolgono tante differenti esperienze diverse. In sostanza, quello che in seguito verrà descritto come un “Gioco” è una summa di una “Globale Esperienza Cosmica” dove l’evoluzioni dei tanti Universi paralleli, contribuisce ad arricchire l’intelligenza Suprema o il Tutto che è Dio. Come sostiene Leibniz, Dio è l’Unità originaria, cioè la “Sostanza semplice originaria” da cui derivano tutte le altre sostanze, create mediante “folgorazioni istantanee e continue”. In senso logico-metafisico, Dio è l’Essere necessario, ovvero la Ragione sufficiente ultima delle cose. Nella storia del nostro Universo c’è sempre stata una dualità costituita da energia positiva e negativa, che partendo da iniziali concezioni religiose, hanno visto in questo scontro epico della luce e delle tenebre, la lotta per la supremazia universale, arrivando infine alla concezione scientifica di materia ed antimateria, che nel primordiale universo hanno condotto una lotta per far valere una volontà creatrice sull’altra. Nella “Visione Primordiale” l’insieme acquista una diversa ottica, dove il Pre-Universo diviene così un luogo senza tempo e non quantificabile nella sua reale grandezza, dove entità luminose ed oscure (materiche ed antimateriche) fluttuano verso un determinato punto, dal quale una volta raggiunto, avverrà l’effettiva esplosione che la scienza di oggi ha teorizzato, e che ha dato inizio a tutta la forza espansionistica ancora in atto: il Big Bang.
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Il nostro Universo
Partendo dalla concezione ufficiale, secondo cui l'espansione del nostro Universo avviene nello spazio-tempo in quattro dimensioni (anche se difficili da visualizzare, in quanto le quattro dimensioni sono incastrate come una scatola cinese) si evince che partendo da una dimensione non si può vedere cosa avviene nelle altre: così come dalla prima non si può vedere cosa accade nella seconda, terza o quarta, partendo dalla quarta non si può vedere cosa avviene in quelle precedenti.
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1) Tempo cosmico dal niente, il tempo zero a circa 15 miliardi di anni fa. Avviene il Big Bang e da questo momento l'Universo inizia ad espandersi. Lo stato iniziale aveva tutti i numeri quantici conservati uguali a zero (da ricordare la visione del “Primo Tempo” dove entità o particelle di luce e oscurità, Anime, coesistono nel Tutto e nel quale convergono in unico punto di fusione).
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2) Prima transizione di fase (tempo di Planck); in questa situazione di fluido primordiale e incandescente, si può pensare che ci siano i presupposti per la ricreazione delle particelle. Prima di questo momento le fluttuazioni non permettevano alle particelle di divenire entità separate, in quanto unificate al momento dell’impatto. Ad una iniziale epoca di unificazione delle particelle o Anime, deve essere poi seguita una disgregazione che le ha lasciate libere di propagarsi nell’Universo appena nato e di ritornare indipendenti.
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3) Pochissimi secondi successivi all'esplosione. Le Anime in questo gas primordiale, generano altre particelle (i quark e i leptoni, gli antiquark e gli antileptoni, etc.)
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4) Seconda transizione di fase. Ha inizio un'iper-espansione dell'Universo (inflazione).
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5) Da 10-35s a 10-10s. Si ha una lieve asimmetria tra materia e antimateria, con una lieve prevalenza della prima. Le Anime rigenerate cominciano a prendere coscienza di se e, all’interno di questo Universo appena nato, diventano due singole entità creatrici: Il Demiurgo Primo e Il Demiurgo Secondo (dualità bene e male, bianco e nero, luce e tenebre) da questo momento in poi inizia la “Genesi”.
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6) Da 200s a 10.000 anni. L'Universo contiene principalmente fotoni e neutrini. Vi sono anche elettroni, protoni ed elio, non ci sono più neutroni liberi. La radiazione continua a raffreddarsi e così pure la materia.
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7) 10.000 anni, Termina l'Era della radiazione (che aveva avuto origine subito dopo il Big Bang) e inizia l'Era della materia (che prosegue fino ad oggi).
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8) Nona transizione di fase, 300.000 anni. E' il momento della formazione degli atomi. L'energia dei fotoni è diventata così bassa che i fotoni non sono più in grado di distruggere gli atomi che si vanno formando. In un tempo relativamente breve gli elettroni si uniscono ai protoni formando atomi di idrogeno; i nuclei di elio con gli elettroni formano atomi di elio. Un plasma di elettroni e protoni è un quarto stato della materia, dopo quello solido, liquido e gassoso, uno stato molto abbondante anche nell'Universo attuale, perché è lo stato dominante all’interno delle stelle.
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9) 1 miliardo di anni: formazione delle galassie. Si formano galassie e ammassi di galassie, poi le prime stelle. L'Universo che era diventato buio torna a risplendere di nuovo, ma con la luce delle stelle.
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10) Qualche miliardo di anni. Esplodono le prime supernovae. Conseguenza di questa esplosione è il lancio nello spazio interstellare di una grande quantità di materia contenente elementi pesanti sintetizzati all'interno di stelle pesanti.
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11) Dieci miliardi di anni. Si formano i vari sistemi solari in tutte le galassie dell’Universo, compresa la nostra. Il materiale o nube, dalla quale per contrazione gravitazionale nascono il sole e i suoi pianeti, fra i quali la terra è un materiale di racconta gravitazionale, che contiene in prevalenza idrogeno ed elio, cioè il materiale prodotto all'inizio dell'Universo.
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12) 15 miliardi di anni. Su altri sistemi solari compaiono le prime forme di vita, alcune delle quali intelligenti. Sul pianeta terra, circa un milione di anni fa, appare l'Homo Sapiens.

Coscienzapedia: Demiurgo, la figura del

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Premessa
Di tutti i problemi che costantemente hanno preoccupato gli uomini, ve ne è uno, quello dell’origine del Bene e del Male o di un principio della Dualità, che pare esser sempre stato il più difficile da risolvere, tanto da rivelarsi un ostacolo insormontabile per la maggior parte dei filosofi e soprattutto dei teologi. Emergono, altresì, ulteriori interrogativi circa la Perfezione e l’Imperfezione che sembra insita nella natura di questo principio duale, quindi è da chiedersi come Dio, essere perfetto in assoluto, possa aver creato l’imperfezione. È evidente che il perfetto non può generare l’imperfetto, perché, se così fosse, il perfetto dovrebbe contenere in se stesso l’imperfetto allo stato principiale ed allora non sarebbe più il perfetto. L’imperfetto non può dunque procedere dal perfetto per via di emanazione, potrebbe solo risultare dalla creazione ex nihilo. Ammettere, quindi, la creazione ex nihilo equivarrebbe ad ammettere l’annientamento finale degli esseri creati, poiché ciò che ha avuto un inizio deve anche avere una fine. Niente può esistere che non abbia un principio; ma qual è questo principio? Non vi è in realtà un principio unico di tutte le cose? Se si considera l’Universo totale, è evidente che esso comprende tutte le cose, perché tutte le parti sono contenute nel Tutto. Il Tutto, quindi, è propriamente illimitato, perché, se avesse un limite, ciò che è al di là di questo limite non sarebbe compreso nel Tutto.
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Il Principio Supremo
Ciò che non ha limiti può essere chiamato l’Infinito, e l’Infinito è necessariamente unico, perché due infiniti che non fossero identici si escluderebbero a vicenda; ne consegue dunque che non vi è che un Principio Supremo unico di tutte le cose e questo Principio è la Perfezione/Imperfezione. A questo punto viene da domandarsi come ha potuto l’Unità produrre la Dualità? Molte dottrine, abitualmente ritenute «dualistiche», non lo sono che apparentemente. Ad esempio, nel Manicheismo, così come nella religione di Zoroastro, il dualismo era una dottrina che celava la vera dottrina esoterica dell’Unità: Ormuzd e Ahriman sono entrambi generati da Zervané-Akerene e dovranno fondersi in lui alla fine dei tempi. La Dualità, nell’impossibilità di esistere di per stessa, è dunque necessariamente prodotta dall’Unità; ma in che modo può prodursi? Per comprenderlo dobbiamo anzitutto considerare la Dualità nel suo aspetto meno particolaristico, quello dell’opposizione tra l’Essere ed il Non-Essere; ma poiché l’uno e l’altro sono necessariamente contenuti nella Perfezione/Imperfezione totale, appare subito evidente che tale opposizione non può essere che apparente. A questo punto ci si accorge quanto illusoria sia la distinzione tra Spirito e Materia, sulla quale nondimeno, soprattutto nei tempi moderni, è stato costruito un così gran numero di sistemi filosofici. Se il Principio Supremo, differenziandosi, dà luogo a due elementi, i quali del resto sono distinti solo in quanto li reputiamo tali, questi due elementi ed il loro Principio comune formano un sistema Ternario, sicché in realtà il sistema stesso che regge la creazione Universale è Ternario e non Binario: Perfezione Suprema, Perfetto ed Imperfetto. René Guénon, sosteneva che “quando si oppone il Bene al Male, generalmente si fa consistere il Bene nella Perfezione, o quantomeno in una tendenza alla Perfezione, ed allora il Male non è nient’altro che l’Imperfezione: ma come può l’imperfetto opporsi alla Perfezione. Abbiamo visto che la Perfezione è il principio di tutte le cose e che, d’altra parte, non può produrre l’Imperfetto, donde risulta che in realtà l’Imperfetto non esiste, o almeno non può esistere che come elemento costitutivo della Perfezione totale; ma allora esso non può essere realmente Imperfetto, e quel che noi chiamiamo imperfezione non è che relatività. […] D’altra parte, se si chiama Bene il Perfetto, il relativo non ne è realmente distinto, poiché v’è contenuto in principio; dunque, dal punto di vista universale, il Male non esiste. Esso esiste solo, se si considerano le cose sotto un aspetto frammentario ed analitico, separandole dal loro Principio comune invece di vederle sinteticamente contenute in questo Principio, che è la Perfezione. Così si crea l’Imperfetto, e distinguendo il Male dal Bene, li si crea entrambi proprio con questa distinzione, poiché il Bene ed il Male sono tali solamente se messi in opposizione l’uno all’altro; inoltre, se il Male non esiste, non si può neppure parlare di Bene nel senso ordinariamente attributo a questa parola, ma solamente di Perfezione. È dunque la fatale illusione del Dualismo ad attuare il Bene ed il Male, ossia, considerando le cose da un punto di vista particolare, a sostituire la Molteplicità all’Unità, imprigionando così gli esseri su cui esercita il suo potere nel dominio della confusione e della divisione: tale dominio è l’Impero del Demiurgo.”
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Il Principio di Dualità
Per spiegare maggiormente la dualità di cui è formato il nostro Universo, farò un passo indietro di qualche secolo, quando nell’Europa del basso medioevo era diffusa una particolare dottrina o eresia dualista, quella dei Catari (1150 - 1250). Probabilmente assimilata a quella del manicheismo e dei bogomili provenienti dai Balcani, con derivazioni gnostiche, manichee, pauliciane, queste influenze religiose e filosofiche erano forse giunte in Europa all’inizio del XII secolo, tramite l’impero bizantino o attraverso i Balcani o i Crociati e i pellegrini che tornavano dalla Terra Santa. La dottrina Catara professava un dualismo in base al quale il Re d’Amore (Dio) e il Re del Male (Rex Mundi o Satana) rivaleggiavano a pari dignità per il dominio delle Anime Umane. Essi svilupparono così alcune convinzioni dove il Tutto si risolveva tra un eterna lotta tra Spirito e Materia, Luce e Tenebra, Bene e Male, all’interno delle quali il creato diventava una sorta di “grande tranello” dove la figura di Satana o Anti-Dio (diverso dalla concezione cristiana) irretiva lo spirito umano contro le sue inclinazioni rette, verso lo Spirito e verso il Tutto. I Catari sostenevano inoltre che il Dio-creatore dell’Antico Testamento, corrispondeva in realtà al Dio malvagio (Satana). Per loro il Dio Buono non è onnipotente ed il Dio Malvagio conduceva una grande guerra per contendergli la vittoria. Il mondo materiale non era stato creato dal Dio Buono, ma era interamente opera del Dio Malvagio. In questo riconoscevano l’essenza diabolica del mondo e della materia in essa contenuta, tanto che anche l’uomo era considerato di origine diabolica in quanto creatura di carne. Erano inoltre convinti che l'uomo fosse un insieme tripartitico: Corpo, Spirito e Anima, ed il corpo che conteneva questa Triade, come tutta la materia dell'universo, era stata creata dal Dio Malvagio. Nella dottrina della Genesi Catara si evincono spunti molti interessanti, dove ad esempio il Dio Buono ha creato la sostanza non visibile e di conseguenza esseri spirituali, invisibili e puri, mentre il Dio Malvagio ha creato la materia e il mondo visibile, causa del male fisico e morale.
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La figura del Demiurgo
Demiurgo è un termine con cui Platone designa la causa efficiente senza la quale “è impossibile che alcuna cosa abbia nascimento” (Timeo, 28c). Intorno a questo “artefice e padre dell’Universo” si è molto discusso nei secoli, in quanto prima di tutto l’azione di tale essere non è di natura creativa ma produttiva e imitativa. Il Demiurgo, infatti, guarda le idee o forme eterne e, assumendole come modello, plasma la materia a loro somiglianza. Le idee, la materia e il ricettacolo (il luogo originario di tutte le cose, non soggetto a generazione o corruzione) preesistono al Demiurgo. Tenendo conto della teologia contenuta nel X libro delle Leggi di Platone, si deve riconoscere a questa entità un’attività provvidenziale, che regge l’Universo intero tramite l’azione delle varie divinità particolari (gli Dei, si dice nel Timeo, sono generati a questo scopo dal Demiurgo). Platone, osserva che “ogni esperto artigiano compie la sua opera in funzione della totalità, tendendo a quello che è il più gran bene comune”. Questo è anche il principio della produzione demiurgica, che nasce dalla bontà e dalla mancanza di iniziale invidia e perciò del desiderio che l’Universo, come il Demiurgo, sia buono e bello e tra i migliori dei mondi possibili. Il neoplatonismo successivo, interpretò tale figura come una divinità intermedia che sta tra l’intelletto divino e il mondo. Gli gnostici, identificarono col Demiurgo un essere mediatore tra lo Spirito e la Materia, intendendolo talora come una divinità malvagia. A metà percorso di questa ricerca, diventa fondamentale per meglio spiegare la figura del Demiurgo, descrivere due forme energetiche presenti al suo interno: L’Intelligenza Materiale e Spirituale. L’intelligenza Materiale: è definita come la capacità di valutare gli impulsi ricevuti dalla mente e di analizzare la natura e il funzionamento della stessa energia. Ma poiché questa analisi è compiuta senza considerare il rapporto che esiste tra la natura e Dio, causa originale di tutte le cose, l’intelligenza materiale rimane incompleta ed è impegnata solo a soddisfare le esigenze del corpo, in tutte le sue dimensioni. E’ dunque un’energia materiale sottile che può velare la coscienza del sé spirituale. L’Intelligenza Spirituale: è l’intelligenza originale dell’essere, permette di comprendere come tutte le cose (compresi se stessi) esistano in relazione con Dio o il Tutto. Essa ci libera dalle concezioni materiali della vita. Il Demiurgo, presa coscienza di se, seminò le anime, in numero pari a quello delle stelle fisse, negli “strumenti del tempo” (cioè i pianeti), fra i quali Timeo annovera anche la Terra, anzi, le seminò “ciascuna in quello che le era appropriato.” Timeo allude qui a un antico sistema che stabiliva un rapporto tra i membri fissi della comunità astrale e quelli vanganti, includendo non solo le “case” zodiacali e le “esaltazioni” dei pianeti, ma anche le stelle fisse in genere. Le anime vennero dunque tolte dalle loro stelle fisse e trasferite sui rappresentati planetari corrispondenti, sempre secondo regole ben precise. Il Demiurgo, ad un certo momento, si ritirò per cause sconosciute, trasformandosi nel personaggio noto sotto il nome di deus otiosus, e venne messa in moto la Macchina del Tempo. L’Eternità risiede nell’unità, nel più alto e remoto “fuori”, al di là del visibile del localizzabile. “Dentro”, questa eternità necessaria al pensiero, si muove costantemente il tempo secondo numero, cioè mediante la quotidiana rotazione della sfere e mediante gli strumenti del tempo, i pianeti. E’ con la fase successiva, quella che conduce dai pianeti alle creature viventi, che il moto diventa per “generazione”. Il Demiurgo non ha generato le singole anime di tutti gli uomini destinati a nascere, bensì il Primo Uomo, o Adam Kadmon, in grado di contenerle, vale a dire il “Seme dell’Uomo”, che si moltiplica ed è macinato in farina impalpabile nel Mulino del Tempo.
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I Due Demiurghi
Tutto comincia con la formazione di uno spazio vuoto, finito o infinito, talmente grande da poter includere, in quello spazio, ogni possibile e immaginabile forma di sviluppo e di diversità. All’interno di questo spazio, dopo aver creato a priori due diverse forme di Energia (quindi anche il principio già insito di Dualità), si inseriscono le Anime, con il compito di dar vita a tutte le forme materiche e non-materiche esistenti. Ogni Anima, assume quindi un compito ben preciso, se vogliamo seguendo una sorta di scala gerarchica, dove si distinguono: ideatrici, creatrici, formatrici, plasmatrici, operaie, magazziniere, etc. Mentre tutto questo contribuisce a inserire la sostanza necessaria alla formazione dell’Universo, le Anime stesse cominciano a idealizzare una fonte comune, una sorta di Guida o Padre-Spirituale in grado di trasformare al loro posto, tutta la sostanza inserita nell’Universo, coscienti del fatto che non appena finito il loro compito di “inseminare” questo spazio vuoto, dovranno poi farne parte in prima persona con l’esperienza. Ecco che entrano in scena due figure misteriose e che divengono la summa ideologica dell’energia animica: i Demiurghi. Come sosteneva Platone, Il Demiurgo guarda le idee o forme eterne e, assumendole come modello, plasma la materia a loro somiglianza. Le idee, la materia e il ricettacolo (il luogo originario di tutte le cose, non soggetto a generazione o corruzione) preesistono al Demiurgo in quanto prima di tutto l’azione di tale essere non è di natura creativa ma produttiva e imitativa. I due Demiurghi diventano padri ideali delle anime e della loro energia, riversando su di loro il compito di trasformare e plasmare tutta la sostanza immessa in questo Universo e per dare inizio al Gioco della Creazione. I Demiurghi ben presto si distinguono in due tipi: Bianco e Nero, Luminoso e Oscuro, Immateriale e Materiale, Attivo e Passivo, Primo o Secondo, termini che non possono essere riconducibili alla loro vera natura, ma che ci permetteranno di capire il grado di intervento e interferenza in tutto lo sviluppo universale successivo. Ogni Demiurgo, a sua volta, diventerà anche il ricettacolo delle proprie anime, creando così una divisione più marcata e distinta e che in tempi più recenti, assumerà connotati ben più esasperati. E’ bene tenere presente un concetto fondamentale, che i Demiurghi non sono nati per una manipolazione della sostanza o del brodo primordiale portato dall’energia animica, ma bensì sono apparsi per un idea spirituale che ne ha dato forma. Questa idea nuova e spirituale prende nutrimento, quindi, dalla sostanza stessa dell’Universo e assorbe dentro di se tutta questa energia, compresa quella animica. Diventano un surrogato di Dio, ideato e voluto dall’energia animica, come sorta di “Secondo Padre” interno ad un sistema nel quale avere un riconoscimento o un punto di riferimento a cui far capo. I Demiurghi non perdono tempo perché il lavoro da svolgere è immenso, quindi si mettono subito all’opera di comune accordo e, mentre lavorano, cominciano a fare esperienza e il loro livello spirituale comincia a diventare senziente e individuale. Plasmano la sostanza (brodo primordiale) e cominciano a dare forma a tutte le aggregazioni inorganiche, gettando al loro interno i germi di una moltiplicazione all’infinito, pronta ad esaurirsi per sfinimento o annichilimento. E’ a questo punto che negli agglomerati di materia si accendono le prime reazioni nucleari che porteranno alla nascita delle prime stelle. Dalle stelle alla formazione degli ammassi materici che daranno vita ai pianeti, satelliti, asteroidi o altro, il passo sarà breve, e mentre tutta questa gran mole di materia prenderà forma e consistenza, si formeranno le prime galassie, che diventeranno indipendenti e autonome le une dalle altre, all’interno di uno spazio dove tutta questa immane energia continuerà da espandersi. Ad un certo punto ci si rende conto, però, che questo progetto così fantastico è in grado di manipolare fonti di energia illimitate per generare materia inorganica, la quale non è in grado di dar vita a forme di materia organica, quindi con la possibilità dello sviluppo di un nuovo principio, quello della Vita. Ma si arriverà solamente dopo vari tentativi alla creazione ex-novo di un essere perfetto in grado di ospitare le loro Anime (il Primo Uomo o Adam Kadmon), nel frattempo però tanti esseri viventi senza Anima ma dotati di Spirito (gli Alieni), avranno popolato l’Universo e nel nostro caso la Galassia in cui viviamo.
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Il Terzo o falso Demiurgo
La frammentazione della Verità è identica alla segmentazione dell’Adam Kadmon, le cui separate particelle costituiscono l’Adam Protoplastes, cioè il Primo Formatore; la causa di tale segmentazione fu il Nahash, l’Egoismo o il desiderio dell’esistenza individuale. Nahash non è affatto una causa esteriore all’uomo, ma è in lui, inizialmente allo stato potenziale, diventandogli esteriore nella misura in cui l’uomo stesso l’esteriorizza e questo istinto di separazione, per la sua natura di provocatore di divisione, spinge l’uomo a gustare del frutto dell’Albero della Scienza del Bene e del Male. Da un punto di vista più generale, il Falso Demiurgo, quale potenza distinta ed in quanto tale, è appunto il «Principe di questo Mondo» di cui si parla nel Vangelo di S. Giovanni; anche qui, egli non è propriamente parlando né buono né cattivo, o piuttosto egli è l’uno e l’altro, poiché contiene in se stesso il Bene ed il Male. Il suo dominio è il Mondo inferiore, che si oppone al Mondo superiore o all’Universo principiale da cui è stato separato, ma occorre rilevare che questa separazione non è mai stata reale in senso assoluto. Quando il Demiurgo del Timeo (Falso Demiurgo) ebbe costruito la struttura, lo skambha governato dall’equatore e dall’eclittica (chiamati da Platone “il Medesimo” e “l’Altro”), che configurano la lettera greca X, quando ebbe regolato le orbite dei pianeti secondo proporzioni armoniche, creò le “anime”. Per farle si servì degli stessi ingredienti che aveva usato per fare l’Anima dell’Universo, essi però non erano “così puri come prima”. Il Demiurgo fece: “Anime in numero pari a quello delle stelle e le distribuì, ciascun’anima nella propria stella. E ponendole come su dei carri, egli mostrò loro la natura dell’Universo e dichiarò loro le leggi del Destino. Sarebbe toccata una prima nascita uguale per tutte, affinché nessuna risultasse svantaggiata per opera sua, e sarebbero state seminate tutte negli strumenti del tempo, ciascuna in quello che le era appropriato, per nascere come le creature viventi più timorate di Dio; e dal momento che la natura umana è semplice, la parte migliore, sarebbe stata quella che d’ora in poi avrebbe avuto il nome di “Uomo”… E colui che fosse vissuto bene per il tempo assegnatoli sarebbe ritornato alla dimora della sua stella consorte, dove avrebbe vissuto una vita felice e congeniale; ma se fosse venuto meno in ciò, nella sua seconda nascita sarebbe stato mutato in una donna; e se in tale condizione non si fosse astenuto dal male, allora, secondo il carattere della sua depravazione, sarebbe stato continuamente tramutato in una qualche bestia della natura, conforme a tale carattere, né avrebbe avuto requie dal travaglio di queste trasformazioni finché, lasciando che la rivoluzione del Medesimo e dell’Uniforme entro di sé si trascinasse dietro tutto il tumulto di fuoco e di acqua e di aria e di terra che vi si era in seguito aggregato attorno, egli non avesse controllato la propria turbolenza irrazionale con la forza della ragione e non fosse ritornato alla forma della sua condizione primitiva e migliore. Dopo che ebbe comunicato loro tutte queste disposizioni, così da rimanere senza colpa della futura malvagità di chiunque tra di loro, li seminò, alcuni sulla Terra, altri nella Luna, altri negli altri strumenti del tempo.” (Timeo, 41-e42 d). Origene pensava che dopo il Giudizio Universale, le anime risuscitate avranno un corpo etereo e sferico. Questa concezione fondamentale è stata espressa in molte lingue da un capo all’altro della “fascia delle civiltà superiori”. Le immagini sono a volte inconfondibili, altre volte ambigue, come quando il “seme” stellare di certi gruppi etnici ci viene incontro sotto il nome di “totem”. Ma tra quelle inconfondibili c’è la tradizione rabbinica secondo cui in Adamo o Adam Kadmon, erano contenute le 600.000 anime di Israele, come altrettanti fili intrecciati assieme nello stoppino di una candela, tanto più che viene anche detto: “Il Figlio di Davide (il Messia) non verrà prima che tutte le anime che sono state sul corpo del Primo Uomo siano terminate.” Altrettanto inconfondibile è anche il mito dell’Ultimo Giorno presso i Pawnee Skidi delle grandi pianure nordamericane: “L’ordine per la fine di tutte le cose verrà dato dalla Stella del Nord, e la Stella del Sud, eseguirà gli ordini. La nostra gente fu creata dalle stelle. Quando verrà il tempo della fine di tutte le cose, la nostra gente si trasformerà in piccole stelle e volerà fino alla Stella del Sud, al luogo che le spetta.
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Bibliografia:
René Guénon; 1909 nel n. 1 di La Gnose, pseudonimo di Palingenius. (R.S.T., n. 33)
Platone; Timeo
Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend; Il Mulino di Amleto

Coscienzapedia: Grande Madre (vedi Lilith)

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La Venere di Willendorf
La venere di Willendorf, anche nota come donna di Willendorf, è una statuetta di 11 cm d'altezza, raffigurante una donna, si tratta di una delle più famose veneri paleolitiche. Si trova attualmente al Naturhistorisches Museum di Vienna. Fu rinvenuta nel 1908 dall'archeologo Josef Szombathy, in un sito archeologico risalente al paleolitico, presso Willendorf, in Austria ed è stata scolpita in pietra calcarea oolitica non originaria della zona, ed è dipinta con ocra rossa. E’ stato stimato che la statuetta sia stata realizzata da 25.000 a 26.000 anni fa. La vulva e il seno sono gonfi e molto pronunciati, cosa che suggerisce l'intenzione di rappresentare un significato fortemente connesso con la fertilità, ed anche il colore rosso ocra col quale la statuetta è dipinta ricorderebbe secondo alcuni studiosi il sangue mestruale. Le braccia sottili sono congiunte sul seno, e il volto non è visibile; la testa si direbbe coperta da trecce o da un qualche genere di copricapo. I piedi della statua non sono fatti in modo tale da consentire alla statuetta di stare in piedi. Dopo la Venere di Willendorf, sono state rinvenute molte altre statuette di questo genere, spesso indicate proprio come "veneri" o "veneri paleolitiche". La Grande Madre sarebbe una divinità femminile primordiale, presente in quasi tutte le mitologie note, in cui si manifesterebbe la terra, la generatività, il femminile come mediatore tra l'umano e il divino. Essa attesterebbe l'esistenza di una presunta originaria struttura matriarcale delle civiltà preistoriche.
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La Grande Madre
Il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, se si leggono in questo senso le numerose figure femminili steatopigie (c.d. "Veneri") ritrovate in tutta Europa, di cui naturalmente non conosciamo il nome. Lungo le generazioni e con gli spostamenti di popoli e la crescita di complessità delle culture, le "competenze" della Grande Madre si moltiplicarono in diverse divinità femminili, per cui la Grande Dea, continuò ad esistere e ad avere culti propri: (Ishtar, Astante, Afrodite, Venere), alla fertilità delle donne (Ecate triforme, come 3 sono le fasi della vita), alla fertilità dei campi (Demetra, Cerere e Persefone / Proserpina), alla caccia (Artemide-Diana). Inoltre, siccome il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, perché esso possa risorgere nella nuova stagione, la grande dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita e alla Luna, che da sempre lo rappresenta (Mater Matuta o della Bona Dea). L'evoluzione teologica della figura della Grande Madre venne costantemente rappresentata da segnali di connessione tra le nuove divinità e quella arcaica. Altro carattere che permette di riconoscere le tracce della Grande Dea nelle sue più tarde eredi, è la ripetizione di specifici attributi iconologici e simbolici che ne richiamano l'orizzonte originario. Il dominio sugli animali, che accomuna i leoni alati che accompagnano Ishtar, la cerva di Diana e il serpente ctonio della dea cretese, l'ambientazione tra rupi e boschi o presso acque, il carattere e i culti notturni. Anche nel mutare delle religioni, la memoria della divinità arcaica, "signora" di luoghi o semplicemente di bisogni umani primari, si mantenne e si trasmise lungo le generazioni, dando luogo a culti forse inconsapevolmente sincretistici (le cui ultime propaggini possono essere considerate, ad esempio, le molte Madonne Nere venerate in Europa). Nell'area mediterranea ne conosciamo i nomi e le storie, nelle diverse civilizzazioni in cui si impose dall'epoca protostorica: la mesopotamica Ninhursag, l’anatolica Cibale, la greca Gea, l’etrusca Mater Matuta, la romana Bona Dea o Magna Mater. La variante nordica della Grande Madre, portata fino alle Isole britanniche da migrazioni di popoli pre-achei verso nord ovest, è secondo alcuni la Dea Bianca della mitologia celtica (colei che a Samotracia si chiamava Leucotea e proteggeva i marinai nei naufragi). L'universo cultuale della Grande Madre prevedeva anche figure maschili, inizialmente descritte come figure plurime o collettive. L'evoluzione di tali figure e la loro progressiva personificazione individuale sembrano confermare l'idea di un'origine matriarcale della civilizzazione, sia per la forte accentuazione di "figlio della dea" che viene attribuita a talune divinità maschili particolarmente legate alla terra (Dioniso), sia perché la modifica e l'individuazione in senso patriarcale del pantheon sono attestate in epoca relativamente tarda, sia per il rapporto misterioso che corre tra la Grande Dea e il suo compagno, caratterizzato dall'essere minore di lei, per età e per poteri e che spesso si presenta, almeno inizialmente, come una figura di giovane amante, assai simile ad un figlio.
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Gea o Gaia
Gea o Gaia nella mitologia greca è il Titano femmina che impersona la Terra, identificata nella Dea Romana Tellure. La Teogonia di Esiodo racconta come, dopo il Caos, sorse l’immortale Gea, progenitrice degli dei dell’Olimpo. Da sola e senza congiungersi con nessuno ella generò Urano (il cielo stellato), Ponto (le sterili profondità del mare) e le montagne. In seguito, racconta sempre Esiodo, si unì ad Urano dando alla luce i Titani Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Teia, Rea, Temi, Mnemosine, Febe e Teti. Dopo di loro nacque Crono, il più giovane furbo e terribile dei suoi figli, che prese ad odiare il suo potente padre. Esiodo parla anche della successiva progenie di Gaia ed Urano, dapprima i Ciclopi, giganti con un solo occhio: Bronte, Sterope ed Arge. Poi i tre terribili Ecatonchiri dalle cento braccia: Cotto, Briareo e Gige, ognuno dotato anche di cinquanta teste. Urano rinchiuse i Ciclopi e gli Ecatonchiri nel Tartaro, in modo che non potessero vedere la luce, rallegrandosi di quest’azione malvagia. Questo fatto fece soffrire Gaia (il Tartaro si trovava infatti nelle sue viscere), che così creò un tipo di pietra focaia grigia (Adamantina) e con questa modellò una grande falce con cui radunò Crono e i suoi fratelli, chiedendo loro di obbedirle ed aiutarla. Soltanto Crono, il più giovane, ebbe il coraggio di prendere la falce di pietra che lei aveva fatto e servirsene per evirare il padre quando si avvicinò a Gaia per accoppiarsi con lei. Dalle gocce di sangue mischiato a sperma che la colpirono, Gaia generò le forti Erinni, i Giganti, tra cui Abseo e le Ninfe del frassino dette Melie. Il membro reciso di Urano, gettato in mare, fecondò le acque dalla cui spuma sorse Afrodite. Urano venne quindi deposto da suo figlio Crono e, nel frattempo, i Titani liberarono i Ciclopi dal Tartaro: Crono divenne il loro re ed iniziò quella che fu chiamata l’età dell’oro. Dopo che Urano venne castrato, Gaia ebbe anche un figlio, Tifone dal Tartaro, mentre con Ponto generò le divinità marine Nereo, Taumante, Forcide, Ceto ed Euribia. Crono, però, assunse ben presto il medesimo comportamento del padre Urano e, nel timore di venire spodestato dai figli, divorò man mano che nascevano i figli partoriti dalla moglie Rea. Rea, disperata per i continui abomini compiuti dal marito, si rivolse proprio a Gea nel tentativo di salvare l'ultimo nascituro, Zeus. Gea allora consigliò alla figlia di fare ingoiare a Crono, con l'inganno, una pietra avvolta in fasce e di nascondere il piccolo Zeus presso il monte Ida, in modo tale che, una volta cresciuto, il Cronide, avesse potuto spodestare il padre a sua volta. Divenuto adulto, Zeus liberò con un farmaco dal ventre di Crono i suoi fratelli e, al loro fianco, ingaggiò con il padre una terribile battaglia che durò 10 anni, la Titanomachia. Gea, per favorire il Cronide ed ottenere la sua vendetta, consigliò a Zeus di liberare gli Ecatonchiri ed i Ciclopi, ancora imprigionati nelle sue tetre viscere, per dare una svolta decisiva al combattimento. Vinta la battaglia ed assunto il potere, Zeus punì i Titani sconfitti, gettandoli tutti nel Tartaro, atto che fece adirare Gea, la quale, furibonda per il trattamento serbato ai suoi figli, aizzò i terribili e poderosi Giganti a punire il Cronide e gli altri Olimpici, dando inizio alla guerra conosciuta come Gigantomachia. Grazie all'intervento di Eracle nello scontro, però, gli Olimpici si assicurarono la vittoria e Gea, ancora risentita, chiamò in difesa il figlio Tifone, generato in unione con il Tartaro. Anch'egli, però, dopo uno strenuo combattimento fu sconfitto e relegato in una montagna. Da quel momento in poi le terre furono condivise da tutti i fratelli di Zeus e dagli altri Olimpici.
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Kali
Presso la religione induista, Kali rappresenta l'aspetto guerriero di Parvati, la consorte di Śiva, una divinità dalla storia lunga e complessa. Nonostante sia grossolanamente identificata come simbolo di oscurità e violenza, si tratta di una deità benefica e terrifica al tempo stesso, dotata di numerosi attributi dal profondo significato simbolico. È conosciuta anche come Devi (la dea) e Mahadevi (la grande dea) e assume aspetti diversi: Sati (la donna virtuosa), Jaganmata (la madre del mondo), Durga (l'inaccessibile). Inviata sulla Terra per sgominare un gruppo di demoni, iniziò ad uccidere anche gli esseri umani. Per fermarla, Śiva si distese fra i cadaveri, quando la dea si accorse che stava per calpestare il proprio marito, interruppe la sua furia. Kali è il genere femminile della parola sanscrita kala che significa tempo ma anche nero. Per questo motivo il suo nome è stato più volte tradotto come “Colei che è il tempo” o “Colei che consuma il tempo” o la “Madre del tempo” e infine “Colei che è nera”. L'associazione al colore nero della dea è in contrasto con suo marito Shiva, il cui corpo è ricoperto di cenere bianca (in sanscrito śmaśan).
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Izanami
"Colei che invita" è una divinità dello shintoismo. È sorella e compagna del dio Izanagi ("Colui che invita"). Nella mitologia giapponese è la dea creatrice, madre di tutti i kami. Nel Kojiki ("Memorie degli eventi antichi"), si narra che il primo gesto di Izanagi ed Izanami fu quello di far sorgere le terre dall'oceano e mescolarle con una lancia chiamata Ame-Nu-Hoko. Con il fango che si ammassò colando dalla lancia ebbe origine la prima isola: Onogaro-Shima ("il Regno Terreno"). In seguito gli dei crearono altre otto grandi isole che divennero la terra di Yamato, il Giappone. Le due divinità abbandonarono il Regno del Cielo e stabilirono la loro nuova dimora sulla Terra. Dalla loro unione nacquero il dio del mare O-Wata-Tsu-Mi, il dio delle montagne O-Yama-Tsu-Mi, il dio degli alberi Kuku-No-Chi e il dio del vento Shina-Tsu-Hiko. La nascita dell'ultimo dio, quello del fuoco, costò la vita ad Izanami che finì nello Yomo-Tsu-Kumi (l'inferno). La dea si nutrì con il cibo infernale e si trasformò in un demone malvagio. Izanagi scese all'inferno con l'intento di riportare la sua compagna sulla Terra e ne vide l'aspetto terrificante. La dea sentendosi ricoperta di vergogna, si adirò con lo sposo e lo inseguì decisa ad ucciderlo. Izanagi riuscì a fuggire e la dea sbarrò le porte dello Yomo-Tsu-Kumi con un enorme masso.
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Freyja
Freyja è una divinità della mitologia norrena. Ha molte manifestazioni ed è considerata la dea dell'amore, della seduzione, della fertilità, della guerra e delle virtù profetiche. È figlia di Njörðr e di Skaði, sorella di Freyr e moglie di Óðr, a causa del quale soffre le pene d'amore, dato che la lascia per intraprendere lunghi viaggi, costringendola ad infruttuosi inseguimenti, durante i quali si lascia andare a pianti di lacrime d'oro. Assieme al consorte, mette al mondo due splendide fanciulle, dai nomi emblematici: Görsimi e Hnoss, sinonimi di "tesoro". Loki la definisce una ninfomane, sempre pronta a saziare le sue voglie con qualunque tipo di partner, dai giganti agli elfi, ed in effetti il suo irrefrenabile desiderio è cantato nelle Mansöngr, letteralmente canzoni per uomini, liriche amorose, ufficialmente vietate, ma diffusissime nelle alcove. Ne parla l'Edda di Snorri che afferma che la dea ama i canti d'amore e incita gli innamorati ad invocarla; aggiunge anche che Freyja cavalca nei campi di battaglia ed ha diritto alla metà dei caduti che guiderà in battaglia durante il Ragnarök, mentre l'altra metà è del dio Odino. Tra le sue numerose peculiarità, Freyja annovera quella di esperta nelle arti magiche seiðr, con cui poteva realizzare divinazioni e incantesimi a distanza. Possiede la collana Brísingamen, forgiata dai nani che gliela donarono a patto che giacesse con loro. Il suo giorno sacro è il venerdì e ne rimane traccia nel termine inglese Friday e in quello tedesco Freitag.
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Tlazolteotl
Secondo la mitologia azteca, è la dea protettrice della fertilità e della sessualità, della nascita nonché anche una dea-madre. Veniva definita "mangiatrice di ciò che è sporco" perché faceva visita alle persone che, giunte al termine della loro vita, le confessavano i propri peccati. Lei poi mangiava questa "sporcizia" (i peccati). Secondo la mitologia azteca è madre di Centeotl, dio del mais, ed è associata alla Luna. Un altro nome con il quale è conosciuta è Ixcuiname, il cui significato è "dea dalle quattro facce".
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Astarte
Fu una dea venerata nell'area semitica nord-occidentale. Astarte era la Grande Madre fenicia e cananea, sposa di Adone, legata alla fertilità, alla fecondità ed alla guerra e connessa con l'Ishtar babilonese. I maggiori centri di culto furono Sidone, Tiro e Biblo. Era venerata anche a Malta, a Tharros in Sardegna, ed Erice in Sicilia, dove venne identificata con Venere Ericina. Astarte entrò a far parte dalla XVIII dinastia egizia anche del pantheon egizio, dove venne identificata con Iside, Sekhmet ed Hathor. In epoca ellenistica fu accomunata alla dea greca Afrodite, come Urania e alla dea siriaca Atargartis, la Dea Syria dei Romani. Il nome Astarte o Ashtoret compare spesso nell'Antico Testamento. La figura si trova connessa con molte altre divinità del Medio e Vicino Oriente come Anath, Anutit, Aruru, Asdar, Asherat, Ashtoreth, Athtar, Belit, Inanna, Innimi, Ishtar, Kiliti, Mash, Meni, Nana, Ninhursag, Ninlil e Nintud. Da questo fatto deriva anche la grande quantità di simboli diversi associati alla dea.
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Tefnut
Nacque, come suo fratellino e sposo Shu, dallo sperma o mucosa di Atum, il creatore. Tefnut e Shu formano la prima coppia divina. La prima è il simbolo dell’umidità e Shu quello dell’aria; rappresentano con i loro due figli, Geb (la terra) e Nut (il cielo), i quattro elementi primordiali. Tefnut, associata anche alla pioggia ed alle nuvole, simboleggia l’acqua ed il suo potere creatore. Era citata nei Testi delle Piramidi, come colei che dissetava i defunti. Tefnut è anche la personificazione della dea lontana, assumendo l’aspetto e gli attributi delle dee pericolose e incarnando l’occhio di Ra, il ciclo del sole che brucia e devasta. Secondo il mito, Tefnut, figlia del sole, fuggì nel deserto della Nubia, dove lasciò libero corso alla sua ferocia. Ra incaricò Thot di andarla a riprendere e, ritrovato il suo aspetto benefico, Tefnut tornò in Egitto.
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Nut
Era la dea del cielo e della nascita, in contrasto con la maggior parte delle altre mitologie, che solitamente hanno un padre celeste. Nut è figlia di Shu, dio dell’aria, e Tefnut, dea dell’umidità. Era una delle divinità dell’Enneade e suo marito era Geb, la terra, con cui ebbe quattro figli: Osiride, Iside, Seth e Nefti. La leggenda narra che Geb (la terra) e Nut (il cielo) erano in origine uniti, fino a quando il dio Ra, contrariato per questa unione, ordinò a Shu di dividerli, creando lo spazio tra cielo e terra. Nut, proprio in quella occasione, formò la volta celeste, sostenuta da Shu, che però fu costretto a conservare perennemente quella posizione. Originariamente fu la dea del cielo diurno, ma più tardi rappresentò il cielo in generale. Si pensava che il dio-sole, Ra, nel suo viaggio notturno, fosse da lei ingoiato dopo il tramonto, per essere partorito di nuovo all’alba. Nello stesso modo, Nut divorava e faceva rinascere le stelle e per questo motivo era considerata una divinità legata alla resurrezione. Come tale si trova spesso raffigurata all’interno dei sarcofaghi. Un'altra leggenda narra che Nut, sotto le sembianze di una mucca, ebbe l'onore e l'onere di far salire sul suo enorme dorso il dio Ra. A causa dello sforzo immane profuso, Net fu aiutata da quattro dei aventi la funzione, in seguito divenuta perenne, di pilastri del mondo. Nell’iconografia la volta celeste è rappresentata da Nut, solitamente raffigurata come una donna nuda, ricoperta di stelle, con le mani ed i piedi a terra, inarcata su Geb, dal quale è tenuta lontana da Shu, che la sostiene. I dipinti la raffigurano con un vaso d’acqua sulla testa, presente nel geroglifico del suo nome. A volte si presenta nella forma di una mucca, il cui grande corpo forma il cielo, di un albero di sicomoro o come una grande scrofa mentre divora i suoi piccoli, che simboleggiano le stelle. La sua pelle è solitamente blu perché questo colore simboleggia la vita e la rinascita, le ali, talvolta raffigurate, rappresentano la protezione lungo il viatico della morte, le stelle che ricoprono il suo corpo rafforzano l'immagine del cielo e simboleggiano le anime dei morti. Quando la sua pelle è giallastra, vuol dire che è stato evidenziato il suo aspetto di essere immortale, di dea Madre da cui tutti hanno origine. La sua posizione inarcata esemplifica il suo potere nel cielo e sugli oggetti celesti.
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Iside
E’ la dea della maternità e della fertilità nella mitologia egizia. Divinità in origine celeste, associata alla regalità faceva parte dell'Enneade. Figlia di Nut e Geb, sorella di Nefti, Seth ed Osiride, di cui fu anche sposa e dal quale ebbe Horus. Secondo il mito, raccontato nei Testi delle Piramidi e da Plutarco nel suo Iside ed Osiride, con l'aiuto della sorella Nefti assemblò le parti del corpo di Osiride, riportandolo alla vita. Per questo era considerata una divinità associata alla magia ed all'oltretomba. Aiutò a civilizzare il mondo, ed inventò il sistro, istituì il matrimonio e insegnò alle donne le arti domestiche. Frequenti anche le rappresentazioni della dea mentre allatta il figlio Horo. Il suo simbolo è il tiet, chiamato anche nodo isiaco.
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Artume
Nella mitologia etrusca era la dea della notte, della luna (come anche la dea Losna) e della morte. Era anche la divinità della natura, delle foreste e della fertilità. Era associata alla dea greca Artemide. Aritimi è anche considerata la fondatrice di Arezzo, l'etrusca Aritie.
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Pachamama
Significa in lingua quechua Madre Terra. Si tratta di una divinità venerata dagli Inca e da altri popoli abitanti l'altipiano andino, quali gli Aymara e i Quechua. È la dea della terra, dell'agricoltura e della fertilità. I motivi che spinsero a venerare Pachamama oltre a Inti (Dio Sole) sembra siano i seguenti: la mitologia incaica prevede una dualità, Inti divinità maschile e alta doveva avere una controparte femminile e bassa, il culto di Inti era in realtà riservato ad un'elite, mentre il culto di Pachamama era più legato al mondo rurale e quindi al popolo. Pachacamac, dio del cielo, si unì a Pachamama e da questa unione nacquero due gemelli, un maschio e una femmina. Come in altri miti andini, il padre morì oppure, secondo altre leggende, sparì in mare o rimase prigioniero di un incantesimo in un'isola del litorale. Pachamama rimase vedova e sola con i suoi figli. Sulla Terra regnava l'oscurità, quando in lontananza videro una luce che seguirono salendo montagne, attraversando lagune e combattendo contro mostri. Infine arrivarono in una grotta conosciuta come Waconpahuin, abitata da un uomo chiamato Wakon. Questi aveva sul fuoco una patata e una pentola di pietra e chiese ai due figli di Pachamama di andare a prendere l'acqua. I due tardarono e Wakon tentò di sedurre Pachamama, ma vistosi rifiutato la uccise, divorò il suo corpo e mise i resti in una pentola. I due gemelli tornarono e chiesero della madre, Wakon non raccontò nulla e disse loro che sarebbe tornata a momenti, ma i giorni passavano e la madre non tornava. Huaychau, uccello che annunciava l'alba, ebbe compassione dei due gemelli e raccontò cosa successe alla loro madre mettendoli in guardia del pericolo che correvano rimanendo con Wakon. I bambini legarono i capelli di Wakon, che nel frattempo dormiva, ad una grossa pietra e scapparono in fretta e furia. Incontrarono una volpe, Añas, che dopo aver chiesto loro perché scappavano e dove stessero andando, li nascose nella sua tana. Nel frattempo Wakon si liberò e si mise in cerca dei gemelli, incontrò dapprima vari animali a cui chiese se avevano visto due gemelli, ma nessuno seppe aiutarlo, incontrò, infine, Añas. Questa gli disse che i bambini erano in cima ad una montagna e che avrebbe potuto, una volta in cima, imitare la voce della madre in modo che i bambini uscissero allo scoperto. Wakon si mise a correre affannosamente verso la cima e non si accorse della trappola che nel frattempo l'astuta volpe Añas gli aveva teso. Wakon cadde da un burrone e morendo, causò un violento terremoto. I gemelli rimasero con Añas che li alimentava con il suo sangue, nauseati chiesero se poteva andare a raccogliere qualche patata e trovarono un'oca (Oxalis Tuberosa, un tubero simile alla patata) assomigliante ad una bambola. Giocarono con essa, ma si ruppe un pezzo, i bambini smisero di giocare e si addormentarono. Nel sonno la femmina sognò di lanciare il suo cappello in aria e che questo rimanesse sospeso senza ricadere, la stessa cosa accadeva, nel sogno, ai suoi vestiti. Una volta sveglia raccontò il sogno al fratello e mentre i bambini si domandavano il significato del sogno, videro in cielo una corda lunghissima, incuriositi si arrampicarono e salirono. Alla cima della corda videro il loro padre, Pachacamac, impietosito per le loro disavventure e riuniti al loro padre, vennero trasformati nel Sole (il maschio) e nella Luna (la femmina). Per quello che riguarda Pachamama, essa rimase sempre in basso, assumendo la forma di un imponente nevaio chiamato, anche oggi, La Viuda (la vedova).
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Ninhursag
Presso i Sumeri rappresentava la Terra e formava con il dio An la Montagna cosmica An-Ki. Come tutti gli Dei cosmici sumeri, inizialmente essa rappresentava solo uno dei principi costitutivi dell'universo, dimostrando un carattere piuttosto passivo: nel mito della creazione del mondo, leggiamo che la separazione di Cielo (An) e Terra (Ki) avviene tramite l'intervento del dio Enlil, che "tira" verso di sé la Terra Ki, mentre An "tira" verso di sé il Cielo. In seguito, la stessa dea venne rappresentata in forme diverse: come Ninmah, la "Signora maestosa", che plasmò gli uomini dall'argilla, Nantu, "Colei che partorisce", la dea protettrice del parto, infine, come Ninhursag, ritenuta madre di tutte le creature viventi. Tutti i diversi attributi della dea Ninhursag/Ki sottolineano la sua natura di Madre Terra, generatrice di vita. Presso gli Accadi era conosciuta come Belet-ili "Signora degli dei" e col nome di Mama. Come moglie di Ea, controparte accadica di Enki, era chiamata anche Damkina. Il suo prestigio decrebbe all'accrescersi di quello di Inanna/Ishtar, ma nel suo aspetto di Damkina, quindi madre di Marduk, che divenne il dio principale a Babilonia, conservò un posto sicuro nel pantheon mesopotamico. Allo stesso modo degli artigiani, Ninhursag impastò l'argilla per plasmare sette copie di se stessa da porre alla sua sinistra (donne) e altri sette invece alla sua destra (uomini); enunciando una serie di incantesimi animò le immagini. Oltre che moglie di Enki e sorella di Enlil, è ricordata come madre di Ninsar, dea della pastorizia e per aver creato Enkidu, l'uomo selvaggio fraterno compagno di Gilgamesh.
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Asherah
Nella mitologia semitica è la Grande Madre, compare in un grande numero di fonti tra cui testi in accadico come Ashratum/Ashratu e in ittita come Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s). Asherah è generalmente considerata coincidente con la dea ugaritica Athirat. Il Libro di Geremia, scritto attorno al 628 a.C., contiene un probabile riferimento ad Asherah quando usa il titolo "regina dei cieli" nei capitoli 7 e 44.
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Athirat
Nei testi ugaritici antecendeti al 1200 è quasi sempre indicata col suo titolo completo, «Signora Athirat del Mare» o in maniera più completa, «Colei che cammina sul mare». Questo nome ricorre dodici volte nell'Epica di Ba'al. Diversi traduttori e commentatori ritengono che il nome derivi dalla radice ugaritica «falcata». L'altro suo epiteto divino era «creatrice degli dèi (Elohim)». Nei testi accadici appare come Ashratum (Antu), moglie di Anu, il dio dei cieli. In maniera contraddittoria, Ashtart è ritenuta collegata alla dea mesopotamica Ishtar, talvolta rappresentata come la figlia di Anu, mentre nei miti ugaritici Ashtart è una delle figlie di El, la controparte semitica occidentale di Anu. Presso gli Ittiti, questa dea compare come Asherdu. A partire dalla XVIII dinastia in Egitto inizia a comparire con una certa prominenza una dea semitica chiamata Qudshu, «Santità», identificata con la dea egiziana Hathor. La Bibbia ebraica usa il termine «asherah» in due sensi, come un oggetto di culto e come un nome divino. Come oggetto di culto, l'asherah può essere «costruito», «abbattuto» e «bruciato», e nel Deuteronomio 16:21 proibisce di piantare alberi come asherah: « Non erigerai per te nessuna ascerah di alcuna specie di legno accanto all'altare che costruirai all'Eterno, il tuo Dio. » (Deuteronomio 16:21)
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Un'unica madre: Lilith
La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità sumerica di Lilitu, circa nel 3000 a.C. L'accadico Lil-itu ("signora dell'aria") potrebbe riferirsi alla divinità femminile sumerica Ninlil ("signora dell'aria"), dea del vento meridionale e moglie di Enlil. L'accadico e l'ebraico che compongono il nome, sono aggettivi femminili che derivano dalla radice linguistica proto-semitica L-Y-L "notte" (con l'aggiunta della nisba t a significare "della notte", "notturna"), e traduce letteralmente un "essere femminile della notte/demone", sebbene le iscrizioni cuneiformi in cui compaiono i termini Līlīt e Līlītu (come pure in Ebraico) si riferirono in seguito agli spiriti aerei che portavano malattie. La stessa radice in ebraico e nell'arabo Layla/Leyla, Lela o Lel significa "sera, notte". Lilith viene identificata con ki-sikil-lil-la-ke, donna demoniaca in lingua sumera ed appare nella storia "l'Albero Huluppu" i cui protagonisti sono Inanna e Gilgamesh. Nella mitologia babilonese si delineano tre classi di spiriti maligni: Diavoli, hanno la stessa natura degli dei e producono tempeste e malattie, Fantasmi, anime di defunti che vagano sulla terra senza trovare pace, Demoni, esseri per metà umani e per metà divini. Lilu, Lilitu e Ardat Lili formano una terna di demoni, la mitologia mesopotamica è spesso formata da terne divine, Lilu è il demone maschile, Lilitu quello femminile e Ardat Lili la giovane figlia. Ma la Lilith ebraica non deriva da un unico corrispondente, altre figure concorrono a formarne il simbolo. Lamassu è il demone mezza donna e mezza vacca, la controparte femminile del Lamashtu, il famoso bue alato con volto umano barbuto dell'iconografia assira. La Lamassu diventa la Lamia greca. La sua sola presenza significava distruzione e l'immagine veniva utilizzata come simbolo apotropaico, per incutere terrore e a protezione delle città e degli edifici. Ma la caratteristica di irresistibilità del fascino femminile viene da Ishtar (sumera Inanna) conosciuta agli ebrei attraverso la Astarte siriana (altrove Astariel o Astaroth) per la quale si praticava la cosiddetta prostituzione sacra. Così come la cananea Asheráh, venerata in un primo tempo come dea dagli stessi ebrei. È in questo passaggio, nel divieto imposto dell'adorazione di una divinità femminile, che possiamo leggere la componente di femminilità ribelle in Lilith, dove l'immaginario di bellezza, fecondità e femminilità confluiscono a ravvivare una figura fino allora solo simbolo di morte e devastazione. Non vi è una sola tradizione precedente a cui la figura della Lilith ebraica può richiamarsi, ve ne sono almeno tre: la prima, legata ad un demone di desolazione e di appassimento associata al vento e da cui anche il nome "Lilith", la seconda, ad un demone di distruzione e morte, la terza, la più nobile in origine, Ishtar o Astarte (o se vogliamo la Dea Madre del culto della femminilità) che gli ebrei stessi adorarono all'inizio della loro storia, come è testimoniato nella Bibbia. Questa sfuggente figura compare nell'insieme di credenze dell'Ebraismo come un demone notturno, ovvero una civetta che lancia il suo urlo nella versione della cosiddetta Bibbia di re Giacomo. Secondo la tradizione della cabala ebraica, invece, è il nome della prima donna creata, prima compagna di Adamo e precedente a Eva, ma nell'immaginario popolare ebraico è temuta come demone notturno capace di portare danno ai bambini di sesso maschile e caratterizzata dagli aspetti negativi della femminilità: adulterio, stregoneria e lussuria. Nella tradizione popolare ebraica, Lilith è un terribile demone ed esiste una tradizione secondo la quale viene posto attorno al collo dei neonati di sesso maschile un amuleto con iscritti i nomi dei tre angeli (Senoy, Sansenoy e Semangelof detti anche Sanvi, Sansavi e Semangelaf) per proteggerli da Lilith prima della circoncisione rituale. Secondo un'altra versione si traccia un cerchio magico attorno alla culla con i nomi degli angeli. Un'altra tradizione ancora prevede che si aspetti a tagliare i capelli ad un ragazzo per far credere a Lilith che si tratti di una ragazza. Un amuleto persiano del 18esimo o 19esimo secolo, un ciondolo protettivo per un neonato, conservato nel museo di Israele a Gerusalemme, raffigura Lilith in catene, con "Lilith cieca in catene" scritto sotto ogni arma. Nei ragazzi adolescenti si pensa poi che provochi le eiaculazioni notturne con cui genera demoni (i jinn nella tradizione arabo-islamica), comportandosi in tal modo come spirito succubo, analogo femminile dello spirito incubo maschile.
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Bibliografia
Roberto La Paglia; La Grande Madre. I culti femminili e la magia lunare
Erich Neumann; Storia delle origini della coscienza
Federico Capone; "Luna Nera, Lilith"

Coscienzapedia: Eden, Giardino dell'

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Il Giardino dell’Eden, dall’ebraico Gan Eden, è un luogo citato nella Bibbia ebraica e presente anche nella mitologia sumera. Nel libro della Genesi nella Bibbia è il luogo in cui Dio creò tutti gli esseri viventi, tra cui Adamo ed Eva, la prima coppia umana. In questa ricerca non tenterò di spiegare tutti i possibili Giardini esistenti nel Cosmo, anche perché sarebbe pressoché impossibile, ma cercherò di dare informazione circa l’ultimo Eden nel quale è iniziata la nostra avventura su questo pianeta. L’Eden terrestre si trovava presumibilmente ad oriente della Palestina, un territorio dal quale usciva un fiume che si divideva in quattro rami fluviali: il Tigri, l'Eufrate, il Pison che circondava la terra di Avila e il Ghihon che circondava la terra di Etiopia. Sempre secondo il racconto biblico tra gli alberi piantati nel giardino, due era del tutto particolari: l' "Albero della Conoscenza del Bene e del Male" e l' "Albero della vita". Dio proibì all'uomo di mangiare i frutti del primo, e la disobbedienza portò alla cacciata dal giardino stesso, negando all'Uomo anche i frutti del secondo. In Genesi 3,22 YHWH disse: «Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre”. Nella religione cristiana questo primigenio peccato non è riferito al sesso, anche se molti cattolici e cristiani associano erroneamente i due concetti.
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Il Paradiso dei Sumeri
Il paradiso dei Sumeri si chiamava Dilmun e può essere identificato nel golfo Persico, cioè nelle terre a sud sommerse. In questo luogo dove non esistevano malattie e morte, il dio Enki usava accoppiarsi sessualmente con le dee sue figlie. Dopo aver mangiato i frutti degli alberi creati dalla dea Ninhursag venne da questa maledetto e condannato ad atroci sofferenze. Per far guarire la costola di Enki, Ninhursag creò quindi una dea dal nome Ninti che significa colei che fa vivere, e il significato del nome traslato in ebraico avrebbe originato il nome Eva. In un altro mito sumero il contadino Shukallituda, non riuscendo a coltivare la sua terra troppo arida, chiese aiuto alla dea Inanna, questa gli consigliò di piantare degli alberi per fare ombra, facendo così nascere la prima oasi, con una tecnica di coltivazione comune nei deserti intorno al golfo Persico. Il mito si conclude con una trasgressione sessuale in cui il contadino stupra la dea addormentata e come punizione per l'affronto Shukallituda è costretto ad abbandonare il suo giardino. Infine nel mito di Gilgamesh l'eroe cerca l'ultimo uomo sopravvissuto al diluvio, Utnapishtim, il quale conosce la pianta dell'immortalità che cresceva in paradiso. Utnapishtim rivela a Gilgamesh che il paradiso è sprofondato nel mare, allora Gilgamesh recupera una fronda della pianta sul fondo del mare, ma durante il ritorno un serpente divora la fronda e ritorna giovane. La Genesi e l'Esodo furono scritti dalla classe di sacerdoti ebraici, i Leviti, dopodiché furono condotti in Babilonia, a partire dal 586 a.C., nelle terre abitate un tempo dai Sumeri e poi dai Babilonesi, dove si tramandavano le storie e i resoconti sumeri. È quindi probabile che i compilatori dei testi biblici abbiano adottato e modificato il racconto mitologico sumero sull' E.DIN (come veniva chiamato dai Sumeri). La parola "E.DIN" significava la Dimora dei Giusti. E' già noto che lo stesso abbiano fatto i cinesi con i loro racconti mitologici.
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Ubicazione dell’Eden
Probabilmente l’Eden si colloca all’interno di un gigantesco cerchio e che comprende una vastissima parte dell’Asia occidentale, un cerchio che racchiude al suo interno: Iraq, Siria, Israele, Arabia settentrionale, Turchia, Mar Nero, Armenia, Georgia, Russia meridionale, Mar Caspio, Azerbaijan, Kazakhstan, Lago d’Aral, Uzbekistan, Turkmenistan, Iran e che vedrebbe, quindi, al centro il Caucaso. Di seguito descriverò alcuni luoghi importanti, tutti interni a questa sferica regione e che diventeranno fondamentali per le nostre ricerche future.
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Il Lago di Van
Il Lago di Van è il più grande lago della Turchia (seguito dal Lago Salato) e si trova nella parte più orientale del paese. Sulla sponda orientale del lago si trova la città di Van. È un lago salato che riceve acqua da numerosi piccoli corsi d'acqua che scendono dalla montagne circostanti ed è uno dei più grandi laghi endoreici (senza sbocchi) del mondo. L'originario emissario del bacino venne bloccato da un'antica eruzione vulcanica. Il territorio presso le sponde del lago di Van è stato il centro dell'antico regno di Urartu. Sull'Isola di Akdamar c'è una chiesa armena del X secolo. La massima larghezza del lago di Van è di 119 km, con una profondità media di 171 m e massima di 451 m. La superficie del lago si trova a 1640 m sopra il livello del mare e la lunghezza della linea costiera e di 430 km. Il lago di Van ha un'area di 3755 km2 e un volume di 607 km3. La parte del bacino occidentale del lago è la più profonda, più di 400 m, giacente a nord-est di Tatvan e a sud di Ahlat. I bracci orientali del lago hanno una minore profondità. La parte di Van-Ahtamar digrada man mano, con una profondità massima di circa 250 m verso il suo lato nord-ovest dove si unisce al resto del lago. Il braccio di Erciş è molto meno profondo, in massima parte minore di 50 m, con una profondità massima di circa 150 m. L'acqua del lago è fortemente alcalina (pH 9.7 – 9.8) e ricca di carbonato di sodio e altri sali, i quali vengono estratti tramite evaporazione e usati come detergenti.
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Geologia
Lo sbocco del lago venne a un certo punto bloccato durante il pleistocene, quando i flussi lavici del vulcano Nemrut bloccarono a ovest il flusso uscente verso la pianura di Muş. Attualmente inattivo, il Nemrut Dağı è chiuso verso la riva occidentale del lago, mentre un altro stratovulcano inattivo, Süphan Dağı domina il lato settentrionale. Il livello dell'acqua del lago viene spesso modificato drammaticamente, alcune indagini hanno individuato che i livelli più alti del lago (72 m al sopra di quello attuale) si verificarono durante l'ultima era glaciale, pressappoco 18.000 anni fa. Mentre circa 9.500 anni fa ci fu una drastica diminuzione con più di 300 m sotto l'attuale livello, a cui seguì un altrettanto drastico innalzamento, circa 6.500 anni fa. Recentemente sono state notate simili fluttuazioni anche se in misura minore. Il livello del lago si alzò di almeno tre metri durante gli anni '90, allagando molti terreni agricoli, e (dopo un breve periodo di stabilità e dunque di arretramento delle acque) sembra essersi di nuovo innalzato, di circa due metri nei dieci anni immediatamente prima del 2004. Essendo senza sbocchi, il lago di Van ha accumulato una grande quantità di sedimenti asportati dalle pianure e valli circostanti, e occasionalmente depositati come cenere delle eruzioni dei vulcani vicini. Questo strato di sedimenti viene stimato fino a 400 m di spessore, attirando climatologi e vulcanologi interessati alla trivellazione di carote per esaminare i sedimenti stratificati. Si sospetta di trovare che il lago di Van possa aver immagazzinato la storia del clima degli ultimi 800.000 anni.
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Storia
Il lago fu il centro del regno armeno di Ararat dal 1.000 a.C. circa e successivamente della satrapia di Armina, regno della Grande Armenia, e del regno armeno di Vaspurakan. Insieme al lago Sevan (nell'odierna Armenia) e al lago di Urmia (nell'attuale Iran), Van era uno dei tre grandi laghi del regno armeno, riferiti come i mari di Armenia. Verso l'XI secolo la regione intorno al lago di Van veniva a trovarsi lungo il confine tra l'impero bizantino, con la sua capitale a Costantinopoli, e l'impero turco selgiuchide, con capitale a Isfahan. Nella non facile pace tra i due imperi, i proprietari terrieri armeno-bizantini impiegavano i gazi turcomanni e gli akritoi bizantini per la loro protezione. Nella seconda metà dell'XI secolo l'imperatore Romano IV Diogene lanciò una campagna per riconquistare l'Armenia onde prevenire l'espansione del controllo selgiuchide sulla regione. Diogene e il suo esercito attraversarono l'Eufrate, affrontando il 6 agosto 1071 l'armata selgiuchide molto più piccola, condotta da Alp Arslan, nella Battaglia di Manzikert, a nord del lago di Van. Nonostante il numero sproporzionato, l'ingombrante forza bizantina venne sconfitta dal più mobile cavalleria turca e Diogene stesso venne fatto prigioniero. Alp Arslan divise le parti orientali conquistate dell'impero bizantino tra i suoi generali turcomanni, ognuna delle quali governata come beilicato ereditario, sotto la completa sovranità del grande impero selgiuchide. Alp Arslan concesee la regione intorno al lago di Van al suo comandante Sökmen el Kutbî (letteralmente Sökmen lo schiavo), che stabilì la sua capitale ad Ahlat sulla riva occidentale del lago. La dinastia di Ahlatshahs (anche nota come Sökmenler) governò questa regione dal 1085 al 1192. Agli Ahlatshahs succedettero gli Ayyubidi.
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Il Lago di Urmia
Il lago di Urmia è un lago salato endoreico situato tra le regioni iraniane dell'Azarbaijan orientale e dell'Azarbaijan occidentale, a occidente del Mar Caspio. È il maggiore dei laghi interni dell'Iran, con una superficie di circa 5.200 km². Nel periodo di piena misura circa 140 km in lunghezza e 55 km in larghezza, ed ha una profondità massima di 16 m. Il lago prende il nome dalla città di Urmia, che in siriaco significava città dell'acqua. Fu rinominato lago Rezaiyeh in onore di Reza Pahlavi nei primi anni 1930, ma riprese il vecchio nome negli anni 1970. In persiano antico il suo nome era Chichast. Era, con il lago di Van e il lago Sevan, uno dei cosiddetti mari dell'Armenia. Il lago è punteggiato da più di cento piccole isole rocciose, dove fanno sosta diverse specie di uccelli migratori (fenicotteri, pellicani, spatole, ibis, cicogne, volpoche, avocette, cavalieri d'Italia, gabbiani). Su una di queste isole è sepolto Hulagu Khan, nipote di Gengis Khan e conquistatore di Baghdad. L'elevata salinità impedisce che nel lago vivano pesci.
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Il Monte Ararat
Il monte Ararat è il più alto monte della Turchia (5.165 m s.l.m.) si trova nella parte orientale sul confine tra la regione dell'Agri e dell'Agdir, a 22.5 km (circa 14 miglia) a Nord di Dogubeyazit, nel territorio che storicamente aveva fatto parte dell'Armenia, infatti nella lingua armena Ararat significa "Creazione di Dio" o "Luogo creato da Dio". In lingua turca invece il suo nome significa "Montagna del Dolore". Si tratta di uno stratovulcano, monte di origine vulcanica. Le ultime eruzioni risalgono all'età del bronzo. La cima è sempre innevata, con presenza di ghiacciai. Secondo la sua orogenesi, nacque durante lo scontro delle placche africana contro l'asiatica e la lava eruttata è di tipo hawaiano. Secondo alcune interpretazioni della Bibbia, Noè approdò sulla sua cima dopo che il diluvio universale, scatenato da Dio per punire gli uomini, ebbe termine. La leggenda vuole che l'Arca di Noè sia ancora sulla montagna, come riferito da alcuni viaggiatori, tra cui Marco Polo.
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Arca di Noè
Nel racconto biblico l'Arca di Noè è una grande imbarcazione costruita su indicazione divina da Noè per sfuggire al Diluvio, onde farvi scampare la specie umana e gli altri esseri viventi. Un analogo racconto, nell'ambito dell'epopea di Gilgamesh, affonda le sue radici nella mitologia mesopotamica. L'Arca, secondo le istruzioni di Dio, doveva misurare 300 cubiti di lunghezza. Nell'antichità sono stati usati cubiti di misure diverse ma molto simili e la maggior parte degli studi letteralisti concordano nell'attribuire all'imbarcazione una lunghezza approssimativa di 137 metri. Se raffrontiamo alcune più recenti imbarcazioni, quella dell'ammiraglio cinese Zheng He, secondo alcune fonti dell’inizio del XV secolo, avrebbe utilizzato giunche lunghe fino a 122 metri. La goletta Wyoming, varata nel 1909, era lunga "soltanto" 107 metri e rappresenta il più grande scafo in legno mai costruito di cui si può attestare con certezza l'esistenza. Su di un piano più pratico, Origene (182-251), replicando ad un avversario che dubitava che l'Arca avesse potuto contenere tutti gli animali del mondo, sviluppò un argomento erudito riguardo alla misura dei cubiti. Il teologo spiegò che Mosè, allora ritenuto tradizionalmente l'autore del libro della Genesi, era stato allevato nell'antico Egitto, dove il cubito aveva una misura più lunga di quella ebraica. Ai quei tempi l'arca era descritta come una piramide tronca, a base rettangolare, che si restringeva verso la cima fino ad una sommità quadrata di un cubito di lato. Soltanto verso il XII secolo l'arca viene raffigurata come una scatola rettangolare dotata di un tetto inclinato. I moderni ricercatori che accettano queste considerazioni, ritengono che Noè abbia costruito l'Arca ricorrendo a tecnologie comparse dopo il XIX secolo. La storia di Noè e dell'Arca fu oggetto di numerosi arricchimenti nella tarda letteratura rabbinica ebraica. Per proteggere Noè e la sua famiglia dai malvagi che rallentavano il lavoro e li malmenavano, Dio avrebbe anche posto leoni ed altri animali selvaggi all'entrata dell'Arca. Secondo un midrash, è Dio o gli angeli che devono avere riunito gli animali con il cibo necessario al loro sostentamento. Dato che ancora non si era fatta sentire la necessità di distinguere gli animali impuri dagli animali puri, questi ultimi si fecero riconoscere inginocchiandosi dinanzi a Noè quando entravano nell'arca. Noè, durante il Diluvio, si sacrificò giorno e notte per l'alimentazione e le cure degli animali, e non dormì una sola volta in tutto l'anno che passò nell'Arca. Gli animali erano i migliori esemplari delle loro specie, si astennero da qualsiasi procreazione, in modo che il numero di creature ad uscire dall'Arca fosse esattamente lo stesso che all'entrata. Noè fu tuttavia ferito dal leone, rendendolo inabile a compiere i suoi obblighi cultuali e il sacrificio realizzato dopo il viaggio fu dunque compiuto dal figlio Sem. Il corvo, da parte sua, pose alcuni problemi quando rifiutò di lasciare l'Arca, poiché si sospetta che avesse cattive intenzioni verso una delle donne nell'arca costruita da Noè. Tuttavia, come sottolineano i commentatori, Dio desiderava salvare il corvo, poiché i suoi discendenti erano destinati a nutrire il profeta Elia. Pietre preziose, brillanti come in pieno giorno, fornivano la luce all'interno e Dio si assicurò che le derrate alimentari restassero sane. Il gigante Og, re di Bashân, faceva necessariamente parte dei fortunati passeggeri, poiché i suoi discendenti sono citati nei libri successivi della Torah, a causa della sua dimensione fisica, fu obbligato a restare all'esterno, cosa che richiese di fornirgli il cibo attraverso un foro praticato nella parete esterna.
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Nell’Islam
Noè (Nuh) è uno dei cinque principali profeti dell'islam, e la sua storia serve generalmente ad illustrare la sorte di coloro che rifiutano di ascoltare la parola divina. I riferimenti al profeta sono diffusi attraverso il corano, ma sono particolarmente frequenti nella sura 11, intitolata Houd, dal versetto 27 al 51. A parte una ambientazioni geografica diversa, quello che di interessa si aggiunge alla ricerca è sui contenuti del compito svolto da Noè e dalla funzione dell’Arca stessa. Il diluvio fu inviato da Allah in risposta alle preghiere di Noè, secondo il quale la sua generazione ormai corrotta doveva essere distrutta. Ma poiché Noè era un uomo giusto, continuava nel frattempo a predicare, e tanto fece che settanta idolatri si convertirono e lo raggiunsero sull'Arca, che portò così il numero totale di passeggeri umani a settantotto (poiché la famiglia di Noè contava otto membri). Questi settanta convertiti non ebbero comunque bambini e la totalità degli esseri umani nati dopo l'inondazione discende dai tre figli di Noè. Quest'ultimo aveva tuttavia un quarto figlio (o nipote secondo alcune versioni), Canaan, che rifiutò di convertirsi e morì annegato. Si riteneva che le dimensioni dell'arca fossero di trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza, che il primo dei tre piani era destinato agli animali selvaggi e domestici, mentre il secondo accoglieva gli esseri umani e che il terzo conteneva gli uccelli. Su ogni tavola appariva il nome di un profeta. Tre tavole mancanti, che simboleggiano dunque tre profeti, furono portate dall'Egitto da Og, figlio di Anaq, il solo dei giganti a sopravvivere al diluvio. Il corpo di Adamo fu posto nel mezzo della barca, per separare gli uomini dalle donne. Noè ed i suoi compagni passarono cinque o sei mesi a bordo dell'arca, alla fine dei quali Noè inviò uno corvo. Ma quest'ultimo si fermò per sfamarsi con una carogna e fu maledetto da Noè, che inviò allora una colomba, ricordata da allora come l'amica dell'umanità. Al Masudi scrive che Allah ordinò alla terra di assorbire l'acqua del diluvio, e che alcuni territori poco solleciti ricevettero l'acqua salata come punizione, diventando così secchi ed aridi. L'acqua che non fu assorbita formò i mari e i laghi interni, tanto che alcune acque del diluvio esistono ancora oggi. Noè lasciò l'arca il decimo giorno di Muharram, cioè l'Achoura. I superstiti costruirono una città ai piedi del monte Joudi, che battezzarono Thamanin (ottanta) a causa del loro numero. Noè chiuse allora l'arca e ne affidò la chiave a Sem.
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La ricerca dell’Arca
Dall'epoca di Eusebio di Cesarea fino ai giorni nostri, la ricerca dei resti materiali dell'arca di Noè ha costituito una vera ossessione per numerosi cristiani, meno per gli ebrei o i musulmani, che non sembrano essere interessati a ritrovare il relitto. Nel IV secolo si deve apparentemente ad un commentatore armeno denominato Faust di Bisanzio l'avere utilizzato per la prima volta il nome di "Ararat" per indicare una montagna precisa, piuttosto che una regione. L'autore affermava che l'arca era ancora visibile al vertice di questo rilievo montuoso, e riferisce come un angelo portò una santa reliquia tratta della nave ad un vescovo, che fu in seguito incapace di compiere la scalata per raggiungere i resti. Nel 1829, il medico Friedrich Parrott, dopo una scalata al monte Ararat, scriveva nel suo viaggio ad Ararat che "tutti gli Armeni sono fermamente convinti che l'arca di Noè resti tuttora sulla cima dell'Ararat e che, allo scopo di preservarla, nessun essere umano è autorizzato ad avvicinarsi alla città”. Nel corso della guerra fredda, il monte Ararat si trovò infatti sulla frontiera molto sensibile tra la Turchia ed l'Unione sovietica, così come pure nel bel mezzo della zona d'attività dei separatisti curdi, di modo che gli esploratori si esponevano a rischi particolarmente elevati. All'inizio del XXI secolo fotografie aeree e satellitari hanno messo in evidenza ciò che si decise di chiamare l'anomalia dell'Ararat, e che mostra non lontano dal vertice della montagna una macchia nera e sfocata sulla neve ed il ghiaccio. Dopo vari tentativi e ulteriori ricerche, un nuovo annuncio di un presunto ritrovamento è stato dato il 27 aprile 2010 da una spedizione congiunta turca e di Hong Kong, a cui hanno partecipato membri della "Noah's Ark Ministries International". La spedizione ha annunciato di avere scoperto sull'Ararat una insolita caverna con pareti in legno a un'altitudine alla quale si ritiene non siano mai esistiti insediamenti umani, e di aver datato il legno (attraverso il test del carbonio 14), a 4.800 anni fa
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Lago d’Aral
L'Aral è un lago salato di origine oceanica, situato alla frontiera tra l'Uzbekistan (nel territorio della repubblica autonoma del Karakalpakstan) e il Kazakistan. Erroneamente è chiamato mare d'Aral, poiché possiede due immissari (Amu Darya e Syr Darya) ma non ha emissari che lo colleghino all'oceano, è infatti un bacino endoreico. Il nome deriva dal chirghiso "Aral Denghiz", che significa "mare delle isole", a causa delle numerose isole che erano presenti nei pressi della costa orientale. Geograficamente si pone ad est dell'altipiano dell'Ust-Urt che lo separa dal Mar Caspio. In origine il lago faceva parte di un vasto oceano che comprendeva anche il Mediterraneo ed il Mar Nero e che, ritirandosi, ha generato, oltre all'Aral, anche il Mar Caspio. Ne sono testimoni le numerose conchiglie fossili di cui è disseminato il deserto del Karakum, che si trova a sud. Il lago ha sempre mostrato importanti variazioni nel suo livello in tempi storici e proprio in tempi recenti, sul fondo prosciugato del lago sono riapparsi i resti, risalenti al XIII-XIV secolo, di un'antica città. Accertato invece è che nell'antichità avesse un emissario che portava le sue acque fino al mar Caspio e che fungeva da via navigabile collegata alla "via della seta". Il lago d'Aral è vittima di uno dei più gravi disastri ambientali provocati dall'uomo. Originariamente infatti, il lago era ampio all'incirca 68.000 km², ma dal 1960 il volume e la sua superficie sono diminuiti di circa il 75%. Nel 2007 il lago era ridotto al 10% della dimensione originaria. Questo è stato principalmente dovuto al piano di coltura intensiva voluto dal regime sovietico dell'immediato dopoguerra. L'acqua dei due fiumi che tributavano nel lago è stata prelevata, tramite l'uso di canali e per gran parte della lunghezza dei fiumi stessi, per irrigare i neonati vasti campi di cotone delle aree circostanti. Sin dal 1950 si poterono osservare i primi vistosi abbassamenti del livello delle acque del lago. Già nel 1952 alcuni rami della grande foce a delta dell'Amu Darya non avevano più abbastanza acqua per poter sfociare nel lago. Nel corso di quattro decenni la linea della costa è arretrata in alcuni punti anche di 150 km lasciando al posto del lago un deserto di sabbia salata invece del previsto acquitrino. A causa infatti della sua posizione geografica (si trova al centro dell'arido bassopiano turanico) è soggetto a una forte evaporazione che non è più compensata dalle acque degli immissari. L'impatto ambientale sulla fauna lacustre è stato devastante. Il vento che spira costantemente verso est/sud-est trasporta la sabbia, salata e tossica per i pesticidi, ha reso inabitabile gran parte dell'area e le malattie respiratorie e renali hanno un'incidenza altissima sulla popolazione locale. Le polveri sono arrivate fino su alcuni ghiacciai dell'Himalaya. Inoltre, per anni una grave preoccupazione era costituita da una installazione militare sovietica abbandonata dal 1992, i cui resti si trovano tuttora su quella che una volta era l'isola di Vozroždenie. In quella base infatti venivano condotti esperimenti di armamenti chimico-batteriologici. A causa dell'abbassamento del livello del lago, tale isola ormai era di fatto diventata parte della terraferma e facilmente raggiungibile. La presenza di fusti di antrace e di altri agenti tossici era nota e confermata sia dalle autorità ex-sovietiche, sia dalle autorità uzbeke, sia da quelle statunitensi incaricate di indagare sulla effettiva pericolosità del luogo. Tale installazione è stata bonificata definitivamente nel 2002.
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Il Mar Caspio
Il mar Caspio è la più grande massa d’acqua chiusa della Terra, ed è classificato come il più grande lago del mondo. Sulla costa orientale, in Turkmenistan, c'è un'ampia baia, il Garabogazköl, che spesso diventa un lago a sè stante quando il livello della superficie si abbassa. Due sono i fiumi maggiori che sfociano nel mar Caspio: il Volga e l'Ural. È un bacino endoreico situato a 28 metri sotto il livello del mare (Depressione Caspica), fra le zone meridionali della Federazione Russa e il nord dell'Iran. Ha una superficie di 371 000 km², un volume di 78.200 km³ e una profondità massima di 995 metri. È lungo 1.200 km, con una larghezza media di 310 km. Un tempo, quando il bacino era allo stesso livello degli altri mari, faceva parte di una massa d'acqua molto più vasta, che si estendeva dal mar Nero sino al lago d'Aral. La definizione di mare è dovuta al fatto che i Romani, che per primi vi arrivarono, si resero conto che la sua acqua era salata. L'acqua del mar Caspio ha una salinità media del 13 per mille (circa un terzo della salinità media dell'acqua di mare). Essa varia notevolmente da zona a zona, passando da livelli quasi nulli (particolarmente nell'area del delta del Volga) a valori molto elevati a causa dell'intensa evaporazione; è quest'ultimo il caso dell'insenatura di Kara-Bogaz-Gol, dove la salinità raggiunge il 30 per mille. Queste differenze influiscono in modo rilevante anche sulla fauna presente, in genere abbondante e tipica sia delle acque dolci, sia delle acque marine.